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AGGIORNAMENTI PREGRESSI mese di AGOSTO 2013

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aggiornamento al 27.08.2013

aggiornamento al 21.08.2013

aggiornamento al 14.08.2013

aggiornamento al 09.08.2013

aggiornamento al 05.08.2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

AGGIORNAMENTO AL 27.08.2013

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Il TAR sconfessa la Regione Lombardia:
LE OPERE EDILIZIE CHE COMPORTANO MUTAMENTO DELLA DESTINAZIONE D'USO VANNO SEMPRE QUALIFICATE COME "RISTRUTTURAZIONE EDILIZIA"!!

     Tempo addietro, abbiamo pubblicato la risposta 20.07.2012 della Regione Lombardia in ordine ad un quesito comunale sul mutamento della destinazione d'uso senza opere edilizie in forza della L.R. n. 12/2005. Non solo: abbiamo anche pubblicato l'ulteriore risposta del 10.01.2013, sempre della Regione Lombardia, a seguito della replica di chiarimento al primo riscontro fornito.
     Invero, nella replica 10.10.2012 di chiarimento è stato sollevato un legittimo dubbio -circa la risposta fornita del 20.07.2012- laddove è stato evidenziato quanto segue: "Poiché nella Vs. risposta e-mail del 20/07/2012 si sostiene che "i mutamenti di destinazione d’uso, conformi alle previsioni urbanistiche comunali, connessi alla realizzazione di opere edilizie non mutano la qualificazione dell’intervento” e dunque possono essere ricondotti anche alla tipologia di intervento della “manutenzione straordinaria”, è necessario comprendere come tale affermazione sia coniugabile con quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 309 del 23.11.2011.". E l'ulteriore risposta regionale del 10.01.2013 così recita: "Se è vero che la sentenza dichiara altresì l'illegittimità costituzionale dell'art. 103 della L.R. 12/2005 nella parte in cui disapplica l'art. 3 del D.P.R. n. 380/2001, è altrettanto vero che la disposizione regionale che detta la definizione degli interventi di manutenzione straordinaria [lett. b) del citato art. 27], oltretutto successiva a quella statale, da cui effettivamente si discosta per un profilo significativo quale quello relativo al numero delle unità immobiliari coinvolte, non è stata oggetto di diretta censura da parte del giudice costituzionale e, pertanto, la definizione di manutenzione straordinaria data dal legislatore regionale ad oggi rimane presente nell'ordinamento, con la conseguente disciplina.".
     Ebbene, sul piano strettamente formale la risposta parrebbe non fare una grinza ma sul piano sostanziale stride fortemente con quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con
sentenza 23.11.2011 n. 309, e tale risposta non ha convito gli addetti ai lavori fin da subito. E neanche a farlo apposta, recentemente il TAR Milano ha detto la propria sulla questione come da sentenza di seguito riportata, essendo dell'avviso contrario rispetto a quanto sostenuto dalla Regione.


EDILIZIA PRIVATA
: Gli interventi edilizi che comportano modifiche alla destinazione d’uso del fabbricato sul quale incidono, nonché un aumento della superficie dello stesso, non possono essere ricondotti alla categoria della manutenzione straordinaria.
Anche la giurisprudenza, si è orientata nel senso di ritenere che se le opere determinano la modifica di destinazione d’uso ovvero un aumento di superficie dell’immobile, esse vanno qualificate quale intervento di ristrutturazione edilizia.
L’art. 27, primo comma, lett. c), della l.r. 11.03.2005 n. 12, al contrario del citato art. 3 del d.P.R. n. 380/2001, nel fornire la definizione degli interventi di manutenzione straordinaria, non pone il limite del mantenimento della destinazione d’uso né quello dell’aumento di superficie. Ritiene tuttavia il Collegio che la lacuna contenuta nella legge regionale vada colmata attraverso l’applicazione delle norme statali, posto che queste ultime, nella parte in cui definiscono le categorie di interventi edilizi, vanno considerate quali espressione di principi fondamentali della materia (cfr. Corte Costituzionale, sent. n. 309 del 23.11.2011), e che, quindi, una diversa interpretazione porrebbe inevitabilmente il citato art. 27 in contrasto con l’art. 117, comma terzo, Cost.
Deve pertanto ritenersi che, anche per la normativa regionale, le opere che determinano il cambio di destinazione d’uso o un aumento di superficie dell’immobili su cui incidono vanno qualificate quali interventi di ristrutturazione edilizia.

In base all’art. 3, comma primo, lett. b), del d.P.R. 06.06.2001 n. 380, possono considerarsi interventi di manutenzione straordinaria “…le opere e le modifiche necessarie per rinnovare e sostituire parti anche strutturali degli edifici, nonché per realizzare ed integrare i servizi igienico-sanitari e tecnologici, sempre che non alterino i volumi e le superfici delle singole unità immobiliari e non comportino modifiche delle destinazioni di uso”.
Come si vede questa norma è chiara nell’affermare che gli interventi edilizi che comportano modifiche alla destinazione d’uso del fabbricato sul quale incidono, nonché un aumento della superficie dello stesso, non possono essere ricondotti alla categoria della manutenzione straordinaria.
Anche la giurisprudenza, in applicazione di questa norma, si è orientata nel senso di ritenere che se le opere determinano la modifica di destinazione d’uso ovvero un aumento di superficie dell’immobile, esse vanno qualificate quale intervento di ristrutturazione edilizia (cfr. ex multis TAR Emilia Romagna Parma sez. I, 25.05.2011 n. 154).
L’art. 27, primo comma, lett. c), della l.r. 11.03.2005 n. 12, al contrario del citato art. 3 del d.P.R. n. 380/2001, nel fornire la definizione degli interventi di manutenzione straordinaria, non pone il limite del mantenimento della destinazione d’uso né quello dell’aumento di superficie. Ritiene tuttavia il Collegio che la lacuna contenuta nella legge regionale vada colmata attraverso l’applicazione delle norme statali, posto che queste ultime, nella parte in cui definiscono le categorie di interventi edilizi, vanno considerate quali espressione di principi fondamentali della materia (cfr. Corte Costituzionale, sent. n. 309 del 23.11.2011), e che, quindi, una diversa interpretazione porrebbe inevitabilmente il citato art. 27 in contrasto con l’art. 117, comma terzo, Cost.
Deve pertanto ritenersi che, anche per la normativa regionale, le opere che determinano il cambio di destinazione d’uso o un aumento di superficie dell’immobili su cui incidono vanno qualificate quali interventi di ristrutturazione edilizia
(TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 26.07.2013 n. 1985 - link a www.giustizia-amministrativa.it).
 

QUINDI??

     Nella fattispecie ci sono di mezzo i soldi ovverosia il mancato introito nelle casse comunali del contributo di costruzione (oo.uu. + costo di costruzione) laddove si perseguisse la tesi propinata dalla Regione. Il buon senso, invece, porta a dire che il TAR Milano ha ragione e se non si vuole rischiare di persona dinanzi alla Corte dei Conti (circa il mancato incasso del contributo dovuto) sarà bene adeguarci alla corretta interpretazione della norma siccome proposta dal Giudice amministrativo meneghino.
     Tanto, è solo questione di tempo e rivedremo un "film" già dato più volte negli ultimi anni: presto o tardi che sia, il TAR Lombardia rimetterà gli atti alla Consulta (non appena un comune farà pagare ed il cittadino si opporrà impugnando il provvedimento amministrativo) e la stessa sentenzierà, per l'ennesima volta che "è la Terra che gira attorno al Sole, e non viceversa!!".
27.08.2013 - LA SEGRETERIA PTPL

dite la vostra ... RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

EDILIZIA PRIVATA: R. Cartasegna, IL NOVELLATO TESTO UNICO DELL’EDILIZIA TRA IMPROBABILI “SEMPLIFICAZIONI” E SICURE “CRITICITÁ” - Note a margine dell’art. 30 della Legge 09.08.2013 n. 98 (23.08.2013).

UTILITA'

EDILIZIA PRIVATA - SICUREZZA LAVOROSicurezza sui luoghi di lavoro e nei cantieri e nuove regole in edilizia: ecco le modifiche introdotte dalla “Legge del Fare.
La “Legge del Fare” (Legge 09.08.2013, n. 98 di conversione del Decreto del Fare) apporta modifiche al testo unico della sicurezza e al testo unico sull’edilizia.
Tra le modifiche e le semplificazioni più interessanti, segnaliamo:
Edilizia
Ricostruzioni e ristrutturazioni edilizie senza vincolo di sagoma
SCIA ed edilizia libera: semplificazioni per autorizzazioni e nulla-osta
Deroghe in materia di limiti di distanza tra fabbricati
Possibilità di richiedere “Certificato di agibilità parziale”
Stop al silenzio-rifiuto per il Permesso di Costruire in caso di vincoli
Proroghe ai termini di inizio e fine dei Permessi di Costruire
Estensione della validità del DURC
Sicurezza
DUVRI facoltativo e semplificazione per la valutazione dei rischi per le attività a basso rischio
POS, PSC e Fascicolo dell’Opera semplificati per i cantieri temporanei e mobili
Tempi più rapidi per le verifiche periodiche delle attrezzature
Misure di semplificazione per le prestazioni lavorative di breve durata
La redazione di BibLus-net mette a disposizione dei lettori lo Speciale di approfondimento con tutte le misure introdotte dalla “Legge del Fare” in materia di edilizia e sicurezza nei luoghi di lavoro (22.08.2013 - link a www.acca.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - APPALTI - ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA: Guida alle semplificazioni del decreto legge del Fare (20.08.2013 - Dipartimento della funzione pubblica, Ufficio per la semplificazione amministrativa).

SINDACATI

ENTI LOCALI: Art. 208 del C.d.S. - Prima apertura della Corte dei Conti Lombardia sul finanziamento di progetti per l'ampliamento dei servizi (CGIL-FP di Bergamo, nota 23.08.2013).

NOTE, CIRCOLARI E COMUNICATI

APPALTI - EDILIZIA PRIVATA: OGGETTO: DURC. Recapito del documento esclusivamente tramite Posta Elettronica Certificata (PEC) (inps, messaggio 23.08.2013 n. 13414).
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Il Durc con la Pec. Dal 2 settembre il rilascio online. Messaggio Inps sull'utilizzo della posta certificata.
In soffitta il Durc cartaceo. Dal 2 settembre, infatti, sia alle pubbliche amministrazioni che alle imprese il Documento unico di regolarità contributiva (Durc) sarà recapitato da Inail, casse edili e Inps esclusivamente tramite posta elettronica certificata (pec) all'indirizzo indicato dal richiedente sul modulo telematico di richiesta.

La novità, anticipata da ItaliaOggi il 16 luglio scorso, è illustrata dall'Inps nel messaggio 23.08.2013 n. 13414.
La novità, spiega l'Inps, deriva dalle ultime riforme in materia di semplificazione volte a favorire la riduzione dei costi amministrativi alle imprese, valorizzando l'utilizzo dei nuovi canali informatici come strumento di interazione tra pubbliche amministrazioni, cittadini, imprese e professionisti. Un percorso di riforma che, a partire dal 1° luglio scorso, ha imposto alle pubbliche amministrazione di non accettare più o effettuare le comunicazioni in forma cartacea nei rapporti con le imprese.
Questo rinnovato quadro normativo, aggiunge l'Inps, ha reso necessaria la revisione anche del sistema di trasmissione utilizzato per notificare il Durc alle stazioni appaltanti/amministrazioni procedenti e alle imprese che ne fanno richiesta, nei residuali casi in cui la normativa ancora consente l'acquisizione diretta di tale documento. Una revisione che ha condotto a due decisioni: da una parte che la trasmissione dei Durc avviene esclusivamente tramite lo strumento della Pec; e dall'altra l'obbligatorietà, all'atto dell'inserimento della richiesta del Durc, della valorizzazione del campo relativo all'indirizzo Pec al quale si richiede l'invio (e verrà trasmesso) il Durc. Per tali ragioni, a partire dal 01.07.2013, sulla procedura sportello unico previdenziale è stato inserito un messaggio informativo che comunica la decorrenza dal 02.09.2013 dell'obbligatorietà dell'indicazione dell'indirizzo Pec nella richiesta.
Dal 2 settembre, in conclusione, l'inoltro della richiesta di Durc sarà consentito solo se il sistema dello sportello unico previdenziale rileva l'avvenuta registrazione, nell'apposito campo del modulo di richiesta, dell'indirizzo Pec della stazione appaltante/amministrazione procedente, delle Soa e delle imprese. Dalla stessa data, sia per le pubbliche amministrazioni che per le imprese, i Durc saranno recapitati dall'Inail, dalle casse Edili e dall'Inps, esclusivamente tramite pec, agli indirizzi indicati dagli utenti nel modulo telematico di richiesta.
Dal punto di vista operativo, nella nota del 15 luglio scorso la Cnce spiega che nella richiesta del Durc le imprese, anziché il proprio, possono indicare l'indirizzo mail (sempre posta elettronica certificata) del loro consulente. Infine, l'Inps precisa che le ulteriori istruzioni operative per la compilazione della richiesta possono essere consultate nel Manuale per la compilazione del Durc, pubblicato sul relativo sito internet (www.sportellounicoprevidenziale.it) (articolo ItaliaOggi del 24.08.2013
).

INCARICHI PROGETTUALI: Oggetto: rettifica e aggiornamento prospetti polizza professionale allegati alla circolare n. 250 del 12.07.2013 (Consiglio Nazionale degli Ingegneri, circolare 06.08.2013 n. 262).

LAVORI PUBBLICI - PATRIMONIO: Oggetto: Istruzioni e linee guida per la fornitura e posa in opera di segnaletica stradale (Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, nota 05.08.2013 n. 4867 di prot.).
---------------
Un freno dai Trasporti alla segnaletica creativa.
La segnaletica stradale deve essere uniforme e adeguata alle direttive ministeriali. Sono quindi fuori legge tutte le iniziative locali finalizzate a valorizzare un attraversamento pedonale o un incrocio senza il rispetto delle specifiche tecniche richieste dalla normativa.

Lo ha chiarito il Ministero dei trasporti con la circolare 05.08.2013 n. 4867 di prot. avente per oggetto «istruzioni e linee guida per la fornitura e posa in opera di segnaletica stradale».
Nonostante l'art. 38/6° del codice stradale richiami chiaramente la necessaria uniformità della segnaletica stradale sono tanti gli enti proprietari delle strade che in questi anni hanno intrapreso scelte originali spesso molto censurabili.
Nonostante le continue e ripetute diffide e due direttive ad hoc del 24.10.2000 e del 27.04.2006 la questione è ancora molto combattuta per cui il ministero ha ritenuto opportuno riepilogare tutta la disciplina in materia alla luce del regolamento 305/2011/Ue che dal 1° luglio ha definitivamente sostituito la direttiva 89/106/Ce. In particolare ai sensi di questa dettagliata disposizione normativa ora tutta la segnaletica verticale deve essere marcata Ce e deve rispondere a specifiche tecniche ad hoc richiamate anche dall'art. 63 del codice degli appalti.
Per quanto non coperto da norme armonizzate, prosegue la nota centrale, restano valide le norme nazionali per esempio circa i vincoli e le modalità di impiego dei segnali e dei dispositivi contemplati nell'art. 45/6° del codice stradale per i quali è obbligatorio ricorrere a prodotti omologati o approvati. È il caso per esempio della segnaletica temporanea di cantiere, dei segnali complementari previsti dall'art. 42 Cds (tra cui i dispositivi destinati ad impedire la sosta o limitare la velocità) e tutti gli altri dispositivi analoghi previsti dal regolamento stradale.
La questione sulla corretta e uniforme applicazione delle norme in materia di segnaletica però è già stata adeguatamente approfondita in particolare dalla direttiva del 27.04.2006 che per la prima volta viene ufficializzata dopo un periodo di grande incertezza sull'ufficialità della stessa (articolo ItaliaOggi del 22.08.2013
).

CORTE DEI CONTI

CONSIGLIERI COMUNALI - PUBBLICO IMPIEGO - SEGRETARI COMUNALIConsiglieri fuori dai controlli interni.
È inammissibile la partecipazione dei consiglieri comunali al sistema dei controlli interni disciplinato dall'articolo 147 del Tuel. E ciò per due motivi. Innanzitutto, l'elencazione dei soggetti coinvolti in tale sistema, che include le figure organizzative di maggior livello di responsabilità presenti negli enti locali, è da intendersi rigorosamente tassativa.
Inoltre, essendo i controlli interni l'esplicazione di un'attività amministrativa, il loro esercizio è precluso agli organi di natura politica, quali sono i consiglieri comunali.

È quanto ha messo nero su bianco la sezione regionale di controllo della Corte dei conti per la regione Liguria nel testo del parere 10.05.2013 n. 35, con cui ha fatto chiarezza su un particolare aspetto in merito alla disciplina dei controlli interni novellata dal recente intervento legislativo operato con il decreto legge «Salva enti» (art. 3 del dl n. 174/2012).
Nel parere in esame, il sindaco del comune di Cervo (Im), chiedeva l'intervento della Corte in funzione consultiva per sapere se fosse legittima la modifica del regolamento comunale, nel prevedere che al sistema dei controlli interni, al segretario dell'ente, ai responsabili dei servizi e alle unità organizzative, potessero affiancarsi anche i componenti del consiglio comunale.
Nel merito, la Corte ligure ha osservato che la lettura dell'articolo 147 Tuel, nel testo della sua nuova formulazione, individua distintamente i soggetti coinvolti e che i successivi articoli definiscono chiaramente il ruolo di ciascuno di tali soggetti «non lasciando spazio all'inserimento di ulteriori figure con specifiche competenze». Ne consegue che l'elencazione normativa dei soggetti che partecipano al sistema dei controlli interni è da considerarsi tassativa, ferma restando l'autonomia normativa e organizzativa di ciascun ente.
Inoltre, depone a favore dell'inammissibilità della partecipazione dei consiglieri comunali a tale sistema un'ulteriore considerazione. In pratica, i controlli interni ex art. 147 Tuel appartengono alla categoria dei controlli amministrativi delle pubbliche amministrazioni. In tale categoria sono ricomprese tutte le varie forme di controllo che hanno a oggetto atti o attività poste in essere da organi o uffici amministrativi di un ente. Pertanto, ammette la Corte, posto che si tratta di attività amministrativa, anche se strumentale rispetto a quella «attiva», il suo esercizio è precluso agli organi di natura politica, quali sono i componenti del consiglio comunale.
Questi ultimi, piuttosto, figurano tra i soggetti referenti e beneficiari delle risultanze dell'attività di controllo espletate all'interno dell'apparato amministrativo e, qualora lo ritengano opportuno, possono utilizzare altri strumenti giuridici (su tutti, il deposito di interrogazioni e il diritto di accesso garantito dall'articolo 43 Tuel) per garantire il pieno soddisfacimento delle esigenze informative connesse all'adempimento del loro ufficio (articolo ItaliaOggi del 23.08.2013
).

NEWS

EDILIZIA PRIVATAEdilizia. Il Decreto del Fare consente alle Regioni di autorizzare la realizzazione di edifici a meno di 10 metri l'uno dall'altro.
Meno vincoli sulle costruzioni. Derogabili le regole nazionali sulla distribuzione degli spazi urbanistici.
LA CONDIZIONE/ La normative locali non potranno comunque andare oltre il Codice civile e le disposizioni integrative sulla proprietà.

Il decreto del fare (Dl 69/2013) ha modificato uno dei princìpi finora considerati inviolabili in edilizia: l'inderogabilità dei limiti delle distanze tra costruzioni stabiliti dal Dm 02.04.1968 n. 1444. La legge di conversione del Dl (la 98/2013) ha, infatti, introdotto un nuovo articolo –il 2-bis– al Testo unico dell'edilizia (Tue, Dpr 380/2001), secondo cui le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano possono prevedere, con proprie leggi e regolamenti, deroghe al Dm 1444/1968, che disciplina i limiti di densità edilizia, di altezza, di distanza fra i fabbricati.
Questi enti potranno, poi, dettare disposizioni sugli spazi da destinare agli insediamenti residenziali, a quelli produttivi, a quelli riservati alle attività collettive, al verde e ai parcheggi, nell'ambito della definizione o revisione di strumenti urbanistici comunque funzionali a un assetto complessivo e unitario o di specifiche aree territoriali.
Con il nuovo articolo 2-bis, le Regioni e le Province autonome hanno ora la possibilità di modificare l'assetto normativo finora regolato dal Dm 1444/1968. Esso contiene il "cuore" della normativa nazionale su densità abitativa e dimensione e posizione degli edifici, mentre il Codice civile si occupa principalmente di distanze rispetto a siepi, alberi, muri di cinta, pozzi, comunioni forzose, finestre, balconi eccetera. Il Dm 1444 prevede, in sintesi, per i nuovi edifici una distanza minima di 10 metri, per risanamenti conservativi e ristrutturazioni uno spazio non inferiori a quello tra i volumi edificati preesistenti (contati senza tener conto di costruzioni aggiuntive di epoca recente e prive di valore storico, artistico o ambientale).
Il nuovo articolo 2-bis del Tue va inquadrato in un contesto caratterizzato, da un lato, dalla tendenza di Regioni e Comuni di introdurre disposizioni legislative e regolamentari derogatorie al Dm 1444/1968 e, dall'altro, da un costante e consolidato principio giurisprudenziale che dà efficacia precettiva e inderogabile all'articolo 9 del Dm: spesso, i giudici sono stati chiamati a valutare norme comunali contenute nei piani regolatori, nelle Nta (Norme tecniche di attuazione) e negli strumenti attuativi che si discostavano variamente dai limiti del Dm, prevedendo distanze minori, dichiarandole illegittime.
Anche la Corte costituzionale si è più volte pronunciata sulla legittimità di alcune disposizioni regionali che, forzando il dettato del Dm 1444/1968, introducevano disposizioni derogatorie ai limiti fissati dal legislatore nazionale. Nelle sue pronunce, la Consulta ha costantemente ribadito che le Regioni che derogano ai limiti nazionali travalicano le proprie competenze in materia di governo del territorio interferendo con la competenza esclusiva dello Stato a fissare le distanze minime (sentenze 232/2005, 114/212 e 6/2013).
In tale quadro, tuttavia, è lo stesso Dm 1444/1968 che qualifica i limiti in tema di distanze come «inderogabili» ammettendo, al contempo, distanze inferiori per gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni plano volumetriche. La deroga, in tali casi, è consentita perché i piani particolareggiati e le lottizzazioni convenzionate sono forme di pianificazione attuativa che regolamentano in modo complessivo e unitario determinate zone. Nell'ambito di tale normativa è consentito ai Comuni sacrificare l'interesse al rispetto delle distanze con altri vantaggi per il bene pubblico (ad esempio, aumento delle aree verdi).
È su questa possibilità di deroga prevista dal Dm 1444/1968 che fa leva la Scheda di lettura redatta dal servizio Studi della Camera il 7 agosto scorso, quando suggerisce che le nuove disposizioni derogatorie introdotte dall'articolo 2-bis a favore di Regioni e Province autonome dovrebbero essere dettate nell'ambito della definizione o revisione di strumenti urbanistici comunque funzionali a un assetto complessivo e unitario del territorio o di specifiche aree.
Tuttavia, il punto sembra restare controverso in quanto il tenore letterale dell'articolo 2-bis sembra prevedere due distinte facoltà: quella di dettare disposizioni derogatorie al Dm 1444/1968 accanto a quella di dettare disposizioni sugli spazi da destinare agli insediamenti residenziali, a quelli produttivi, a quelli riservati alle attività collettive, al verde e ai parcheggi.
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Licenze. Snellite le procedure di rilascio. Se c'è un obbligo ambientale 30 giorni per l'ok dell'ufficio.
LA PROROGA/ Possono slittare di tre anni i termini di inizio e fine lavori nelle convenzioni di lottizzazione.

Il decreto del fare (Dl 69/2013) contiene numerose semplificazioni nelle costruzioni. Tra queste, oltre alle innovazioni "sostanziale" (liberalizzazione della sagoma e derogabilità dei limiti delle distanze tra le costruzioni), spiccano le modifiche "procedurali" che hanno mutato il rilascio dei titoli abilitativi. In tale ambito c'è la sostanziale riscrittura dell'articolo 20 del Testo unico dell'edilizia (Dpr 380/2001, Tue) sulla disciplina per gli immobili vincolati.
In particolare l'articolo 20 del Tue prevede ora che quando sia richiesto un permesso di costruire per un intervento soggetto a vincoli ambientali, paesaggistici o culturali il dirigente (o il responsabile dell'ufficio competente) deve adottare il provvedimento finale entro 30 giorni dal rilascio del nulla osta da parte dell'amministrazione preposta alla tutela del vincolo: in caso di valutazione positiva, il procedimento amministrativo andrà concluso con l'adozione di un provvedimento espresso. In caso di diniego dell'atto di assenso (sia trasmesso dall'amministrazione competente sia acquisito in conferenza di servizi), se il dirigente non emana il provvedimento conclusivo (di rigetto) entro 30 giorni, la domanda si intende respinta e, in tal caso, il responsabile del procedimento sarà comunque tenuto trasmettere al richiedente il provvedimento di diniego.
La trasmissione in un termine molto celere –cinque giorni– garantisce l'effettività dell'azione giudiziale per chi si è visto negare il provvedimento: in tal modo, si conoscono i motivi giuridici che ostano all'accoglimento.
Novità anche per l'autorizzazione paesaggistica. Il Dl 69/2013 interviene, in primo luogo, sui termini per il completamento dei lavori: resta fermo che l'autorizzazione è efficace per cinque anni, ma il decreto precisa che, se i lavori sono iniziati nel quinquennio, l'autorizzazione si considera efficace per tutta la loro durata. Nella precedente formulazione, scaduto il termine, i lavori ancora da realizzare dovevano essere nuovamente autorizzati.
Sempre nell'ambito del procedimento per l'autorizzazione paesaggistica, viene dimezzato il termine di rilascio entro il quale l'amministrazione competente provvede sulla domanda di autorizzazione: da 90 a 45 giorni dalla ricezione degli atti endoprocedimentali.
Ulteriore agevolazione per il settore delle costruzioni è la possibilità di ottenere una proroga per i termini di inizio e fine lavori stabiliti dall'articolo 15 del Tue. Per ottenerla, il titolare di un permesso di costruzione potrà comunicare all'amministrazione di avvalersi della facoltà riconosciuta dal comma 3 dell'articolo 30 del Dl 69/2013. La comunicazione potrà essere presentata a condizione che:
i termini non siano già decorsi al momento della presentazione;
i titoli abilitativi non risultino in contrasto, al momento della comunicazione, con nuovi strumenti urbanistici approvati o adottati;
la normativa regionale non preveda disposizioni differenti.
Il decreto del fare prevede una proroga di validità anche per i termini di inizio e fine lavori nell'ambito delle convenzioni di lottizzazione o degli accordi simili comunque nominati dalla legislazione regionale, stipulati sino al 31.12.2012: la norma, nella versione convertita dalla legge 98/2013, accorda uno slittamento dei citati termini di tre anni.
Si ricorda che la possibilità di ottenere una proroga dei termini di inizio e fine lavori previsti dall'articolo 15 del Tue prima della nuova disposizione del decreto del fare esisteva già, ma era sottoposta ad una stringente valutazione degli uffici tecnici comunali, che la concedevano soltanto se l'istanza di proroga era giustificata da serie e non prevedibili ragioni (articolo Il Sole 24 Ore del 25.08.2013
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EDILIZIA PRIVATA - VARIArriva il tutor per le imprese. Permessi di costruire più rapidi. Successioni snellite. Un vademecum della camera sul ddl semplificazioni che ha iniziato il proprio iter.
In arrivo il tutor delle imprese per assistere l'aziende nei rapporti con la p.a. Permessi di costruire più rapidi, mentre per le varianti non essenziali basterà la Scia. Per le successioni mortis causa si estende l'area di esonero dalla dichiarazione degli eredi più prossimi, che potranno avvalersi anche di copie non autentiche della documentazione.
È quanto prevede il ddl semplificazioni, approvato dal consiglio dei ministri lo scorso 19 giugno e assegnato nei giorni scorsi alla commissione affari costituzionali del Senato per l'avvio dell'iter parlamentare.
Riguardo al permesso di costruire, oggi i 60 giorni concessi al responsabile del procedimento per formulare una proposta di provvedimento e richiedere documentazione integrativa sono raddoppiati in due ipotesi: nei comuni con più di 100 mila abitanti e per i progetti ritenuti particolarmente complessi. In futuro dovranno sussistere entrambe le condizioni. Stop, quindi, al raddoppio automatico nelle grandi città, con un significativo abbattimento dei tempi.
Sempre in tema di edilizia, le varianti al permesso di costruire saranno possibili presentando la Scia (segnalazione certificata di inizio attività). Se i lavori non violano le prescrizioni urbanistico-edilizie già accordate, ci si potrà discostare dal permesso con la procedura facilitata. È però necessario acquisire prima i dovuti atti di assenso (ambientale, paesaggistico ecc.) e la modifica non deve configurare una variazione essenziale dell'immobile. Ok, quindi, a modifiche sulle entità delle cubature accessorie, sui volumi tecnici e sulla distribuzione interna delle singole unità abitative. Inoltre, in attesa degli opportuni accertamenti dell'amministrazione non si darà luogo alla sospensione dei lavori prevista dall'articolo 27 del dpr n. 380/2001.
Una novità che, come evidenzia in un dossier il servizio studi di palazzo Madama, tramite la presentazione della Scia «consente l'avvio dei lavori il giorno stesso della sua presentazione, mentre con la Dia occorre attendere 30 giorni». Per quanto attiene le varianti al permesso di costruire si ricorda che l'articolo 32 del dpr n. 380/2001 attribuisce alle regioni il compito di stabilire quali siano le variazioni essenziali al progetto approvato (in via generale: mutamento della destinazione d'uso, aumento consistente della cubatura, modifiche sostanziali di parametri urbanistico-edilizi del progetto approvato, violazione delle norme vigenti in materia di edilizia antisismica).
Importanti novità in arrivo anche in materia di Pubblico registro automobilistico. Dal 01.07.2014 chi subisce il furto dell'auto non dovrà più comunicare al Pra la perdita di possesso: provvederanno le forze dell'ordine cui il cittadino abbia presentato la denuncia. Situazione analoga in caso di cambio di residenza (ci penserà l'anagrafe). Semaforo rosso anche alle dichiarazioni unilaterali di vendita del veicolo: per evitare fenomeni fraudolenti e/o intestazioni fittizie dei mezzi, saranno necessari atti bilaterali recanti la sottoscrizione autenticata del venditore e dell'acquirente.
Per quanto concerne le imprese sarà istituito un vero e proprio tutor che guiderà le aziende in tutti quei procedimenti amministrativi che, secondo la normativa vigente, si devono concludere con provvedimento espresso. A fornire il servizio saranno gli sportelli unici per le attività produttive (Suap), nella persona del responsabile dello sportello stesso o di un suo delegato.
Tra le diverse norme tributarie recate dal ddl, una è volta a semplificare gli adempimenti in materia di dichiarazione di successione. La soglia di esenzione dell'asse ereditario viene elevata dagli attuali 25 mila a 75 mila euro, purché non siano interessati immobili o diritti reali immobiliari. Ad avvalersi dell'agevolazione saranno il coniuge o i parenti in linea retta (per esempio i figli) del de cuius. Laddove la dichiarazione debba essere presentata, inoltre, viene data facoltà ai contribuenti di allegare anche copie non autentiche della documentazione (accompagnate da una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà). Resta facoltà dell'Agenzia delle entrate, tuttavia, chiedere agli eredi di esibire gli originali in sede di controllo.
Interventi anche a tutela di chi investe sui mercati finanziari. Viene inserito nel Tuf un nuovo articolo 4-quater, che estende a tutte le aree di vigilanza della Consob i più penetranti poteri di indagine già previsti dall'articolo 187-octies del Tuf in materia di abusi di mercato. Introdotta anche una specifica sanzione amministrativa pecuniaria a danno degli amministratori di società quotate che commettono gravi violazioni in materia di operazioni con parti correlate (articolo ItaliaOggi del 23.08.2013
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EDILIZIA PRIVATADECRETO DEL FARE/ La disposizione osteggiata dai presidenti di Veneto e Friuli
Campeggi, spazio ai bungalow. Al posto delle roulotte e senza permesso di costruire.

Bungalow nei campeggi al posto delle piazzole per le roulotte e senza più la necessità di chiedere il permesso di costruire. Il decreto legge Fare (dl 69/2013, legge conv. 98/2013, in G.U. del 20 agosto) non ha introdotto alcun nuovo obbligo a danno di camper e roulotte, ma ha soltanto aggiunto un inciso al fine di chiarire che è consentito ciò che invece si temeva fosse inibito.
Pare, invece, che l'obiettivo non sia stato raggiunto, se anche la Commissione ambiente della Camera, nella seduta dell'11 luglio scorso, ha ritenuto utile sostituire l'articolato proposto dal governo, in sede di conversione del decreto legge, con altro testo, «più consono alla soluzione del problema proposto».
La norma contesa. Il dpr 380/2001, ovvero il Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, all'articolo 3, contiene le definizioni degli interventi edilizi. E, specificatamente al comma 1, lettera e) elenca gli «interventi di nuova costruzione», ovvero quelli assoggettati alla procedura autorizzatoria precisando che, sono comunque da considerarsi tali, tra gli altri, «l'installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere, quali roulotte, camper, case mobili, imbarcazioni, che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili, e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee».
Il decreto legge Fare 69/2013, entrato in vigore il 21 giugno scorso e che per la parte in questione non è stato modificato dalla legge di conversione 98/2013 pubblicata in G.U. il 20 agosto, non ha fatto altro che aggiungere al testo preesistente un inciso che è stato interpretato nei modi più vari, inducendo anche i presidenti Zaia e Serracchiani a una levata di scudi contro il governo, reo di ostacolare lo sviluppo del turismo rispettivamente in Veneto e Friuli-Venezia Giulia. Sta di fatto che l'inciso sibillino altro non aggiunge che un laconico: «Ancorché siano posizionati, con temporaneo ancoraggio al suolo, all'interno di strutture ricettive all'aperto, in conformità alla normativa regionale di settore, per la sosta e il soggiorno di turisti».
Il senso della norma. Opposto, rispetto alla levata di scudi, il fine del governo. Lo rivela la relazione di accompagnamento della legge di conversione del dl Fare. Vi si legge, infatti, che «con il comma 4 (dell'art. 40) si intende chiarire meglio la portata di alcune norme applicate in relazione all'attività di collocazione di allestimenti mobili di pernottamento e relativi accessori, temporaneamente ancorati al suolo, all'interno di strutture ricettive all'aperto per la sosta e il soggiorno di turisti, in modo da risolvere alcune questioni interpretative sorte nell'applicazione concreta delle stesse, suscettibili di ostacolare l'attività delle strutture ricettive per turisti all'aperto».
Ancora più preciso, il dossier dell'ufficio studi del Senato (n. 13/2013). Si legge infatti che «il comma 4 integra la definizione di interventi di nuova costruzione recata dall'art. 3 del T.u. edilizia (dpr 380 del 2001), escludendo le installazioni posizionate, con temporaneo ancoraggio al suolo, all'interno di strutture ricettive all'aperto, in conformità alla normativa regionale di settore, per la sosta ed il soggiorno di turisti». Nessun dubbio invece per Italia nostra che, attraverso il consigliere nazionale Montini, denuncia come sia «paradossale che, in un momento nel quale praticamente tutte le forze politiche dichiarano che una delle priorità di queste Paese è quella di evitare l'indiscriminato consumo di territorio, il governo e l'attuale maggioranza facciano a gara per massacrare le nostre coste e le zone d'Italia più suggestive» (articolo ItaliaOggi del 23.08.2013
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PUBBLICO IMPIEGO - VARIPrivacy per chi fa gli straordinari. Provvedimento del garante.
Vietato affiggere in bacheca l'elenco nominativo dei lavoratori che hanno fatto straordinario. Ed è vietato trasmettere tale elenco ai sindacati.

Lo ha precisato il garante con il provvedimento 18.07.2013 n. 358, a seguito della segnalazione di un appartenente alla polizia penitenziaria: diffusione e comunicazione alle organizzazioni sindacali violano il codice della privacy.
Nella segnalazione si è fatto presente che viene affisso mensilmente, nei locali della segreteria e nel locale corpo di guardia, l'elenco del personale appartenente al corpo di polizia penitenziaria presente nella struttura, nei confronti del quale è stata disposta la liquidazione del compenso per prestazioni di lavoro straordinario, con l'indicazione del numero di ore effettuate e delle ore retribuite compensate con turni di riposo.
Inoltre tale elenco viene trasmesso anche alle organizzazioni sindacali.
In materia esiste un accordo sindacale, che, però, prevede che l'elenco non debba essere nominativo: il personale dovrebbe essere indicato in forma anonima e aggregata, distinto per qualifica.
Il garante ha ritenuto illegittima la pubblicazione nominativa per le seguenti ragioni.
Oltre al codice della privacy, il garante ha richiamato le sue «Linee guida in materia di trattamento di dati personali di lavoratori per finalità di gestione del rapporto di lavoro in ambito pubblico», del 14.06.2007 (pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale del 13.07.2007, n. 161): in linea generale e salvo ipotesi previste da specifiche disposizioni legislative o regolamentari, non è di regola lecito diffondere informazioni personali riferite a singoli lavoratori attraverso la loro pubblicazione in comunicazioni e documenti interni affissi nei luoghi di lavoro o atti e circolari destinati alla collettività dei lavoratori.
Con riferimento specifico alle comunicazioni ai sindacati, le linee guida citate precisano che ad esclusione dei casi in cui il contratto collettivo applicabile preveda espressamente che l'informazione sindacale abbia ad oggetto anche dati nominativi del personale per verificare la corretta attuazione di taluni atti organizzativi, l'amministrazione può fornire alle organizzazioni sindacali dati numerici o aggregati e non anche quelli riferibili a uno o più lavoratori individuabili. È il caso, ad esempio, delle informazioni inerenti ai sistemi di valutazione dell'attività dei dirigenti, alla ripartizione delle ore di straordinario e alle relative prestazioni, nonché all'erogazione dei trattamenti accessori.
Nel caso dell'amministrazione penitenziaria, nessuna fonte normativa o contrattuale prevede che gli elenchi relativi al personale che effettua lavoro straordinario, oggetto di affissione e comunicazione alle organizzazioni sindacali, debba essere compilato con l'indicazione del nominativo dei lavoratori interessati, anziché in forma aggregata per categoria.
Non sono state ritenute sufficienti le prescrizioni contrattuali riferite alle comunicazioni ai sindacati relative alla gestione del personale che non prevedono la pubblicazione di elenchi nominativi. Tale pubblicazione, così come la comunicazione ai sindacati, viola l'articolo 11 del codice della privacy, secondo cui i dati personali oggetto di trattamento debbono essere non eccedenti rispetto alle finalità per le quali sono raccolti o successivamente trattati; e viola anche l'articolo 19, comma 3, del codice, che prevede che la comunicazione di dati personali da parte di un soggetto pubblico a privati o a enti pubblici economici e la diffusione di tali dati da parte di un soggetto pubblico sono ammesse unicamente quando sono previste da una norma di legge o di regolamento.
Al ministero della giustizia-dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, quindi, sono stati vietati l'affissione e la trasmissione alle organizzazioni sindacali dell'elenco nominativo del personale che ha effettuato ore di lavoro straordinario.
In materia va sottolineato che gli obblighi di trasparenza sui dati del personale sono regolati dal decreto legislativo 33/2013, relativo agli obblighi di pubblicità in capo alle amministrazioni pubbliche.
Il principio formulato dal garante vale sia per i lavoratori pubblici sia per i dipendenti privati (articolo ItaliaOggi del 23.08.2013
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ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOP.a., tagli a incarichi e auto blu. Ridotta del 20% la spesa 2012. Tutele per i precari. Oggi in consiglio dei ministri il pacchetto di riforma (decreto legge e ddl) del pubblico impiego.
Taglio del 20% sull'acquisto delle auto blu e dei buoni per i taxi, soppressione del 20% della spesa per le consulenze (a eccezione degli enti di ricerca e delle università) e norme per la stabilizzazione dei precari della p.a..
Sono alcune delle misure (si veda ItaliaOggi del 21.08.2013) contenute nel pacchetto di riforma del pubblico impiego (che sarà sdoppiato in un decreto legge e in un disegno di legge) oggi all'esame del consiglio dei ministri.
Secondo il testo che sarà certamente oggetto di limature fino all'ultimo, le amministrazioni dello stato non potranno superare, per le auto blu e le consulenze, l'80% della spesa sostenuta nel 2012. Il taglio comprende anche le spese per «la manutenzione, il noleggio e l'esercizio» delle automobili di servizio di tutte le amministrazioni pubbliche.
Precari. Nel provvedimento ci sarà anche una soluzione per gli statali con contratto a tempo determinato. Coloro che negli ultimi cinque anni hanno avuto contratti per almeno tre anni, secondo la bozza, si vedranno «riservato» il 50% dei posti messi a disposizione nei concorsi che si terranno fino al 31.12.2015. Non solo: le amministrazioni che prevedono di effettuare un concorso potranno prorogare i rapporti di lavoro con il loro personale a tempo determinato.
Con il decreto si rimette poi «in moto» il meccanismo della spending review, introdotta dal governo Monti, posticipando a dicembre molte delle scadenze fissate per il giugno scorso. In particolare si introducono norme per il prepensionamento del personale, che avrà così a disposizione due anni in più (fino al 2016) per maturare i requisiti necessari per lasciare il lavoro con le regole precedenti alla riforma voluta dall'ex ministro del welfare, Elsa Fornero.
Il pacchetto sul pubblico impiego si occupa anche della mobilità nelle società partecipate dalle amministrazioni pubbliche. Quelle partecipate, per esempio, da un comune secondo lo schema dovrebbero entrare a far parte di una «rete», in modo da organizzare le eventuali eccedenze di personale. Altri due capitoli riguardano uno l'assunzione di mille vigili del fuoco e l'altro la soluzione del caso dei concorsi per dirigente scolastico attraverso l'affidamento temporaneo di direzione ai presidi. Una misura, quest'ultima, che dovrebbe garantire il regolare avvio dell'anno scolastico.
Mobilità. Il decreto legge di modifica del lavoro pubblico chiarisce alcuni presupposti per la funzionalità dell'istituto della mobilità (che regola il «trasferimento» da un ente all'altro, non il licenziamento) e ne cancella il requisito di presupposto di legittimità per l'espletamento dei concorsi.
Consenso ai fini del trasferimento. Il dlgs 150/2009 aveva modificato l'articolo 30, comma 1, del dlgs 165/2001, stabilendo che «il trasferimento è disposto previo parere favorevole dei dirigenti responsabili dei servizi e degli uffici cui il personale è o sarà assegnato sulla base della professionalità in possesso del dipendente in relazione al posto ricoperto o da ricoprire».
La disposizione, nonostante fosse piuttosto chiara nel senso di richiedere il parere favorevole del dirigente dell'ente di provenienza (personale che «è assegnato»), come dell'ente di destinazione (personale che «sarà assegnato»), ha fatto ritenere minoritaria la dottrina, che però ha trascinato molti operatori, che fosse stato abolito il nulla osta da parte del dirigente dell'ente di provenienza. Insomma, una lettura sommaria della disposizione, aveva sollevato il dubbio, per la verità risolto negativamente dal dipartimento della funzione pubblica col parere 10395/2013, che bastasse il solo consenso al trasferimento dell'ente presso il quale il dipendente si trasferisse.
Il legislatore, allo scopo di scongiurare qualsiasi applicazione distorta dell'istituto della mobilità, risolve il problema modificando il comma 1 del citato articolo 30, il quale ora dispone che il trasferimento è disposto previo parere favorevole «sia dei dirigenti responsabili dei servizi e degli uffici cui il personale è assegnato sia dei dirigenti responsabili dei servizi e degli uffici cui il personale sarà assegnato».
Mobilità non più presupposto per i concorsi. Sempre il dlgs 150/2009 aveva stabilito, nei commi 2 e 2-bis, dell'articolo 30 che le amministrazioni pubbliche avrebbero dovuto procedere obbligatoriamente alla mobilità volontaria, prima di svolgere i concorsi, a pena di illegittimità.
Si era trattato di un irrigidimento illogico della disciplina del reclutamento nel lavoro pubblico. La sola mobilità obbligatoria, prevista dall'articolo 34-bis del dlgs 165/2001, come strumento di tutela di dipendenti in disponibilità e, dunque, alle soglie del licenziamento, si giustifica come presupposto obbligatorio prima dell'indizione dei concorsi. La mobilità volontaria, invece, altro non è se non un razionale strumento per distribuire meglio il personale, mediante trasferimenti tra enti.
Il decreto legge prende atto dell'eccessivo carico burocratico dovuto alla mobilità volontaria come passo necessario per i concorsi. Così, dal comma 2-bis dell'articolo 30 sparisce la previsione secondo la quale «le amministrazioni, prima di procedere all'espletamento di procedure concorsuali, finalizzate alla copertura di posti vacanti in organico, devono attivare le procedure di mobilità di cui al comma 1», che appunto obbliga alla mobilità prima dei concorsi. Al posto di tale disposizione, si prevede, invece semplicemente che le amministrazioni intenzionate ad attivare le procedure di mobilità (tornate a essere una facoltà) per coprire posti vacanti in organico seguono gli ordini di priorità nelle assunzioni fissati dalla restante parte del comma 2.
Distribuzione del personale. Il fine di utilizzare la mobilità volontaria per distribuire meglio il personale tra amministrazioni non sarà, dunque, più perseguito con l'obbligatorietà dell'istituto, ma mediante un decreto del ministro della funzione pubblica.
Tale provvedimento avrà lo scopo di fissare misure per agevolare i processi di trasferimento dei dipendenti, per rafforzare gli organici delle amministrazioni in difficoltà.
In particolare, da subito si prevede che fino al 31.12.2014 i dipendenti, anche di qualifica dirigenziale, di amministrazioni che dichiarino esuberi lavorativi, potranno chiedere la mobilità volontaria presso il ministero della giustizia, per essere impiegati nell'ambito del personale amministrativo operante presso gli uffici giudiziari. Allo scopo, il ministero dovrà effettuare delle selezioni e accollarsi l'onere di assegni ad personam, riassorbibili, laddove il lavoratore trasferito disponga di un trattamento più favorevole, a parità di qualifica (articolo ItaliaOggi del 23.08.2013
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ATTI AMMINISTRATIVI - VARIP.a., semplificazioni a raffica. Indennizzi da ritardo, adempimenti unici, multe scontate. Tutte le novità per le amministrazioni locali della legge di conversione del dl fare.
Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale n. 194 del 20 agosto della legge n. 98 di conversione del cosiddetto «decreto del fare» (dl 69/2013) inizia ufficialmente la sperimentazione del nuovo indennizzo da ritardo nella conclusione dei procedimenti amministrativi. Ma per le p.a. il provvedimento contiene anche numerose altre novità.
In caso di mancato rispetto del termine per concludere le pratiche, l'amministrazione responsabile dovrà corrispondere all'interessato, a titolo di indennizzo per il mero ritardo e con decorrenza dalla data di scadenza, una somma pari a 30 euro per ogni giorno di ritardo e comunque complessivamente non superiore a 2.000 euro.
In sede di prima applicazione, la misura si applicherà solo ai procedimenti amministrativi relativi all'avvio e all'esercizio dell'attività di impresa. Dopo 18 mesi, un regolamento statale, sulla base del monitoraggio relativo alla sua applicazione, ne stabilirà la conferma, la rimodulazione, anche con riguardo ai procedimenti amministrativi esclusi, o la cessazione, nonché eventualmente il termine a decorrere dal quale essa verrà estesa, anche gradualmente, ad altri procedimenti. Anche a regime, comunque, l'indennizzo potrà essere previsto solo nei procedimenti a iniziativa di parte per i quali sussiste l'obbligo di pronunziarsi, con esclusione, quindi, di quelli avviati d'ufficio. Rimangono fuori dall'ambito di applicazione del nuovo istituto anche le ipotesi di silenzio qualificato (silenzio assenso e silenzio rigetto) e i concorsi pubblici.
Come detto, però, per le p.a. sono previste altre rilevanti novità. Fra queste, spicca il nuovo sistema delle date uniche di efficacia dei nuovi obblighi amministrativi, che scatteranno dal 1° luglio o dal 1° gennaio successivi all'entrata in vigore delle norme che li prevedono (fatte salve particolari esigenze di celerità dell'azione amministrativa), e la definitiva messa al bando delle comunicazioni a mezzo fax, oramai del tutto soppiantato dalle trasmissioni per via telematica.
Cambiano anche le modalità di pagamento delle sanzioni per infrazioni al codice della strada: chi si presenterà alla cassa entro cinque giorni beneficerà di uno sconto del 30%. La misura (destinata ad avere un impatto notevole soprattutto sulle casse dei comuni) riguarda i verbali notificati da oggi, mentre per i preavvisi non ancora notificati occorre attendere istruzioni più precise. È invece saltato per le difficoltà applicative cui avrebbe dato luogo lo sconto per gli automobilisti virtuosi.
Assai ricco il pacchetto per gli enti territoriali. Innanzitutto, ritorna in auge il federalismo demaniale, lanciato in pompa magna nella scorsa legislatura, ma finora rimasto sulla carta. Entro il prossimo 30 novembre, gli enti locali potranno richiedere l'assegnazione di beni statali all'Agenzia del demanio, specificando le finalità di utilizzo e indicando le eventuali risorse finanziarie a ciò preordinate. La richiesta dovrà essere evasa dal Demanio entro 60 giorni, previamente interpellando le amministrazioni che hanno in uso i beni opzionati. In caso di alienazione, i proventi dovranno essere destinati, per il 75%, alla riduzione del debito dell'ente che li acquisiti e solo in assenza di debito potranno finanziare spese di investimento. Il restante 25%, invece, dovrà confluire nel fondo ammortamento dei titoli di stato.
Province e comuni incassano anche una serie di norme che alleggeriscono i limiti alla rispettiva capacità di spesa. Diventa meno rigido il tetto alle uscite per l'acquisto di mobili e arredi (attualmente fissato al 20% della spesa media 2010/2011), che non si applica più a quelli destinati all'uso scolastico e ai servizi per l'infanzia. Inoltre, viene agevolata l'assunzione mediante forme di lavoro accessorio del personale impegnato in attività sociali.
Misure ad hoc riguardano gli enti dissestati e quelli in predissesto. Questi ultimi, se si trovano ad inizio mandato, possono rimodulare il piano di riequilibrio (se non ancora esaminato dalla Corte dei conti) entro 60 giorni dalla sottoscrizione della relazione di inizio legislatura. Agli enti che hanno deliberato il dissesto negli ultimi due anni è riservata una quota annua (fino a 100 milioni di euro) delle risorse stanziate dal decreto «sblocca pagamenti» (dl 35/2013), al fine di agevolare il pagamento dei rispettivi debiti.
Novità anche per il servizio di tesoreria: i gestori che rivestono la qualifica di società per azioni (spa) hanno facoltà di delegare, anche nell'ambito dei contratti in essere, la gestione di singole fasi o processi del servizio a loro controllate, ferma restando la loro responsabilità e in ogni caso senza costi aggiuntivi per gli enti.
Previste risorse aggiuntive a favore dei comuni con meno di 5.000 abitanti, che potranno accedere al programma «6.000 campanili» per finanziare investimenti infrastrutturali sul patrimonio, reti viarie, telematiche e wi-fi, nonché per la messa in sicurezza del territorio. Prevista, inoltre, la possibilità di finanziare i progetti di recupero urbano del «piano città» con i fondi strutturali. A tal fine, potranno essere stipulati accordi diretti fra i singoli municipi e le autorità, nazionali o regionali, di gestione dei predetti fondi.
L'operatività di Equitalia nel settore della riscossione delle entrate locali viene procrastinata fino al prossimo 31 dicembre, in attesa della riforma organica del settore. La proroga vale anche per le società private, che potranno proseguire le attività di accertamento e riscossione.
Infine, da segnalare gli interventi sulle società pubbliche, con il taglio dei compensi ai manager e lo slittamento a fine anno dei termini per la dismissione di quelle strumentali (articolo ItaliaOggi del 23.08.2013
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TRIBUTIScadenze Tares entro il 2013. Il gettito della maggiorazione va assicurato entro l'anno. Lo ha chiarito il ministero dell'economia e delle finanze in una nota inviata a un comune.
Il comune nel disciplinare il numero e la scadenza delle rate della Tares per l'anno 2013 incontra il vincolo costituito dalla riserva allo stato della maggiorazione standard.
È questa la conclusione a cui è giunto il ministero dell'economia e delle finanze in una recente nota inviata a un comune.
L'art. 10, c. 2, del dl 35/2013 ha previsto che, per l'anno 2013 e in deroga alle previsioni contenute nella disciplina della Tares a regime (art. 14, c. 35, dl 201/2011), la scadenza e il numero delle rate di versamento del tributo sono stabilite con deliberazione, adottata dal Consiglio comunale (circolare Mef n. 1/Df/2013), anche nelle more della regolamentazione comunale del tributo.
A tale proposito, mentre a regime il citato comma 35 stabilisce che la scadenza delle rate della Tares è fissata nei mesi di gennaio, aprile, luglio e ottobre di ogni anno, salvo diversa regolamentazione comunale, per l'anno 2013 i comuni erano liberi di determinare le tempistiche di pagamento del tributo, anche anticipando la prima scadenza fissata dalla legge nel mese di luglio. Gli enti potevano, per il 2013, derogare le norme di legge sia per quanto concerne la scadenza delle rate che per la loro quantificazione.
Era sorta, invece, più di qualche perplessità sulla possibilità di stabilire termini di pagamento del tributo riferito all'anno 2013 scadenti dopo il 31 dicembre del medesimo anno. Ciò per effetto della disposizione contenuta nel c. 2 dell'art. 10 del dl 35/2013 in virtù della quale, sempre per il 2013, la maggiorazione alla Tares, disciplinata dall'art. 14, c.13, del dl 201/2011 e pari ad 0,30 a metro quadrato, viene riservata allo stato e versata in unica soluzione unitamente all'ultima rata del tributo, a mezzo del modello F24 o dell'apposito bollettino di conto corrente postale approvato con il dm 14/05/2013 (e non anche mediante le nuove modalità di pagamento tramite servizi elettronici di incasso e di pagamento interbancari, introdotte in aggiunta agli altri strumenti appena ricordati dal citato dl 35/2013).
Come già precisato dalla circolare del ministero dell'economia n. 1/Df del 29/04/2013, il versamento della maggiorazione da effettuarsi in favore dello stato è rinviato all'ultima rata del tributo, scadente nel mese di ottobre o alla data stabilita dal comune con la deliberazione prevista dal c. 2 dell'art. 10 del dl 35/2013. La legge e la circolare appena citata nulla dicono però su quali limiti temporali incontri la fissazione della scadenza dell'ultima rata del pagamento da parte del comune, spingendo taluni enti a stabilire scadenze cadenti anche nel 2014 (specie quelli che ordinariamente ponevano in riscossione la Tarsu nell'anno successivo a quello di competenza, nel rispetto del termine annuale di decadenza stabilito dall'art. 72 del dlgs 507/93).
Tuttavia, come precisato dalla recente nota del ministero, la presenza della riserva della maggiorazione allo stato pone dei limiti ben precisi alla potestà regolamentare comunale che, come noto, non può estendersi oltre i tributi di propria competenza. L'esigenza di assicurare all'erario il gettito della maggiorazione entro il 2013 impone che il versamento della stessa scada entro la fine del predetto anno. Ciò, in base alla nota ministeriale, anche per la necessità di quantificare il gettito della maggiorazione standard (operazione che sarebbe pregiudicata negli anni successivi dalla facoltà attribuita ai comuni di incrementare la maggiorazione fino a 0,40 a mq e dalla possibilità di adottare canali di pagamento diversi dal F24 e dal bollettino postale unico nazionale).
Tuttavia, da un'attenta lettura, la nota non pare precludere del tutto la possibilità di riscuotere una o più rate Tares nel 2014, premurandosi solo di precisare che in ogni caso il comune deve porre in essere le attività necessarie ad assicurare che la maggiorazione sia corrisposta nel 2013. In tale modo viene lasciato spazio all'interpretazione per la quale i comuni potrebbero fissare scadenze di versamento della Tares anche oltre il 31/12/2013, purché la maggiorazione sia versata, con le modalità previste dalla legge, con l'ultima rata scadente nel 2013 (vedasi nota Ifel 10/05/2013).
Tuttavia una tale soluzione appare in contrasto con il dettato normativo che impone il versamento della maggiorazione in unica soluzione unitamente all'ultima rata del tributo (art. 10, c. 2, lett. c, dl 35/2013). Per il ministero la fissazione di scadenze oltre il 2013 desta perplessità dal punto di vista contabile, con riferimento all'accertamento della corrispondente entrata (articolo ItaliaOggi del 23.08.2013
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CONSIGLIERI COMUNALIOSSERVATORIO VIMINALE/ Riprese con regolamento. Norme ad hoc sulle trasmissioni audio-video. Senza regole certe impossibile rispettare il codice della privacy.
È possibile effettuare le riprese audio-video delle sedute del consiglio comunale?
Nell'ambito dell'attribuzione al consiglio comunale dell'autonomia funzionale e organizzativa (art. 38, comma 3, Tuel) si riconduce quella potestà di regolare opportunamente, con apposite norme, ogni aspetto attinente al funzionamento dell'assemblea, tra cui anche quello della registrazione del dibattito e delle votazioni con mezzi audiovisivi, sia da parte degli uffici di supporto all'attività di verbalizzazione del segretario comunale, sia da parte dei consiglieri, degli organi di informazione e dei cittadini che assistono alla sedute pubbliche.
Sulla materia è intervenuta la sentenza n. 826 del 16/3/2010 con la quale il Tar per il Veneto ha respinto un ricorso avverso il diniego opposto da un sindaco ad una richiesta di registrazione audio-video delle sedute del consiglio comunale, nella considerazione che, in assenza di un'apposita disciplina regolamentare adottata dall'ente, non possano essere garantiti i diritti previsti dal codice sul trattamento dei dati personali di cui al dlgs n. 196 del 2003 e successive modifiche. In tale pronuncia, infatti, gli adempimenti previsti dal suddetto codice «non possono per certo conseguire da estemporanei assensi alla videoregistrazione emanati dal sindaco-presidente del consiglio comunale nel corso delle sedute del consiglio medesimo, ma necessitano di essere disciplinati da un'apposita fonte regolamentare di competenza consiliare».
Il citato giudice amministrativo ha ritenuto immediatamente concedibile da parte del presidente del consiglio comunale, nei confronti di emittenti televisive nazionali e locali l'autorizzazione a riprendere, in via non sistematica, gratuitamente e senza diritti di esclusiva, talune brevi fasi delle sedute del consiglio comunale in quanto da tale autorizzazione non conseguono obblighi di sorta per l'amministrazione comunale quale «titolare» o «responsabile» del trattamento dei dati personali.
Si ritiene opportuno che l'ente locale in oggetto, al fine di poter corrispondere ad eventuali richieste formulate dai gruppi consiliari o da singoli consiglieri di poter effettuare videoriprese delle sedute del consiglio comunale, si doti di un'apposita normativa regolamentare recante la disciplina della materia in argomento (articolo ItaliaOggi del 23.08.2013
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CONSIGLIERI COMUNALIOSSERVATORIO VIMINALE/ Consigli, revoca del presidente.
Per poter ritenere valida la presentazione di una proposta di revoca del presidente del consiglio comunale, quale deve essere il numero dei sottoscrittori?

Nel caso di specie, la possibilità di revocare il presidente del consiglio comunale è prevista dallo statuto del comune, in base al quale «il presidente e il vice presidente restano in carica per l'intera durata del mandato del consiglio comunale. Tuttavia, su proposta motivata di un terzo dei componenti il consiglio comunale, possono essere revocati dall'incarico con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei componenti il consiglio comunale».
Considerato che il terzo dei componenti corrisponde, nel comune in esame, ad un numero decimale, si ritiene che, in mancanza di apposite prescrizioni statutarie o regolamentari, sia legittimamente applicabile il criterio dell'arrotondamento aritmetico, in quanto richiamato espressamente, a vario titolo, in più disposizioni del citato dlgs n. 267/2000 (cfr artt. 47, comma 1, 71, comma 8, 73, comma 1, 75, comma 8).
Detto criterio implica, com'è noto, che in caso di cifra decimale uguale o inferiore a 50, l'arrotondamento debba essere effettuato per difetto, mentre nel caso in cui essa sia superiore a 50 si procederà ad arrotondamento per eccesso (articolo ItaliaOggi del 23.08.2013
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CONDOMINIO - EDILIZIA PRIVATACaldaie in condominio sempre con camino sul tetto. Regole tecniche. La modifica con la legge 90/2013.
LA PRESCRIZIONE/ Dal 1° settembre sarà precluso installare ex novo impianti verdi con scarico a parete.

Sull'obbligo di canna fumaria esterna per le caldaie individuali e centralizzate in condominio il Dl 63/2013, recentemente convertito nella legge 90/2013, ha chiuso un complicato cerchio normativo, intervenendo sulla questione del "distacco". Ma bisogna partire dall'anno scorso per ricostruire il sistema normativo.
La riforma del condominio (legge 220/2012) ha così modificato l'articolo 1118, comma 4 del Codice civile: «Il condomino può rinunciare all'utilizzo dell'impianto centralizzato di riscaldamento o di condizionamento, se dal suo distacco non derivano notevoli squilibri di funzionamento o aggravi di spesa per gli altri condomini. In tal caso il rinunziante resta tenuto a concorrere al pagamento delle sole spese per la manutenzione straordinaria dell'impianto e per la sua conservazione e messa a norma». Il legislatore ha reso di fatto possibile il distacco dall'impianto di riscaldamento centrale, recependo le indicazioni della Cassazione.
Ma esisteva ancora un ostacolo al distacco, costituito dall'articolo 5, comma 9, del Dpr 412/1993, come modificato dal Dpr 551/1999: la norma prescriveva in ogni caso lo scarico dei prodotti della combustione sopra il tetto dell'edificio, obbligo concretamente possibile da rispettare soltanto per gli utenti dell'ultimo piano. Questo ostacolo è stato rimosso con il Dl 179/2012, coordinato con la legge di conversione 221/2012, che ha infatti sostituito quell'articolo del Dpr 412/1993 con una norma più permissiva che consentiva lo scarico a parete a condizione di installare generatori a condensazione della classe più efficiente e meno inquinante.
Queste disposizioni e la possibilità di scaricare a parete i prodotti della combustione hanno generato lo sconcerto di molti operatori. In particolare gli amministratori di stabili sono sommersi da richieste di distacco che non sanno come contrastare, in considerazione del fatto che la legge non richiede il loro consenso, né il consenso dell'assemblea del condominio. D'altra parte sono molti i tecnici che sostengono che, se è incerto dimostrare i "gravi squilibri" (quando sono lievi, medi, o gravi?), è invece certo che vi è sempre un aggravio di spesa per gli altri condomini, se non altro perché è uno in meno a pagare le spese fisse, quali conduzione, manutenzione e dispersioni delle parti comuni. Erano intense anche le proteste dei condomini sovrastanti, sinora costretti a respirare i fumi di quelli sottostanti.
La protesta di condomini e aziende portatrici di interesse è stata raccolta dal legislatore che, con la legge 90/2013 di conversione del Dl 63/2013, ha introdotto l'articolo 17-bis, che ha di nuovo sostituito l'articolo 5, comma 9, del Dpr 412/1993 con un nuovo testo: ora è sempre consentito lo scarico a parete ma solo per gli impianti termici esistenti prima del 31.08.2013 e a condizione che si tratti di generatori a condensazione della classe più efficiente e meno inquinante.
Per tutti gli altri diventa obbligatorio «lo sbocco sopra il tetto», tranne, appunto, che si tratti di sostituzione di impianti individuali già esistenti in «stabili plurifamiliari» (qualora non esistano già canne fumarie individuali idonee da sfruttare), oppure quando si tratti di stabili soggetti a interventi solo «conservativi» (case storiche o con vincoli di vario genere), sempre che non abbiano già canne fumarie idonee. Gli scaldacqua unifamiliari non sono considerati «impianti termici».
Restano quindi pochissimi giorni per installare ex novo impianti individuali «puliti» che non impongano la canna fumaria sino al tetto. Dal 1° settembre il "distacco", anche con generatori "verdi", diventerà di fatto impossibile, dato che installare la propria canna fumaria sino al tetto comporta problemi davvero enormi nella maggior parte dei casi. Solo in caso di «impossibilità tecnica» la relazione asseverata di un tecnico consentirà comunque di evitare la canna fumaria sino al tetto (articolo Il Sole 24 Ore del 23.08.2013
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SICUREZZA LAVORODECRETO DEL FARE/ Molte le novità contenute nella legge di conversione 98/2013.
Al restyling la sicurezza lavoro. Semplificazioni per valutazione rischi, Duvri, infortuni.

Un professionista al posto del Duvri (il documento di valutazione rischi da interferenza obbligatorio quando più aziende operano contemporaneamente). Per sovrintendere al coordinamento con le altre aziende, infatti, invece di predisporre il Duvri il datore di lavoro può nominare un proprio incaricato in possesso di formazione, esperienza e competenze professionali adeguate.
Lo prevede la legge n. 98/2013 di conversione del decreto fare (n. 69/2013), agli artt. 32-35, con diverse semplificazioni in materia di sicurezza sul lavoro (al T.u. approvato dal dlgs n. 81/2008).
Valutazione rischi più semplice
Una prima novità concerne la valutazione dei rischi, operazione già semplificata dalla previsione della procedura standard a favore delle piccole aziende: obbligatoria per quelle fino a 10 addetti e facoltativa per quelle con più di 10 e fino a 50 addetti. Il decreto fare prevede che, con dm del ministro del lavoro, da adottarsi sulla base delle indicazioni della commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro, vengano individuati i settori di attività a basso rischio di infortuni e di malattie professionali, sulla base di criteri e parametri oggettivi desunti dagli indici infortunistici e delle malattie professionali dell'Inail.
Individuati i settori le imprese che vi operano potranno fare la valutazione rischi utilizzando un modello semplificato che sarà previsto (e allegato) dal medesimo dm di individuazione dei nuovi settori. La nuova previsione lascerà ferma la facoltà già riconosciuta alle piccole aziende di utilizzare le procedure standardizzate attualmente in vigore.
Un professionista invece del Duvri
Sempre riguardo alle imprese operanti in settori a basso rischio di infortuni e malattie professionali, il decreto fare prevede inoltre che, in alternativa alla predisposizione del Duvri, il datore di lavoro possa nominare un proprio incaricato in possesso di adeguata formazione, esperienza e competenze professionali per sovrintendere alla cooperazione e coordinamento con le altre imprese. In tal caso, dell'individuazione dell'incaricato (o della sua eventuale sostituzione) va immediatamente data evidenza nel contratto di appalto o di opera.
Sempre in tema di Duvri, ancora, il decreto Fare prevede che ai dati presenti nel documento accedano il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (Rls) e le organizzazioni sindacali locali dei lavoratori comparativamente più rappresentative a livello nazionale. Ancora, il decreto stabilisce che l'obbligo di redazione del Duvri non trova applicazione per i servizi di natura intellettuale, per le mere forniture di materiali o attrezzature, nonché per i lavori o servizi la cui durata non sia superiore a cinque uomini-giorno, e che non comportino rischi derivanti dal rischio incendio alto (dm 10.03.1998), dallo svolgimento di attività in ambienti confinati (dpr n. 177/2011), o dalla presenza, oltre ad agenti cancerogeni nonché biologici, atmosfere esplosive o dalla presenza dei rischi particolari (Allegato XI del T.u. sicurezza) anche di agenti mutageni e amianto.
Verifiche attrezzature di lavoro
Vengono ridotti da 60 a 45 giorni i termini per effettuare la prima verifica periodica delle attrezzature di lavoro. E viene inoltre introdotto l'obbligo a carico dei soggetti pubblici di comunicare al datore di lavoro, entro 15 giorni, l'impossibilità di effettuare la verifica di propria competenza. In caso di comunicazione negativa o comunque dopo 45 giorni, il datore di lavoro si potrà rivolgere, a propria scelta, a soggetti pubblici o privati abilitati alle verifiche.
Pos e Psc semplificati nei cantieri
Un decreto interministeriale (lavoro e infrastrutture, sentite la commissione consultiva permanente e previa intesa con la conferenza permanente per i rapporti tra stato e regioni) dovrà semplificare la vita «burocratica» nei cantieri temporanei e mobili. Tale decreto, infatti, dovrà adottare modelli semplificati per la redazione del piano operativo di sicurezza (Pos), del piano di sicurezza e coordinamento (Psc) e del fascicolo dell'opera.
Denuncia infortuni
Dal prossimo anno basterà la sola denuncia all'Inail, in caso di infortunio sul lavoro. Diversamente da oggi, quando il datore di lavoro è tenuto ad effettuare la denuncia all'Inail (obbligatoriamente per via telematica, dallo scorso 1° luglio) e all'autorità di pubblica sicurezza (che a sua volta ne invia copia all'azienda sanitaria locale, Asl) generalmente per raccomandata postale a/r, entro due giorni, in caso di infortunio con conseguenza di morte del lavoratore o di inabilità al lavoro per più di tre giorni, dal 01.01.2014 andrà effettuata unicamente la denuncia all'Inail. Sarà poi l'istituto a farsi carico di trasmettere le denunce, per via telematica, all'autorità di pubblica sicurezza, all'Asl e alle altre autorità competenti (articolo ItaliaOggi del 22.08.2013
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ENTI LOCALI - VARIMulta con lo sconto, vincono i timbri.
Le multe con lo sconto accertate dalla polizia stradale in questa prima fase di avvio della riforma possono essere pagate solo in posta o con bonifico annotando correttamente nelle quietanze tutta una serie di dati obbligatori. Nessun pagamento in contante può però essere ammesso oltre a quelli già previsti per legge in materia di trasporto professionale o veicoli stranieri.
Sono queste le ultime indicazioni fornite dal Ministero dell'interno con la circolare 19.08.2013 n. 6409 di prot. e la circolare 20.08.2013 n. 6464 di prot..
La questione delle multe con lo sconto sta assumendo dimensioni burocratiche impreviste, specialmente per le forze di polizia stradale dello stato. Per gestire al meglio la contabilità dei proventi delle multe in saldo il Ministero dell'interno ha attivato un conto corrente ad hoc dove il trasgressore deve obbligatoriamente versare l'importo scontato. Sia che utilizzi questo conto corrente postale ovvero il nuovo conto bancario appena predisposto occorrerà prestare molta attenzione all'intestazione e alle causali da compilare, stante la mancata disponibilità in un primo tempo di bollettini prestampati.
In pratica andrà obbligatoriamente indicato nella formula di pagamento da compilare a penna su bollettino bianco, oltre all'importo dovuto, il numero e la data del verbale con la targa del veicolo e il nome e cognome del trasgressore. In attesa dell'attivazione dei sistemi di pagamento elettronici, specifica la circolare del 20 agosto, il pagamento in contanti nelle mani dell'agente resta riservato alle ipotesi obbligatorie previste dalla legge ovvero per le violazioni commesse dai conducenti professionali e da un conducente munito di un veicolo immatricolato all'estero. Problemi in vista anche per l'applicazione dello sconto da parte delle polizie locali.
Come evidenziato dal portale poliziamunicipale.it alcuni comandi dei vigili hanno disposto di non ammettere lo sconto ai preavvisi di accertamento di divieto di sosta. In buona sostanza trattandosi di multe non ancora notificate o contestare ci sarebbero dubbi formali ad ammettere il pagamento ridotto. Sul punto è stato pertanto richiesto un parere urgente al Ministero dell'interno (articolo ItaliaOggi del 22.08.2013
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APPALTIAppalti, la solidarietà resta senza l'Iva. La responsabilità fiscale e sanzionatoria rimane per le ritenute operate sulle buste paga. Decreto del fare. Nella legge 98 eliminata qualunque verifica della controparte contrattuale rispetto al pagamento dell'imposta sul valore aggiunto.
PER IL LAVORO DIPENDENTE/ L'appaltatore risponde in solido verso l'erario nei limiti del corrispettivo. Al committente sanzioni fino a 200mila euro.

Molto rumore per nulla. Così potrebbe essere definita sinteticamente la vicenda della conversione del Decreto del fare (Dl 69/13), approdata in Gazzetta il 20 agosto scorso (legge 98/2013).
Scampato il pericolo di dover ricorrere alla richiesta del Durt per effettuare qualunque pagamento "smarcandosi" da possibili responsabilità e sanzioni (con l'aggravio di dover comunicare mensilmente all'Agenzia i dati per il rilascio del documento), committenti, appaltatori e subappaltatori devono continuare con i precedenti adempimenti almeno sinché non arriverà l'abrogazione integrale auspicata dall'ordine del giorno approvato dalla Camera lo scorso 8 agosto. Altrimenti, dal 2015, chi vorrà potrà comunicare quotidianamente alle Entrate i dati delle fatture d'acquisto e di vendita (articolo 50-bis del Decreto), "guadagnandosi" così, tra l'altro, l'integrale disapplicazione della disciplina in esame.
La situazione attuale, pertanto, è quella dell'originaria versione del Dl 69/2013, che già conteneva l'eliminazione di qualunque verifica della controparte contrattuale con riferimento ai versamenti Iva, ma manteneva intatta la disciplina per le ritenute di lavoro dipendente. Resta fermo, pertanto che, prima di effettuare qualunque pagamento con riferimento a contratti di appalto/subappalto stipulati o rinnovati dal 12.08.2012:
a) l'appaltatore deve richiedere al subappaltatore l'asseverazione di un soggetto qualificato (o, in alternativa, l'autocertificazione) attestante che i versamenti delle ritenute fiscali sui redditi di lavoro dipendente inerenti il subappalto, già scaduti a tale data, siano stati «correttamente eseguiti»;
b) il committente deve comportarsi allo stesso modo nei confronti dell'appaltatore, il quale deve fornire anche la documentazione rilasciata da tutti i subappaltatori.
In assenza dell'attestazione cartacea (e in caso d'irregolarità nel versamento delle ritenute riferite alle prestazioni effettuate nell'ambito dell'appalto o dei vari subappalti), l'appaltatore risponde in solido verso l'erario con il subappaltatore "infedele" nei limiti dell'ammontare del corrispettivo dovuto, mentre il committente è passibile della sanzione da 5mila a 200mila euro. Guai, pertanto, a dimenticarsi, all'atto del pagamento dei corrispettivi, di richiedere l'ormai ben nota certificazione (che, emendata della parte riguardante gli adempimenti Iva, può essere redatta come da facsimile a lato). Nel caso in cui l'appaltatore (o il subappaltatore) non abbia dipendenti o assimilati, ovvero nessuno di questi abbia partecipato alle prestazioni connesse allo specifico rapporto contrattuale (e, quindi, non sia sorto alcun obbligo di ritenuta), si ritiene che debba essere rilasciata un'attestazione in tal senso. Onde evitare guai peggiori è comunque più che opportuno conservare ampia prova dell'effettività dei lavori svolti, delle modalità di pagamento e dell'esistenza "fiscale" del prestatore.
È altresì confermato che committente e appaltatore possono, fino a quando non ricevono una documentazione idonea, sospendere i pagamenti. Pur con la limitazione alle sole ritenute, restano ferme le limitazioni di legge, tra cui l'esclusione della sanzione quando il committente (persona fisica, condominio o società semplice) non opera in ambito Iva o applica il codice dei contratti pubblici (Dlgs 163/2006), e restano attuali tutti i chiarimenti forniti dall'Agenzia (Circolari 40/E/2012 e 2/E/2013).
Naturalmente, nulla cambia per quanto riguarda il vincolo di solidarietà, negli appalti di opere o servizi, con riferimento agli obblighi previdenziali ed assicurativi dei lavoratori e per le loro retribuzioni (articolo 29, comma 2, Dlgs 276/2003, modificato dal Dl 76/2013).
L'Amministrazione deve chiarire le conseguenze dell'eliminazione dei riferimenti ai versamenti Iva operata dall'articolo 50 del Dl 69/2013. In virtù del principio del "favor rei", la sanzione non potrà più essere comminata, nella specifica ipotesi, al committente (anche per inadempimenti precedenti al 22 giugno scorso), mentre è da definire se vige ancora la solidarietà Iva per gli inadempimenti anteriori ai pagamenti di corrispettivi effettuati in assenza di attestazione/autocertificazione nel periodo dall'11.10.2012 al 22.06.2013 (articolo Il Sole 24 Ore del 22.08.2013
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ATTI AMMINISTRATIVII ritardi della Pa punibili per le istanze inviate da oggi.
Parte da oggi l'indennizzo automatico per i ritardi della pubblica amministrazione ma solo per le imprese.

Lo stabilisce il comma 10 dell'articolo 28 del decreto del fare (Dl 63/2013), che limita molto il principio dello stesso articolo, secondo cui il diritto all'indennizzo è generalizzato: il comma 10 prevede un avvio sperimentale limitato alle pratiche legate all'«avvio e all'esercizio delle attività d'impresa» e il comma 12 fissa in 18 mesi la durata del test.
La norma fa partire la propria applicabilità dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del Dl (la 98/2013) –ieri– ma riguarda i procedimenti iniziati «successivamente» a tale data. Se ne deduce che potranno beneficiare del diritto all'indennizzo in caso di ritardo solo le istanze presentate da oggi. Interpretazione confermata dalla guida messa online sul sito del ministero della Pubblica amministrazione.
Dopo la sperimentazione, sarà emanato un decreto del presidente del Consiglio, sentite Regioni e Comuni, che stabilirà se confermare l'indennizzo, se rimodularlo e se estenderlo agli altri procedimenti. Quindi il Governo è cosciente della delicatezza della partita: riconoscere un rimborso di 30 euro per ogni giorno di ritardo significa rischiare o un'emorragia di denaro pubblico (anche se la legge pone un limite di 2mila euro a procedimento) o forzare il lavoro degli uffici pubblici, con possibili errori nei procedimenti.
Va poi considerato che la norma è indeterminata: per esempio, quando parla di procedimenti relativi all'esercizio dell'attività d'impresa, potrebbe riferirsi anche all'immatricolazione di un veicolo aziendale, mentre la stessa operazione, se richiesta da un cittadino, non sarebbe coperta da indennizzo. Probabilmente serviranno molti chiarimenti attuativi.
In ogni caso, l'indennizzo andrà chiesto entro 20 giorni dal termine che l'ufficio avrebbe dovuto rispettare. Occorre rivolgersi al responsabile nominato dall'amministrazione, che dovrà concludere il procedimento nella metà del tempo originariamente previsto o liquidare l'indennizzo. Se neanche il responsabile provvedesse, ci si può rivolgere al Tar (il contributo unificato è dimezzato). In caso di condanna, i dipendenti possono essere puniti disciplinarmente e chiamati a rimborsare il danno erariale (articolo Il Sole 24 Ore del 22.08.2013
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ATTI AMMINISTRATIVIDECRETO DEL FARE/ In G.U. la legge 98 (in vigore da oggi). Risparmi per 500 mln l'anno.
P.a., indennizzi non retroattivi. Domande limitate all'avvio o all'esercizio di impresa.
Al via da oggi l'indennizzo per i ritardi della burocrazia. E le prime a beneficiarne saranno le imprese. Per il momento, infatti, la chance di vedersi corrispondere dalla p.a. 30 euro per ogni giorno di ritardo nella conclusione del procedimento (fino a un massimo di 2.000 euro) si applicherà solo alle domande relative all'avvio o all'esercizio dell'attività di impresa. E solo a quelle presentate successivamente all'entrata in vigore della legge n. 98/2013 che ha convertito in legge il decreto del fare (dl n. 69/2013) ed è stata pubblicata ieri sulla Gazzetta Ufficiale n. 194 (Supplemento ordinario n. 63/L).
Il provvedimento sarà pienamente operativo da oggi e le pubbliche amministrazioni dovranno adeguarsi subito, informando gli utenti della possibilità di ricevere l'indennizzo e indicando a chi rivolgersi e come richiederlo. Nel giorno stesso della pubblicazione del decreto in G.U. il ministro della funzione pubblica Gianpiero D'Alia (che ha anche la delega alla semplificazione) ha diffuso le linee guida per l'applicazione delle nuove norme, nella convinzione che ora tutto dipenderà dalla fase attuativa.
«Le norme sono importanti, ma non bastano», ha dichiarato. «Per semplificare occorre cambiare i comportamenti quotidiani delle amministrazioni. Per questo è essenziale», ha sottolineato il ministro, «che cittadini e imprese siano informati delle nuove opportunità che la legge offre loro. Il decreto, infatti, contiene misure di semplificazione e di riduzione degli oneri burocratici che contribuiranno a recuperare lo svantaggio competitivo dell'Italia e a liberare risorse per la crescita e lo sviluppo del paese».
Il governo stima in 500 milioni di euro l'anno i risparmi originati dal decreto che interviene su adempimenti burocratici pari a 7,7 miliardi di euro l'anno per le pmi.
Indennizzo per i ritardi della burocrazia. Per chiedere l'indennizzo, le imprese interessate, entro 20 giorni dalla scadenza dei termini, dovranno rivolgersi al responsabile appositamente nominato dalla p.a. il quale dovrà concludere il procedimento nella metà del tempo originariamente previsto, oppure liquidare l'indennizzo. Una terza possibilità non sarà ammessa. In caso di inerzia da parte del responsabile del potere sostitutivo, l'interessato potrà rivolgersi al Tar.
Come detto, l'indennizzo per il momento non potrà essere richiesto dai cittadini. La misura è infatti considerata sperimentale dal governo, che si è dato 18 mesi di tempo per valutarne l'efficacia e impatto sui conti pubblici. Entro la fine della sperimentazione, l'indennizzo per il ritardo della p.a. potrà essere confermato, rimodulato o esteso anche gradualmente ad altri procedimenti. E a quel punto potranno entrare in gioco anche gli interessi dei privati cittadini che per il momento restano fuori dalla misura. Infine, le linee guida di D'Alia chiariscono che in caso di procedure complesse, in cui intervengono più soggetti pubblici, sarà l'amministrazione responsabile del ritardo a pagare l'indennizzo.
Date uniche di efficacia degli obblighi amministrativi. Sulla falsariga di quanto da anni accade in Europa, anche in Italia vengono introdotte le date uniche di efficacia dei nuovi obblighi amministrativi. Il 1° luglio e il 1° gennaio saranno le due finestre da tenere a mente per l'entrata in vigore degli adempimenti che impongono a cittadini e imprese di raccogliere, presentare o trasmettere atti e documenti (domande, certificati, dichiarazioni). Le amministrazioni dovranno pubblicare sul proprio sito internet le scadenze dei nuovi obblighi amministrativi.
Semplificazioni per l'edilizia. Anche in questo settore fortemente colpito dalla crisi, il governo punta a risparmiare grazie al decreto del fare circa 500 milioni l'anno, agevolando così la ripresa delle costruzioni. Le semplificazioni in questo campo sono molteplici. Per gli interventi edilizi che modificano la sagoma degli edifici (a parità di volumetria e nel rispetto dei vincoli) non sarà più necessario il permesso di costruire, ma basterà la Scia. E ancora, i procedimenti di rilascio del permesso di costruire in presenza di vincoli dovranno concludersi con un provvedimento espresso (di accoglimento o diniego) e non col semplice silenzio-rifiuto come oggi. Infine, è introdotta la facoltà per l'interessato di chiedere il rilascio del certificato di agibilità parziale anche prima del completamento dell'opera.
Durc. La validità del Durc passa da 90 a 120 giorni. Il documento dovrà essere richiesto solo per le fasi fondamentali del contratto (e non più per ciascuna fase della procedura di aggiudicazione e stipula). Sarà acquisito d'ufficio dalle stazioni appaltanti utilizzando gli strumenti informatici e sarà valido anche per contratti pubblici diversi da quelli per cui è stato richiesto (articolo ItaliaOggi del 21.08.2013
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ENTI LOCALI - VARIMulte, più comodi sullo sconto.
Il pagamento con lo sconto decorre dal giorno successivo a quello della contestazione o notificazione. Le pattuglie della polizia stradale non dovranno usare il terminale pos per i pagamenti delle sanzioni stradali con la riduzione del 30%.

Sono queste alcune delle indicazioni fornite dal ministero dell'interno alle questure e alla polizia di stato con la circolare 19.08.2013 n. 6399 di prot. in relazione alle novità previste dalla legge n. 98 del 09.08.2013, recante la conversione del decreto legge del fare n. 69 del 21.06.2013.
In seguito alle modifiche dell'art. 202 del codice della strada, introdotte dalla legge di conversione n. 98/2013, in vigore da oggi, la somma da pagare per le violazioni è ridotta del 30% se il pagamento è effettuato entro cinque giorni dalla contestazione o dalla notificazione. La riduzione non è applicabile alle violazioni per cui non è ammesso il pagamento in misura ridotta e alle infrazioni non incluse nel codice della strada, ma previste dalla legislazione complementare. La riduzione non spetta altresì quando è prevista la confisca del veicolo o la sospensione della patente di guida.
Il ministero dell'interno, con la circolare n. 6399 del 19.08.2013, ha trasmesso alle questure e alla polizia di stato le indicazioni operative sulla redazione dei verbali e sulla riscossione delle somme. La circolare precisa che la riduzione del 30% spetta anche nei casi di pagamento immediato obbligatorio previsti dall'art. 202, comma 2-bis, cds, per le violazioni commesse da un conducente titolare di patente di guida di categoria C, C+E, D o D+E nell'esercizio dell'attività di autotrasporto di persone o cose, nonché dall'art. 207 per il conducente di un veicolo immatricolato all'estero o munito di targa EE.
La riduzione spetta anche per le violazioni elencate all'art. 195, comma 2-bis, le cui sanzioni pecuniarie sono aumentate di un terzo se l'illecito è commesso dopo le ore 22 e prima delle ore 7. L'espressa indicazione dell'importo scontato del 30% dovrà essere riportata su tutti i verbali utilizzati dalle pattuglie della polizia stradale; gli agenti dovranno integrare i verbali già in dotazione prima della novella (articolo ItaliaOggi del 21.08.2013
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AMBIENTE-ECOLOGIAPer i «Raee» stoccaggio mensile. Tempi più ravvicinati quando si supera la soglia di 3.500 chilogrammi. Ambiente. Pubblicata la legge europea 97/2013 che prova a snellire gli obblighi dei rivenditori di prodotti tecnologici.
GLI ALTRI PUNTI/ Aboliti i limiti di portata dei mezzi di trasporto L'attivazione di un solo sito può mettere in difficoltà i distributori.

Nella legge europea 97/2013 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 194 di ieri si tenta di agevolare la raccolta differenziata dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee) da parte dei distributori.
L'esigenza di semplificazione è molto sentita dalle imprese commerciali anche perché in Italia, per adempiere all'obbligo comunitario di ritirare gratuitamente i rifiuti tecnologici, oltre a dover sopportare i costi connessi all'uso degli spazi di magazzino e al trasporto presso i centri di raccolta comunali, i distributori devono acquisire una autorizzazione ad hoc. Il permesso si ottiene con un'iscrizione "semplificata" all'Albo nazionale gestori ambientali. La direttiva quadro comunitaria in materia di rifiuti, invece, ricorda che i sistemi di raccolta non gestiti su base professionale, tra cui figurano i sistemi di ritiro dei beni di consumo nei negozi, non dovrebbero essere soggetti ad autorizzazione in quanto «presentano rischi inferiori e contribuiscono alla raccolta differenziata».
La legge 97/2013 incorpora parte di quanto stabilito dal Dm 65/2010 e prescrive che il trasporto dei rifiuti ai centri di raccolta «con cadenza mensile e, comunque, quando il quantitativo raggruppato raggiunga complessivamente i 3.500 chilogrammi». Nella nuova formulazione della norma il quantitativo "complessivo" si riferisce a ciascuno dei raggruppamenti 1 (freddo e clima), 2 (altri grandi elettrodomestici bianchi) e 3 (TV e monitor) definiti dal decreto ministeriale 185/2007, mentre nel caso dei raggruppamenti 4 (information technology, consumer electronics e apparecchi di illuminazione) e 5 (sorgenti luminose) i 3.500 chilogrammi sono relativi all'insieme di questi due raggruppamenti.
Resta disattesa è l'esigenza di ridurre la frequenza dei trasporti ai centri di raccolta comunale, che dovrà essere almeno mensile o più ravvicinata se si supera il limite dei 3.500 chilogrammi. Secondo le osservazioni della commissione Ambiente della Camera la previsione di una frequenza mensile «non sembra muoversi nella direzione della semplificazione», comportando un aggravio dei costi per i negozianti che non determina alcun vantaggio ambientale. Da rivedere, sempre secondo la commissione Ambiente della Camera, anche la formulazione della disposizione sui luoghi di deposito, secondo cui «il raggruppamento dei Raee è effettuato presso il punto di vendita o presso altro luogo». La norma, infatti, sembra prescrivere «che il distributore possa attivare un solo sito di raggruppamento Raee, non tenendo conto della realtà operativa e logistica delle imprese distributive».
Vengono aboliti, infine, sia il limite di portata dei mezzi di trasporto, in precedenza fissato a 6mila chilogrammi, sia l'esclusione dall'ambito di applicazione del Dlgs 151/2005 degli elettrodomestici fissi di grandi dimensioni e di alcune altre tipologie di apparecchi esemplificativamente indicate nell'allegato 1B, deroga ora riconosciuta come non conforme alle disposizioni comunitarie (articolo Il Sole 24 Ore del 21.08.2013
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AMBIENTE-ECOLOGIAIl peso dei rifiuti pericolosi verificato anche a destinazione. Sistri. Da ottobre tracciabilità obbligatoria per i produttori con più di 10 dipendenti.
Fervono i preparativi per il riavvio del Sistri, programmato per il 1° ottobre. Da quel giorno il sistema per la tracciabilità dei rifiuti diventerà obbligatorio per i produttori di rifiuti pericolosi con più di 10 dipendenti e per tutti gli operatori che assicurano le diverse fasi di gestione di questa tipologia di scarti.
In vista della scadenza il ministero dell'Ambiente ha pubblicato sul portale (www.sistri.it) una nuova versione del manuale operativo del sistema. L'aggiornamento del software e del vademecum avrebbero dovuto dare corpo alle esigenze di semplificazione operativa espresse dal mondo delle imprese e compendiate in un documento sottoscritto da pressoché tutte le associazioni imprenditoriali. In qualche caso ciò è avvenuto, ma sono ancora molte le procedure che andrebbero riviste.
Quantità del rifiuto
Nelle "schede area movimentazione del rifiuto", il nuovo nome dei formulari utilizzati in fase di trasporto, è ora possibile esprimere la quantità del rifiuto in metri cubi, riservandosi di far verificare il peso a destino. L'innovazione è importante per tutte le imprese che non dispongono di una pesa o che depositano i rifiuti in contenitori dal volume noto, ma per essere realmente efficace dovrebbe essere associata alla possibilità, non ancora prevista, di utilizzare il volume anche per le registrazioni di carico del rifiuto che precedono l'avvio al recupero o allo smaltimento.
Movimentazione del rifiuto
Il nuovo manuale delinea meglio la possibilità di affidare i rifiuti al trasportatore senza che la chiavetta Usb del veicolo debba essere fisicamente inserita nel computer del produttore, consentendo che la data e l'ora d'inizio del trasporto siano prima riportate sulla scheda area movimentazione stampata su carta e, in seguito, inserite nel sistema informatico dal trasportatore. Il dispositivo Usb del mezzo, in precedenza presentato come lo strumento che avrebbe dato garanzia sia dell'effettiva partenza di un carico di rifiuti da una determinata unità locale del produttore, sia dell'avvenuta consegna all'impianto autorizzato preliminarmente indicato, diviene ora solo un supporto per la memorizzazione e il trasferimento dei dati dal sistema telematico alla black box installata sul veicolo.
Allineamento dati anagrafici
Nel caso di cambiamenti nella titolarità dell'azienda o del ramo d'azienda –spiega il manuale riportando le prescrizioni del Dm 52/2011– gli operatori subentranti dovranno accedere all'area riservata del portale Sistri e trasmettere copia degli atti che hanno comportato la variazione «prima che tali cambiamenti acquisiscano efficacia». Si è quindi tenuti a inviare al Sistri la documentazione già trasmessa al Registro delle imprese ma, nel caso in cui l'impresa subentrante non sia ancora iscritta al sistema, l'accesso all'area "gestione azienda" del portale non è possibile.
Conservazione dati trasmessi
L'articolo 188-bis del Dlgs 152/2006, che entrerà in vigore dal giorno successivo all'avvio del Sistri, sancisce l'obbligo di «conservazione in formato elettronico» dei dati già sottoscritti digitalmente e inviati al ministero dell'Ambiente con le procedure telematiche previste dal sistema. Il nuovo manuale non chiarisce, però, come sia concretamente possibile adempiere l'obbligo di "scaricare" le registrazioni e si spinge a indicare che è necessario conservarle «presso la sede legale dell'azienda», malgrado ciò non sia prescritto dalle norme che disciplinano l'uso del sistema (articolo Il Sole 24 Ore del 21.08.2013
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ENTI LOCALIIl Garante della privacy fissa la trasparenza. Web. I requisiti del sito istituzionale.
Privacy all'insegna della trasparenza. Il Garante ha predisposto un regolamento che recepisce il decreto 33/2013, che ha imposto alle pubbliche amministrazioni di inserire sui propri siti tutta una serie di informazioni (redditi dei dipendenti, consulenze, curricula, acquisti, documenti eccetera).
Il regolamento 1/2013 –pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale 193 del 19 agosto (entrerà in vigore il 18 ottobre)– prevede che nella home-page del sito del Garante sia creata una sezione ad hoc denominata "Autorità trasparente" da cui il cittadino possa accedere a molte informazioni, che saranno caricate tempestivamente (in ogni caso, entro tre mesi dalla loro origine) e aggiornate con cadenza annuale.
L'Authority si impegna a garantire la qualità delle notizie pubblicate, la loro integrità, completezza, esattezza, semplicità di consultazione, comprensibilità, facilità di accesso e riutilizzabilità. Nel caso di ritardo o mancata pubblicazione di un atto, il cittadino può azionare l'accesso civico. Si tratta del diritto di sollecitare –senza alcuna limitazione riguardo alla legittimazione soggettiva del richiedente e senza che l'istanza debba essere motivata– la pubblicazione dei documenti omessi.
Il perseguimento della trasparenza –ricorda il Garante nel regolamento– è «condizione delle libertà individuali e collettive, nonché dei diritti civili, politici e sociali, integra il diritto a una buona amministrazione e concorre alla realizzazione di un'amministrazione aperta, al servizio del cittadino» (articolo Il Sole 24 Ore del 21.08.2013
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QUESITI & PARERI

PUBBLICO IMPIEGOOGGETTO: Accesso a documenti inerenti attribuzione assegni familiari e congedi previsti dalla legge 104/1992 da parte del coniuge separato.
Il Dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo “.....” di Sava (TA) espone che il coniuge separato di un dipendente dell’Istituto, genitore di due bambini portatori di handicap, che usufruisce di permessi ex art. 33 della legge n. 104/1992 per 6 giorni al mese, ha chiesto di conoscere i giorni in cui il dipendente usufruisce di tali permessi, al fine di verificare se in tali giornate presta o meno assistenza ai figli.
Chiede di conoscere se una tale motivazione possa legittimare il diritto di accesso.
Il controinteressato, ritualmente avvertito, ha proposto opposizione all’istanza di accesso contestando che il proprio coniuge possa avere un qualunque interesse a conoscere i giorni in cui usufruisce dei permessi ex lege 104/1992, tenuto conto che si tratta esclusivamente del rapporto intrattenuto dall’insegnante con l’Istituto.
Ciò premesso ritiene la Commissione che nel caso di specie la richiesta di accesso possa essere positivamente definita.
E’ evidente, invero, che il controinteressato usufruisce dei permessi in questione per il fatto di essere genitore di due bambini portatori di handicap, ed è di conseguenza altrettanto evidente che il coniuge separato abbia interesse a conoscere i giorni in cui i permessi vengano accordati, al fine di verificare se in tali giornate i figli abbiano o meno assistenza.
Al riguardo non ha nessun rilievo il fatto che il tribunale di Taranto non abbia riconosciuto al coniuge separato la veste di controinteressato, per la decisiva ragione che l’oggetto di quel giudizio è tutt’affatto diverso dall’istanza di accesso proposta.
Deve pertanto concludersi che nella specie la richiesta di accesso sia sufficientemente motivata
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 20.12.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

CONSIGLIERI COMUNALIOGGETTO: Accesso ai cedolini di busta paga dei dipendenti comunali da parte dei consiglieri comunali.
Il Sig. ..., Consigliere di maggioranza del Comune di Copiano, espone di aver chiesto all’Amministrazione comunale la visione ed il rilascio dei cedolini di busta paga riguardanti la dipendente comunale dott.ssa ..., relativi ad alcuni mesi del 2011 e del 2012.
Il Sindaco del suddetto Comune, nel rappresentare all’esponente che analoga richiesta di altro Consigliere comunale aveva avuto esito negativo, ha tuttavia evidenziato che la suddetta dipendente percepisce lo stipendio contrattuale Enti locali livello C2 con una indennità di posizione invariata rispetto a quella iniziale.
Ciò premesso, pur volendo prescindere da ogni considerazione in ordine alla circostanza che la risposta dell’Amministrazione è pervenuta oltre il prescritto termine di 30 giorni, va sottolineato che questa Commissione, nella scia di una ormai consolidata giurisprudenza del giudice amministrativo, ha avuto più volte occasione di affermare che il “diritto di accesso” ed il “diritto di informazione” dei Consiglieri comunali sono specificamente disciplinati dall’art. 43 del d.lgs. n.267 del 2000 che riconosce loro (ed ai consiglieri provinciali) il diritto di ottenere dagli uffici tutte le notizie e le informazioni in loro possesso, utili all’espletamento del loro mandato.
Si tratta all’evidenza, di un diritto dai confini più ampi del diritto di accesso riconosciuto al cittadino nei confronti del Comune di residenza (art. 10 T.U.E.L) o, più in generale, nei confronti della P.A. disciplinato dalla legge n. 241 del 1990
Tale maggiore ampiezza trova la propria giustificazione nel particolare “munus” espletato dal Consigliere comunale (ma ciò parimenti vale anche per il Consigliere circoscrizionale), affinché questi possa valutare con piena cognizione di causa la correttezza e l’efficacia dell’operato dell’Amministrazione, onde poter esprimere un giudizio consapevole sulle questioni di competenza della P.A., opportunamente considerando il ruolo di garanzia democratica e la funzione pubblicistica da questi esercitata.
Per queste ragioni il Consigliere comunale ed il Consigliere circoscrizionale non devono neppure motivare le proprie richieste d’informazione, perché altrimenti la P.A. si ergerebbe ad arbitro delle forme di esercizio delle potestà pubblicistiche degli organi deputati all’individuazione ed al perseguimento dei fini collettivi, con la conseguenza che gli uffici comunali e circoscrizionali non hanno il potere di sindacare il nesso intercorrente tra l’oggetto delle richieste d’informazione e le modalità di esercizio della funzione esercitata dai Consiglieri comunali e circoscrizionali.
Giova tuttavia sottolineare che l’unico limite è rappresentato dal fatto che: Consiglieri comunali e circoscrizionali non possono abusare del diritto all’informazione riconosciuto loro dall’ordinamento, interferendo pesantemente sulla funzionalità e sull’efficienza degli uffici dell’Ente civico, con richieste che travalichino i limiti della proporzionalità e della ragionevolezza.
Per le suesposte ragioni, il diniego espresso dall’Amministrazione comunale nel caso di specie non può essere condiviso
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 20.12.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

PUBBLICO IMPIEGOOGGETTO: Richiesta di parere in tema di esercizio del diritto di accesso alle schede valutative di una selezione per progressione orizzontale.
Un messo comunale ha impugnato dinanzi al Difensore civico territoriale il provvedimento con cui il Comune aveva negato l’accesso alle schede valutative dei partecipanti alla selezione indetta per le progressioni nei profili professionali, lamentando di essere stato ingiustamente discriminato. Il Difensore civico adito, pur intendendo accogliere il ricorso, ha inoltrato richiesta di parere a questa Commissione al fine di conoscere se possa concedersi l’accesso ai documenti valutativi dei concorrenti e se sia necessario notiziare i controinteressati nonché quali siano le modalità di accesso più idonee (accesso integrale, limitato alla visione ovvero omissis) in caso di accesso a documenti contenenti dati personali.
Questa Commissione, premesso che nutre alcune perplessità in ordine alla propria competenza ad esprimere pareri inerenti decisioni di ricorsi pendenti innanzi al Difensore Civico, nel merito osserva quanto segue.
Sulla prima questione, la Commissione ribadisce che i partecipanti ad una procedura concorsuale o selettiva pubblica, sono titolari di un interesse endoprocedimentale, ai sensi dell'art. 10 legge n. 241/1990, ad accedere alle schede valutative degli altri candidati, senza alcuna necessità di una preventiva notifica agli altri dipendenti in graduatoria, dal momento che questi ultimi, partecipando ad una selezione, hanno implicitamente accettato che i loro dati personali potessero essere resi conoscibili da tutti gli altri concorrenti a ciò interessati (arg. ex TAR Lazio, Roma, Sez. III, 08.07.2008, n. 6450).
Circa il secondo aspetto, come è noto, argomentando dal combinato disposto degli artt. 24, co. 7, della legge n. 241/1990 e 60 d.lgs. n. 196/2003, nel caso di documenti contenenti dati personali sensibili e giudiziari ovvero supersensibili l'accesso è consentito rispettivamente alla stregua del principio di stretta indispensabilità ovvero se la situazione giuridicamente rilevante che si intende tutelare con la richiesta di accesso ai documenti amministrativi è di rango almeno pari ai diritti dell'interessato, ovvero consiste in un diritto della personalità o in un altro diritto o libertà fondamentale e inviolabile, in esito ad un sostanziale bilanciamento di interessi operato già dalla legge come regola di massima.
In esito a tale comparazione, qualora la riservatezza sia considerata recessiva, il diritto di accesso dovrà esercitarsi in forma “piena” ed “integrale” mediante il congiunto esercizio della visione e dell’estrazione di copia, dovendo ritenersi scomparsa la figura dell'accesso limitato alla sola visione, alla stregua della nuova formulazione testuale dell’art. 24 e dell’art. 25 della legge n. 241/1990 (Tar Bari, sez. I, 05.02.2007, n. 337).
Tuttavia, come è stato autorevolmente sostenuto in dottrina e in giurisprudenza, "il giudizio di bilanciamento tra interessi in conflitto non va effettuato allorché sia possibile celare, mediante l’apposizione di opportuni omissis, l’identità del soggetto, cui si riferiscono i dati sensibili o sensibilissimi e che la tutela dei dati sensibili può essere operata mediante tecniche di mascheramento riguardanti i dati relativi ai terzi ovvero oscurando i dati supersensibili se riferiti direttamente ai contro interessati” (cfr TAR Campania, Napoli, sez. V del 13.07.2006, n. 7475 nonché TAR Toscana, sez. II del 09.02.2007, n. 152; vedi anche Cons. Stato Sez. IV, 06.05.2010, n. 2639).
Tali principi dovranno essere integrati, caso per caso, secondo le concrete valutazioni, prima della p.a. e poi degli organi giustiziali e giurisdizionali in fase di controllo, in considerazione delle specifiche esigenze dell'interessato
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 20.12.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVIOGGETTO: Richiesta di parere in tema di accesso di un cittadino residente.
Un cittadino, residente nel Comune di Nocera Inferiore, intende conoscere il parere di questa Commissione sulla legittimità del comportamento tenuto da un funzionario comunale che, a fronte della richiesta di visione dei documenti relativi alla gestione di un istituto locale da parte di un Comitato di Quartiere, aveva richiesto, oltre ad una serie di notizie e documenti, “l’assenso” del Presidente del Comitato stesso.
In linea generale, la Commissione ribadisce che ogni cittadino residente (siano essi persone fisiche, associazioni o persone giuridiche) ha diritto di accedere, in generale, alle informazioni di cui è in possesso l'amministrazione ai sensi dell'ultima parte del 2° comma dell'art. 10 del TUEL. Come è noto, tale disposizione, diversamente da quanto previsto nel regime generale di cui alla legge n. 241/1990, configura il diritto di accesso del cittadino alla stregua di un'azione popolare che non deve essere accompagnata né dalla titolarità di una situazione giuridicamente rilevante né da un'adeguata motivazione.
Pertanto, con riguardo al caso di specie, non pare possa negarsi il diritto del cittadino ad ottenere le informazioni richieste. Tuttavia, seppur non è chiara l’utilità o necessità delle notizie richieste dal funzionario comunale, permane l’obbligo della p.a. di inviare l’istanza di accesso al controinteressato ex art. 3 d.P.R. n. 184/2006 al fine di un’eventuale opposizione
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 20.12.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

CONSIGLIERI COMUNALI: OGGETTO: Accesso agli atti preparatori e a bozza di accordo da parte di un Consigliere comunale.
Il Comune di Valle Aurina ha rappresentato di essere da tempo impegnato in trattative con locali imprenditori nel settore energetico. A tale fine è stata elaborata da parte dell’Amministrazione comunale una bozza di accordo, che è stata accantonata in quanto non condivisa tra le parti. Tale bozza è stata oggetto di richiesta di accesso da parte di un consigliere comunale che, in esito al relativo rigetto, ha ritenuto opportuno chiedere una consulenza giuridica al Consorzio dei Comuni di Bolzano.
Il Comune interessato invece, chiede il parere di questa Commissione al fine di conoscere “l'accessibilità di atti preparatori in trattative negoziali successivamente accantonati in quanto ritenuti pregiudizievoli oppure irrilevanti per le parti”. Nonché, in particolare, se una bozza di accordo -successivamente accantonata e quindi divenuta irrilevante per l'ulteriore prosieguo dell'azione amministrativa- possa essere assimilata al concetto di documento amministrativo, accessibile ai sensi dell'art. 22, legge n. 241/1990.
Tanto premesso, si evidenzia che la natura di atto interno non ufficiale non ne giustifica il diniego all’accesso, considerato che l’art. 22, c. 1, lett. D), definisce documento amministrativo ogni rappresentazione del contenuto di atti, anche interni o non relativi a uno specifico procedimento, detenuti da una pubblica amministrazione e concernenti attività di pubblico interesse, indipendentemente dalla natura pubblicistica o privatistica della loro disciplina sostanziale (cfr. decisione della Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi nella seduta del 14.12.2010).
Peraltro, considerato che la fattispecie “de qua” concerne trattative negoziali caducate non è dato ipotizzare eventuali differimenti dell’accesso. Infatti, secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale il differimento può essere disposto per salvaguardare specifiche esigenze dell’Amministrazione, soprattutto nella fase preparatoria dei provvedimenti, in relazione ai documenti la cui conoscenza possa compromettere il buon andamento dell’azione amministrativa (TAR Lazio, sent. N. 13139/2009; TAR Liguria, sent. N. 1644/1007; cfr. decisione della Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi nella seduta del 16.11.2010).
Si soggiunge, che i Consiglieri comunali e provinciali godono, comunque, di un pieno diritto d’accesso a tutti i documenti utili all’espletamento del proprio mandato, ai sensi dell’articolo 43 del TUEL, che, in quanto norma speciale, prevale rispetto alle disposizioni generali in materia d’accesso di cui alla legge n. 241 del 1990.
In particolare, il diritto del consigliere comunale ad ottenere dall’Ente locale e da tutte le aziende o enti partecipati dal Comune o affidatarie di servizi pubblici locali, tutte le notizie ed le informazioni utili all’espletamento del mandato non può essere in alcun modo compresso e non incontra alcuna limitazione derivante dalla eventuale natura riservata dei documenti, atteso che il diritto alla riservatezza viene comunque salvaguardato, essendo il consigliere istante vincolato al segreto d’ufficio, nei casi specificatamente determinati dalla legge, ai sensi del comma 2 del citato articolo 43 del TUEL. (C.d.S., sez. V, 04.05.2004, n. 2716)
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 20.12.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: OGGETTO: Notifica ai controinteressati.
La dott.ssa ..., responsabile dei Servizi Pubblici della Provincia di Rovigo, pone una serie di quesiti riguardanti il comportamento della P.A. quando, a fronte di una richiesta di accesso ai documenti amministrativi, deve darne comunicazione ai controinteressati.
Al riguardo la Commissione osserva che il termine “notifica” rinvenibile nella rubrica dell’art. 3 del d.P.R. n. 184/2006 deve essere inteso in senso atecnico, come si desume agevolmente dal testo della norma stessa che, in modo del tutto chiaro, dispone che la comunicazione ai controinteressati deve essere fatta mediante raccomandata con avviso di ricevimento.
Quanto poi all’ipotesi che l’avviso di ricevimento pervenga all’Amministrazione decorsi i 30 giorni dalla domanda di accesso, è evidente che non si forma il silenzio rigetto impugnabile perché questo presuppone la totale inerzia dell’Amministrazione.
Infine, nell’ipotesi in cui la raccomandata ritorni al mittente per qualunque ragione (compiuta giacenza, destinatario trasferito o irreperibile, etc.), la richiesta di accesso può essere senza dubbio definita, avendo la P.A. posto in essere tutti gli incombenti previsti dalla vigente normativa
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 27.11.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: OGGETTO: Parere in merito alla ostensibilità dei documenti acquisiti in esito all’accesso.
La dott.ssa ... –dottore commercialista e revisore contabile– chiede di conoscere se a seguito di accesso agli atti e al rilascio di copia della documentazione, il richiedente l’accesso possa condividerne il contenuto con i soggetti componenti la propria lista elettorale ed i componenti la lista collegata. Al riguardo precisa che la documentazione è afferente alle liste presentate ai sensi degli artt. 64 e ss. del d.lgs. 139/2005 in materia di elezioni presso l’ordine dei dottori commercialisti ed esperti contabili.
In relazione al quesito formulato, la Commissione rappresenta che, ai sensi della normativa vigente in materia di accesso ai documenti amministrativi, non sussistono limitazioni di sorta in merito alla ostensibilità degli atti acquisiti in esito all’accoglimento delle relative richieste d’accesso, ad eccezione degli accessi dei Consiglieri comunali e provinciali che, ai sensi dell’articolo 43 del d.lgs. n. 267 del 2000 (TUEL), sono tenuti al segreto nei casi specificamente determinati dalla legge, con riferimento alle notizie ed informazioni ottenute, rispettivamente dagli uffici del Comune e della Provincia, per l’espletamento del proprio mandato
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 27.11.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: OGGETTO: Richiesta di parere in merito ad una richiesta di accesso ad un atto di Servizi Ambientali S.p.A. (società interamente pubblica).
La Società (interamente pubblica) S.p.A.., rappresenta di avere ricevuto in data 02.10.2012 una richiesta da parte dell'lng. ... -di cui si allega copia- finalizzata ad ottenere copia della delibera del consiglio di amministrazione avente ad oggetto non l'attribuzione di un incarico, bensì la possibilità di procedere a detta attribuzione nei di lui confronti. Al riguardo sostiene che detta delibera non aveva e non ha alcuna relazione, nemmeno indiretta, con le funzioni pubbliche della società e che non è sorto in capo al richiedente alcun diritto, non avendo il consiglio preso alcuna decisione in merito al conferimento dell'incarico ed avendo successivamente formalizzato la contraria intenzione di non procedere ad alcun conferimento.
Sostiene, poi, che la richiesta di accesso sembra finalizzata unicamente ad esercitare pressioni sull’organo amministrativo e che la delibera contiene considerazioni espresse dai consiglieri di amministrazione del tutto inconferenti rispetto all’oggetto dell’istanza.
Tanto premesso, la predetta S.p.A. chiede alla Commissione se, contrariamente all’orientamento giurisprudenziale – a suo dire prevalente - debba ritenersi fondata l’istanza del richiedente e, in questo caso, se l’eventuale copia del documento possa essere rilasciata rendendo visibile solo la parte strettamente legata all’espressione non deliberativa relativa all’ipotesi di conferimento dell’incarico.
La Commissione reputa che sussista la legittimazione all’accesso del ricorrente limitatamente alla parte del documento, pertinente all’oggetto della richiesta, essendo stata motivata correttamente, a scopo accertativo, la relativa istanza.
La circostanza che il procedimento si sia già concluso negativamente nei confronti dell’accedente, non vale a giustificare il rigetto della stessa. Infatti, l’art. 22, c. 1, della legge 241/1990 garantisce espressamente il diritto di accesso ai documenti amministrativi anche interni, sancendo in tale modo l’autonomia dell’interesse sottostante alla relativa istanza rispetto alla esistenza o alla pendenza di uno specifico procedimento al quale l’istante sia interessato.
Si precisa che, solo qualora la delibera -oggetto della richiesta- contenga argomenti ultronei, del tutto inconferenti ed estranei al tema dell’attribuzione dell’incarico, tali dati potranno essere cancellati, in occasione della visura e del rilascio del documento all’interessato
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 27.11.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: OGGETTO: Richiesta di parere sull’obbligo di pagamento del costo di riproduzione di copie di documenti rilasciati da Amministrazione statale, richiesti ex art. 25 L. 241/1990.
Il Policlinico Militare di Roma rappresenta di avere ricevuto n. 2 richieste di rilascio di copie fotostatiche di documentazione sanitaria (le cartelle cliniche dei Sigg. ... e ...) da parte di uno studio legale, che ha rappresentato, ai sensi della L. 241/1990, l'interesse concreto ed attuale nell’ambito dei ricorsi giudiziali dei suoi assistiti e o degli eredi in controversie in materia pensionistica. L’Amministrazione ha chiesto, pertanto, il versamento del corrispettivo onere ristorativo dei diritti di riproduzione correlato al numero di pagine rilasciate ed inviate a mezzo R.A. rispettivamente di euro 7.50 (sette/50) per le due cartelle del Signor ... e di euro 2.50 (due/50) per la cartella del signor ...).
Ad ambedue le richieste lo Studio Legale opponeva rifiuto al versamento dell'onere richiesto, adducendo che la normativa dell'art. 12, tab. b, d.P.R. 642/1972 sull'imposta di bollo prevede l’esenzione di imposte per "controversie in materia di pensioni dirette" e che, altresì, l'art. 10 legge 533/1978 contempla tra gli atti esenti da qualsiasi "spesa, tassa o diritto di qualsiasi specie e natura" gli atti inerenti "controversie individuali di lavoro" (all. E e all. F).
Per il primo caso, relativo al Signor ..., il Policlinico inviava, comunque, la documentazione richiesta a favore della patrocinata vedova ...- anticipando il credito del corrispettivo richiesto per il ristoro delle spese di riproduzione - avvertendo contestualmente il predetto studio legale che sarebbe stata attivata una richiesta di parere a codesta Commissione per un eventuale successivo recupero della somma dovuta.
Per il secondo caso, relativo al Sig. ..., al rifiuto opposto dallo Studio Legale ... al versamento delle spese di riproduzione della documentazione sanitaria richiesta, l’Amministrazione confermando le indicazioni di cui alle precedenti comunicazioni e rinviando a quanto chiarito dalla Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri nella seduta del 14/09/2010, non inviava copia della cartella clinica comunque estratta.
Tanto premesso, il Direttore del Policlinico Militare di Roma chiede a codesta Commissione di esprimere chiarimenti e linee applicative in merito ai seguenti quesiti:
 se risulta legittimo l'obbligo e la conseguente richiesta del Policlinico Militare di corresponsione del rimborso delle spese di riproduzione di documenti rilasciati su richiesta di accesso ex art. 25 legge 241/1990 e successive integrazioni, ex d.P.R. 184/2006, ex circolari applicative e regolamenti interni, nei casi della normativa riferita dallo Studio Legale ... in materia di pensioni e contenzioso lavoristico (l. 533/1978 e d.P.R. 642/1972);
 se i costi di spedizione della documentazione al domicilio del richiedente siano a carico del richiedente stesso e dell'Amministrazione (rectius o dell’Amministrazione).
Si evidenzia che la legge n. 241/1990 – norma di rango primario rispetto alle disposizioni regolamentari - nel riconoscere a chiunque vi abbia interesse il diritto di accesso ai documenti amministrativi, ha indicato sinteticamente i concreti modi per l’esame e l’estrazione di copia della documentazione, stabilendo che il rilascio di copia dei documenti è subordinato soltanto al rimborso del costo di riproduzione, salve le disposizioni in materia di bollo, nonché i diritti di ricerca e visura ove espressamente previsti.
In conformità a tale previsione legislativa, il d.p.r. 12.04.2006, n. 184, all’art. 7, c. 6, stabilisce che “...in ogni caso, la copia dei documenti è rilasciata subordinatamente al pagamento degli importi dovuti ai sensi dell’art. 25 della legge, secondo le modalità determinate dalle singole Amministrazioni. Su richiesta dell’interessato, le copie possono essere autenticate”.
Conseguentemente, a ciascuna Amministrazione è stato demandato, in attuazione degli artt. 5 e 6 del d.P.R. n. 352/1992 di fissare l’importo dovuto per i relativi costi di riproduzione per ciascuna copia degli atti richiesti con criteri di uniformità e di praticità.
Peraltro, la lettera e la ratio delle disposizioni in materia di accesso ai documenti amministrativi contenute nelle leggi 241/1990 e 142/1990 escludono che sia dovuta l’imposta di bollo tanto sulla richiesta di accesso quanto sulla copia informe eventualmente rilasciata, ferma restando, invece, l’assoggettabilità a bollo, ove prevista “ex lege”, della copia autenticata, eventualmente richiesta.
Tanto premesso, per quanto riguarda l’assoggettabilità a bollo nel caso specifico, nell’ipotesi di rilascio a richiesta di copie conformi, trova applicazione la Tabella – Allegato B - di cui al d.P.R. n. 642/1972 (così come modificata dal d.P.R. n. 955/1982 e s.m.i.) che all’art. 12 individua tra gli atti, documenti e registri amministrativi esenti in modo assoluto dall’imposta stessa gli atti, documenti e provvedimenti dei procedimenti giurisdizionali–amministrativi relativi a controversie in materia di pensioni dirette o di reversibilità.
Pertanto, le suesposte disposizioni normative di rango primario prevalgono su eventuali, difformi disposizioni regolamentari.
Si soggiunge, peraltro, che i costi di spedizione della documentazione a domicilio, in esito a specifica istanza, sono a carico del richiedente
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 27.11.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVIOGGETTO: Parere - accesso ai documenti concorso pubblico.
La sig.ra ..., partecipante al Concorso per esami e titoli per il reclutamento dei Dirigenti Scolastici per la Scuola Primaria, Secondaria di I grado, Secondaria di II grado e degli Istituti Educativi, chiede parere a questa Commissione sulla legittimità dei provvedimenti adottati dall'USR Puglia in merito alle proprie richieste di accesso ai documenti amministrativi del concorso stesso.
A tal riguardo, precisa di essere stata ammessa a sostenere le prove scritte del Concorso per D.S., dopo avere superato la prova preselettiva del 12 Ottobre 2011 e di essere, poi, risultata tra i candidati non ammessi alla prova orale. La professoressa, dubitando della corretta applicazione delle griglie di valutazione che l'avrebbero penalizzata –a suo dire- oltre misura sino ad escluderla dal sostenere la prova orale, inoltrava richiesta di accesso agli elaborati dei canditati ammessi a sostenere le prove orali (in numero di 228) ed alle relative valutazioni adottate dalla Commissione d'esame.
Dopo una prima istanza di accesso, differita dall’USR Puglia, l’interessata riferisce infine di essere stata invitata, dopo l’assegnazione degli incarichi, per un accesso solo parziale, percentualizzato rispetto al totale degli elaborati dei candidati ammessi all’orale e che in tale occasione l’impiegato non ha mostrato alcun originale, limitandosi a consegnare delle copie fotostatiche. La professoressa, pertanto, reputa che non sia stato corretto sia differire l’accesso sia limitarlo ad una sola quota dei documenti. Conclusivamente, chiede quindi il parere di questa Commissione, nella prospettiva di intraprendere eventuali azioni necessarie alla tutela dei propri diritti.
Tanto premesso, questa Commissione evidenzia come da consolidato indirizzo e anche da copiosa giurisprudenza del giudice amministrativo sia acclarata l’accessibilità dei documenti formati dalla commissione esaminatrice e prodotti da altri candidati (cfr. TAR Lazio, Roma, Sez. III, 08.07.2008, n. 6450; Commissione decisione del 04.05.2010).
Va riconosciuto, pertanto, il diritto di essere ammessa a visionare tutti i documenti e di estrarne copia, perché l’esercizio del diritto di accesso, ai sensi delle disposizioni vigenti, deve intendersi comprensivo di entrambe le modalità. Tuttavia, l’accesso potrà legittimamente essere limitato dall’amministrazione ai soli elaborati con voti utili per l’ammissione all’esame orale
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 13.11.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: OGGETTO: Richiesta di parere sul diritto di accesso al nominativo di un esposto.
L’istante ha segnalato che il Comune ove risiede nega sistematicamente l’accesso agli atti della Polizia Municipale (verbali o accertamenti) relativi al procedimento conseguente ai numerosi esposti presentati per molestie provocate, ad esso istante e ai cittadini del comune, da cani di grossa taglia lasciati incustoditi sulla pubblica via.
In conformità all’orientamento espresso da questa Commissione, nel caso in cui l’istante -come nella specie- sia un cittadino residente nel comune, il diritto di accesso è soggetto alla disciplina speciale di cui all’art. 10, co. 1, del d.lgs. n. 267/2000, che sancisce espressamente il principio della pubblicità di tutti gli atti ed il diritto dei cittadini di accedere alle informazioni in possesso delle autonomie locali, senza fare menzione alcuna della necessità di dichiarare la sussistenza di tale situazione al fine di poter valutare la legittimazione all’accesso del richiedente.
Pertanto, considerato che il diritto di accesso ex art. 10 TUEL si configura alla stregua di un’azione popolare, il cittadino residente può accedere agli atti amministrativi dell'ente locale di appartenenza senza alcun condizionamento e senza necessità della previa indicazione delle ragioni della richiesta, dovendosi cautelare la sola segretezza degli atti la cui esibizione è vietata dalla legge o da esigenze di tutela della riservatezza dei terzi
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 23.10.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVIOGGETTO: Richiesta di parere sul diritto di accesso ad un esposto.
L’Autorità istante ha chiesto a questa Commissione se sia ostensibile un “esposto” che avrebbe innescato contemporaneamente un procedimento amministrativo ed un’indagine penale relativa ad una non meglio precisata gara, non essendo certo se le segnalazioni e le denunce costituiscano documenti amministrativi e se siano o meno atti sottoposti a segreto.
La Commissione ribadisce il proprio orientamento secondo cui:
- ogni soggetto deve poter conoscere con precisione i contenuti e gli autori di esposti o denunce che, fondatamente o meno, possano costituire le basi per l'avvio di un procedimento ispettivo o sanzionatorio. Ciò vale a maggior ragione quando tali denunce hanno sviluppi così penetranti come quelli che coinvolgono la sfera personale o professionale di un soggetto che, per i fatti oggetto di quell’esposto, sia stato sottoposto a procedimento ispettivo-disciplinare e a procedimento penale (cfr., Cons. Stato, Sez. V 19.05.2009 n. 3081; Sez. VI, 25.06.2007 n. 3601);
- non può essere esclusa l'ostensione di esposti e di segnalazioni di privati, pervenuti alla P.A., anche se già trasmessi al giudice penale che, per effetto di quelli, abbia incardinato un procedimento ancora pendente (Cons. Stato Sez. IV, 04.04.2011, n. 2118; TAR Lazio-Roma, Sez. I, n. 33041/2010).
Con riguardo al caso in esame, pur nella penuria di maggiori e più precisi elementi di fatto ricavabili dall’istanza (essendo ignoto chi abbia chiesto l’accesso, il tenore della relativa istanza e le specifiche motivazioni dell’accesso), si ritiene in linea generale che sia lecito far conoscere l’esposto dal quale è scaturito un procedimento amministrativo, soprattutto quando sia dedotta la necessità concreta di curare e difendere i propri interessi giuridici e non vi siano dati sensibili o supersensibili rilevanti ex art. 24, comma 7, legge n. 241/1990
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 23.10.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

CONSIGLIERI COMUNALIOGGETTO: Richiesta di accesso di consigliere comunale al protocollo del Comune.
Un consigliere comunale ha chiesto il parere di questa Commissione in ordine alla possibilità e modalità di visione del protocollo del proprio Comune.
Questa Commissione ritiene, a conferma di un orientamento ormai consolidato, che il “diritto di accesso” ed il “diritto di informazione” dei consiglieri comunali nei confronti della P.A. trovano la loro disciplina specifica nell’art. 43 del d.lgs. n. 267/2000 (TU degli Enti locali) che riconosce ai consiglieri comunali e provinciali il “diritto di ottenere dagli uffici, rispettivamente, del comune e della provincia, nonché dalle loro aziende ed enti dipendenti, tutte le notizie e le informazioni in loro possesso, utili all’espletamento del proprio mandato”.
Dal contenuto della citata norma si evince il riconoscimento in capo al consigliere comunale di un diritto dai confini più ampi sia del diritto di accesso ai documenti amministrativi attribuito al cittadino nei confronti del Comune di residenza (art. 10, T.U. enti locali) sia, più in generale, nei confronti della P.A. quale disciplinato dalla l. n. 241/1990.
Tale maggiore ampiezza di legittimazione è riconosciuta in ragione del particolare munus espletato dal consigliere comunale, affinché questi possa valutare con piena cognizione di causa la correttezza e l’efficacia dell’operato dell’Amministrazione, onde poter esprimere un giudizio consapevole sulle questioni di competenza della P.A., opportunamente considerando il ruolo di garanzia democratica e la funzione pubblicistica da questi esercitata (a maggior ragione, per ovvie considerazioni, qualora il consigliere comunale appartenga alla minoranza, istituzionalmente deputata allo svolgimento di compiti di controllo e verifica dell’operato della maggioranza). A tal proposito, il Giudice amministrativo individua la situazione giuridica in capo ai consiglieri comunali con l’espressione “diritto soggettivo pubblico funzionalizzato”, vale a dire un diritto che “implica l’esercizio di facoltà finalizzate al pieno ed effettivo svolgimento delle funzioni assegnate direttamente al consiglio comunale”.
A tal fine il consigliere comunale non deve motivare la propria richiesta di informazioni, poiché, diversamente opinando, la P.A. si ergerebbe ad arbitro delle forme di esercizio delle potestà pubblicistiche dell’organo deputato all’individuazione ed al perseguimento dei fini collettivi. Conseguentemente, gli Uffici comunali non hanno il potere di sindacare il nesso intercorrente tra l’oggetto delle richieste di informazioni avanzate da un Consigliere comunale e le modalità di esercizio del munus da questi espletato.
Anche per quanto riguarda le modalità di accesso alle informazioni e alla documentazione richieste dal consigliere comunale, costituisce principio giurisprudenziale consolidato (cfr., fra le molte, Cons. Stato, Sez. V, 22.05.2007 n. 929) quello secondo cui il diritto di accesso agli atti di un consigliere comunale non può subire compressioni per pretese esigenze di natura burocratica dell’Ente, tali da ostacolare l’esercizio del suo mandato istituzionale, con l’unico limite di poter esaudire la richiesta (qualora essa sia di una certa gravosità) secondo i tempi necessari per non determinare interruzione alle altre attività di tipo corrente e ciò in ragione del fatto che il consigliere comunale non può abusare del diritto all’informazione riconosciutogli dall’ordinamento pregiudicando la corretta funzionalità amministrativa dell’ente civico con richieste non contenute entro i limiti della proporzionalità e della ragionevolezza.
Proprio al fine di evitare che le continue richieste di accesso si trasformino in un aggravio della ordinaria attività amministrativa dell’ente locale, questa Commissione ha riconosciuto la possibilità per il consigliere comunale di avere accesso diretto al sistema informatico interno (anche contabile) dell’ente attraverso l’uso di password di servizio (fra gli ultimi, cfr. parere del 29.11.2009) e, più recentemente, anche al protocollo informatico.
Quanto alla natura generalizzata della richiesta rivolta a conoscere tutta la corrispondenza del comune, la Commissione ritiene che, seppur anche le richieste di accesso ai documenti avanzate dai Consiglieri comunali ai sensi dell'art. 43, co. 2, d.lgs. n. 267/2000 debbano rispettare il limite di carattere generale -valido per qualsiasi richiesta di accesso agli atti- della non genericità della richiesta medesima (cfr. Consiglio di Stato, sez. V, n. 4471 del 02.09.2005 e n. 6293 del 13.11.2002), l’eventuale istanza di accesso al protocollo non appare inammissibile per genericità atteso che il registro generale di protocollo costituisce di per sé documento autonomo -come tale suscettibile di accesso- dalla lettura del quale il consigliere comunale potrà acquisire tutte le informazioni che, ai sensi dell’art. 43, comma 2, T.U. n. 267/2000 ha diritto di conoscere per poi, eventualmente, richiedere l’accesso a specifici documenti.
La domanda di accesso deve, pertanto, essere accolta, consentendo la visione e l’acquisizione di copia del protocollo
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 23.10.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: OGGETTO: Richiesta di parere concernente il diritto di accesso ad atti in materia di inquinamento acustico.
Il Comune in indirizzo ha rappresentato che -a fronte della richiesta di un cittadino di accedere alla documentazione relativa ad un procedimento in materia di inquinamento acustico avviato nei confronti di una ditta confinante- quest’ultima si era opposta all’accesso in quanto non sussisterebbe un interesse giuridicamente rilevante né la dimostrazione che gli atti di interesse avessero effetti pregiudizievoli sulla posizione del cittadino istante. Tanto premesso, ha chiesto a questa Commissione un parere sulla legittimità dell’opposizione all’accesso manifestata dalla controinteressata.
La Commissione ribadisce il proprio consolidato orientamento secondo cui qualora l’istante risieda nel territorio comunale, si deve ritenere che egli possa accedere a tutte le informazioni inerenti al procedimento in questione ai sensi della speciale disciplina ex art. 10, comma 1, del decreto legislativo n. 267/2000, senza necessità di motivare la sua istanza con riferimento ad uno specifico interesse all’accesso.
Ed a nulla può valere l’opposizione manifestata dal controinteressato, dal momento che nel caso di specie non si applica l’art. 3 del d.P.R. n. 184 del 2006, la cui applicazione anche all’ambito delle autonomie locali finirebbe per operare un’indebita compressione dei più ampi diritti riconosciuti dalla disciplina speciale in favore dei cittadini residenti
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 23.10.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

PUBBLICO IMPIEGO: OGGETTO: Richiesta di parere in tema di accesso ai documenti relativi ad un procedimento disciplinare di un dipendente.
A fronte della richiesta avanzata da alcuni cittadini per ottenere copia degli atti (memorie difensive, relazioni dei dipendenti, etc.) del procedimento disciplinare, ormai archiviato, instaurato a carico di un dipendente comunale, l’ente civico ha chiesto di conoscere se detta istanza sia accoglibile dubitando della sussistenza di un interesse personale e concreto all’accesso ai sensi della legge n. 241/1990.
E’ noto che la diversità di posizione tra cittadino residente e quello non residente nel Comune dà luogo ad un doppio regime del diritto di accesso secondo quanto disposto dall’art. 10 del d.lgs. n. 267/2000 che ha presupposti diversi dal diritto di accesso previsto dalla normativa generale di cui all’art 22 della l. n. 241/1990 (arg. ex TAR Puglia Lecce Sez. II, 12.04.2005, n. 2067; TAR Marche, 12.10.2001, n. 1133).
In conformità al consolidato orientamento espresso da questa Commissione (e da cui non v’è motivo di discostarsi), qualora l’istante sia un cittadino residente nel comune il diritto di accesso non è soggetto alla disciplina dettata dalla legge n. 241/90 - che in effetti richiede la titolarità di un interesse diretto, concreto ed attuale corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento richiesto - bensì alla speciale disciplina di cui all’art. 10, co. 1, del d.lgs. n. 267/2000, che sancisce espressamente ed in linea generale il principio della pubblicità di tutti gli atti ed il diritto dei cittadini di accedere alle informazioni in possesso delle autonomie locali, senza fare menzione alcuna della necessità di dichiarare la sussistenza di tale situazione al fine di poter valutare la legittimazione all’accesso del richiedente.
Pertanto, considerato che il diritto di accesso ex art. 10 TUEL si configura alla stregua di un’azione popolare, il cittadino residente può accedere alle informazioni dell'ente locale di appartenenza senza alcun condizionamento e senza necessità della previa indicazione delle ragioni della richiesta, dovendosi cautelare la sola segretezza degli atti la cui esibizione è vietata dalla legge o da esigenze di tutela della riservatezza dei terzi, che nella specie non risultano né dedotti né sussistenti
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 23.10.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATAOGGETTO: Richiesta di parere sul diritto di accesso al nominativo di un esposto.
Il Comune istante ha chiesto di conoscere se due cittadini, destinatari di una denuncia per presunti abusi edilizi e maltrattamenti su animali d’affezione, possano accedere al nominativo del denunciante e al contenuto dell’esposto, che aveva innescato un procedimento istruttorio per la verifica di quanto lamentato.
L’amministrazione ritiene di poter rilasciare copia dello stesso esposto ma epurata dei nomi degli esponenti a tutela della loro riservatezza, segnalando un contrasto nella giurisprudenza del Consiglio di Stato in tema di accesso ad esposti di privati e domandando quale sia il comportamento da tenere in simili occasioni per contemperare le esigenze dell’accesso con quelle della riservatezza.
La Commissione ribadisce il proprio costante orientamento (vedi pareri plenum 26.10.2010 e 14.12.2010) secondo cui la riservatezza non può essere invocata quando venga richiesto di conoscere il nominativo di coloro che hanno reso segnalazioni, denunce o rapporti informativi nell'ambito di un procedimento ispettivo, foss’anche per coprire o difendere il denunciante da eventuali reazioni da parte del denunciato, le quali, comunque, non sfuggirebbero al controllo dell'autorità giudiziaria (Cons. Stato, decisione n. 3601/2007; n. 3081/2009), poiché il nostro ordinamento non tollera le denunce segrete (in questi termini, anche Cons. Stato, sez. V, 22.06.1998, n. 923).
Tale impostazione non è smentita dalla decisione del Consiglio di Stato (n. 895/2011) richiamata dall’amministrazione, poiché il contrasto delineato dal Comune è soltanto apparente. Infatti, nella fattispecie, seppure i Giudici hanno ritenuto corretta la decisione dell’amministrazione di criptare i nominativi dei soggetti denuncianti per salvaguardarne la riservatezza e sottrarli ad ipotetiche azioni ritorsive, tuttavia hanno anche affermato che tali esigenze possono divenire recessive se sussista la necessità della difesa in giudizio del richiedente l'accesso.
Si tenga anche conto peraltro, come emerge da una più attenta lettura della sentenza, che nella specie le generalità dei denuncianti erano comunque note al richiedente l’accesso poiché evincibili dai documenti resi ostensibili
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 23.10.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

PUBBLICO IMPIEGOOGGETTO: Richiesta di parere in materia di accesso ad atti del procedimento disciplinare nei confronti di un dipendente.
I Monopoli di Stato hanno chiesto a questa Commissione di esprimere parere sulla possibilità da parte di una lavoratrice di ottenere l’accesso agli atti del procedimento disciplinare, non ancora concluso, instaurato a carico di altro dipendente, accusato di presunte molestie sessuali. L’amministrazione istante ha segnalato una serie di ostacoli alla ostensione degli atti che, invece, a parere della Commissione, sono privi di pregio giuridico.
In particolare, viene segnalato che costituirebbe un ostacolo all’accesso:
1) la natura privatistica del procedimento disciplinare instaurato nei confronti di dipendenti della p.a con rapporto di lavoro privatizzato;
2) l’inapplicabilità del principio, enucleabile dalla decisione dell’adunanza plenaria del Consiglio di Stato n. 7/2006, che garantisce all’autore di un esposto il diritto di accesso agli atti di un procedimento disciplinare innescato nei confronti di un professionista, attese le diversità tra rapporto di lavoro privatizzato e lavoro autonomo;
3) l’inconfigurabilità tecnico-giuridica di un controinteressato nel procedimento disciplinare che non può in linea generale pregiudicare terzi diversi dal dipendente interessato;
4) la mancanza di interesse all’impugnativa del provvedimento di archiviazione del procedimento disciplinare da parte del terzo che richieda di accedere agli atti, traducendosi tale richiesta in una forma di controllo generalizzato sulla pa;
5) il potenziale pregiudizio alle esigenze di riservatezza dei terzi che hanno reso dichiarazioni nel corso dell’istruttoria (testimoni).
Tanto premesso, la Commissione osserva che:
-) quanto alle prime due questioni, esaminabili congiuntamente, è assolutamente irrilevante la natura pubblicistica o privatistica della disciplina del procedimento cui ineriscono gli atti oggetto dell’accesso. Infatti, per documento amministrativo ex art. 22, co. 1, lettere d) ed e), della legge 07.08.1990, n. 241 si intende ogni rappresentazione del contenuto di atti concernenti attività di pubblico interesse, indipendentemente dalla natura pubblicistica o privatistica della loro disciplina sostanziale e detenuti da soggetto di diritto pubblico o di diritto privato limitatamente alla loro attività di pubblico interesse disciplinata dal diritto nazionale o comunitario e, dunque, anche dall'amministrazione autonoma dei monopoli di stato;
-) le altre due questioni, per come formulate, ineriscono alla veste di “controinteressato” in senso tecnico processuale in capo all’autore di un esposto. Come tali, attengono al giudizio amministrativo contro l'eventuale annullamento di un determinato provvedimento e sono, pertanto, estranee alla valutazione della p.a. che deve limitarsi a sindacare la sussistenza di un interesse personale, diretto e concreto all’accesso da parte dell’autore dell’esposto, interesse che, nella specie, pare indubbio in relazione alle presunte molestie sessuali oggetto della segnalazione che ha innescato il procedimento disciplinare nei confronti del dipendente;
-) circa l’ultima questione, l’amministrazione non può opporre alcun interesse antagonista di terzi al rilascio della copia dei documenti, come quello alla riservatezza, quand’anche fosse destinato a coprire o difendere eventuali testimoni da eventuali reazioni, giacché il diritto alla privacy non può essere opposto all’autore della segnalazione che agisca per difendere o curare i propri interessi giuridici.
Pertanto, parendo illegittimo un eventuale diniego di accesso alla documentazione richiesta, la Commissione invita l’amministrazione istante a rivalutare la richiesta di accesso alla luce delle suesposte considerazioni
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 23.10.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

CONSIGLIERI COMUNALIOGGETTO: Richiesta di parere relativo al diritto di accesso a documenti da parte di un consigliere comunale.
L’ente civico istante chiede un parere relativo alla problematica dell’accesso di un consigliere comunale agli elenchi dei nominativi dei cittadini nei confronti dei quali il Comune ha effettuato segnalazioni e inoltrato notizie utili nell’ambito della collaborazione con l’agenzia delle entrate per la lotta all’evasione fiscale. L’amministrazione dubita della legittimità dell’accesso, ritenendo che i documenti richiesti siano esclusi dall’accesso rientrando nella categoria dei procedimenti tributari ai sensi dell’art. 24, co. 1, lett. b), della legge n. 241/1990.
La Commissione osserva che la disposizione contenuta nell'art. 43, comma 2, TUEL riconosce al consigliere comunale il diritto di ottenere dagli uffici comunali "tutte le notizie e le informazioni utili all'espletamento del proprio mandato e gli impone l'obbligo del segreto "nei casi specificamente determinati dalla legge". Indipendentemente dall'inclusione della divulgazione dei contribuenti assoggettati a segnalazioni o notizie fra i casi soggetti all’esclusione citata, gli Uffici comunali non possono limitare in alcun caso il diritto di accesso del consigliere comunale, ancorché possa sussistere il pericolo della divulgazione di dati di cui il medesimo entri in possesso.
La responsabilità di aver messo in condizione il consigliere comunale di conoscere dati sensibili cede di fronte al diritto di accesso incondizionato del medesimo, potendo essere semmai essere invocata dal terzo eventualmente danneggiato solo nei confronti di chi (consigliere comunale) del suo diritto abbia fatto un uso contra legem
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta dell'11.09.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVIOGGETTO: Richiesta di parere sul diritto di accesso alla registrazione informatica di una telefonata al numero di soccorso “115”.
L’amministrazione istante chiede di conoscere se sia accoglibile la domanda di accesso alla copia della registrazione informatica della telefonata con richiesta d’intervento al numero di soccorso “115” effettuata da un privato, destinatario di un intervento tecnico conseguente ad un incendio alla propria autovettura, motivata da presunte contestazioni rivolte dalla compagnia assicuratrice del veicolo da indennizzare (che paventa una tardiva effettuazione del soccorso).
Vengono avanzati dubbi sulla conoscibilità di tale documento, attesa la particolare natura dell’atto (dovendo la telefonata essere riversata su supporto informatico) nonché la necessità di tutela della riservatezza del controinteressato (ovvero l’operatore telefonico), la possibile esclusione dell’accesso perché documento afferente a strutture, mezzi, dotazioni, personale ed azioni strumentali alla tutela dell'ordine pubblico ex art. 24, co. 6, lett. c), della legge n. 241/1990 nonché la finalità di controllo generalizzato sui tempi e modi di prestazione del soccorso.
A parere della Commissione sarebbe illegittimo escludere l’accesso alla registrazione della telefonata di soccorso, soprattutto quando siano insorte contestazioni tra il privato e la propria compagnia assicuratrice sul diritto all’indennizzo collegato all’incidente oggetto dell’intervento dei VV FF e sempre che la registrazione della telefonata non sia stata oggetto di un espresso provvedimento di sequestro giudiziario, idoneo ad impedire l'ostensibilità del documento.
Infatti, la registrazione della telefonata può essere equiparata, ex art. 22, legge n. 241/1990, ad un esposto riprodotto su supporto magnetico e, per tale ragione, può farsi rientrare nella categoria degli atti amministrativi aventi la forma di rappresentazioni elettromagnetiche. Inoltre, ogni ragione di eventuale riservatezza cede di fronte alla necessità di cura e difesa degli interessi del richiedente l’intervento di soccorso, come è indubbiamente nel caso di specie.
Infine, non paiono invocabili i casi di esclusione dell’accesso ex art. 24, co. 6, lett. c), della legge n 241/1990 categoria eccezionale che concerne non tutti i documenti genericamente riconducibili all'ordine pubblico e alla prevenzione e alla repressione della criminalità ma solo gli atti in concreto pregiudizievoli degli interessi sopra indicati e soltanto nei limiti e nell’ambito di tale connessione. Nella specie, poiché la registrazione della telefonata di soccorso consiste sostanzialmente in una sorta di segnalazione/denuncia effettuata telefonicamente alla pubblica autorità, non pare che investa in concreto gli interessi indicati nell'art. 24, co. 6, della legge 07.08.1990, n. 241.
Né del resto, atteso l’effettivo interesse alla conoscenza dedotto dal richiedente l’accesso, può ritenersi che la conoscenza della specifica registrazione della telefonata sia diretta a configurare un controllo generalizzato sulla pa
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta dell'11.09.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

CONSIGLIERI COMUNALIOGGETTO: Richiesta di parere sul diritto di accesso ai documenti amministrativi da parte di consigliere comunale.
Il consigliere comunale istante ha rappresentato che il Sindaco aveva rigettato la richiesta di accesso urgente al protocollo generale dell’anno 2011 e 2012 poiché contenente informazioni riservate e segrete e comunque ritenendola eccessivamente generica ed onerosa in termini di risorse necessarie per evaderla. Pertanto, ha chiesto a questa Commissione di esprimere un parere al riguardo, segnalando di essersi reso disponibile, in caso di eccessiva gravosità della richiesta, a visionare preventivamente il protocollo per le sue esigenze.
Questa Commissione ritiene che il diniego opposto dal Comune appare del tutto illegittimo.
Come è noto Il “diritto di accesso” ed il “diritto di informazione” dei consiglieri comunali nei confronti della P.A. trovano la loro disciplina specifica nell’art. 43 del d.lgs. n. 267/2000 (T.U. degli Enti locali) che riconosce ai consiglieri comunali e provinciali il “diritto di ottenere dagli uffici, rispettivamente, del comune e della provincia, nonché dalle loro aziende ed enti dipendenti, tutte le notizie e le informazioni in loro possesso, utili all’espletamento del proprio mandato”.
Dal contenuto della citata norma si evince il riconoscimento in capo al consigliere comunale di un diritto dai confini più ampi sia del diritto di accesso ai documenti amministrativi attribuito al cittadino nei confronti del Comune di residenza (art. 10, T.U. Enti locali) sia, più in generale, nei confronti della P.A. quale disciplinato dalla l. n. 241/1990.
Tale maggiore ampiezza di legittimazione è riconosciuta in ragione del particolare munus espletato dal consigliere comunale, affinché questi possa valutare con piena cognizione di causa la correttezza e l’efficacia dell’operato dell’Amministrazione, onde poter esprimere un giudizio consapevole sulle questioni di competenza della P.A., opportunamente considerando il ruolo di garanzia democratica e la funzione pubblicistica da questi esercitata (a maggior ragione, per ovvie considerazioni, qualora il consigliere comunale appartenga alla minoranza, istituzionalmente deputata allo svolgimento di compiti di controllo e verifica dell’operato della maggioranza).
A tal fine il consigliere comunale non deve motivare la propria richiesta di informazioni, poiché, diversamente opinando, la P.A. si ergerebbe ad arbitro delle forme di esercizio delle potestà pubblicistiche dell’organo deputato all’individuazione ed al perseguimento dei fini collettivi. Conseguentemente, gli Uffici comunali non hanno il potere di sindacare il nesso intercorrente tra l’oggetto delle richieste di informazioni avanzate da un Consigliere comunale e le modalità di esercizio del munus da questi espletato.
Pertanto, al consigliere comunale e provinciale non può essere opposto alcun diniego -salvi i casi in cui l’accesso sia piegato ad esigenze meramente personali, al perseguimento di finalità emulative o che comunque aggravino eccessivamente, al di là dei limiti di proporzionalità e ragionevolezza, la corretta funzionalità amministrativa- determinandosi altrimenti un illegittimo ostacolo al concreto esercizio della sua funzione, che è quella di verificare che il Sindaco e la Giunta municipale esercitino correttamente la loro funzione (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 02.09.2005, n. 4471).
Anche per quanto riguarda le modalità di accesso alle informazioni e alla documentazione richieste dal consigliere comunale, costituisce principio giurisprudenziale consolidato (cfr., fra le molte, Cons. Stato, sez. V, 22.05.2007 n. 929) quello secondo cui il diritto di accesso agli atti di un consigliere comunale non può subire compressioni per pretese esigenze di natura burocratica dell’Ente, tali da ostacolare l’esercizio del suo mandato istituzionale, con l’unico limite di poter esaudire la richiesta (qualora essa sia di una certa gravosità) secondo i tempi necessari per non determinare interruzione alle altre attività di tipo corrente e ciò in ragione del fatto che il consigliere comunale non può abusare del diritto all’informazione riconosciutogli dall’ordinamento pregiudicando la corretta funzionalità amministrativa dell’ente civico con richieste non contenute entro i limiti della proporzionalità e della ragionevolezza.
Tale essendo il consolidato orientamento del giudice amministrativo e di questa Commissione, le motivazioni del diniego opposto alla istanza del consigliere comunale non sono (in generale e tanto più nella fattispecie) condivisibili né in termini di segretezza (in quanto il protocollo non contiene il testo del documento che possa contenere dati sensibili di cui, peraltro, il consigliere che ne venga a conoscenza rimane responsabile ai sensi dell’art. 43, comma 2, TUEL) né in punto di indeterminatezza ed onerosità della istanza (in quanto la richiesta specifica di atti potrà avvenire eventualmente dopo che il protocollo sarà stato visionato dall’interessato, come peraltro sollecitato dallo stesso).
Si rappresenta, infine, che lo “stigmatizzato” comportamento del Comune potrà essere valutato da questa Commissione ai fini della segnalazione alla Camera e al Presidente del Consiglio dei Ministri, in sede di redazione della relazione annuale sulla trasparenza dell'attività della pubblica amministrazione ex art. 27 della legge n. 241/1990
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta dell'11.09.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

CONSIGLIERI COMUNALIOGGETTO: Richiesta di parere sul diritto di accesso dei consiglieri comunali.
Il Sindaco del Comune istante rappresenta che i consiglieri di un gruppo di minoranza avrebbero “tempestato” gli uffici comunali di irragionevoli, sproporzionate e generiche richieste di estrazione di copie di atti, in tal modo impedendo ai dipendenti comunali, già in organico ridotto, di provvedere alla gestione delle ordinarie attività (tra cui la pubblicazione delle delibere di giunta). Tale situazione avrebbe ingenerato una condizione di “malessere” nei dipendenti, portando addirittura il revisore dei conti a rassegnare le dimissioni.
La Commissione non ritiene opportuno di esprimere alcun apprezzamento sulla fondatezza delle lamentele esposte perché sulla fattispecie rappresentata risultano proposti due ricorsi al giudice amministrativo (in specie, il Tar Campania) che non pare si sia ancora pronunciato. In ogni caso, dalla documentazione allegata all’istanza non risultano concreti e specifici elementi idonei a valutare l’abnormità delle richieste dei consiglieri comunali e le conseguenze ingenerate nel personale del comune.
Quanto ai dedotti impedimenti sull’attività di pubblicazione delle delibere di giunta, si rammenta, qualora Codesto Comune non avesse già provveduto, che il legislatore (art. 32 della Legge n. 69/2009) ha espressamente previsto lo specifico obbligo dei Comuni di provvedere alla pubblicazione on-line di tutti gli atti amministrativi che necessitano di pubblicità legale, ivi comprese le delibere di Giunta, con conseguenti riduzioni di risorse umane e economiche
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta dell'11.09.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: OGGETTO: richiesta di accesso agli atti di una procedura di selezione per contratto a progetto.
L’istante, avendo partecipato per due anni (2010 e 2011) di seguito ad una selezione indetta dall’Ordine degli Avvocati di Nola per l'attribuzione di un contratto annuale a progetto presso la locale camera arbitrale e di conciliazione, rivolgeva una domanda all’Ordine stesso per ottenere l'accesso agli atti della procedura selettiva (in particolare, ai verbali integrali delle sedute consiliari ed ai nomi dei consiglieri) anche al fine di tutelare i propri interessi.
L'ente aveva consentito un parziale accesso, comunicando, tra l’altro, lo stralcio di un verbale (con relativi omissis), non fornendo gli atti della procedura del 2010 e nemmeno i nomi dei consiglieri presenti alle sedute di interesse in quanto difetterebbe un interesse personale, diretto e attuale e l’istante non avrebbe indicato i motivi dell’accesso. Pertanto, l’istante, dolendosi della illegittimità della mancata ostensione dei documenti richiesti, ha chiesto di esprimere un parere sulla questione.
Ad avviso della Commissione, poiché l’istante ha partecipato alle selezioni in oggetto per due anni ha interesse ad accedere a tutta la documentazione richiesta, potendo il diritto di accesso essere affermato sulla base della natura di atti endoprocedimentali dei documenti richiesti, ai sensi del combinato disposto degli articoli 7 e 10 della legge n. 241/1990 al fine di valutare la legittimità dell'operato dell’Ordine professionale e quindi di curare e difendere i propri interessi
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 24.07.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVIOGGETTO: Richiesta di parere concernente il diritto di accesso a studi interni propedeutici alla formazione dei piani di bacino.
L’amministrazione provinciale di Genova dubita che siano accessibili gli atti relativi agli studi interni propedeutici alla pianificazione di Bacino (in particolare, elaborati cartografici e indagini territoriali) poiché l’art. 24, co. 1, lett. c), della legge n. 241 del 1990 non consente, tra l’altro, l’accesso agli atti di pianificazione e di programmazione. Inoltre, se altro ente (in particolare, il Comune in possesso di siffatti studi ai fini dell’elaborazione della propria pianificazione territoriale) consegnasse ai privati tale documentazione, sarebbe di fatto eluso il dovere di riserbo previsto dal citato art. 24 a fronte di richieste di accesso dei privati.
Tanto premesso, l’amministrazione istante chiede a questa Commissione di sapere:
- se gli “studi interni” siano documenti accessibili ai sensi della legge n. 241/1990;
- come si risolva il conflitto tra il dovere di riserbo della Provincia ed il diritto di informazione del privato, cui il Comune, in possesso di copia informale dei documenti, abbia consentito l’accesso, per approfondire lo stato di alcune aree di frana.
La Commissione osserva che, nel caso di specie, è richiamata impropriamente la normativa generale dei casi di esclusione dell’accesso ex art. 24 legge n. 241/1990, dovendosi invece considerare operante la disciplina decisamente più favorevole dettata dal d.lgs. n. 152/2006, che detta norme in materia ambientale.
Infatti, è indubbio che in base alla citata normativa, i piani di bacino costituiscano lo strumento fondamentale di pianificazione in materia di difesa del suolo e delle acque e che, come tali, rientrino nella materia tutela dell'ambiente.
Pertanto, va garantito l’accesso alla cd. “informazione ambientale“ alla stregua dell’art. 3-sexies del d.lgs. cit. che, risolvendo anche l’eventuale contrasto tra diritto di accesso e riservatezza (cfr art. 9 d.lgs. n. 152/2006), afferma un principio di accessibilità generale ed indifferenziata in base al quale le autorità pubbliche sono tenute a rendere disponibili le informazioni relative allo stato dell’ambiente e del paesaggio a chiunque ne faccia richiesta, senza che questi debba dimostrare il proprio interesse.
Sulla base dei principi esposti, qualora l’informazione richiesta attenga allo stato dell’ambiente (aria, suolo, territorio, siti naturali ecc.), nonché ai fattori (sostanze, energia, rumore, radiazioni, emissioni ecc.) che possono incidere sull'ambiente, l’amministrazione interpellata dovrà ammettere l'accesso anche agli studi interni alla pianificazione di bacino (pur se formati o detenuti da altra amministrazione)
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 24.07.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

CONSIGLIERI COMUNALIOGGETTO: Richiesta di parere circa il diritto d'accesso del consigliere comunale alla documentazione attinente a procedimenti disciplinari dei dipendenti comunali.
A fronte della istanza presentata da un consigliere comunale per ottenere copia del provvedimento di sospensione cautelare dal servizio riguardante un dipendente comunale, investito da un procedimento disciplinare (ancora in corso) avviato in esito ad un procedimento penale promosso nei suoi confronti, il Comune ha dubitato della legittimazione all’accesso del consigliere, trattandosi di documenti coperti da segreto istruttorio ex art. 329 cpp e comunque riservati.
Tanto premesso, ha chiesto a questa Commissione se il consigliere comunale abbia diritto di accesso al citato provvedimento e, in caso positivo, se debba essere inviata comunicazione preventiva al controinteressato, se debbano essere oscurati i riferimenti alle fattispecie del codice penale e se possano essere rilasciati gli atti presupposti, e richiamati, nel provvedimento, tra cui anche i verbali del procedimento disciplinare e gli atti del procedimento penale in corso.
La Commissione ritiene che eventuali “restrizioni” al diritto di accesso del consigliere comunale, anche se interessato a conoscere atti cd riservati o segreti, non siano conformi alla disciplina ex art. 43 del TUEL che riconosce ampia legittimazione al consigliere comunale, tenuto peraltro al rispetto del segreto d’ufficio (arg ex Cons. St., sez. V, 08.09.2011, n. 5053).
Ne consegue che il consigliere comunale ha diritto ad accedere alla documentazione in esame, senza che possano essere opposti oscuramenti o altri ostacoli di sorta, come la notifica ai contro interessati che risulta incompatibile con l’ampia prerogativa consiliare
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 03.07.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

CONSIGLIERI COMUNALI: OGGETTO: Richiesta di parere in merito al diritto di accesso del consigliere comunale agli atti dell’organo straordinario di liquidazione.
L’Organo in indirizzo sostiene che i consiglieri comunali non abbiano facoltà di avvalersi della prerogativa di cui all’art. 43 TUEL per l’accesso agli atti dello stesso Organo in quanto -esercitando attività “straordinaria”- non rientra nell’ambito dell’ordinaria attività istituzionale, cui invece è funzionale il diritto di accesso riconosciuto al consigliere. Chiede pertanto a questa Commissione un parere al riguardo e, nel contempo, se debba essere pubblicato il contenuto dei provvedimenti di liquidazione delle competenze al personale, interno ed esterno all’ente locale, anche con riguardo all’entità dei compensi corrisposti.
Circa il primo quesito, l’orientamento di questa Commissione (cfr. plenum 25.05.2010) è nel senso che l’ampia legittimazione all’accesso del consigliere comunale è correlata all’attività istituzionale dell’ente locale. Invece, l’attività gestita dall’organo di liquidazione, che nasce dalla dichiarazione di dissesto finanziario dell’ente locale, è un’attività straordinaria che non appartiene più agli organi di governo dell’ente locale. Per tale motivo, il consigliere comunale non può esercitare le prerogative ex art. 43 del TUEL né comunque può accedere agli atti ai sensi dell’art. 10 dello stesso TUEL che presuppone l’esercizio del diritto di accesso nei confronti di atti espressione dell’ordinaria attività amministrativa dell’ente locale. Semmai, l’accesso agli atti della Commissione Straordinaria di liquidazione potrà essere riconosciuto al ricorrere dei presupposti di cui agli artt. 22 e ss della legge n. 241/1990.
In merito al secondo quesito, la Commissione rammenta che, ai sensi dell’art. 11, co. 1, del d.lgs. n. 150/2009, la trasparenza amministrativa è intesa come “…accessibilità totale delle informazioni concernenti ogni aspetto dell'organizzazione e dell'utilizzo delle risorse per il perseguimento delle funzioni istituzionali. In tale ottica, “ogni amministrazione provvede altresì alla contabilizzazione dei costi e all'evidenziazione dei costi effettivi e di quelli imputati al personale per ogni servizio erogato, nonché al monitoraggio del loro andamento nel tempo, pubblicando i relativi dati sui propri siti istituzionali” (art. 11, comma 4); ha, peraltro, l'obbligo di pubblicare sul proprio sito istituzionale le retribuzioni dei dirigenti, con specifica evidenza sulle componenti variabili della retribuzione e sulle componenti legate alla retribuzione di risultato nonché le retribuzioni di coloro che rivestono incarichi di indirizzo politico amministrativo (articolo 11, comma 8, lettere g) e h), del d.lgs. n. 150 del 2009).
In tal senso è il su esteso parere
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 03.07.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVIOGGETTO: Richiesta di parere in merito al diritto di accesso da parte di un’impresa ai documenti contabili presentati da candidati-sindaco per spese di propaganda elettorale.
Un’impresa ha chiesto al Comune istante di avere copia della dichiarazione preventiva e del rendiconto delle spese, previste per la campagna elettorale dei candidati sindaco ai sensi dell’art. 30, co. 2, legge n. 81/1993, al fine di difendersi in un contenzioso in corso con un candidato-sindaco per il pagamento dei corrispettivi dei manifesti elettorali. L’ente civico ha negato l’accesso sostenendo che i citati documenti, oltre ad essere scaduto il termine di pubblicazione sull’albo pretorio (in concomitanza con il procedimento elettorale), non costituirebbero documenti formati dalla p.a. provenendo da privati e non conterrebbero alcun riferimento a rapporti contrattuali intavolati dai candidati sindaco con terze imprese.
La Commissione osserva che il diniego di accesso appare del tutto illegittimo.
Anzitutto -contrariamente a quanto affermato dall’amministrazione istante- anche il bilancio preventivo e il successivo rendiconto delle spese di pubblicità elettorale presentati dal candidato sindaco (ai sensi dell’art. 30, co. 2, legge n. 81/1993) rientrano oggettivamente nella nozione di documento amministrativo. Infatti, per documento deve intendersi ogni rappresentazione grafica o di qualunque altra specie del contenuto di atti, anche interni o non relativi ad uno specifico procedimento, detenuti da una pubblica amministrazione, indipendentemente dalla natura pubblicistica o privatistica della loro disciplina sostanziale. In tale senso è la definizione contenuta nell’art. 22 della legge 241/1990, applicabile alla fattispecie in quanto si tratta pacificamente di accesso di impresa non avente sede nel Comune.
Inoltre, nel caso di specie non può negarsi l’interesse diretto, concreto ed attuale dell’istante a conoscere elementi inerenti il rapporto patrimoniale controverso con il candidato sindaco, come confermato anche dalla sussistenza di una vertenza giudiziale relativa al pagamento dei corrispettivi dei manifesti elettorali. Né comunque l’ente comunale ha il potere di sindacare l’utilità o il nesso intercorrente tra l’oggetto delle richieste di accesso e il manifestato diritto di cura e difesa dei propri interessi.
Infine, devono ritenersi soggetti all’accesso i documenti anche quando gli stessi siano stati già portati a conoscenza degli interessati mediante pubblicazione sull’albo pretorio (arg. ex TAR Marche, 20.11.1997, n. 1181)
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 03.07.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

CONSIGLIERI COMUNALIOGGETTO: Richiesta di parere in tema di accesso dei consiglieri comunali.
L’istante chiede di sapere se un consigliere comunale possa accedere ad una concessione demaniale; se le copie rilasciate debbano essere identificate da attestazioni o sigle dell’ufficio; se il consigliere debba presentare istanza; se si possa accedere all’istanza presentata dal consigliere comunale per curare i propri interessi.
La Commissione osserva che ai sensi dell’art. 43 TUEL il consigliere comunale ha diritto di ottenere qualsiasi informazione ritenuta utile all'espletamento del mandato elettivo; che è rimessa alla libera valutazione del comune la scelta di voler identificare e contraddistinguere le copie dei documenti rilasciate ai consiglieri comunali; che il diritto di accesso può essere esercitato sia formalmente sia in via informale mediante richiesta, anche verbale all’amministrazione; che è in astratto possibile fare richiesta di accesso all’istanza del consigliere comunale per tutelare i propri interessi
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 14.06.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

CONSIGLIERI COMUNALIOGGETTO: Richiesta di parere sull’accessibilità da parte di consiglieri comunali di atti interni.
Il Comune istante chiede a questa Commissione se un consigliere comunale possa accedere anche ad un “atto interno” -inviato da un dipendente del servizio finanziario al responsabile del servizio e al competente assessore e contenente osservazioni relative al patto di stabilità- tenendo conto della classifica a protocollo come “riservato o personale”.
La Commissione richiama l’orientamento consolidato della giurisprudenza amministrativa che riconosce pacificamente la conoscibilità di tali atti, ove non rimangano relegati nella sfera interna e privata dell'autorità che li elabora, ai sensi dell’art. 22, co. 1, lett. d), della legge n. 241/1990 che annovera tra i documenti accessibili anche gli atti interni (relativi o meno ad uno specifico procedimento).
Né rileva in senso contrario il fatto che l’atto richiesto contenga dati riservati poiché ai sensi dell'art. 43, comma 2, TUEL ai consiglieri comunali è imposto l'obbligo di non divulgare il contenuto delle informazioni e degli atti (segreti o riservati) ai quali ha avuto accesso, incorrendo in caso negativo in responsabilità personale, ma nessun documento o atto può essere loro sottratto in ragione della sua eventuale segretezza o riservatezza
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 14.06.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVIOGGETTO: Richiesta di parere in tema di accesso ai documenti amministrativi mediante P.E.C.
L’Arma dei Carabinieri ha chiesto a questa Commissione di conoscere:
a. se sussista “l’obbligo” dell’amministrazione, nell’esercizio del diritto di accesso da parte dei cittadini, di trasmettere i documenti d’interesse avvalendosi della posta elettronica certificata (cd P.E.C.) ovvero se sia possibile avvalersi delle più usuali modalità cartacee;
b. quali siano i criteri di quantificazione dei diritti di ricerca e visura per la trasmissione di documenti informatici.
Circa il primo quesito, la Commissione ritiene che in base al quadro normativo vigente l’accesso telematico “deve” essere consentito, ove richiesto, nei rapporti con il cittadino e soprattutto per corrispondere alle richieste di accesso dei documenti amministrativi.
Infatti, in base all'art. 13, comma 1, d.P.R. n. 184/2006 (disposizione che rinvia all’art. 38 del d.P.R. n. 445/2000) “le pubbliche amministrazioni assicurano che il diritto d'accesso possa essere esercitato anche in via telematica”. Inoltre, il d.lgs. n. 82/2005 “codice dell’amministrazione digitale” sancisce in favore dei cittadini, oltre al diritto di chiedere ed ottenere l’accesso ai documenti con l'uso delle tecnologie telematiche (art. 3 e 4), il diritto all’utilizzo della PEC per ogni scambio di documenti ed informazioni (art. 6). Infine, l’art. 3-bis della L. 241/1990 (introdotto dalla legge n. 15/2005) ha previsto che, per conseguire maggiore efficienza nelle loro attività, le p.a. incentivano l’uso della telematica.
Con riguardo al caso in esame, è evidente, anche alla luce del generale dovere della p.a. di inspirare la propria attività al principio di buon andamento ex art. 97 Cost., che la formazione e l’invio di copie digitali (anziché cartacee) degli atti amministrativi consente non solo di risparmiare denaro pubblico (pur a fronte dell'iniziale investimento per le acquisizioni sia dell'hardware che del software), ma anche minori tempi di lavorazione delle richieste di accesso, con più conveniente utilizzazione del personale preposto alle relative incombenze.
Sul secondo quesito, la Commissione ritiene di dover confermare l’orientamento già espresso (cfr parere plenum del 13.09.2011) per cui l’importo dei costi concernenti i diritti di ricerca e visura, anche relativamente ai documenti da rilasciare in via telematica (a mezzo pec), non può essere predeterminato a livello generale, ma deve costituire oggetto di responsabile valutazione da parte di ogni singola amministrazione nell’esercizio dei poteri organizzatori previsti dall’art. 8, lett. c, d.P.R. n. 184/2006, in modo da essere equo e non esoso, in quanto la richiesta di un importo elevato costituisce un limite all'esercizio del diritto di accesso
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 14.06.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVIOGGETTO: Parere sulla legittimità dei costi di riproduzione dei documenti richiesti.
L’istante -che a seguito di parere espresso da questa Commissione ha ricevuto conferma dal Comune di Celenza sul Trigno del diritto di accesso alla documentazione richiesta- si lamenta del fatto che l’amministrazione comunale abbia richiesto il versamento della somma di euro 784,00, a titolo di costi di riproduzione sostenuti, in quanto a suo dire l’accesso dovrebbe essere gratuito, trattandosi di documenti da produrre in una causa di lavoro (per mobbing).
Questa Commissione ha già sostenuto in altra occasione (vedi plenum del 20.09.2010) che la regola della gratuità degli atti inerenti alle controversie di lavoro pubblico e privato (prevista dall’art. 10 della legge n. 533/1973) incontra il limite specifico nell’onere di rimborso del costo di riproduzione dei documenti richiesti ex art. 25 della legge n. 241/1990 sia perché la citata esenzione è riferibile alle spese ricollegabili alla fruizione del servizio giustizia, ma non anche a procedimenti di diversa natura e finalità, come nella specie, quello di accesso a documenti amministrativi sia perché non pare che la citata esenzione, attesa la sua natura eccezionale, sia suscettibile di interpretazione analogica ad atti non giudiziari.
Ne consegue la apparente legittimità della richiesta di rimborso da parte della p.a.
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 14.06.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVIOGGETTO: Richiesta parere in ordine al diritto di accesso da parte degli “eredi” alla documentazione medica del de cuius.
L’istante, nell’interesse del proprio padre –di cui asserisce la qualità di coerede legittimo di una zia– chiede il parere su una richiesta di accesso, in esito alla quale la ASL 2 di Milano
avrebbe risposto (presumibilmente in via informale), differendone l’accoglimento dopo l’instaurazione di giudizio.
La richiesta attiene all’acquisizione di documentazione medica (cartelle cliniche, relazione), formata dall’Azienda sanitaria in occasione della concessione della pensione di invalidità alla de cuius, al fine di verificare lo stato di infermità mentale della parente in vista dell’impugnativa giudiziale del testamento olografo.
Tanto premesso, questa Commissione ritiene che, qualora l’avente causa fornisca la prova della sua qualità di erede legittimo, sussistano tutti gli elementi per l’accoglimento dell’istanza di accesso in suo favore, in quanto titolare di un interesse diretto, attuale e concreto ad ottenere la documentazione medica della de cuius al fine di curare e difendere i propri interessi nell’instaurando giudizio civile.
Del resto, il diritto di accesso non può essere intaccato o subordinato all’effettiva utilità “in giudizio” dei documenti richiesti, non potendo l’amministrazione ingerirsi nelle strategie difensive della parte né comunque anticipare una valutazione sulla rilevanza della documentazione richiesta nel giudizio di merito che spetta esclusivamente al giudice (Consiglio di Stato n. 741/2009)
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 29.05.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVIOGGETTO: Modalità di tutela del cittadino in caso di inottemperanza da parte della PA a decisioni rese dalla Commissione per l’accesso.
L’istante, a seguito di favorevoli decisioni rese da questa Commissione, rappresenta che aveva richiesto al Console Generale d’Italia a Toronto di poter accedere ad alcuni atti di interesse. Precisa che, contrariamente a quanto sostenuto dal Consolato (nella nota prot. n. 5113 del 13.04.2012), l’amministrazione non avrebbe ottemperato alle predette pronunce, così perpetuando l’atteggiamento ostruzionistico all’accesso. Ha chiesto pertanto a questa Commissione di esprimere un parere in merito alla vicenda.
In caso di perdurante ritardo dell’amministrazione nel concedere l’accesso, pur dopo una decisione favorevole al cittadino in sede di ricorso, la Commissione -nell’esercizio della propria attività consultiva o giustiziale- non può obbligare l’amministrazione, difettando in capo alla prima poteri ordinatori nei confronti della p.a. (ex art. 25 legge n. 241/1990), fatta salva l’eventuale possibilità del cittadino di adire il competente Giudice amministrativo, dotato di poteri coercitivi per dare attuazione concreta al diritto di accesso
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 29.05.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVIOGGETTO: Richiesta di parere in ordine alla competenza del Difensore Civico regionale.
L’istante ha chiesto a questa Commissione di esprimere parere in merito alla competenza del difensore civico regionale sulle determinazioni negative inerenti il diritto di accesso dei consiglieri comunali e provinciali, non essendo chiaro se debba applicarsi l’art. 25 della legge n. 241/1990 (che attribuisce una competenza ripartita tra Commissione per l’accesso e difensore civico) ovvero l’art. 43 TUEL (che -a dire dell’istante- implicherebbe la competenza del Tar o della Commissione per l’accesso).
La Commissione osserva che dal combinato disposto degli articoli 25, comma 4, legge n. 241/1990 e 12 d.P.R. n. 184/2006 si evince -sul piano procedurale- come la Commissione sia competente a decidere sui ricorsi avverso i dinieghi, espressi o taciti, o i differimenti di accesso, a condizione, però, che l’amministrazione decidente partecipi delle caratteristiche proprie di quelle centrali e periferiche dello Stato. Qualora, viceversa, si tratti di impugnare un provvedimento emanato da un’amministrazione locale, il ricorso, ai sensi del citato art. 25, dovrà essere indirizzato al Difensore Civico competente per ambito territoriale.
In tale chiarissimo contesto normativo, non hanno quindi alcun pregio giuridico i dubbi manifestati dall’istante, poiché la disposizione dell’art. 43 TUEL (che attribuisce la prerogativa dell’accesso ai consiglieri comunali) è norma di diritto sostanziale che non incide sull’ambito di applicazione delle citate disposizioni in tema di competenza a decidere sulle determinazioni negative dell’accesso
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 29.05.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

CONSIGLIERI COMUNALIOGGETTO: Richiesta di parere sul diritto del consigliere comunale di accedere agli atti istituzionali mediante uso delle tecnologie informatiche.
Il responsabile dell’URP del Comune di Vittoria si preoccupa che la richiesta di accesso pervenuta da due consiglieri comunali (appartenenti tra l’altro al medesimo gruppo consiliare) relativa ad un ingente mole di documenti concernenti, in particolare, i progetti delle installazioni fotovoltaiche, possa “paralizzare” lo svolgimento dell’attività dell’Ufficio copie, comportando anche elevati costi. Chiede, pertanto, a questa Commissione il parere se l’ente possa “….opporsi temporaneamente alla riproduzione e alla consegna interrompendo i termini delle richieste, richiedendo nel contempo alle ditte che hanno presentato i progetti di rinviare il tutto in formato digitale e, consegnare ai consiglieri i files dei progetti evitando….spreco di tempo e denaro“.
La Commissione ha già avuto modo di affermare che:
1) l’esercizio dell’incondizionato diritto dei consiglieri comunali riconosciuto dall’art. 43 TUEL deve essere concordato con l’amministrazione comunale, allorché il contenuto complesso dei documenti richiesti renda gravoso il suo adempimento pregiudicando il regolare espletamento dell’ordinaria attività amministrativa dell’Ente o comporti anche spese di copia che potrebbero essere evitate (cfr. plenum del 22.02.2011);
2) il ricorso a supporti magnetici è uno strumento di accesso certamente consentito al consigliere comunale che consente non solo di risparmiare denaro pubblico (pur a fronte dell'iniziale investimento per le acquisizioni sia dell'hardware che del software), ma anche minori tempi di lavorazione delle richieste di accesso, con più conveniente utilizzazione del personale preposto alle relative incombenze (cfr plenum del 10.01.2011).
Alla luce di tali principi, la soluzione prospettata dal Comune pare corretta, fermo restando che l’accesso non potrà essere differito sine die o sino al momento in cui l’ente abbia ottenuto i files dei progetti da parte delle ditte presentatrici senza consentire, nelle more dell’adeguamento, che i consiglieri comunali possano visionare i progetti, acquisendo tutte le informazioni che, ai sensi dell’art. 43 del T.U. n. 267/2000 hanno diritto di conoscere
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 29.05.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - PUBBLICO IMPIEGOOGGETTO: Procedimento disciplinare –Accesso agli atti. Quantificazione dei costi di riproduzione.
Il Ministero della Giustizia –Dipartimento della Giustizia minorile – Direzione Generale del Personale e della Formazione– Risorse umane ha inoltrato a questa Commissione richiesta di parere, concernente il rimborso delle spese di riproduzione e di imposta bollo per il rilascio di copie di atti a dipendente,che eserciti il diritto di accesso, sancito dall’art. 55-bis n. 5 del d.lgs. n. 165/2001, nel corso del procedimento disciplinare cui è sottoposto.
In particolare, l’Amministrazione istante ha rappresentato che il preventivo pagamento degli oneri di riproduzione è stato chiesto secondo quanto previsto dalla circolare del Ministero della Giustizia emessa - vista la legge 07.08.1990 n. 241 e s.m.i.- in data 8 marzo 2006 (pubblicata sulla G.U. 12.04.2006 n. 86), che non prevede in tale fattispecie esenzioni nell’ipotesi di rilascio di copie documentali.
Va premesso che la legge n. 241/1990 –norma di rango primario rispetto alle disposizioni regolamentari- nel riconoscere a chiunque vi abbia interesse il diritto di accesso ai documenti amministrativi, ha indicato sinteticamente i concreti modi per l’esame e l’estrazione di copia della documentazione, stabilendo che il rilascio di copia dei documenti è subordinato soltanto al rimborso del costo di riproduzione, salve le disposizioni in materia di bollo, nonché i diritti di ricerca e visura ove espressamente previsti.
In conformità a tale previsione legislativa, il d.p.r. 12.04.2006, n. 184, all’art. 7, c. 6, stabilisce che “...in ogni caso, la copia dei documenti è rilasciata subordinatamente al pagamento degli importi dovuti ai sensi dell’art. 25 della legge, secondo le modalità determinate dalle singole Amministrazioni. Su richiesta dell’interessato, le copie possono essere autenticate”.
Conseguentemente, a ciascuna Amministrazione è stato demandato, in attuazione degli artt. 5 e 6 del D.P.R. n. 352/92 di fissare l’importo dovuto per i relativi costi di riproduzione per ciascuna copia degli atti richiesti con criteri di uniformità e di praticità.
Peraltro, la lettera e la ratio delle disposizioni in materia di accesso ai documenti amministrativi contenute nelle leggi 241/1990 e 142/1990 escludono che sia dovuta l’imposta di bollo tanto sulla richiesta di accesso quanto sulla copia informe eventualmente rilasciata, ferma restando, invece, l’assoggettabilità a bollo, ove prevista “ex lege”, della copia autenticata, eventualmente richiesta.
Tanto premesso, per quanto riguarda l’assoggettabilità a bollo nel caso specifico, nell’ipotesi di rilascio a richiesta di copie conformi, trova applicazione la Tabella – Allegato B - di cui al D.P.R. n. 642/1972 (così come modificata dal D.P.R. n. 955/1982 e s.m.i.) che all’art. 3 individua tra gli atti, documenti e registri esenti in modo assoluto dall’imposta stessa gli atti, documenti e provvedimenti dei procedimenti in materia disciplinare, pure escludendo taluni atti di cui all’art.21, Tariffa – Allegato A – Parte I^ del predetto D.P.R. n. 642/1972, aggiornato al 28.12.2007 con la finanziaria 2008.
Pertanto, le suesposte disposizioni normative di rango primario prevalgono su eventuali, difformi disposizioni regolamentari
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta dell'11.05.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - PUBBLICO IMPIEGOOGGETTO: Richiesta parere sull’accesso a documenti amministrativi utili alla difesa in un giudizio in corso.
L’istante, ex responsabile dell’U.T.C. del Comune di Celenza sul Trigno, ha domandato al predetto Comune di accedere ad una serie di documenti inerenti il rapporto di lavoro, ormai cessato per collocamento in quiescenza del dipendente, al fine di difendersi in alcuni procedimenti giudiziari (di cui uno civile, intentato contro l’amministrazione locale innanzi al Giudice del Lavoro per demansionamento ed altro penale, intentato nei suoi confronti dal Sindaco e conclusosi con un proscioglimento).
A fronte di tale richiesta, il Comune, oltre a precisare che una parte dei documenti di interesse era già in possesso dell’istante (come emergente dallo stesso indice atti e documenti prodotti nel giudizio in corso presso il giudice del lavoro), si è opposto al rilascio della restante parte difettando un collegamento funzionale tra i documenti richiesti ed il giudizio pendente.
Tanto premesso, il geometra istante ha chiesto a questa Commissione il parere circa l’obbligo del Comune di rilasciare la documentazione richiesta.
Quanto alla prima parte di documenti, si osserva che se effettivamente una parte dei documenti risulta già consegnata all’istante, come emerge da quanto riferito dall’amministrazione, pare legittimo il diniego del Comune, attesa la avvenuta soddisfazione dell’interesse all’accesso.
Quanto alla restante parte degli atti, il diniego opposto dall’amministrazione locale, a motivo della carenza di un nesso causale tra documenti richiesti e giudizio in corso, pare illegittimo.
Infatti -oltre a sussistere un evidente interesse personale e concreto del dipendente pubblico che, seppur in quiescenza, intende accedere ai documenti amministrativi inerenti il rapporto di lavoro cessato al fine di difendere i propri interessi giuridici nel corso dei procedimenti giudiziari pendenti- il diritto di accesso non può essere intaccato o subordinato all’effettiva utilità “in giudizio” dei documenti richiesti, non potendo l’amministrazione ingerirsi nelle strategie difensive della parte né comunque anticipare una valutazione sulla rilevanza della documentazione richiesta nel giudizio di merito che spetta esclusivamente al giudice (Consiglio di Stato n. 741/2009)
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta dell'11.05.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

APPALTI SERVIZIOGGETTO: Richiesta di parere sul diritto di accesso agli atti di una gara d’appalto per l’affidamento di servizi sociali.
L’unione di comuni in indirizzo ha rappresentato che una cooperativa, classificatasi al terzo posto della graduatoria di gara ad evidenza pubblica indetta per l'affidamento di servizi sociali, aveva chiesto l’accesso agli atti relativi all’offerta tecnica presentata dalle imprese concorrenti, classificatesi al primo e secondo posto. L’amministrazione, pur avendo differito l’accesso sino alla approvazione dell’aggiudicazione, ha avanzato alcuni dubbi sulla accoglibilità dell’istanza sia per l’opposizione della seconda classificata, che intendeva tutelare la propria “formula commerciale”, sia per l’impossibilità di identificare, ai fini dell’eventuale oscuramento, le parti dell’offerta tecnica che costituiscono segreto tecnico e commerciale.
Tanto esposto, l’ente istante ha chiesto a questa Commissione, anche al fine di orientare la propria condotta nelle future procedure di gara, se e in quali limiti l’opposizione della controinteressata possa ritenersi giustificata e se possano ravvisarsi segreti tecnico commerciali anche in servizi “di natura intellettuale”.
Ricorda la Commissione che, nel caso in esame, si confrontano due opposte esigenze da contemperare. Da un lato, infatti, vi è la doverosa garanzia di tutela dei segreti tecnici e commerciali che esclude il diritto di accesso e ogni forma di divulgazione con riferimento "alle informazioni fornite dagli offerenti nell'ambito delle offerte o a giustificazione delle medesime, che costituiscano, secondo motivata e comprovata motivazione dell'offerente, segreti tecnici o commerciali" (art 13, co. 5, d.lgs. n. 163/06). Dall’altro, vi è la tutela della difesa in giudizio collegata alla massima trasparenza dell'attività amministrativa, come indicato dal successivo comma 6 dello stesso articolo.
Così se è noto che "anche a fronte di documentazione suscettibile di rivelare il know how industriale e commerciale, deve essere in ogni caso garantito l'accesso se e nella misura in cui la sua acquisizione sia utile per la difesa dei propri interessi" (Consiglio di Stato, sezione sesta, 01/02/2010 n. 524), va escluso tale accesso ove l'impresa non abbia dimostrato la concreta necessità di utilizzare tale documentazione in uno specifico giudizio (Tar Lazio, sezione prima, 25.01.2010 n. 25). E tuttavia deve essere ricordata ulteriore giurisprudenza secondo la quale "l'art 13 d.lgs. n. 163/2006 costituisce una ipotesi speciale di deroga, da applicare esclusivamente nei casi in cui l'accesso sia inibito in ragione della tutela dei segreti tecnici o commerciali motivatamente evidenziati dall'offerente in sede di offerta" (Tar Puglia, sezione prima, 27.05.2010, n. 2066).
Pertanto, spetta alla p.a. valutare caso per caso, da un lato, se la controinteressata abbia dichiarato la sussistenza di esigenze di tutela del segreto tecnico o commerciale e se l'offerta della ditta aggiudicataria contenga davvero segreti tecnici e/o commerciali; dall’altro se sussista l'effettiva necessità di utilizzare il chiesto documento in uno specifico giudizio, potendosi concedere l'accesso soltanto se effettivamente finalizzato ad esigenza di tutela giurisdizionale.
Nella specie, appare congrua la opposizione all’accesso addotta dalla seconda classificata in quanto puntualmente esplicitata con la tutela dei segreti tecnici e commerciali contenuti nell’offerta nella quale la ditta specifica di avere consolidato per la prestazione dei servizi oggetto d’appalto una serie di conoscenze pratiche definite da anni di esperienza e capacità organizzative “in grado di determinare un elemento migliorativo nella qualità dei propri servizi”.
D’altra parte non essendo stato allegato dal richiedente alcuna necessità di utilizzo del documento in sede giurisdizionale, l’accesso pare possa essere negato
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 17.04.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVIOGGETTO: Richiesta parere in merito all’accesso a documentazione amministrativa (pareri legali, esposti).
L’istante lamenta che il Comune di Savona avrebbe negato, in varie forme, l’accesso ad alcuni documenti, in particolare:
a) oscurando i nominativi degli autori di esposti rivolti dai vicini nei suoi confronti, quale proprietario di una strada oggetto di lavori di scavo;
b) rifiutando l’accesso alle memorie difensive prodotte dall’ente locale nell’ambito di un contenzioso in atto;
c) negando l’accesso ad una relazione redatta dalla Polizia locale, atto poi rinvenuto presso altra amministrazione;
d) negando la visione preventiva di un fascicolo procedimentale che lo riguardava;
e) omettendo la consegna di alcuni verbali nel corso di un procedimento di esproprio sino a violare i termini di conclusione del procedimento.
Tanto premesso, chiedeva a questa Commissione un parere sulla legittimità delle determinazioni assunte dall’ente locale.
Quanto al punto sub a), la commissione osserva che, secondo il costante orientamento seguito, deve essere reso accessibile il nome di coloro che hanno reso segnalazioni, denunce o rapporti informativi nell'ambito di un procedimento ispettivo, non potendo essere invocato in tali casi il diritto alla riservatezza che recede quando venga in rilievo l’accesso per le necessità di cura e difesa degli interessi giuridici del richiedente ai sensi dell’art. 24, co. 7, legge n. 241/1990, salvo i casi di dati sensibili o supersensibili (arg. ex CdS Sez. V, 27.5.2008 n. 2511; vedi anche TAR Lombardia-Brescia, Sez. I 29.10.2008 n. 1469).
Quanto al punto sub b), si segnala che nell'ambito dei segreti sottratti all'accesso ai documenti rientrano gli atti redatti dai legali e dai professionisti in relazione a specifici rapporti di consulenza con l'Amministrazione, trattandosi di un segreto che gode di una tutela qualificata, dimostrata dalla specifica previsione degli articoli 622 codice penale e 200 codice di procedura penale (arg. ex CdS Sez. VI, 30.09.2010, n. 7237).
Quanto al punto sub c), è assorbente il rilievo che il documento è stato rinvenuto e dunque l’interesse all’accesso risulta soddisfatto.
Quanto al punto sub d), pur non parendo sussistere riscontri certi del lamentato rifiuto dell’amministrazione di far visionare il fascicolo, si ribadisce che il soggetto partecipante al procedimento amministrativo -diversamente da quello estraneo ad esso- null'altro deve dimostrare per legittimare il diritto di visionare ed ottenere copia dei documenti di interesse se non la veste di parte dello stesso procedimento (cfr.: Consiglio di Stato, VI Sezione, 13.04.2006 n. 2068).
Infine, i punti sub e) e f) ineriscono a questioni del tutto estranee alla materia dell’accesso e dunque questa Commissione si ritiene incompetente a pronunciarsi su di essi
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 17.04.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

CONSIGLIERI COMUNALIOGGETTO: Richiesta parere in merito all’accesso dei consiglieri comunali a perizia di stima di una farmacia.
L’ente civico chiede se, una volta consentita ad un consigliere la sola visione della perizia di stima della farmacia comunale nell’ambito della procedura di aggiudicazione avviata, sia lesivo o meno delle prerogative del consigliere negare l’estrazione di copia della perizia, tenuto conto che il Sindaco ha differito l’accesso alla perizia fino alla pubblicazione dell’avviso d’asta.
La Commissione rammenta che nel diritto di accesso del consigliere deve ricomprendersi sia la visione sia il rilascio di copia del documento (attesa anche l'abrogazione dell'art. 24, co. 2, lett. d), nella formulazione originaria della l. n. 241 del 1990, che fa ritenere superata ogni possibilità di distinguere tra le due indicate modalità di accesso). Peraltro, nessuna limitazione può derivare all'istituto dell'accesso del consigliere comunale dall'eventuale natura segreta o riservata delle informazioni richieste, essendo il consigliere stesso vincolato al segreto d'ufficio (arg. ex CdS Sez. V, 29.08.2011, n. 4829).
Alla luce di quanto sopra, la Commissione non ritiene ravvisabili giusti motivi per negare al consigliere l’estrazione di copia del documento, fermo restando il rispetto del segreto e le eventuali responsabilità esistenti in capo al consigliere
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 17.04.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

CONSIGLIERI COMUNALIOGGETTO: Richiesta di parere in merito al diritto di accesso dei consiglieri comunali ai tabulati telefonici.
In seguito ad un’annosa vertenza, tuttora non risolta, in corso tra consiglieri comunali di opposizione e sindaco del Comune di Poggio Sannita relativamente all’accesso ai tabulati telefonici degli uffici comunali, questa Commissione si era già pronunciata per ben due volte (cfr pareri plenum del 14.12.2010 e del 06.04.2011), affermando -in particolare- che il Sindaco era tenuto a consentire ai consiglieri comunali l’accesso ai citati tabulati sempre che fossero in possesso dell’ente, circostanza di cui non v’era alcun riscontro certo negli atti.
Recentemente, con la nota del 29 febbraio u.s., il consigliere istante ha segnalato che il Sindaco -diversamente da quanto riferito in precedenza- aveva ammesso di essere in possesso dei tabulati telefonici richiesti ma di non poterli mostrare ai consiglieri sino al pronunciamento del garante della privacy e della locale Prefettura, interpellati sulla vicenda.
Tanto premesso, viene chiesto a questa Commissione di riconsiderare il parere formulato lo scorso 06.04.2011 alla luce dell’emersione di nuove circostanze di fatto.
In effetti, dalla nota sindacale del 05.10.2011 risulta che il Sindaco sia in possesso di non meglio precisati tabulati telefonici, trasmessi all’ente locale dal gestore del servizio telefonico pur in assenza di una esplicita richiesta del Sindaco.
Rebus sic stantibus, la Commissione -ribadendo l’ampio diritto dei consiglieri comunali di ottenere dagli Uffici comunali tutte le notizie e informazioni in loro possesso ex art. 43 Tuel- invita l’amministrazione a rendere accessibili i tabulati di cui effettivamente risulti a disposizione, ponendo fine a tale annosa controversia.
In difetto, la Commissione valuterà eventuali segnalazioni del comportamento dell’amministrazione locale in sede di redazione dell’annuale rapporto ex art. 27 legge n. 241/1990
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 17.04.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVIOGGETTO: Accessibilità tesi di laurea.
Il sig. ... dell’Archivio generale dell’Università di Pisa chiede, in sostanza, se le tesi di laurea possano essere considerate documenti amministrativi e, in caso affermativo, se possano essere consultate prima dei termini del passaggio nella sezione separata dell’archivio storico.
Al riguardo la Commissione osserva che ai sensi delle disposizioni della legge n. 241 del 1990 le tesi di laurea, in quanto detenute da una pubblica amministrazione (università) devono essere considerate a tutti gli effetti documenti amministrativi.
Problema più complesso è quello relativo all’esercizio del diritto di accesso alle tesi di laurea perché queste, essendo opere originali dell’ingegno, sono tutelate dalla legge sul diritto di autore e sugli altri diritti connessi al suo esercizio (legge 22.04.1941, n.633).
La tesi di laurea, invero, al pari di qualunque altra espressione del lavoro intellettuale dell’autore, è meritevole di tutela dal momento in cui viene creata e riceve espressione in forma compiuta, e cioè dal momento in cui lo studente laureando la deposita presso la segreteria della facoltà di appartenenza che provvederà a catalogarla e custodirla presso la biblioteca dell’università.
Ne consegue che la tesi di laurea non può essere consultata né tanto meno utilizzata da eventuali soggetti interessati senza il consenso del laureando/laureato, titolare dei relativi diritti di autore morali e patrimoniali, che permangono in capo all’autore medesimo anche se una copia del testo viene ceduta alla Facoltà
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 27.03.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

CONSIGLIERI COMUNALIOGGETTO: Richiesta di parere inerente l’accesso di un consigliere regionale ai dati di bilancio della Provincia.
Il dr. ..., Direttore Generale della Provincia di Avellino, espone che un Consigliere regionale ha chiesto di poter visionare, eventualmente estraendone copia, l’elenco dei residui attivi e passivi distinti per anno di provenienza di cui al comma 5 dell’art. 227 del d.lgs. 18.08.2000, n. 267, allegato al rendiconto della gestione dell’anno 2010 dell’Amministrazione provinciale di Avellino.
La motivazione della richiesta è stata rappresentata in ragione della qualità di Consigliere regionale del richiedente, portatore di interessi pubblici o diffusi in quanto rappresentante le comunità della Regione, ai sensi del comma 4, lett. p, dell’art. 26 dello Statuto della Regione Campania, secondo cui “il Consiglio vigila su tutti i servizi regionali prestati sul territorio.” Ad avviso del richiedente, pertanto, il suindicato elenco dei residui attivi e passivi dovrebbe essere oggetto di ostensione in ragione del fatto che lo stesso contiene informazioni fondamentali per verificare la correttezza dell’operato di una delle aziende di trasporto a capitale interamente regionale.
Tutto ciò premesso il Direttore della Provincia di Avellino formula una richiesta di parere molto articolata, citando anche la più recente giurisprudenza del giudice amministrativo e di questa Commissione, al fine di conoscere se l’istanza di accesso avanzata dal Consigliere regionale possa trovare o meno accoglimento.
Ad avviso della Commissione l’istanza di accesso agli atti fatta dal Consigliere regionale, per come è stata formulata e per le ragioni che la sorreggono, non è suscettibile di una positiva definizione.
Questa Commissione invero ha più volte avuto occasione di affermare (cfr, ad es., parere 14.10.2003) che la disciplina dettata dall’art. 43 del d.lgs. 18.08.2000, n. 267, che indubbiamente assicura ai Consiglieri comunali e provinciali un diritto di accesso ai documenti amministrativi dell’amministrazione di appartenenza dai confini più ampi di quello riconosciuto agli altri soggetti, nel senso che le istanze di accesso non devono neppure essere motivate, non è applicabile ai Consiglieri regionali tenuto conto che si tratta di una norma avente carattere speciale come tale in suscettibile di altra interpretazione che non sia quella strettamente letterale.
Non giova d’altra parte al richiedente far leva sulla sua qualità di Consigliere regionale, portatore quindi di interessi pubblici o diffusi quale rappresentante della comunità della Regione, tenuto conto che questa Commissione ha più volte avuto occasione di affermare che la sfera di legittimazione del soggetto interessato non può tradursi in iniziative di preventivo e generalizzato controllo dell’attività dell’Amministrazione, sulla base del chiaro disposto dell’art. 24, terzo comma, della legge n. 241/1990, nel testo novellato dall’art. 16 della legge n. 15/2005.
Ne deriva che la domanda di accesso, ancorché applicata nell’esercizio delle funzioni connesse alla qualità di Consigliere regionale, non può non soggiacere al filtro dell’esistenza di un interesse diretto, concreto ed attuale corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata che trovi collegamento nel documento amministrativo che si vuole conoscere.
Va ancora sottolineato che nella fattispecie i dati contabili richiesti, riferibili ad alcune aziende di trasporto a capitale interamente regionale, comprese le voci relative ai residui attivi e passivi, per espressa affermazione della Provincia di Avellino sono stati pubblicati con carattere permanente sul sito istituzionale della provincia medesima e ciò equivale a realizzazione del diritto di accesso (cfr. parere di questa Commissione 20.04.2004).
Non va infine sottovalutata la circostanza che la Regione Campania, ex lege, esercita una vigilanza ed un controllo diretti sulle aziende di trasporto a capitale interamente regionale e quindi ha sicuramente nella propria disponibilità tutti i dati contabili richiesti.
Alla luce delle considerazioni svolte ritiene la Commissione che la richiesta di accesso agli atti, nei termini in cui è stata formulata dal Consigliere regionale, non possa trovare accoglimento
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 27.03.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATAOGGETTO: Accesso a concessione edilizia in presenza di opposizione dei controinteressati.
Il Comune di Canicattì espone di aver definito il procedimento relativo alla realizzazione di un impianto tecnologico a servizio della rete di connettività della banda internet tramite tecnologia Hiperleu del gestore High Tel S.p.A. e della rete di telefonia cellulare UMTS del gestore H3G S.p.A in contrada Bardaro, adottando il relativo provvedimento autorizzativo di cui fanno parte integrante gli elaborati tecnici progettuali.
Avendo alcuni cittadini chiesto di prendere visione ed estrarre copia di tutta la documentazione amministrativa del suddetto procedimento, il Comune, nei termini, ha provveduto a comunicare ai controinteressati la suddetta richiesta di accesso e tra questi la High tel S.p.A ha ritualmente manifestato la propria motivata opposizione.
Tutto ciò premesso il Comune chiede se la richiesta di accesso in questione possa ritenersi ammissibile e, in caso affermativo, entro quali limiti.
Deve essere immediatamente evidenziato che l’opposizione manifestata dalla High Tel S.p.A. alla richiesta di accesso avanzata da alcuni cittadini del Comune di Canicattì poggia su due ordini di considerazioni e cioè da una parte si sostiene che i richiedenti non avrebbero alcune legittimazione all’accesso, non avendo alcun interesse diretto, concreto ed attuale collegato alla autorizzazione rilasciata alla controinteressata; dall’altra si sottolinea che la documentazione richiesta contiene informazioni che costituiscono segreto aziendale-industriale che pertanto non possono essere oggetto di comunicazione e divulgazione, dovendo rimanere nella sfera di conoscenza della società e di pochi altri soggetti all’uopo dalla stessa espressamente autorizzati.
Al riguardo la Commissione osserva che i cittadini richiedenti, proprietari di terreni confinanti o comunque vicini al sito prescelto per la realizzazione della stazione radiobase, sono sicuramente legittimati ad accedere alla documentazione amministrativa riguardante il rilascio della concessione edilizia al fine di verificarne la legittimità sia sotto il profilo urbanistico che ambientale. In proposito si osserva che ai sensi dell’articolo 10 del TUEL il cittadino residente ha diritto di accedere a tutti gli atti dell’amministrazione comunale.
E’ evidente che, ove tali documenti contenessero dati e informazioni riservate assoggettate al segreto aziendale - industriale, ricade direttamente nella responsabilità personale dell’accedente, in campo sia civile che penale, un uso eventualmente distorto dei dati stessi
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 27.03.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVIOGGETTO: Richiesta di parere in merito all’accesso tra pubbliche amministrazioni.
Il Servizio Tributi del comune istante ha rappresentato che l’INPS -a fronte della richiesta di fornire informazioni e documenti sulla posizione di un contribuente qualificatosi imprenditore agricolo- aveva negato l’accesso a parte della documentazione di interesse (in particolare, attestazione di regolarità nel versamento dei contributi, copia modello Inps CD1, quadro C), rendendosi disponibile a fornirla soltanto su richiesta dell’autorità giudiziaria.
L’ente civico, ritenendo immotivato il diniego, ha chiesto a questa Commissione un parere sulla sua legittimità, segnalando che la documentazione richiesta è necessaria per produrla ritualmente ed articolare note difensive nell’ambito del contenzioso innescato dal contribuente innanzi alla Commissione Tributaria, peraltro priva del potere di ordinare l’acquisizione di documenti (art. 7, co. 3, d.lgs. n. 546/1992).
Tanto premesso, la Commissione osserva che ai sensi dell’art. 22, comma 5, della legge n. 241/1990 (introdotto dalla legge n. 15 del 2005) e dell’art. 5, co. 4, del d.P.R. n. 184/2006, “l’acquisizione di documenti amministrativi da parte di soggetti pubblici“ - diversamente dal diritto di accesso che viene riservato ai soggetti privati - si informa al principio di leale cooperazione istituzionale”, principio successivamente costituzionalizzato, con la denominazione di “leale collaborazione”, dall’attuale art. 120 Cost., con la conseguenza che pare inapplicabile la disciplina contenuta nel Capo V della legge n. 241/1990.
Tale principio, ad avviso della Commissione, va interpretato ed applicato in modo da favorire e semplificare i rapporti tra le pubbliche amministrazioni, e cioè nel senso di garantire possibilità di accesso tra p.a. superiori, ma non certo inferiori, a quelle di un richiedente privato, poiché per esse l’interesse all’accesso dovrebbe -almeno in linea di massima- ritenersi in re ipsa.
In base a tale principio, e la considerazione appare assorbente, è da ritenere che il servizio tributi comunale abbia senz’altro diritto di ottenere dall’Inps la documentazione di interesse, soprattutto quando, come nella specie, i documenti o le informazioni richieste attengano alla funzione di accertamento dei tributi locali di cui è titolare il Comune, potendo l’eventuale diniego dell’Inps incidere negativamente sulle potestà comunali.
Del resto, a prescindere dal paventato difetto di poteri acquisitivi della Commissione tributaria, non si ravvedono particolari motivi per negare la conoscenza da parte del Comune degli atti richiesti
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 27.03.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVIOGGETTO: Richiesta di parere sul diritto di accesso a informazioni da parte di un comitato civico.
Il Comune istante ha chiesto un parere sulla legittimità della richiesta di accesso, rivolta da un locale Comitato civico, per conoscere il nominativo delle persone in possesso delle chiavi di accesso ai locali della sede municipale e quello dei soggetti abilitati alla consultazione delle banche dati ed archivi elettronici del comune, oltre che gli eventuali atti formali ovvero alle disposizioni normative attributive di tali facoltà.
La Commissione osserva che, ai sensi dell’art. 10, comma 2, d.lgs. n. 267/2000, è riconosciuto ai cittadini comunali, singoli o associati, il diritto di accedere, in generale, alle informazioni di cui è in possesso l'amministrazione, senza essere subordinato ad uno specifico interesse sostanziale giuridicamente tutelato. Infatti, tale diritto è equiparabile all'attivazione di un’azione popolare finalizzata ad una più efficace e diretta partecipazione del cittadino all'attività amministrativa dell'ente locale e alla realizzazione di un più immanente controllo sulla legalità dell'azione amministrativa.
Ne consegue che non pare possibile negare l’accesso alle dette informazioni, sempre che la comunicazione delle informazioni indicate non richieda complesse indagini ed elaborazioni
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 27.03.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

CONSIGLIERI COMUNALIOGGETTO: Accesso agli atti dei consiglieri comunali.
Il Sig. ..., consigliere di minoranza del Comune di Castelcovati (BS), espone che semplici richieste di accesso agli atti vengono evase dopo 27/28 giorni e quindi al limite dello spazio di tempo concesso che, ai sensi del regolamento comunale è di 30 giorni. Fa inoltre presente che gli viene negato di visionare personalmente delibere o determine ma gli viene invece imposto di seguire l’iter previsto per l’accesso agli atti.
Ritiene questa Commissione che il comportamento ostruzionistico assunto dal Comune di Castelcovati nei confronti del sig. ... non possa essere condiviso.
La Commissione invero, nella scia di una ormai consolidata giurisprudenza del Giudice amministrativo, ha avuto più volte occasione di affermare che il “diritto di accesso” ed il “diritto di informazione” dei consiglieri comunali sono specificamente disciplinati dall’art. 43 del d.lgs. 267/2000 (T.U. Enti locali) che riconosce loro (e ai consiglieri provinciali) il diritto di ottenere dagli uffici tutte le notizie e le informazioni in loro possesso, utili all’espletamento del loro mandato.
Si tratta, all’evidenza, di un diritto dai confini più ampi del diritto di accesso riconosciuto al cittadino nei confronti del Comune di residenza (art. 10 T.U. Enti locali) o, più in generale, nei confronti della P.A., disciplinato dalla legge n. 21 del 1990.
Tale maggiore ampiezza trova la propria giustificazione nel particolare “munus” espletato dal consigliere comunale, affinché questi possa valutare con piena cognizione di causa la correttezza e l’efficacia dell’operato dell’Amministrazione, onde poter esprimere un giudizio consapevole sulle questioni di competenza della P.A., opportunamente considerando il ruolo di garanzia democratica e la funzione pubblicistica da questi esercitata, soprattutto se, come nel caso di specie, il consigliere comunale appartenga alla minoranza, istituzionalmente deputata allo svolgimento di compiti di controllo e verifica dell’operato della maggioranza.
Per queste ragioni il consigliere comunale non deve neppure motivare la propria richiesta di informazioni, perché altrimenti la P.A. si ergerebbe ad arbitro delle forme di esercizio delle potestà pubblicistiche dell’organo deputato all’individuazione ed al perseguimento dei fini collettivi, con la conseguenza che gli uffici comunali non hanno il potere di sindacare il nesso intercorrente tra l’oggetto delle richieste di informazione e le modalità di esercizio della funzione esercitata dal consigliere comunale.
Va infine sottolineato che, per antico principio giurisprudenziale, il diritto di accesso agli atti di un consigliere comunale non può subire compressioni per pretese esigenze di ordine burocratico dell’Ente, tali da ostacolare l’esercizio del suo mandato istituzionale; l’unico limite è rappresentato dal fatto che il consigliere comunale non può abusare del diritto all’informazione riconosciutagli dall’ordinamento, interferendo pesantemente sulla funzionalità e sull’efficienza dell’azione amministrativa dell’Ente civico, con richieste che travalicano i limiti della proporzionalità e della ragionevolezza
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 12.03.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

ATTI AMMINISTRATIVIOGGETTO: Accesso di Organizzazione Sindacale ad atti relativi all’incarico conferito ad un avvocato convenzionato con il servizio legale dell’Ente.
La dott.ssa ..., responsabile dell’Area affari generali e legali del Comune di Arzano (NA) espone che una sigla sindacale (CGIL), tramite il proprio rappresentante territoriale, ha richiesto copia degli atti relativi all’incarico conferito ad un avvocato convenzionato con il servizio legale dell’Ente nonché copia dell’atto per la selezione del dirigente dell’Area risorse umane senza specificare i motivi della richiesta comunque inoltrata all’URP.
A tal riguardo il suddetto sindacato ha asserito che la richiesta non dovrebbe configurarsi come un’ipotesi di accesso agli atti e quindi non dovrebbe transitare per l’URP ma dovrebbe essere inoltrata all’Ufficio relazioni sindacali presso il settore del Personale, che dovrebbe rilasciare gli atti a domanda, sulla base della semplice richiesta presentata dal rappresentante sindacale.
Ad avviso della Commissione la tesi sostenuta dalla suindicata organizzazione sindacale non può essere condivisa.
Le organizzazioni sindacali sono sicuramente legittimate ad esercitare il diritto di accesso per la cognizione di documenti che possono coinvolgere sia le prerogative del sindacato, quale istituzione esponenziale di una determinata categoria di lavoratori, sia le posizioni di lavoro di singoli iscritti nel cui interesse e rappresentanza opera l’organizzazione.
Ciò posto, occorre sottolineare che l’unanime ed ormai consolidata giurisprudenza del Giudice amministrativo (CdS VI, 06.03.2009, n. 1351; IV, 30.12.2003, n. 9158) che questa Commissione non ha motivo di disattendere, ritiene che detta sfera di legittimazione non può tuttavia tradursi in iniziative di preventivo e generalizzato controllo dell’intera attività dell’Amministrazione, datrice di lavoro, sovrapponendosi e duplicando compiti e funzioni demandati ai soggetti istituzionalmente e ordinariamente preposti nel settore di impiego alla gestione del rapporto di lavoro.
Questa preclusione, inoltre, è espressamente codificata all’art. 24, comma terzo, della legge 241/1990, nel testo novellato dall’art. 16 della legge 15/2005 in base al quale “non sono ammissibili istanze di accesso preordinate ad un controllo generalizzato dell’operato delle pubbliche amministrazioni”. Ne deriva che la domanda di accesso, ancorché esplicata nell’esercizio delle prerogative dell’organizzazione sindacale, soggiace al filtro dell’esistenza di un interesse diretto, concreto ed attuale corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata che trovi collegamento nel documento che si vuole conoscere.
Alla luce delle suesposte argomentazioni, la richiesta di accesso dell’organizzazione sindacale deve necessariamente essere motivata e non può non essere sottoposta all’iter procedimentale all’uopo previsto dal regolamento dell’Ente cui è indirizzata
(Presidenza del Consiglio dei Ministri, Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi, risposta del Plenum in seduta del 12.03.2012 - link a www.commissioneaccesso.it).

GIURISPRUDENZA

EDILIZIA PRIVATA: Il procedimento di rilascio del permesso di costruire ha un rapporto di autonomia e non di interdipendenza rispetto al rilascio del parere ambientale, posto che l’art. 159 del D.L.vo 22.01.2004 n. 42, in via transitoria sino al 31.12.2009 e, susseguentemente a tale data, in via definitiva, l’art. 146 del medesimo D.L.vo, egualmente dispongono nel senso che “l’autorizzazione paesaggistica costituisce atto autonomo e presupposto rispetto al permesso di costruire o agli altri titoli legittimanti ‘'intervento urbanistico edilizio” e che “i lavori non possono essere iniziati in difetto di essa”.
Da ciò pertanto discende che l’autorizzazione paesaggistica non può essere intesa quale mero presupposto di legittimità del titolo legittimante l’edificazione, connotandosi piuttosto per una sua autonomia strutturale e funzionale rispetto al permesso di costruire; e che il rapporto tra autorizzazione paesaggistica e titolo edilizio si sostanzia pertanto in un rapporto di presupposizione necessitato e strumentale tra valutazioni paesistiche ed urbanistiche, nel senso che questi due apprezzamenti si esprimono entrambi sullo stesso oggetto, ma con diversi e separati procedimenti, l’uno nei termini della compatibilità paesaggistica dell’intervento edilizio proposto e l’altro nei termini della sua conformità urbanistico-edilizia.

Il Collegio –per parte propria– ribadisce che il procedimento di rilascio del permesso di costruire ha un rapporto di autonomia e non di interdipendenza rispetto al rilascio del parere ambientale, posto che l’art. 159 del D.L.vo 22.01.2004 n. 42, in via transitoria sino al 31.12.2009 e, susseguentemente a tale data, in via definitiva, l’art. 146 del medesimo D.L.vo, egualmente dispongono nel senso che “l’autorizzazione paesaggistica costituisce atto autonomo e presupposto rispetto al permesso di costruire o agli altri titoli legittimanti ‘'intervento urbanistico edilizio” e che “i lavori non possono essere iniziati in difetto di essa”.
Da ciò pertanto discende che l’autorizzazione paesaggistica non può essere intesa quale mero presupposto di legittimità del titolo legittimante l’edificazione, connotandosi piuttosto per una sua autonomia strutturale e funzionale rispetto al permesso di costruire; e che il rapporto tra autorizzazione paesaggistica e titolo edilizio si sostanzia pertanto in un rapporto di presupposizione necessitato e strumentale tra valutazioni paesistiche ed urbanistiche, nel senso che questi due apprezzamenti si esprimono entrambi sullo stesso oggetto, ma con diversi e separati procedimenti, l’uno nei termini della compatibilità paesaggistica dell’intervento edilizio proposto e l’altro nei termini della sua conformità urbanistico-edilizia (cfr. sul punto, ad es., Cons. Stato, Sez. IV, 27.11.2010 n. 8260)
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 21.08.2013 n. 4234 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

CONDOMINIO - EDILIZIA PRIVATA: La domanda di rilascio del permesso di costruire ovvero la denuncia di inizio di attività possono essere presentate dal proprietario dell’immobile ovvero da chi ne abbia titolo.
L’espressione “titolo per richiederlo” è correntemente intesa dalla giurisprudenza amministrativa nel senso di posizione che civilisticamente costituisca titolo per esercitare sul fondo un’attività costruttiva, ammettendosi in tal senso che la posizione legittimante enunciata nella disposizione normativa in esame non coincide con il solo diritto di proprietà, ma anche con altri diritti reali o addirittura personali di godimento, purché attribuiscano al titolare la facoltà di attuare interventi sull’immobile.
A fronte di ciò, l’Amministrazione comunale è per certo chiamata a svolgere un’attività istruttoria per accertare la sussistenza del titolo legittimante di colui che chiede il rilascio del titolo edilizio, anche mediante d.i.a., competendo in tal senso all’Amministrazione medesima la verifica, in capo al richiedente, di un titolo sostanziale idoneo a costituire la posizione legittimante senza alcuna ulteriore e minuziosa indagine che si estenda fino alla ricerca di eventuali fattori limitativi, preclusivi o estintivi del titolo di disponibilità dell’immobile allegato da colui che presenta l’istanza.
Significativo –del resto– è al riguardo anche l’art. 42, comma 8, lett. a), della L. R. 12 del 2005, laddove si dispone che il dirigente o il responsabile dell’ufficio competente verifichi, in relazione alla d.i.a., “la regolarità formale e la completezza della documentazione”.
La verifica del possesso del titolo a costruire costituisce pertanto un presupposto, la cui mancanza impedisce all’Amministrazione comunale di procedere oltre nell’esame del progetto, anche se deve escludersi un obbligo dell’Amministrazione comunale stessa di effettuare complessi accertamenti diretti a ricostruire tutte le vicende riguardanti l’immobile.
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L’Amministrazione comunale, allorquando inizia l’istruttoria per il rilascio di un titolo edilizio formale (nonché, ora, allorquando svolge l’istruttoria conseguente all’avvenuta presentazione di una segnalazione certificata di inizio di attività – s.c.i.a. edilizia, a’ sensi dell’art. 19 della L. 07.08.1990 n. 241 nel testo ad oggi in vigore), non è per certo obbligata ad acquisire informazioni sulla circostanza che l’assemblea condominiale abbia eventualmente inibito al singolo condomino di realizzare le opere sostanzianti un sopralzo dell’edificio: ma il richiedente il titolo edilizio ovvero chi presenta la s.c.i.a. è comunque onerato, prima di iniziare i lavori, ad impugnare la deliberazione dell’assemblea condominiale lesiva del proprio diritto, a’ sensi e per gli effetti dell’art. 1137, secondo comma, cod. civ., essendo anche ammesso al riguardo l’incidente di sospensione cautelare della deliberazione medesima.
Risulta altrettanto assodato che il condominio, ove abbia adottato una deliberazione che vieti l’esecuzione dei lavori al singolo condomino, può pure incidere nella sfera giuridica di quest’ultimo e –segnatamente– sulla sua posizione di interesse legittimo intervenendo a’ sensi dell’art. 7 e ss. della L. 241 del 1990 nel procedimento relativo al rilascio del permesso di costruire ovvero in quello conseguente alla presentazione della s.c.i.a. e chiedendo quindi all’Amministrazione comunale di non accogliere le richieste del condomino medesimo conformemente al predetto deliberato assembleare, ovvero anche l’adozione di ogni possibile provvedimento in autotutela.

Il Collegio, per parte propria, rileva che, a’ sensi dell’art. 11, comma 1, e dell’art. 23, comma 1, del T.U. approvato con D.P.R. 06.06.2001 n. 380, la domanda di rilascio del permesso di costruire, ovvero la denuncia di inizio di attività possono essere presentate dal proprietario dell’immobile ovvero da chi ne abbia titolo.
Tali disposizioni riproducono nella sostanza l’art. 4, primo comma, della L. 28.01.1977 n. 10, in forza del quale “la concessione (edilizia) è data dal sindaco al proprietario dell’area o a chi abbia titolo per richiederla”, e sono a loro volta recepite in Lombardia dall’art. 35, comma 1, della L. R. 12 del 2005, laddove –per l’appunto– analogamente si dispone che il permesso di costruire sia rilasciato “al proprietario dell’immobile o a chi abbia titolo per richiederlo”.
Va precisato che l’espressione “titolo per richiederlo” è correntemente intesa dalla giurisprudenza amministrativa nel senso di posizione che civilisticamente costituisca titolo per esercitare sul fondo un’attività costruttiva (cfr. al riguardo, ad es., Cons. Stato, Sez. V, 28.05.2001 n. 2882 e 15.03.2001 n. 1507, nonché Sez. IV, 15.02.1985 n. 47), ammettendosi in tal senso che la posizione legittimante enunciata nella disposizione normativa in esame non coincide con il solo diritto di proprietà, ma anche con altri diritti reali o addirittura personali di godimento, purché attribuiscano al titolare la facoltà di attuare interventi sull’immobile.
A fronte di ciò, il Collegio reputa che l’Amministrazione comunale era ed è per certo chiamata a svolgere un’attività istruttoria per accertare la sussistenza del titolo legittimante di colui che chiede il rilascio del titolo edilizio, anche mediante d.i.a., competendo in tal senso all’Amministrazione medesima la verifica, in capo al richiedente, di un titolo sostanziale idoneo a costituire la posizione legittimante senza alcuna ulteriore e minuziosa indagine che si estenda fino alla ricerca di eventuali fattori limitativi, preclusivi o estintivi del titolo di disponibilità dell’immobile allegato da colui che presenta l’istanza (così, ad es., Cons. Stato, Sez. V, 04.02.2004 n. 368).
Significativo –del resto– è al riguardo anche l’art. 42, comma 8, lett. a), della L. R. 12 del 2005, laddove si dispone che il dirigente o il responsabile dell’ufficio competente verifichi, in relazione alla d.i.a., “la regolarità formale e la completezza della documentazione”.
La verifica del possesso del titolo a costruire costituisce pertanto un presupposto, la cui mancanza impedisce all’Amministrazione comunale di procedere oltre nell’esame del progetto, anche se deve escludersi un obbligo dell’Amministrazione comunale stessa di effettuare complessi accertamenti diretti a ricostruire tutte le vicende riguardanti l’immobile.
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L’Amministrazione comunale, allorquando inizia l’istruttoria per il rilascio di un titolo edilizio formale (nonché, ora, allorquando svolge l’istruttoria conseguente all’avvenuta presentazione di una segnalazione certificata di inizio di attività – s.c.i.a. edilizia, a’ sensi dell’art. 19 della L. 07.08.1990 n. 241 nel testo ad oggi in vigore), non è per certo obbligata ad acquisire informazioni sulla circostanza che l’assemblea condominiale abbia eventualmente inibito al singolo condomino di realizzare le opere sostanzianti un sopralzo dell’edificio: ma il richiedente il titolo edilizio ovvero chi presenta la s.c.i.a. è comunque onerato, prima di iniziare i lavori, ad impugnare la deliberazione dell’assemblea condominiale lesiva del proprio diritto, a’ sensi e per gli effetti dell’art. 1137, secondo comma, cod. civ., essendo anche ammesso al riguardo l’incidente di sospensione cautelare della deliberazione medesima (cfr. ivi, nonché la corrispondente disciplina contenuta nel nuovo testo dell’articolo medesimo, conseguente alla novella introdotta al riguardo dall’art. 15 della L. 11.12.2012 n. 220, che trova peraltro applicazione solo a decorrere dal 18.06.2013).
Non consta che nella specie la deliberazione adottata dall’assemblea condominiale sia stata sospesa.
Risulta altrettanto assodato che il condominio, ove abbia adottato una deliberazione che vieti l’esecuzione dei lavori al singolo condomino, può pure incidere nella sfera giuridica di quest’ultimo e –segnatamente– sulla sua posizione di interesse legittimo intervenendo a’ sensi dell’art. 7 e ss. della L. 241 del 1990 nel procedimento relativo al rilascio del permesso di costruire ovvero in quello conseguente alla presentazione della s.c.i.a. e chiedendo quindi all’Amministrazione comunale di non accogliere le richieste del condomino medesimo conformemente al predetto deliberato assembleare, ovvero anche l’adozione di ogni possibile provvedimento in autotutela
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 21.08.2013 n. 4234 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Il giudice amministrativo può riconoscere, caso per caso, la legittimazione ad impugnare atti amministrativi incidenti sull'ambiente ad associazioni locali (indipendentemente dalla loro natura giuridica), purché perseguano statutariamente in modo non occasionale obiettivi di tutela ambientale ed abbiano un adeguato grado di rappresentatività e stabilità in un'area di afferenza ricollegabile alla zona in cui è situato il bene a fruizione collettiva che si assume leso.
Pertanto la legittimazione processuale delle associazioni ambientaliste deve essere apprezzata, almeno in astratto, in presenza di tre requisiti tradizionalmente utilizzati al riguardo in giurisprudenza, rispettivamente relativi alle finalità statutarie dell'ente, alla stabilità del suo assetto organizzativo, nonché alla c.d. vicinitas dello stesso stesso ente rispetto all'interesse sostanziale che si assume leso per effetto dell'azione amministrativa e a tutela del quale, pertanto, l'ente esponenziale intende agire in giudizio.
A tali considerazioni deve aggiungersi, in relazione ad un profilo più concreto e vicino alla questione in esame, che, nonostante la concezione giuridicamente rilevante del concetto di ambiente, occorre che il provvedimento che si intenda impugnare leda in modo diretto ed immediato l'interesse alla preservazione del bene ambiente.

... chiarito il contesto decisionale, si può ben riprendere la giurisprudenza di questo Consiglio di Stato, che in più occasioni ha evidenziato i limiti alla legittimazione delle associazioni ambientaliste avverso le varianti urbanistiche.
Si è perciò detto, in via generale, che il giudice amministrativo può riconoscere, caso per caso, la legittimazione ad impugnare atti amministrativi incidenti sull'ambiente ad associazioni locali (indipendentemente dalla loro natura giuridica), purché perseguano statutariamente in modo non occasionale obiettivi di tutela ambientale ed abbiano un adeguato grado di rappresentatività e stabilità in un'area di afferenza ricollegabile alla zona in cui è situato il bene a fruizione collettiva che si assume leso (Consiglio di Stato, sez. VI, 23.05.2011, n. 3107). Pertanto la legittimazione processuale delle associazioni ambientaliste deve essere apprezzata, almeno in astratto, in presenza di tre requisiti tradizionalmente utilizzati al riguardo in giurisprudenza, rispettivamente relativi alle finalità statutarie dell'ente, alla stabilità del suo assetto organizzativo, nonché alla c.d. vicinitas dello stesso stesso ente rispetto all'interesse sostanziale che si assume leso per effetto dell'azione amministrativa e a tutela del quale, pertanto, l'ente esponenziale intende agire in giudizio.
A tali considerazioni deve aggiungersi, in relazione ad un profilo più concreto e vicino alla questione in esame, che, nonostante la concezione giuridicamente rilevante del concetto di ambiente, occorre che il provvedimento che si intenda impugnare leda in modo diretto ed immediato l'interesse alla preservazione del bene ambiente (Consiglio di Stato, sez. IV, 09.11.2004 n. 7246).
Nel caso di specie, devono quindi condividersi le considerazioni del primo giudice, sulla carente indicazione del rapporto tra i provvedimenti urbanistici adottati e la lesione lamentata, per cui va ribadito come manchi del tutto un meccanismo di collegamento tra l’associazione appellante e la tutela di cui questa si afferma portatrice (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 21.08.2013 n. 4233 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ESPROPRIAZIONE: La necessità dell'avviso di avvio del procedimento amministrativo è affermazione pacifica e consolidata nella giurisprudenza amministrativa. La preventiva comunicazione di avvio del procedimento rappresenta un principio generale dell'agere amministrativo.
La materia relativa alle procedure di espropriazione per pubblica utilità non costituisce certo eccezione a detto approdo della giurisprudenza: ed anzi, come è noto, un indirizzo giurisprudenziale ormai consolidato, dal quale non si ravvisano ragioni per discostarsi, ha affermato il principio, generale ed inderogabile, per cui al privato proprietario di un'area destinata all'espropriazione, siccome interessata dalla realizzazione di un'opera pubblica, deve essere garantita, mediante la formale comunicazione dell'avviso di avvio del procedimento, la possibilità di interloquire con l'amministrazione procedente sulla sua localizzazione e, quindi, sull'apposizione del vincolo, prima della dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza e, quindi, dell'approvazione del progetto definitivo.
Con più stringente riferimento alla fattispecie per cui è causa, poi, di recente la giurisprudenza di questa Sezione del Consiglio di Stato ha avuto modo di ribadire il detto principio, essendosi affermato che costituisce principio generale ed inderogabile dell'ordinamento vigente che al privato, proprietario di un'area sottoposta a procedimento espropriativo per la realizzazione di un'opera pubblica, deve essere garantita, mediante la formale comunicazione dell'avviso di avvio del procedimento, la possibilità di interloquire con l'amministrazione procedente sulla sua localizzazione e, quindi, sull'apposizione del vincolo, prima della dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza e, quindi, dell'approvazione del progetto definitivo, né sarebbe invocabile, come esimente dal dovere in questione, il disposto dell'art. 13, comma 1, l. 07.08.1990 n. 241, in quanto detta norma si riferisce ai soli atti a contenuto generale, mentre l'intesa tra lo Stato e la Regione sulla localizzazione di un'opera di interesse statale non consiste in un documento di pianificazione territoriale, ma produce l'effetto puntuale e specifico dell'individuazione dell'ubicazione dell'intervento (oltre a valere come dichiarazione di pubblica utilità) e si rivela, come tale, idonea ad incidere, in maniera immediata, sugli interessi dei soggetti proprietari del terreno interessato dalla sua realizzazione, con evidenti implicazioni sulla partecipazione di questi al relativo procedimento.
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Costituisce principio a più riprese affermato dalla giurisprudenza quello per cui sussiste la responsabilità solidale dell'ente espropriante-appaltante e dell'appaltatore ogni quale volta entrambi abbiano concorso a determinare l'evento dannoso".
Ed anche alla luce delle vigenti prescrizioni normative va ribadita la permanente vigenza del principio per cui, anche laddove ci si trovi al cospetto dell’utilizzo dell'istituto della delega, l’amministrazione è responsabile dell'operato del delegato (poiché la legge dispone che l'espropriazione si svolge non soltanto "in nome e per conto" del delegante, ma anche "d'intesa" con quest'ultimo, che conserva ogni potere di controllo e di stimolo, il cui mancato esercizio è fonte di corresponsabilità con il delegato per i danni da questi materialmente arrecati, senza che assuma rilievo -qualora sia, comunque, avvenuta la radicale trasformazione del fondo in difetto di tempestiva emanazione del decreto di esproprio- la natura del negozio intercorso tra delegante e delegato.

Contrariamente a quanto sostenutosi nell’appello, una imponente produzione giurisprudenziale amministrativa ha sempre costantemente affermato che la necessità dell'avviso di avvio del procedimento amministrativo (nel caso di specie si trattava dell’adozione di provvedimenti di annullamento) è affermazione pacifica e consolidata nella giurisprudenza amministrativa. La preventiva comunicazione di avvio del procedimento rappresenta un principio generale dell'agere amministrativo (TAR Campania Salerno Sez. I, 12.07.2011, n. 1276).
La materia relativa alle procedure di espropriazione per pubblica utilità non costituisce certo eccezione a detto approdo della giurisprudenza: ed anzi, come è noto, un indirizzo giurisprudenziale ormai consolidato (cfr. Ad. Plen. 20.12.2002, n. 8; 24.01.2000, n. 2; 15.09.1999, n. 14), dal quale non si ravvisano ragioni per discostarsi, ha affermato il principio, generale ed inderogabile, per cui al privato proprietario di un'area destinata all'espropriazione, siccome interessata dalla realizzazione di un'opera pubblica, deve essere garantita, mediante la formale comunicazione dell'avviso di avvio del procedimento, la possibilità di interloquire con l'amministrazione procedente sulla sua localizzazione e, quindi, sull'apposizione del vincolo, prima della dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza e, quindi, dell'approvazione del progetto definitivo.
Con più stringente riferimento alla fattispecie per cui è causa, poi, di recente la giurisprudenza di questa Sezione del Consiglio di Stato ha avuto modo di ribadire il detto principio, essendosi affermato che (Cons. Stato Sez. IV, 09-12-2010, n. 8688) costituisce principio generale ed inderogabile dell'ordinamento vigente che al privato, proprietario di un'area sottoposta a procedimento espropriativo per la realizzazione di un'opera pubblica, deve essere garantita, mediante la formale comunicazione dell'avviso di avvio del procedimento, la possibilità di interloquire con l'amministrazione procedente sulla sua localizzazione e, quindi, sull'apposizione del vincolo, prima della dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza e, quindi, dell'approvazione del progetto definitivo, né sarebbe invocabile, come esimente dal dovere in questione, il disposto dell'art. 13, comma 1, l. 07.08.1990 n. 241, in quanto detta norma si riferisce ai soli atti a contenuto generale, mentre l'intesa tra lo Stato e la Regione sulla localizzazione di un'opera di interesse statale non consiste in un documento di pianificazione territoriale, ma produce l'effetto puntuale e specifico dell'individuazione dell'ubicazione dell'intervento (oltre a valere come dichiarazione di pubblica utilità) e si rivela, come tale, idonea ad incidere, in maniera immediata, sugli interessi dei soggetti proprietari del terreno interessato dalla sua realizzazione, con evidenti implicazioni sulla partecipazione di questi al relativo procedimento.
Analoghe conclusioni si traggono dalle disposizioni specifiche contenute nel TU espropriazioni.
Sotto il profilo strettamente letterale, infatti, le espresse disposizioni di cui agli artt. 11 (“1. Al proprietario del bene sul quale si intende apporre il vincolo preordinato all'esproprio, va inviato l'avviso dell'avvio del procedimento:
a) nel caso di adozione di una variante al piano regolatore per la realizzazione di una singola opera pubblica, almeno venti giorni prima della delibera del consiglio comunale;
b) nei casi previsti dall'articolo 10, comma 1, almeno venti giorni prima dell'emanazione dell'atto se ciò risulti compatibile con le esigenze di celerità del procedimento.
2. L'avviso di avvio del procedimento è comunicato personalmente agli interessati alle singole opere previste dal piano o dal progetto. Allorché il numero dei destinatari sia superiore a 50, la comunicazione è effettuata mediante pubblico avviso, da affiggere all'albo pretorio dei Comuni nel cui territorio ricadono gli immobili da assoggettare al vincolo, nonché su uno o più quotidiani a diffusione nazionale e locale e, ove istituito, sul sito informatico della Regione o Provincia autonoma nel cui territorio ricadono gli immobili da assoggettare al vincolo. L'avviso deve precisare dove e con quali modalità può essere consultato il piano o il progetto. Gli interessati possono formulare entro i successivi trenta giorni osservazioni che vengono valutate dall'autorità espropriante ai fini delle definitive determinazioni.
3. La disposizione di cui al comma 2 non si applica ai fini dell'approvazione del progetto preliminare delle infrastrutture e degli insediamenti produttivi ricompresi nei programmi attuativi dell'articolo 1, comma 1, della legge 21.12.2001, n. 443.
4. Ai fini dell'avviso dell'avvio del procedimento delle conferenze di servizi in materia di lavori pubblici, si osservano le forme previste dal decreto del Presidente della Repubblica 21.12.1999, n. 554.
5. Salvo quanto previsto dal comma 2, restano in vigore le disposizioni vigenti che regolano le modalità di partecipazione del proprietario dell'area e di altri interessati nelle fasi di adozione e di approvazione degli strumenti urbanistici.
”). e 16 comma 4 (“Al proprietario dell'area ove è prevista la realizzazione dell'opera è inviato l'avviso dell'avvio del procedimento e del deposito degli atti di cui al comma 1, con l'indicazione del nominativo del responsabile del procedimento”) del D.P.R. 08.06.2001 n. 327 congiurano nel fare ritenere il detto obbligo assolutamente cogente ed inderogabile, in armonia con i principi affermati dalla Cedu e ben recepiti a più riprese da questo Consiglio di Stato.
Non appare il caso di immorare vieppiù sul punto, se non per rimarcare, a fini di coerenza sistematica, che (d.lgs. 12.04.2006 n. 163, art. 166) il detto obbligo è prescritto anche nel caso di opere strategiche, per cui esso costituisce principio non dequotabile (comma 2 della in ultimo citata disposizione: “l’avvio del procedimento di dichiarazione di pubblica utilità è comunicato dal soggetto aggiudicatore, o per esso dal concessionario o contraente generale, ai privati interessati alle attività espropriative ai sensi della legge 07.08.1990, n. 241, e successive modificazioni; la comunicazione è effettuata con le stesse forme previste per la partecipazione alla procedura di valutazione di impatto ambientale dall'articolo 5 del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 10.08.1988, n. 377. Nel termine perentorio di sessanta giorni dalla comunicazione di avvio del procedimento, i privati interessati dalle attività espropriative possono presentare osservazioni al soggetto aggiudicatore, che dovrà valutarle per ogni conseguente determinazione. Le disposizioni del presente comma derogano alle disposizioni degli articoli 11 e 16 del decreto del Presidente della Repubblica 08.06.2001, n. 327.”).
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Neppure accoglimento meritano le ulteriori censure prospettate dall’amministrazione regionale: quanto alla tesi per cui l’avviso sarebbe stato validamente omesso in quanto gli espopriandi erano in numero superiore a 50, quest’ultima è stata soltanto labialmente affermata, non è stata né allegata né provata e, inoltre, non v’è traccia in atti delle supposte modalità alternative di pubblicità eventualmente esperite.
Né l’amministrazione ha fatto espresso riferimento alla notifica da effettuarsi “nelle forme degli atti processuali civili” e neppure ha mai dichiarato (né disposto) di procedere alla pubblicazione di alcun atto avvalendosi del disposto di cui all’art. 16, comma 5, ed 11, comma 2, del dPR n. 327/2001 (Consiglio di Stato Sez. IV, sent. n. 408 del 27-01-2012: ”in tema di espropriazione per pubblica utilità l'avviso di cui all'art. 11 D.P.R. n. 327/2001 -T.U. espropriazione per p.u.- deve contenere, per essere legittimo, l'indicazione delle particelle e dei nominativi, quali indefettibili elementi diretti ad individuare i soggetti espropriandi ed i beni oggetto del procedimento amministrativo, e ciò sia che la comunicazione avvenga personalmente, sia che essa avvenga in forma collettiva mediante avviso pubblico. E' evidente che le modalità di comunicazione, seppur semplificate nella forma e nel numero, devono in ogni caso essere idonee a raggiungere lo scopo della effettiva conoscenza, di guisa che il proprietario inciso sia posto in grado di optare o meno per la partecipazione procedimentale in chiave difensiva).
Essa tesi appare al Collegio unicamente un espediente processuale confusorio, e come tale va disattesa.
Quanto all’assunto secondo il quale l’unico responsabile avrebbe dovuto essere il concessionario, essa collide con il consolidato orientamento, secondo il quale “costituisce principio a più riprese affermato dalla giurisprudenza quello per cui sussiste la responsabilità solidale dell'ente espropriante-appaltante e dell'appaltatore ogni quale volta entrambi abbiano concorso a determinare l'evento dannoso" (Cass. civ. Sez. I, 17.10.2008, n. 25369); ed anche alla luce delle vigenti prescrizioni normative va ribadita la permanente vigenza del principio per cui, anche laddove ci si trovi al cospetto dell’utilizzo dell'istituto della delega, l’amministrazione è responsabile dell'operato del delegato (poiché la legge dispone che l'espropriazione si svolge non soltanto "in nome e per conto" del delegante, ma anche "d'intesa" con quest'ultimo, che conserva ogni potere di controllo e di stimolo, il cui mancato esercizio è fonte di corresponsabilità con il delegato per i danni da questi materialmente arrecati, senza che assuma rilievo -qualora sia, comunque, avvenuta la radicale trasformazione del fondo in difetto di tempestiva emanazione del decreto di esproprio- la natura del negozio intercorso tra delegante e delegato (si veda: Cass. civ. Sez. I, 27-05-2011, n. 11800)
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 21.08.2013 n. 4230 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Le controversie inerenti la contestazione degli oneri di urbanizzazione, nel corso delle quali non vengano dedotte censure derivanti da atti generali autoritativi relativi alla determinazione degli oneri presupposti di quello impugnato, attengono a posizioni di diritto soggettivo, azionabili nel termine di prescrizione, innanzi al giudice amministrativo in sede di giurisdizione esclusiva.
Detti oneri non hanno, infatti, natura tributaria, bensì costituiscono un corrispettivo di diritto pubblico avente la funzione di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione, atteso che le controversie che hanno ad oggetto la legittimità o meno del contributo relativo a concessione edilizia vertono sull'esistenza o sulla misura di un’obbligazione direttamente stabilita dalla legge.
La determinazione dell'"an" e del "quantum" dell'oblazione e del contributo per oneri di urbanizzazione e per costo di costruzione ha natura paritetica, giacché si tratta di un mero accertamento dell'obbligazione contributiva, effettuato dalla p.a. in base a rigidi parametri prefissati dalla legge e dai regolamenti in tema di criteri impositivi, nei cui riguardi essa è sfornita di potestà autoritativa.
Per questo le relative controversie, proprio in quanto concernono i diritti soggettivi delle parti di detta obbligazione, sono devolute alla giurisdizione esclusiva del g.a. di cui all’art. 133, primo co., lett. f). L'accertamento di un rapporto di credito prescinde dall'esistenza di atti della p.a. e non è soggetta alle regole delle impugnazioni e dei termini di decadenza propri degli atti amministrativi; in applicazione di tale principio, va quindi esclusa la configurabilità dell'istituto dell'acquiescenza rispetto alla liquidazione del contributo.
Del resto, in tal senso si è pronunciato il Giudice della giurisdizione, per il quale la giurisdizione del giudice amministrativo in materia ha per oggetto tutte le controversie inerenti la pretesa contributiva del Comune in tale ambito.

... per l'annullamento della sentenza breve del TAR FRIULI VENEZIA GIULIA-TRIESTE: SEZIONE I n. 00486/2012, resa tra le parti, concernente appello avverso sentenza con cui il giudice amministrativo ha dichiarato il difetto di giurisdizione - emissione da parte di Equitalia di una cartella di pagamento relativa ad oneri di urbanizzazione primaria.
...
L’appello è fondato.
Le controversie inerenti la contestazione degli oneri di urbanizzazione, nel corso delle quali non vengano dedotte censure derivanti da atti generali autoritativi relativi alla determinazione degli oneri presupposti di quello impugnato, attengono, infatti, a posizioni di diritto soggettivo, azionabili nel termine di prescrizione, innanzi al giudice amministrativo in sede di giurisdizione esclusiva.
Detti oneri non hanno, infatti, natura tributaria, bensì costituiscono un corrispettivo di diritto pubblico avente la funzione di partecipazione ai costi delle opere di urbanizzazione, atteso che le controversie che hanno ad oggetto la legittimità o meno del contributo relativo a concessione edilizia vertono sull'esistenza o sulla misura di un’obbligazione direttamente stabilita dalla legge.
La determinazione dell'"an" e del "quantum" dell'oblazione e del contributo per oneri di urbanizzazione e per costo di costruzione ha natura paritetica, giacché si tratta di un mero accertamento dell'obbligazione contributiva, effettuato dalla p.a. in base a rigidi parametri prefissati dalla legge e dai regolamenti in tema di criteri impositivi, nei cui riguardi essa è sfornita di potestà autoritativa.
Per questo le relative controversie, proprio in quanto concernono i diritti soggettivi delle parti di detta obbligazione, sono devolute alla giurisdizione esclusiva del g.a. di cui all’art. 133, primo co., lett. f). L'accertamento di un rapporto di credito prescinde dall'esistenza di atti della p.a. e non è soggetta alle regole delle impugnazioni e dei termini di decadenza propri degli atti amministrativi; in applicazione di tale principio, va quindi esclusa la configurabilità dell'istituto dell'acquiescenza rispetto alla liquidazione del contributo (cfr. Consiglio di Stato sez. V 28.05.2012 n. 3122; Consiglio di Stato sez. IV 10.03.2011 n. 1565; Consiglio Stato sez. V 13.10.2010 n. 7466).
Del resto, in tal senso si è pronunciato il Giudice della giurisdizione, per il quale la giurisdizione del giudice amministrativo in materia ha per oggetto tutte le controversie inerenti la pretesa contributiva del Comune in tale ambito (cfr. Cass., sez. un., 13.12.2002 n. 1791; Cassazione civile, sez. un., 20.10.2006 n. 22514) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 21.08.2013 n. 4208 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La pronunzia di decadenza del permesso di costruire, che riceve ora una puntuale disciplina all'art. 15, comma 2, del d.P.R. n. 380 del 2001, è connotata da un carattere strettamente vincolato, dovuto all'accertamento del mancato inizio e completamento dei lavori entro i termini stabiliti dal cit. art. 15, comma 2, (rispettivamente un anno e tre anni dal rilascio del titolo abilitativo, salvo proroga) ed ha natura ricognitiva del venir meno degli effetti del permesso a costruire per l'inerzia del titolare a darvi attuazione.
Pertanto, un tale provvedimento ha carattere meramente dichiarativo di un effetto verificatosi ex se, in via diretta, con l'infruttuoso decorso del termine prefissato con conseguente decorrenza ex tunc.

Occorre subito rammentare che la giurisprudenza è del tutto pacifica nell’affermare che la pronunzia di decadenza del permesso di costruire, che riceve ora una puntuale disciplina all'art. 15, comma 2, del d.P.R. n. 380 del 2001, sia connotata da un carattere strettamente vincolato, dovuto all'accertamento del mancato inizio e completamento dei lavori entro i termini stabiliti dal cit. art. 15, comma 2, (rispettivamente un anno e tre anni dal rilascio del titolo abilitativo, salvo proroga) ed ha natura ricognitiva del venir meno degli effetti del permesso a costruire per l'inerzia del titolare a darvi attuazione.
Pertanto, un tale provvedimento ha carattere meramente dichiarativo di un effetto verificatosi ex se, in via diretta, con l'infruttuoso decorso del termine prefissato con conseguente decorrenza ex tunc (da ultimo, Consiglio di Stato, sez. III, 04.04.2013, n. 1870) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 21.08.2013 n. 4206 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Le censure inerenti il procedimento di VAS sono ammissibili nei limiti in cui la parte istante specifichi quale concreta lesione alla sua proprietà sia derivata dall’inosservanza delle norme sul procedimento; in altri termini non deve trattarsi di una doglianza meramente “strumentale”, ma sostanziale, visto che il generico interesse ad un nuovo esercizio del potere pianificatorio dell’Amministrazione è insufficiente a distinguere la posizione del ricorrente da quella del quisque de populo.
Nel caso in cui, viceversa, si lamenti la totale omissione di tale incombente procedimentale, non è dato applicare il detto principio, proprio a cagione della circostanza che non può ipotizzarsi quale sarebbe stato l’approdo della Vas, e si oblierebbe la circostanza che un possibile parere del tutto negativo avrebbe potuto indurre l’Amministrazione a rinunciare alla variante, ovvero a rimodularla integralmente.
In materia, è d'uopo richiamare la più recente giurisprudenza della Sezione sui limiti alla configurabilità dell'interesse c.d. strumentale all'impugnazione di uno strumento urbanistico, nel senso che tale impugnazione deve pur sempre ancorarsi a specifici vizi ravvisati con riferimento alle determinazioni adottate dall'Amministrazione in ordine al regime dei suoli in proprietà del ricorrente, e non può fondarsi sul generico interesse a una migliore pianificazione del proprio suolo, che in quanto tale non si differenzia dall'eguale interesse che quisque de populo potrebbe nutrire.
In altri termini, l'utilità comunque rappresentata dal possibile vantaggio che astrattamente il ricorrente potrebbe ottenere per effetto della riedizione dell'attività amministrativa non è ex se indicativa della titolarità di una posizione di interesse giuridicamente qualificata e differenziata, idonea a legittimare la tutela giurisdizionale.
Analoghe considerazioni possono farsi per l'ulteriore utilità, costituita dalla "reviviscenza" del previgente e più favorevole P.R.G. che si avrebbe per effetto dell'annullamento giurisdizionale del P.G.T.: utilità la quale, oltre a essere anch'essa non indicativa dell'esistenza di un interesse giuridicamente tutelabile, quand'anche effettivamente sussistente sarebbe comunque provvisoria, essendo jus receptum che l'effetto immediato dell'annullamento di uno strumento urbanistico consiste nel dovere dell'Amministrazione di riesercitare la propria potestà di pianificazione del territorio.
Nella richiamata decisione della Quarta Sezione si è espressamente affermata la condivisione del principio per cui "laddove la VAS si concluda con un giudizio positivo (o positivo condizionato) il soggetto che subisca determinazioni lesive della sua sfera giuridica discendenti dall'accettazione (piena o condizionata) delle proposte pianificatorie sottoposte a VAS, ben potrà censurare anche queste determinazioni preliminari condizionanti, poiché è per effetto di questo giudizio di sostenibilità complessiva di queste scelte che le stesse possono tramutarsi in atti pianificatori negativi".
Nella detta pronuncia si è altresì rilevato che per evitare di pervenire a una legitimatio generalis del tipo di quella sopra indicata, occorre che le "determinazioni lesive" fondanti l'interesse a ricorrere siano effettivamente "condizionate", ossia causalmente riconducibili in modo decisivo, alle preliminari conclusioni raggiunte in sede di V.A.S., e pertanto l'istante avrebbe dovuto precisare come e perché tali conclusioni nella specie abbiano svolto un tale ruolo decisivo sulle opzioni relative ai suoli in sua proprietà, ciò che non ha fatto.
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La cd. Valutazione ambientale strategica (VAS) è la valutazione delle conseguenze ambientali di piani e programmi al fine ultimo di assicurare lo sviluppo sostenibile di un territorio sotto il profilo ambientale. E' una procedura finalizzata precipuamente a mettere in rilievo le possibili cause di un degrado ambientale derivante dall'adozione di piani e programmi interessanti il territorio, introdotta dalla Direttiva comunitaria 2001/42/CE che prevede, appunto, la sua applicazione a piani e programmi produttivi di effetti significativi sull'ambiente.
La giurisprudenza di merito ha per il vero puntualizzato che “in un'ottica sostanzialistica tesa ad evitare interpretazioni normative che si risolvano in meri adempimenti formali e rappresentano inutili appesantimenti del procedimento, non deve essere sottoposto alla procedura di valutazione ambientale strategica (VAS), né a quella di valutazione di incidenza, uno strumento pianificatorio le cui previsioni non si discostano in maniera sostanziale da quelle già fatte oggetto di tale indagine, tanto più che parte ricorrente non fornisce alcuna dimostrazione del fatto che le previsioni derivanti dall'applicazione del piano possono avere sull'ambiente effetti significativi diversi da quelli già presi in considerazione”.
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Il Collegio non può che richiamare -in relazione alla pretesa fungibilità della procedura di Vas con quella relativa alla valutazione di incidenza dei Sic- l’affermazione secondo cui “in materia ambientale, la valutazione ambientale strategica va distinta dalla valutazione di incidenza, prevista dal D.P.R. n. 357/1997 nel sistema previgente all'entrata in vigore del D.Lgs. n. 4/2008, che ha un rilievo meramente settoriale destinato alla particolare protezione dei siti di rilevanza comunitaria.".

Il Collegio conosce –ed apprezza- la giurisprudenza del Consiglio di Stato segnalata dall’appellante amministrazione comunale (cfr. sez. IV, 12.01.2011, n. 133), per la quale le censure inerenti il procedimento di VAS sono ammissibili nei limiti in cui la parte istante specifichi quale concreta lesione alla sua proprietà sia derivata dall’inosservanza delle norme sul procedimento; in altri termini non deve trattarsi di una doglianza meramente “strumentale”, ma sostanziale, visto che il generico interesse ad un nuovo esercizio del potere pianificatorio dell’Amministrazione è insufficiente a distinguere la posizione del ricorrente da quella del quisque de populo (cfr. in termini, anche TAR Lombardia, Milano, sez. II, 12.01.2012, n. 297).
Nel caso in cui, viceversa, si lamenti la totale omissione di tale incombente procedimentale, non è dato applicare il detto principio, proprio a cagione della circostanza che non può ipotizzarsi quale sarebbe stato l’approdo della Vas, e si oblierebbe la circostanza che un possibile parere del tutto negativo avrebbe potuto indurre l’Amministrazione a rinunciare alla variante, ovvero a rimodularla integralmente.
In materia, è d'uopo richiamare la più recente giurisprudenza della Sezione sui limiti alla configurabilità dell'interesse c.d. strumentale all'impugnazione di uno strumento urbanistico, nel senso che tale impugnazione deve pur sempre ancorarsi a specifici vizi ravvisati con riferimento alle determinazioni adottate dall'Amministrazione in ordine al regime dei suoli in proprietà del ricorrente, e non può fondarsi sul generico interesse a una migliore pianificazione del proprio suolo, che in quanto tale non si differenzia dall'eguale interesse che quisque de populo potrebbe nutrire (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 13.07.2010, nr. 4546).
In altri termini, l'utilità comunque rappresentata dal possibile vantaggio che astrattamente il ricorrente potrebbe ottenere per effetto della riedizione dell'attività amministrativa non è ex se indicativa della titolarità di una posizione di interesse giuridicamente qualificata e differenziata, idonea a legittimare la tutela giurisdizionale.
Analoghe considerazioni possono farsi per l'ulteriore utilità, costituita dalla "reviviscenza" del previgente e più favorevole P.R.G. che si avrebbe per effetto dell'annullamento giurisdizionale del P.G.T.: utilità la quale, oltre a essere anch'essa non indicativa dell'esistenza di un interesse giuridicamente tutelabile, quand'anche effettivamente sussistente sarebbe comunque provvisoria, essendo jus receptum che l'effetto immediato dell'annullamento di uno strumento urbanistico consiste nel dovere dell'Amministrazione di riesercitare la propria potestà di pianificazione del territorio (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 07.06.2004, nr. 3563; Cons. Stato, sez. V, 23.04.2001, nr. 2415).
Nella richiamata decisione della Quarta Sezione (12.1.2011, n. 133) si è espressamente affermata la condivisione del principio per cui "laddove la VAS si concluda con un giudizio positivo (o positivo condizionato) il soggetto che subisca determinazioni lesive della sua sfera giuridica discendenti dall'accettazione (piena o condizionata) delle proposte pianificatorie sottoposte a VAS, ben potrà censurare anche queste determinazioni preliminari condizionanti, poiché è per effetto di questo giudizio di sostenibilità complessiva di queste scelte che le stesse possono tramutarsi in atti pianificatori negativi".
Nella detta pronuncia si è altresì rilevato che per evitare di pervenire a una legitimatio generalis del tipo di quella sopra indicata, occorre che le "determinazioni lesive" fondanti l'interesse a ricorrere siano effettivamente "condizionate", ossia causalmente riconducibili in modo decisivo, alle preliminari conclusioni raggiunte in sede di V.A.S., e pertanto l'istante avrebbe dovuto precisare come e perché tali conclusioni nella specie abbiano svolto un tale ruolo decisivo sulle opzioni relative ai suoli in sua proprietà, ciò che non ha fatto.
Nel caso di specie, tuttavia, ciò che si lamenta è la totale omissione dell’incombente. Ne consegue che da un canto non è possibile preconizzare l’esito cui sarebbe approdata la Vas e l’eventuale pregiudizio che la originaria parte ricorrente ne avrebbe potuto ricavare: è ben vero che, di solito, il detto incombente ove espletato si risolve nella imposizione di prescrizioni più stringenti rispetto a quelle contenute nel piano o programma soggetto a valutazione.
E’ ben vero però che, per un verso, detta regola non può essere elevata a canone generale (non può escludersi, in via di principio, che la espletata vas introduca elementi di giudizio non già puramente e semplicemente “restrittivi” di prescrizioni ma modificativi delle stesse, rimodulativi, etc.); per altro verso, i proprietari dei suoli soggetti a regolamentazione hanno comunque l’interesse a che ciò avvenga mediante atti immuni da censure, di guisa che possano comunque contare sulla stabilità ed incontestabilità dell’assetto di interessi prefissato nell’atto.
La doglianza va quindi disattesa.
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Quanto alla censura -connessa unicamente sotto il profilo logico a quella dianzi esaminata- secondo cui trattavasi di variante “normativa” priva di significativi impatti sull’ambiente, di guisa che la Vas non sarebbe stata obbligatoria si rimarca che questo Consiglio di Stato ha in passato affermato che (Cons. Stato Sez. IV, 13.11.2012, n. 5715) “la cd. Valutazione ambientale strategica (VAS) è la valutazione delle conseguenze ambientali di piani e programmi al fine ultimo di assicurare lo sviluppo sostenibile di un territorio sotto il profilo ambientale. E' una procedura finalizzata precipuamente a mettere in rilievo le possibili cause di un degrado ambientale derivante dall'adozione di piani e programmi interessanti il territorio, introdotta dalla Direttiva comunitaria 2001/42/CE che prevede, appunto, la sua applicazione a piani e programmi produttivi di effetti significativi sull'ambiente”.
La giurisprudenza di merito ha per il vero puntualizzato che (TAR Friuli-Venezia Giulia Trieste Sez. I, 10.05.2012, n. 169) “in un'ottica sostanzialistica tesa ad evitare interpretazioni normative che si risolvano in meri adempimenti formali e rappresentano inutili appesantimenti del procedimento, non deve essere sottoposto alla procedura di valutazione ambientale strategica (VAS), né a quella di valutazione di incidenza, uno strumento pianificatorio le cui previsioni non si discostano in maniera sostanziale da quelle già fatte oggetto di tale indagine, tanto più che parte ricorrente non fornisce alcuna dimostrazione del fatto che le previsioni derivanti dall'applicazione del piano possono avere sull'ambiente effetti significativi diversi da quelli già presi in considerazione.”.
In estrema sintesi il comune di Vasto appellante invoca l’applicazione di tale principio al caso di specie (sebbene il PRG risalisse al 2001 e nessuno studio ambientale illo tempore lo avesse supportato) al fine di pervenire all’affermazione per cui, in concreto, la variante non sarebbe stata sottoponibile a Vas. Sennonché, nel caso di specie appare evidente che la stessa esposizione di parte appellante (pag 3 dell’appello) relativa alle prescrizioni contenute nella variante (anche adeguamento a piani sovraordinati) ed all’ambito della stessa (relativa all’intero PRG) esclude che si possa individuare una “modestia” della incidenza della stessa tale da condurre alla affermazione che, in concreto, la Vas non doveva essere effettuata.
In tal modo argomentando il comune inverte i termini del ragionamento: la variante riguardava di fatto l’intero territorio comunale; le modifiche, incidenti sulle NTA incidevano quindi sulla generalità delle prescrizioni relative al suolo del comune; inferire una carenza di effetti sull’ambiente dalla mancata previsione di zonizzazioni, ovvero dalla diminuzione del carico urbanistico integra apodittica affermazione, semmai destinata -eventualmente– ad essere corroborata in sede di effettuazione della Vas e responso favorevole di quest’ultima.
Può convenirsi quindi con la affermazione del primo giudice che “fotografa” esattamente la posizione dell’ amministrazione comunale e la inversione logica che dalla stessa discende: “ il comune deduce dal contenuto delle nuove norme tecniche di attuazione la non necessità di sottoporle a una previa valutazione ambientale, mentre è proprio l’esito di tale valutazione a eventualmente considerarne nullo l’impatto ambientale.”
Ad avviso del Collegio comunque, e conclusivamente sul punto, non può dirsi che una variante incidente sull’intero territorio comunale –e volta a modificare un piano per il quale, pacificamente, in passato non era stata effettuata la Vas- potesse andare esente dall’espletamento del detto incombente.
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Quanto alle altre due doglianze, il Collegio non può che richiamare -in relazione alla pretesa fungibilità della procedura di Vas con quella relativa alla valutazione di incidenza dei Sic- l’affermazione contenuta nella decisione della Sezione VI (sent. 10.05.2011, n. 2755) secondo cui “in materia ambientale, la valutazione ambientale strategica va distinta dalla valutazione di incidenza, prevista dal D.P.R. n. 357/1997 nel sistema previgente all'entrata in vigore del D.Lgs. n. 4/2008, che ha un rilievo meramente settoriale destinato alla particolare protezione dei siti di rilevanza comunitaria.".
Da tale principio il Collegio non ravvisa motivo per discostarsi, il che esclude l’accoglibilità del mezzo
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 21.08.2013 n. 4201 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Poiché gli unici atti inerenti ad un procedimento di formazione del P.R.G. dotati di rilevanza esterna, e quindi autonomamente impugnabili, sono la deliberazione comunale di adozione ed il provvedimento regionale di approvazione, la mancata impugnazione dell'atto con cui il Comune ha controdedotto alle osservazioni, proponendone alternativamente il rigetto o l'accoglimento, non può determinare l'inammissibilità dell'appello proposto avverso la delibera di variante, trattandosi di atto privo di contenuto provvedimentale e che assolve ad una mera funzione endoprocedimentale, ad un tempo consultiva e propositiva nei confronti dell'Amministrazione regionale.
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L'adozione di una variante al piano regolatore generale, in quanto provvedimento di pianificazione generale, non deve essere necessariamente preceduta dalla comunicazione di avvio del procedimento nei confronti dei soggetti interessati.
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In materia urbanistica, l'obbligo di provvedere gravante sul Comune in caso di decadenza di un vincolo preordinato all'esproprio, va assolto mediante l'adozione di una variante specifica o di variante generale, gli unici strumenti che consentono alle amministrazioni comunali di verificare la persistente compatibilità delle destinazioni già impresse ad aree situate nelle zone più diverse del territorio comunale, rispetto ai principi informatori della vigente disciplina di piano regolatore e alle nuove esigenze di pubblico interesse.
Peraltro, il potere di conformazione urbanistica è attribuito dalla legge all'organo consiliare, di talché il semplice e prospettato avvio del procedimento di revisione del piano regolatore generale comunale non costituisce adempimento da parte del Comune in ordine all'obbligo di riqualificazione urbanistica della zona rimasta priva di specifica disciplina a seguito di decadenza del vincolo di destinazione su di essa gravante.
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Circa l'analisi del rapporto intercorrente tra delibera di adozione e delibera di approvazione della variante generale, la giurisprudenza ha chiarito che la mera adozione del piano regolatore, non ancora approvato, determina la facoltà, ma non anche l'onere di impugnazione; per altro verso, “la mancata impugnazione della delibera di approvazione della variante al piano regolatore non determina improcedibilità del ricorso proposto avverso la delibera di adozione del medesimo, poiché l'annullamento di quest'ultima esplica effetti caducanti e non meramente vizianti sul successivo provvedimento di approvazione nella parte in cui conferma le previsioni contenute nel piano adottato e fatto oggetto di impugnativa.”
Il rapporto tra i due atti è quindi di presupposizione eventuale, in quanto limitata all’ipotesi che le prescrizioni avversate contenute nella delibera di adozione restino immutate in fase di approvazione (si veda, sotto il profilo generale TAR Puglia Lecce Sez. II, 16.04.2012, n. 679: ”la non necessità di impugnazione dell'atto finale, quando sia stato già contestato quello preparatorio, opera unicamente quando tra i due atti vi sia un rapporto di presupposizione/conseguenzialità immediata, diretta e necessaria, nel senso che l'atto successivo si pone quale inevitabile conseguenza di quello precedente, perché non vi sono nuove ed autonome valutazioni di interessi, né del destinatario dell'atto presupposto, né di altri soggetti; diversamente, quando l'atto finale, pur partecipando della medesima sequenza procedimentale in cui si colloca l'atto preparatorio, non ne costituisce conseguenza inevitabile perché la sua adozione implica nuove ed ulteriori valutazioni di interessi, l'immediata impugnazione dell'atto preparatorio non fa venir meno la necessità di impugnare l'atto finale").
Nel sistema di legislazione urbanistica statale, i soli atti del procedimento di formazione del piano regolatore dotati di rilevanza esterna e, come tali, immediatamente impugnabili, sono la deliberazione comunale di adozione e il provvedimento regionale di approvazione.

Anche alle altre affermazioni del Comune è agevole replicare richiamando in senso contrario l’insegnamento della giurisprudenza amministrativa.
Secondo quest’ultima, infatti, (Cons. Stato Sez. IV Sent., 08.08.2008, n. 3929) “poiché gli unici atti inerenti ad un procedimento di formazione del P.R.G. dotati di rilevanza esterna, e quindi autonomamente impugnabili, sono la deliberazione comunale di adozione ed il provvedimento regionale di approvazione, la mancata impugnazione dell'atto con cui il Comune ha controdedotto alle osservazioni, proponendone alternativamente il rigetto o l'accoglimento, non può determinare l'inammissibilità dell'appello proposto avverso la delibera di variante, trattandosi di atto privo di contenuto provvedimentale e che assolve ad una mera funzione endoprocedimentale, ad un tempo consultiva e propositiva nei confronti dell'Amministrazione regionale.”
Tutta l’elaborazione giurisprudenziale sul tema collide con la tesi prospettata dall’appellante comune.
Invero, da un canto costituisce approdo consolidato quello per cui (Cons. Stato Sez. IV, 14.02.2012, n. 704, Cons. Stato Sez. IV, 16.09.2011, n. 5229) “l'adozione di una variante al piano regolatore generale, in quanto provvedimento di pianificazione generale, non deve essere necessariamente preceduta dalla comunicazione di avvio del procedimento nei confronti dei soggetti interessati”.
Secondariamente, è stato puntualmente osservato che (TAR Puglia Lecce Sez. III, 30.01.2013, n. 262) “in materia urbanistica, l'obbligo di provvedere gravante sul Comune in caso di decadenza di un vincolo preordinato all'esproprio, va assolto mediante l'adozione di una variante specifica o di variante generale, gli unici strumenti che consentono alle amministrazioni comunali di verificare la persistente compatibilità delle destinazioni già impresse ad aree situate nelle zone più diverse del territorio comunale, rispetto ai principi informatori della vigente disciplina di piano regolatore e alle nuove esigenze di pubblico interesse; peraltro, il potere di conformazione urbanistica è attribuito dalla legge all'organo consiliare, di talché il semplice e prospettato avvio del procedimento di revisione del piano regolatore generale comunale non costituisce adempimento da parte del Comune in ordine all'obbligo di riqualificazione urbanistica della zona rimasta priva di specifica disciplina a seguito di decadenza del vincolo di destinazione su di essa gravante”.
Il complesso procedimento di revisione dello strumento urbanistico generale quindi, trae avvio con l’adozione della variante e si conclude con la sua approvazione: eventuali atti prodromici e preparatorii non consentono di affermare che il procedimento era già in itinere, di guisa che nella incontroversa constatazione che al momento della semplice adozione della variante la normativa in materia di Vas era già entrata in vigore si deve escludere la pretesa applicabilità del richiamato art. 52.
E d’altro canto la superiore affermazione si impone anche per elementari esigenze di logica (oltre che avuto riguardo al dato testuale della disposizione citata, che non può ovviamente far riferimento ad un avvio del procedimento fondato su atti non tipici).
Se si aderisse alla opzione ermeneutica dell’amministrazione comunale, sarebbe stata sufficiente una mera e generica espressione dell’intento di procedere alla rivisitazione dell’assetto urbanistico dell’area comunale per considerare il procedimento di variante “avviato” e, pertanto per pervenire ad una inammissibile dequotazione degli obblighi nascenti ex d.Lgs. n. 152/2006 esonerando le amministrazioni dall’obbligo di esperire la Vas.
Tali considerazioni sarebbero in realtà sufficienti a smentire la fondatezza della doglianza.
Ma ancora più rilevanti controindicazioni all’accoglibilità di quest’ultima emergono sol che si analizzi il rapporto intercorrente tra delibera di adozione e delibera di approvazione della variante generale.
La giurisprudenza ha chiarito in proposito che (Cons. Stato Sez. IV, 15.02.2013, n. 921) la mera adozione del piano regolatore, non ancora approvato, determina la facoltà, ma non anche l'onere di impugnazione; per altro verso, “la mancata impugnazione della delibera di approvazione della variante al piano regolatore non determina improcedibilità del ricorso proposto avverso la delibera di adozione del medesimo, poiché l'annullamento di quest'ultima esplica effetti caducanti e non meramente vizianti sul successivo provvedimento di approvazione nella parte in cui conferma le previsioni contenute nel piano adottato e fatto oggetto di impugnativa.”
Il rapporto tra i due atti è quindi di presupposizione eventuale, in quanto limitata all’ipotesi che le prescrizioni avversate contenute nella delibera di adozione restino immutate in fase di approvazione (si veda, sotto il profilo generale TAR Puglia Lecce Sez. II, 16.04.2012, n. 679: ”la non necessità di impugnazione dell'atto finale, quando sia stato già contestato quello preparatorio, opera unicamente quando tra i due atti vi sia un rapporto di presupposizione/conseguenzialità immediata, diretta e necessaria, nel senso che l'atto successivo si pone quale inevitabile conseguenza di quello precedente, perché non vi sono nuove ed autonome valutazioni di interessi, né del destinatario dell'atto presupposto, né di altri soggetti; diversamente, quando l'atto finale, pur partecipando della medesima sequenza procedimentale in cui si colloca l'atto preparatorio, non ne costituisce conseguenza inevitabile perché la sua adozione implica nuove ed ulteriori valutazioni di interessi, l'immediata impugnazione dell'atto preparatorio non fa venir meno la necessità di impugnare l'atto finale").
Nel sistema di legislazione urbanistica statale, i soli atti del procedimento di formazione del piano regolatore dotati di rilevanza esterna e, come tali, immediatamente impugnabili, sono la deliberazione comunale di adozione e il provvedimento regionale di approvazione (TRGA Trentino-Alto Adige Trento, 19.12.1996, n. 505).
Anche a volere concordare con parte appellante (il che, per le prima esplicate motivazioni, non è) in ordine alla circostanza che al momento di entrata in vigore della disciplina ex d.Lgs. n. 152/2006 la variante fosse in itinere, ciò avrebbe potuto comportare, che si potesse pervenire alla legittima adozione della stessa pur in carenza di preventiva effettuazione della Vas: non anche che anche il sub procedimento di approvazione (conclusosi circa tre anni dopo, peraltro) restasse immune da tale obbligo.
E, d’altro canto, analogo modus comportamentale è stato a più riprese predicato, in passato, dalla giurisprudenza di questo Consiglio di Stato secondo il quale (Cons. Stato, VI, 31.01.2007, n. 370), è principio acquisito quello per cui la rinnovazione del giudizio di compatibilità ambientale è necessario quando le varianti progettuali determinino la costruzione di un intervento significativamente diverso da quello già esaminato. Se è prevista un'autorizzazione alla realizzazione di un intervento in più fasi, è necessaria una seconda VIA se nel corso della seconda fase (e quindi per esempio in sede di definitivo o di variante) il progetto può avere mostrato un nuovo impatto ambientale importante, in particolare per la sua natura, le sue dimensioni o la sua ubicazione (in termini, Cons. Stato, VI, n. 2694 del 2006, principio conforme a Corte giust. Comm. eu. 04.05.2006, C-290/2003; Consiglio di Stato sez. IV, 07.07.2011, n. 4072).
Ad analoghe affermazioni deve pervenirsi, ad avviso del Collegio -salva inequivoca volontà contraria esplicitamente espressa dal Legislatore (ma l’art. 52 del dLgs n. 152/2006 non autorizza una simile conclusione)- allorché un sopravvenuto obbligo in materia ambientale si inserisca in una fase subprocedimentale autonoma, costituendo inammissibile dequotazione delle esigenze al medesimo sottese l’omessa effettuazione dell’incombente.
Tale omissione, peraltro, nel caso di specie, si porrebbe in antitesi al principio di precauzione che ha presieduto alla adozione nel sistema giuridico sovranazionale prima, e nazionale poi, di detta valutazione.
Invero la valutazione ambientale strategica (VAS) di cui alla Direttiva 42/2001/Ce del Parlamento europeo, è volta a garantire che gli effetti sull'ambiente di determinati piani e programmi siano considerati durante l'elaborazione e prima dell'adozione degli stessi, così da anticipare nella fase di pianificazione e programmazione quella valutazione di compatibilità ambientale che, se effettuata (come avviene per la valutazione di impatto ambientale) sulle singole realizzazioni progettuali, non consentirebbe di compiere un'effettiva valutazione comparativa, mancando in concreto la possibilità di disporre di soluzioni alternative per la localizzazione degli insediamenti e, in generale, per stabilire, nella prospettiva dello sviluppo sostenibile, le modalità di utilizzazione del territorio.
Detta valutazione, si rende necessaria in armonia con il principio di “precauzione” direttamente discendente dal Trattato Ue che, per ciò solo, costituisce criterio interpretativo valido in Italia, a prescindere da singoli atti di recepimento delle direttive in cui esso si compendia (per una definizione di quest’ultimo: “il cd. "principio di precauzione" fa obbligo alle Autorità competenti di adottare provvedimenti appropriati al fine di prevenire i rischi potenziali per la sanità pubblica, per la sicurezza e per l'ambiente, ponendo una tutela anticipata rispetto alla fase dell'applicazione delle migliori tecniche proprie del principio di prevenzione.” -TAR Lazio Roma Sez. II bis, 20-01-2012, n. 665-; “la regola della precauzione può essere considerata come un principio autonomo che discende dalle disposizioni del Trattato UE. L'applicazione del principio di precauzione comporta che, ogni qual volta non siano conosciuti con certezza i rischi indotti da un'attività potenzialmente pericolosa, l'azione dei pubblici poteri debba tradursi in una prevenzione anticipata rispetto al consolidamento delle conoscenze scientifiche, anche nei casi in cui i danni siano poco conosciuti o solo potenziali.“ -TAR Lazio Roma Sez. II-bis, 20.01.2012, n. 663-)
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 21.08.2013 n. 4201 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il principio, secondo cui va esclusa la necessità di strumenti attuativi per il rilascio di concessioni in zone già urbanizzate, è applicabile solo nei casi nei quali la situazione di fatto, in presenza di una pressoché completa edificazione della zona, sia addirittura incompatibile con un piano attuativo (ad es. il lotto residuale ed intercluso in area completamente urbanizzata), ma non anche nell'ipotesi in cui per effetto di una edificazione disomogenea ci si trovi di fronte ad una situazione che esige un intervento idoneo a restituire efficienza all'abitato, riordinando e talora definendo ex novo un disegno urbanistico di completamento della zona (ad esempio, completando il sistema della viabilità secondaria nella zona o integrando l'urbanizzazione esistente per garantire il rispetto degli standards minimi per spazi e servizi pubblici e le condizioni per l'armonico collegamento con le zone contigue, già asservite all'edificazione.
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L'esigenza di un piano di lottizzazione, quale presupposto per il rilascio della concessione edilizia, si impone anche al fine di un armonico raccordo con il preesistente aggregato abitativo, allo scopo di potenziare le opere di urbanizzazione già esistenti e, quindi, anche alla più limitata funzione di armonizzare aree già compromesse ed urbanizzate, che richiedano una necessaria pianificazione della maglia e perciò anche in caso di lotto intercluso o di altri casi analoghi di zona già edificata e urbanizzata.

Rimarca in contrario senso il Collegio che costituisce approdo consolidato in dottrina ed in giurisprudenza quello per cui (ex multis TAR Campania Salerno Sez. II, 23.02.2012, n. 372 - TAR Sardegna Cagliari, sez. II, 10.02.2011, n. 117) “il principio, secondo cui va esclusa la necessità di strumenti attuativi per il rilascio di concessioni in zone già urbanizzate, è applicabile solo nei casi nei quali la situazione di fatto, in presenza di una pressoché completa edificazione della zona, sia addirittura incompatibile con un piano attuativo (ad es. il lotto residuale ed intercluso in area completamente urbanizzata), ma non anche nell'ipotesi in cui per effetto di una edificazione disomogenea ci si trovi di fronte ad una situazione che esige un intervento idoneo a restituire efficienza all'abitato, riordinando e talora definendo ex novo un disegno urbanistico di completamento della zona (ad esempio, completando il sistema della viabilità secondaria nella zona o integrando l'urbanizzazione esistente per garantire il rispetto degli standards minimi per spazi e servizi pubblici e le condizioni per l'armonico collegamento con le zone contigue, già asservite all'edificazione).”
Questo Consiglio di Stato ha in passato osservato che "l'esigenza di un piano di lottizzazione, quale presupposto per il rilascio della concessione edilizia, si impone anche al fine di un armonico raccordo con il preesistente aggregato abitativo, allo scopo di potenziare le opere di urbanizzazione già esistenti e, quindi, anche alla più limitata funzione di armonizzare aree già compromesse ed urbanizzate, che richiedano una necessaria pianificazione della maglia e perciò anche in caso di lotto intercluso o di altri casi analoghi di zona già edificata e urbanizzata." (cfr. Consiglio Stato, sez. IV, 13.10.2010, n. 7486 Consiglio Stato: sez. IV, 01.10.2007, n. 5043 e 15.05.2002, n. 2592; sez. V, 01.12.2003, n. 7799 e 06.10.2000, n. 5326).
Parte appellante contesta che l’area sia completamente urbanizzata, ricorrendo ad un artificio dialettico, in quanto ciò desume dalla circostanza che la detta area (della quale quindi non si contesta sotto il profilo intrinseco la completa urbanizzazione) è circondata da aree non urbanizzate.
Ciò che più rileva, però, è che la seconda parte del ragionamento del Tar, in sostanza volto ad affermare che, seppur in via di principio l’evenienza di una imposizione della redazione di un piano attuativo non possa escludersi, residua l’esigenza che detta opzione volitiva sia congruamente motivata dal Comune (così la sentenza impugnata: “vi possono essere peraltro delle ipotesi in cui, ancorché in una zona urbanizzata, la confusione edilizia e il disordine urbanistico siano tali da richiedere comunque la predisposizione di un piano attuativo, però tali situazioni devono risultare nella motivazione del provvedimento amministrativo anche pianificatorio o perlomeno dalla relazione accompagnatoria e dalla documentazione allegata”) non è stato contestato, se non per ribadire che le scelte potrebbero ricavarsi dai criteri logico-discrezionali seguiti per la redazione del Piano.
Osserva il Collegio che –proprio in virtù dei principi di matrice giurisprudenziale cui il Comune dichiara di rifarsi- la detta opzione avrebbe necessitato un duplice chiarimento: in fatto, in ordine alla non completa urbanizzazione della specifica area; in diritto, in ordine alle ragioni che imponevano la subordinazione dell’edificazione alla redazione di un strumento attuativo, nella specifica area.
Di tali chiarimenti non v’è traccia in atti, ed il richiamo ad obiettivi esposti nella Relazione del Piano (”sviluppo sostenibile”, etc.) tanto generici quanto non tarati sullo specifico caso finiscono con eludere l’obbligo motivazionale: anche sotto tale profilo la sentenza di prime cure, che ha esattamente colto l’omessa soddisfazione di tale onere di motivazione “rafforzata” appare esente da mende (mentre appare addirittura confessoria rispetto alla prima parte dell’appello l’ultima proposizione contenuta nell’appello comunale, relativo all’avvenuto aumento delle aree a standard)
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 21.08.2013 n. 4201 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI: Rientra nelle attribuzioni dirigenziali il potere di negare il rinnovo di un contratto avente ad oggetto la disciplina di un rapporto concessorio in scadenza, atteso che in esso non sono ravvisabili profili che possano ricondursi a scelte strategiche o di indirizzo politico da compiere, atteso che la scelta di affidare il servizio in concessione era già stata effettuata precedentemente con delibera.
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È stato osservato come il modo di definire le competenze della Giunta comporti delle evidenti incongruenze e delle notevoli difficoltà, non essendo certamente agevole verificare ed individuare ogni volta, in negativo, quali atti non sono assegnati dalla normativa alla competenza del Sindaco, del Consiglio e dei dirigenti.
Il problema di delimitazione delle competenze della Giunta, risulta poi particolarmente complesso proprio con riguardo ai poteri attribuiti ai dirigenti, posto che l'art. 107 del T.U. individua in modo negativo e residuale anche la competenza di questi ultimi stabilendo che spettano agli organi burocratici “gli atti e i provvedimenti che impegnano l'Amministrazione verso l'esterno, non compresi espressamente dalla legge e dallo statuto tra le funzioni di indirizzo e controllo politico degli organi di governo dell'ente o non rientranti tra le funzioni del segretario o del direttore generale”.
Poiché sia la Giunta che i dirigenti sono organi cui la legge attribuisce funzioni lato sensu esecutive dell'indirizzo politico, il discrimen tra le due competenze è, dunque, da individuare nella diversa natura dei due organi e nel principio di separazione tra attività politica e attività gestionale. Senza approfondire una tematica sulla quale copiosi sono stati gli interventi di dottrina e in giurisprudenza, in questa sede basti ricordare che la Giunta è un organo di governo dell'Ente locale e pertanto svolge una funzione di attuazione politica delle scelte fondamentali operate dal Consiglio, mentre ai dirigenti compete l'attività di gestione tecnica-finanziaria-contabile e l'assunzione di tutti i provvedimenti amministrativi, o atti di diritto privato, necessari per conseguire gli obiettivi stabiliti dagli organi di indirizzo.

In specifico, in relazione all’eccepita incompetenza, si deve ricordare che la competenza attribuita dal d.lgs. 18.08.2000, n. 267, ai Consigli Comunali deve intendersi circoscritta agli atti fondamentali dell'Ente, di natura programmatoria o aventi un elevato contenuto di indirizzo politico, mentre spettano alle Giunte Comunali tutti gli atti rientranti nelle funzioni degli organi di governo (Consiglio di Stato, sez. I, 21.10.2010, n. 3894), nell’ambito, tuttavia, di un riparto di competenze tra organi politici e burocratici così come delineato dal Testo Unico citato.
Come noto, il nuovo sistema di riparto di competenze tra organi politici è retto dal principio secondo cui l'organo elettivo è chiamato ad esprimere gli indirizzi politici ed amministrativi di rilievo generale, che si traducono in atti fondamentali tassativamente elencati dall'art. 32 della legge 08.06.1990, n. 142, poi trasfuso nell'art. 42 del T.U.E.L.
Al Consiglio, organo di indirizzo politico-amministrativo, spetta (anche in virtù del fatto che in esso sono rappresentate tutte le forze politiche, comprese le minoranze) il compito, da un lato, di contribuire attivamente alla formazione e all'aggiornamento del programma politico-amministrativo del Sindaco e della Giunta (funzione di indirizzo), e, dall'altro, di controllare che l'azione di governo sia fedele al programma stesso (funzione di controllo).
Oltre a tali funzioni, di carattere generale, spetta al Consiglio anche l'adozione di una serie di atti fondamentali, attraverso cui si esplica il ruolo di indirizzo dell'organo. Con l'attribuzione di una competenza limitata ad una serie di atti tassativamente individuati, il legislatore ha infatti voluto trasformare il Consiglio da organo con competenza generale e residuale (quale era nel T.U. del 1915) in organo con attribuzioni specificamente individuate ed esclusive.
L'elencazione, peraltro, non esaurisce le sue attribuzioni in quanto altre norme e lo stesso T.U. individuano ulteriori competenze; tuttavia, si tratta di competenze esclusive perché solo il Consiglio può esercitarle.
Con tale scelta il legislatore ha voluto alleggerire la vita istituzionale del Consiglio che risultava notevolmente appesantita da tutta quella miriade di compiti che vi gravavano in virtù della competenza generale e residuale, e conseguentemente, rafforzare il ruolo politico del Consiglio stesso.
Occorre inoltre precisare che gli atti di competenza del Consiglio sono espressamente definiti “fondamentali” dal legislatore, proprio per indicare che si tratta di atti assai significativi e qualificanti per la vita e l'organizzazione dell'ente, che per la loro rilevante incidenza e/o straordinarietà rispetto al flusso quotidiano dei bisogni correnti richiedono l'attenzione del massimo organo.
Per converso, nel sistema delineato dal T.U., la Giunta comunale è l'organo politico-esecutivo che compie gli atti di amministrazione che non siano riservati dalla legge al Consiglio e che non rientrino nelle competenze -previste dalle leggi o dallo statuto- del Sindaco, degli organi di decentramento, del segretario o dei dirigenti ex art. 107 del T.U. 267-2000.
In altri termini, diversamente dal passato, spetta alla Giunta una competenza generale e residuale in virtù della quale a tale organo sono attribuite tutte quelle materie che la legge o gli statuti non riservano ad altri organi, sia politici che burocratici, dell'ente locale.
È stato osservato come tale modo di definire le competenze della Giunta comporti delle evidenti incongruenze e delle notevoli difficoltà, non essendo certamente agevole verificare ed individuare ogni volta, in negativo, quali atti non sono assegnati dalla normativa alla competenza del Sindaco, del Consiglio e dei dirigenti. Il problema di delimitazione delle competenze della Giunta, risulta poi particolarmente complesso proprio con riguardo ai poteri attribuiti ai dirigenti, posto che l'art. 107 del T.U. individua in modo negativo e residuale anche la competenza di questi ultimi stabilendo che spettano agli organi burocratici “gli atti e i provvedimenti che impegnano l'Amministrazione verso l'esterno, non compresi espressamente dalla legge e dallo statuto tra le funzioni di indirizzo e controllo politico degli organi di governo dell'ente o non rientranti tra le funzioni del segretario o del direttore generale”.
Poiché sia la Giunta che i dirigenti sono organi cui la legge attribuisce funzioni lato sensu esecutive dell'indirizzo politico, il discrimen tra le due competenze è, dunque, da individuare nella diversa natura dei due organi e nel principio di separazione tra attività politica e attività gestionale. Senza approfondire una tematica sulla quale copiosi sono stati gli interventi di dottrina e in giurisprudenza, in questa sede basti ricordare che la Giunta è un organo di governo dell'Ente locale e pertanto svolge una funzione di attuazione politica delle scelte fondamentali operate dal Consiglio, mentre ai dirigenti compete l'attività di gestione tecnica-finanziaria-contabile e l'assunzione di tutti i provvedimenti amministrativi, o atti di diritto privato, necessari per conseguire gli obiettivi stabiliti dagli organi di indirizzo.
Il principio generale che regola il riparto di competenze tra Consiglio, Giunta e dirigenza, applicabile anche alla materia oggetto della presente controversia, relativa al rapporto concessorio tra il Comune e l’appellante, sorto con il “contratto” di concessione di area demaniale per l’installazione di un impianto di frantumazione e selezione di inerti in località “Pontone Longo” in data 07.11.2000, rep. n. 4686, consente dunque di delineare in modo abbastanza agevole le rispettive sfere di azione e di risolvere le problematiche interpretative poste dalla fattispecie in esame.
Infatti, tenuto conto del ruolo rivestito dal Consiglio nel sistema del T.U., sembra ragionevole ritenere che la competenza a deliberare in materia sia del tutto esclusa, non essendo tale materia attinente alla gestione dei servizi pubblici e, in particolare, alla concessione del servizio, ove in ogni caso la competenza di tale organo si riferisce alla decisione di principio circa il modulo organizzativo da adottare (ad es., concessione e non s.p.a.) e non si estende certamente a tutti gli atti esecutivi di tale scelta, proprio per l'espressa limitazione delle competenze dell'organo elettivo agli atti fondamentali.
Inoltre, tale censura non potrebbe neppure risultare fondata in relazione all’art. 10 del contratto di concessione, poiché un contratto o un atto amministrativo puntuale non possono certamente incidere sulle competenze amministrative, che devono essere oggetto di apposito atto normativo.
Né viene in rilievo nella fattispecie la violazione del principio del contrarius actus, posto che tale principio sostanzialmente richiamato nell’ambito dell’art. 21-nonies della l. n. 241-90 riguarda i provvedimenti di autotutela, genus cui certamente non appartiene l’atto in oggetto che consiste, come detto, in un diniego di rinnovo di concessione.
Pertanto, rientra nelle attribuzioni dirigenziali il potere di negare il rinnovo di un contratto avente ad oggetto la disciplina di un rapporto concessorio in scadenza, atteso che in esso non sono ravvisabili profili che possano ricondursi a scelte strategiche o di indirizzo politico da compiere, atteso che la scelta di affidare il servizio in concessione era già stata effettuata con la delibera n. 82 del 28.06.2000 (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 20.08.2013 n. 4192 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI SERVIZI: In materia di rinnovo o proroga dei contratti pubblici di appalto di servizi non vi è alcuno spazio per l’autonomia contrattuale delle parti in relazione alla normativa inderogabile stabilita dal legislatore per ragioni di interesse pubblico, in quanto vige il principio in forza del quale, salve espresse previsioni dettate dalla legge in conformità della normativa comunitaria, l’Amministrazione, una volta scaduto il contratto, deve, qualora abbia ancora la necessità di avvalersi dello stesso tipo di prestazioni, effettuare una nuova gara.
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Il principio del divieto di rinnovo dei contratti di appalto scaduti, stabilito dall'art. 23, l. 18.04.2005, n. 62, ha valenza generale e preclusiva sulle altre e contrarie disposizioni dell'ordinamento. Costituisce principio consolidato che, anche laddove la possibilità di proroga sia prevista nella lex specialis, essa potrebbe, al limite, consentire una limitata deroga al principio del divieto di rinnovo, purché con puntuale motivazione l'Amministrazione dia conto degli elementi che conducono a disattendere il principio generale. Tale rapporto tra regola ed eccezione si riflette sul contenuto della motivazione. Se l'Amministrazione opta per l'indizione della gara, nessuna particolare motivazione è necessaria; non così invece se ci si avvale della possibilità di proroga prevista dal bando.
Tale principio vale sicuramente anche in relazione alle concessioni di servizio e alle concessioni su aree demaniali afferenti al servizio stesso ex art. 30 del Codice dei contratti pubblici.

Anche gli altri motivi di appello sono infondati.
Infatti:
- il diritto a vedersi accordato il rinnovo del contratto di concessione di servizio pubblico di area demaniale per l’attività di frantumazione e selezione di inerti non può sorgere solo perché tale attività è finalizzata anche al completamento del progetto di risanamento ambientale, in quanto la c.d. gestione del servizio di recupero ambientale delle ex cave site in località Pontone Longo in San Giovanni Rotondo è una mansione accessoria rispetto al cardine principale dell’attività dell’appellante, il quale ha ottenuto concessione del suolo costituente l’area di sedime dell’ex cava principalmente per l’istallazione di un impianto di selezione e frantumazione di inerti provenienti da scavi e per i quali il medesimo percepisce un corrispettivo per ogni metro cubo;
- in materia di rinnovo o proroga dei contratti pubblici di appalto di servizi non vi è alcuno spazio per l’autonomia contrattuale delle parti in relazione alla normativa inderogabile stabilita dal legislatore per ragioni di interesse pubblico, in quanto vige il principio in forza del quale, salve espresse previsioni dettate dalla legge in conformità della normativa comunitaria, l’Amministrazione, una volta scaduto il contratto, deve, qualora abbia ancora la necessità di avvalersi dello stesso tipo di prestazioni, effettuare una nuova gara (Cons. Stato, Sez. V, 02.02.2010, n. 445, Cons. Stato, Sez. IV, 31.05.2007, n. 2866, Cons. Stato, Sez. V, 08.07.2008, n. 3391);
- non vi è spazio per riconoscere violazioni procedimentali sotto il profilo della contraddittorietà o carenza di motivazione; infatti, se l’Amministrazione opta per l’indizione di una gara pubblica non è necessaria nessuna motivazione e, pertanto nessuna giustificazione circa il disatteso rinnovo contrattuale;
- infatti, il principio del divieto di rinnovo dei contratti di appalto scaduti, stabilito dall'art. 23, l. 18.04.2005, n. 62, ha valenza generale e preclusiva sulle altre e contrarie disposizioni dell'ordinamento. Costituisce principio consolidato che, anche laddove la possibilità di proroga sia prevista nella lex specialis, essa potrebbe, al limite, consentire una limitata deroga al principio del divieto di rinnovo, purché con puntuale motivazione l'Amministrazione dia conto degli elementi che conducono a disattendere il principio generale. Tale rapporto tra regola ed eccezione si riflette sul contenuto della motivazione. Se l'Amministrazione opta per l'indizione della gara, nessuna particolare motivazione è necessaria; non così invece se ci si avvale della possibilità di proroga prevista dal bando (cfr. Consiglio di Stato, sez. VI, 24.11.2011, n. 6194);
- tale principio vale sicuramente anche in relazione alle concessioni di servizio e alle concessioni su aree demaniali afferenti al servizio stesso ex art. 30 del Codice dei contratti pubblici;
- tale regola generale rende evidente che l’inosservanza della disposizione di cui all’art. 10-bis costituisce mero vizio di forma non inficiante la sostanza della decisione, quindi non annullabile ai sensi dell’art. 21-ocites, come correttamente ritenuto dal TAR (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 20.08.2013 n. 4192 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: I provvedimenti di autotutela sono manifestazione dell'esercizio di un potere tipicamente discrezionale della pubblica amministrazione che non ha alcun obbligo di attivarlo e, qualora intenda farlo, deve valutare la sussistenza o meno di un pubblico interesse che giustifichi la rimozione dell'atto, valutazione di cui essa sola è titolare e che non può ritenersi dovuta nel caso di una situazione già definita con provvedimento inoppugnabile.
Il potere di autotutela amministrativa è, dunque, un potere di merito dell'amministrazione, che si esercita previa valutazione delle ragioni di pubblico interesse, valutazione riservata alla p.a. e insindacabile da parte del giudice.
Per giurisprudenza unanime, non sussiste, quindi, un interesse legittimo dei privati all'autotutela amministrativa: l'amministrazione, invero, non ha un obbligo di rispondere all’istanza con cui il privato sollecita l’esercizio del potere di autotutela, in presenza di una situazione cristallizzata da provvedimenti inoppugnati.
Ordinariamente, il diniego espresso di autotutela è un atto meramente confermativo dell'originario provvedimento, che non compie una nuova valutazione degli interessi in gioco, e che pertanto non può essere un mezzo per una sostanziale rimessione in termini quanto alla contestazione dell'originario provvedimento.
Solo nel caso in cui l'amministrazione, sollecitata ad esercitare l'autotutela, riesamini l'originario provvedimento e a seguito di appropriato procedimento amministrativo confermi -con una rinnovata valutazione degli interessi in gioco e con una motivazione dotata di autonomia- l'originario provvedimento, si ha un atto di conferma in senso proprio, autonomamente lesivo e pertanto impugnabile.
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Poiché l'amministrazione non ha un obbligo di rispondere all’istanza con cui il privato sollecita l’esercizio del potere di autotutela, in presenza di una situazione cristallizzata da provvedimenti inoppugnati, non può, parimenti, configurarsi –nel caso in cui la p.a. non rimanga inerte ma risponda al privato- un obbligo di motivare puntualmente sulle questioni prospettate.
Invero, ove si imponesse all’amministrazione di motivare le ragioni per le quali non intende aderire alle sollecitazioni formulate nelle istanze di autotutela, si consentirebbe un aggiramento della regola della necessaria impugnazione dell’atto amministrativo nel termine di decadenza.

È consolidato indirizzo giurisprudenziale che i provvedimenti di autotutela sono manifestazione dell'esercizio di un potere tipicamente discrezionale della pubblica amministrazione che non ha alcun obbligo di attivarlo e, qualora intenda farlo, deve valutare la sussistenza o meno di un pubblico interesse che giustifichi la rimozione dell'atto, valutazione di cui essa sola è titolare e che non può ritenersi dovuta nel caso di una situazione già definita con provvedimento inoppugnabile (C.d.S., sez. IV, 20.07.2005, n. 3039; 10.11.2003, n. 7136).
Il potere di autotutela amministrativa è, dunque, un potere di merito dell'amministrazione, che si esercita previa valutazione delle ragioni di pubblico interesse, valutazione riservata alla p.a. e insindacabile da parte del giudice.
Per giurisprudenza unanime, non sussiste, quindi, un interesse legittimo dei privati all'autotutela amministrativa: l'amministrazione, invero, non ha un obbligo di rispondere all’istanza con cui il privato sollecita l’esercizio del potere di autotutela, in presenza di una situazione cristallizzata da provvedimenti inoppugnati (C.d.S., sez. IV, 21.05.2004, n. 3313).
Ordinariamente, il diniego espresso di autotutela è un atto meramente confermativo dell'originario provvedimento, che non compie una nuova valutazione degli interessi in gioco, e che pertanto non può essere un mezzo per una sostanziale rimessione in termini quanto alla contestazione dell'originario provvedimento.
Solo nel caso in cui l'amministrazione, sollecitata ad esercitare l'autotutela, riesamini l'originario provvedimento e a seguito di appropriato procedimento amministrativo confermi -con una rinnovata valutazione degli interessi in gioco e con una motivazione dotata di autonomia- l'originario provvedimento, si ha un atto di conferma in senso proprio, autonomamente lesivo e pertanto impugnabile (Consiglio di Stato, sez. V, 03.05.2012, n. 2548).
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Poiché l'amministrazione non ha un obbligo di rispondere all’istanza con cui il privato sollecita l’esercizio del potere di autotutela, in presenza di una situazione cristallizzata da provvedimenti inoppugnati (C.d.S., sez. IV, 21.05.2004, n. 3313), non può, parimenti, configurarsi –nel caso in cui la p.a. non rimanga inerte ma risponda al privato- un obbligo di motivare puntualmente sulle questioni prospettate.
Invero, ove si imponesse all’amministrazione di motivare le ragioni per le quali non intende aderire alle sollecitazioni formulate nelle istanze di autotutela, si consentirebbe un aggiramento della regola della necessaria impugnazione dell’atto amministrativo nel termine di decadenza
(TAR Emilia Romagna-Parma, sentenza 20.08.2013 n. 255 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI... si tratta di stabilire se, ai fini dell’integrazione del requisito della regolarità fiscale di cui all'art. 38 cit., sia sufficiente che, entro il termine di presentazione dell'offerta, sia stata presentata da parte del concorrente istanza di rateazione del debito tributario oppure occorra che il relativo procedimento si sia concluso con un provvedimento favorevole.
Il Collegio ritiene che la quaestio iuris debba essere risolta in conformità al prevalente indirizzo interpretativo affermatosi in subiecta materia, da ultimo confermato da questa Adunanza Plenaria con la sentenza 05.06.2013, n. 15.
La giurisprudenza comunitaria e quella nazionale, al pari dell’Autorità di Vigilanza sui Contratti Pubblici, hanno anche di recente ribadito, sulla scorta di argomentazioni suscettibili di condivisione, l’adesione alla tesi più rigorosa secondo cui il requisito della regolarità fiscale può dirsi sussistente solo qualora, prima del decorso del termine per la presentazione della domanda di partecipazione alla gara di appalto, l’istanza di rateizzazione sia stata accolta con l’adozione del relativo provvedimento costitutivo.
Si è a tale stregua subordinata l’ammissione alla procedura alla condizione che “l'istanza di rateizzazione sia stata accolta prima della scadenza del termine di presentazione della domanda di partecipazione alla gara e preceda l'autodichiarazione circa il possesso della regolarità, essendo inammissibile una dichiarazione che attesti il possesso di un requisito in data futura”.

1. La questione rimessa all’Adunanza Plenaria riguarda l’individuazione dell’esatta portata del concetto di definitività dell’accertamento della violazione tributaria, ex art. 38, comma 1, lett. g, del codice dei contratti pubblici, laddove vengano in rilievo meccanismi di rateizzazione o dilazione del debito tributario ai sensi dell’art. 19 del d.P.R. 29.09.1973, n. 602 e di norme analoghe (cfr. la sospensione amministrativa della riscossione di cui all'art. 39 del medesimo DPR n. 602/1973).
2. Deve essere, in via preliminare, riepilogato il quadro normativo che regola la fattispecie sottoposta all’esame dell’Adunanza Plenaria.
L’articolo 38, comma 1, lettera g, del codice dei contratti pubblici stabilisce che “sono esclusi dalla partecipazione alle procedure di affidamento delle concessioni e degli appalti di lavori, forniture e servizi, né possono essere affidatari di subappalti, e non possono stipulare i relativi contratti i soggetti…. che hanno commesso violazioni gravi, definitivamente accertate, rispetto agli obblighi relativi al pagamento delle imposte e tasse, secondo la legislazione italiana o quella dello Stato in cui sono stabiliti”.
Il d.l. 13.05.2011, n. 70, convertito, con modificazioni, dalla legge 12.07.2011, n. 106, ha dettato un parametro quantitativo cui ancorare l’elemento della gravità della violazione (“si intendono gravi le violazioni che comportano un omesso pagamento di imposte e tasse per un importo superiore all’importo di cui all’articolo 48-bis, commi 1 e 2-bis, del decreto del Presidente della Repubblica 29.09.1973, n. 602”).
Su altro fronte, il d.l. 02.03.2012, n. 16, convertito in legge 26.04.2012, n. 44, è intervenuto fornendo una definizione normativa di “definitività” dell’accertamento (art. 1, comma 5, modificativo del comma 2 dell’art. 38 cit.: “costituiscono violazioni definitivamente accertate quelle relative all’obbligo di pagamento di debiti per imposte e tasse certi, scaduti ed esigibili”), e, al contempo, regolando le situazioni poste in essere precedentemente all’entrata in vigore dello stesso decreto (art. 1, comma 6 : “Sono fatti salvi i comportamenti già adottati alla data di entrata in vigore del presente decreto dalle stazioni appaltanti in coerenza con la previsione contenuta nel comma 5”).
La ratio della normativa fin qui passata in rassegna risponde all'esigenza di garantire l'amministrazione pubblica in ordine alla solvibilità e alla solidità finanziaria del soggetto con il quale essa contrae.
Concentrando l'esame sul concetto di "violazione definitivamente accertata", occorre poi rammentare che l'art. 38 citato è direttamente attuativo dell'articolo 45 della direttiva n. 2004/18, norma volta ad accertare la sussistenza dei presupposti di generale solvibilità dell'eventuale futuro contraente della pubblica amministrazione (Cons. Stato, sez. III, 05.03.2013, n. 1332).
L’attribuzione di un effetto rigidamente preclusivo all’inadempimento fiscale legislativamente qualificato risponde all’ esigenza di contemperare la tendenza dell’ordinamento ad ampliare la platea dei soggetti ammessi alle procedure di gara alla stregua del canone del favor partecipationis con la necessaria tutela dell’interesse del contraente pubblico ad evitare la stipulazione con soggetti gravati da debiti tributari che incidono in modo significativo sull'affidabilità e sulla solidità finanziaria degli stessi.
3. Tanto premesso in merito alla coordinate normative di riferimento e alla ratio che le ispira, si tratta di stabilire se, ai fini dell’integrazione del requisito della regolarità fiscale di cui all'art. 38 cit., sia sufficiente che, entro il termine di presentazione dell'offerta, sia stata presentata da parte del concorrente istanza di rateazione del debito tributario oppure occorra che il relativo procedimento si sia concluso con un provvedimento favorevole.
4. E’ da rilevarsi che, con riguardo alla questione di diritto rimessa all’Adunanza Plenaria, l’ordinanza di rimessione ha così riassunto le opzioni ermeneutiche astrattamente percorribili:
- una tesi più rigorosa ritiene che, ai fini della regolarizzazione della posizione fiscale, sia necessaria la positiva definizione del procedimento di rateazione con l’ accoglimento dell'istanza del contribuente prima del decorso del termine fissato dalla lex specialis per la presentazione della domanda di partecipazione;
- una tesi più elastica annette rilievo già alla presentazione dell’istanza di rateazione entro il suddetto confine temporale;
- una linea interpretativa mediana ammette alla partecipazione l’impresa che abbia presentato istanza di rateizzazione, sub condicione della positiva definizione della procedura prima dell’aggiudicazione della gara e della conseguente stipulazione del contratto.
5. Il Collegio ritiene che la quaestio iuris debba essere risolta in conformità al prevalente indirizzo interpretativo affermatosi in subiecta materia, da ultimo confermato da questa Adunanza Plenaria con la sentenza 05.06.2013, n. 15.
5.1. La giurisprudenza comunitaria (cfr. Corte giust. CE, Sez. I, 09.02.2007, n. 228/04 e 226/04) e quella nazionale (cfr., ex multis, Cons. St., sez. IV, 22.03.2013, n. 1633; sez. III, 05.03.2013, n. 1332; sez. VI, 29.01.2013, n. 531; sez. V, 18.11.2011, n. 6084), al pari dell’Autorità di Vigilanza sui Contratti Pubblici (cfr. determinazione 16.05.2012, n. 1; determinazione 12.01.2010, n. 1; parere 12.02.2009, n. 23; deliberazione 18.04.2007, n. 120), hanno anche di recente ribadito, sulla scorta di argomentazioni suscettibili di condivisione, l’adesione alla tesi più rigorosa secondo cui il requisito della regolarità fiscale può dirsi sussistente solo qualora, prima del decorso del termine per la presentazione della domanda di partecipazione alla gara di appalto, l’istanza di rateizzazione sia stata accolta con l’adozione del relativo provvedimento costitutivo.
Si è a tale stregua subordinata l’ammissione alla procedura alla condizione che “l'istanza di rateizzazione sia stata accolta prima della scadenza del termine di presentazione della domanda di partecipazione alla gara e preceda l'autodichiarazione circa il possesso della regolarità, essendo inammissibile una dichiarazione che attesti il possesso di un requisito in data futura” (Cons. Stato sez. VI n. 531/2013 cit.; vedi anche, ex plurimis, Cons. St., sez. V, 18.11.2011, n. 6084, che mette l’accento sulle condizioni di ammissione date dall’“ottenimento della rateizzazione” o dalla “dimostrazione di aver beneficiato di un concordato al fine di una rateizzazione o di una riduzione dei debiti”).
5.2. La bontà della tesi sposata dalla giurisprudenza pressoché univoca di questo Consiglio trova riscontro nella conformazione nella disciplina dell’istituto della rateizzazione fiscale ex art. 19 del d.P.R. n. 602/1973.
5.2.1. Sul piano teleologico la rateizzazione del debito tributario è espressione del favore legislativo verso i contribuenti in temporanea difficoltà economica, ai quali viene offerta la possibilità di regolarizzare la propria posizione tributaria senza incorrere nel rischio di insolvenza. Pertanto, condizione per la concessione del beneficio è la dimostrazione dell’obiettiva situazione di temporanea difficoltà in cui versa il debitore impossibilitato a pagare in un’ unica soluzione il debito iscritto a ruolo e, tuttavia, in grado di sopportare l’onere finanziario derivante dalla ripartizione dello stesso debito in un numero di rate congruo rispetto alle sue condizioni patrimoniali.
5.2.2. Sul versante tecnico la rateizzazione si traduce in un beneficio che, una volta accordato, comporta la sostituzione del debito originario con uno diverso, secondo un meccanismo di stampo estintivo-costitutivo che dà la stura a una novazione dell’obbligazione originaria (cfr. Cons. St., Sez. IV, 22.03.2013, n. 1633).
L’ammissione alla rateizzazione, rimodulando la scadenza dei debiti tributari e differendone l’esigibilità, implica quindi la sostituzione dell’originaria obbligazione a seguito dell’insorgenza di un nuovo rapporto obbligatorio secondo i canoni della novazione oggettiva di cui agli artt. 1230 e seguenti del codice civile.
Il risultato è la nascita di una nuova obbligazione tributaria, caratterizzata da un preciso piano di ammortamento e soggetta a una specifica disciplina per il caso di mancato pagamento delle rate.
5.2.3. La configurazione del meccanismo novativo fa sì che, nell’arco di tempo che precede l’accoglimento della domanda, resta in vita il debito originario, la cui esistenza è ammessa dallo stesso contribuente con la presentazione della domanda di dilazione del pagamento delle somme iscritte a ruolo.
Il debito che grava sul contribuente prima dell’accoglimento dell’istanza, in caso di istanza di rateizzazione non ancora accolta all’atto della scadenza dei termini di presentazione delle domande di partecipazione, è quindi unicamente quello originario, in quanto tale certo (tanto nella sua esistenza quanto nel suo ammontare), scaduto ed esigibile nei sensi richiesti dal comma 2 dell’art. 38 del codice dei contratti pubblici.
A sostegno dell’assunto depone viepiù la considerazione che l’art. 19 del d.P.R. 29.09.1973, n. 602, nel regolamentare l’istituto della dilazione del pagamento, al comma 1-quater, pone quale unico limite all’attività forzosa dell’agente della riscossione, una volta ricevuta la richiesta di rateazione, l’inibizione all’iscrizione di ipoteca ex art. 77. Ne deriva che, salva questa specifica prescrizione di favore a tutela del debitore richiedente, la presentazione dell’istanza non incide ex se sull’esigibilità del credito originario e sulla conseguente possibilità per il creditore pubblico di dare impulso alle procedure finalizzate alla relativa riscossione in executivis.
Va soggiunto che l’inidoneità della mera presentazione dell’istanza di dilazione a soddisfare il requisito della regolarità contributiva è corroborata dalla considerazione che l’ammissione alla rateazione non costituisce, di norma (fa eccezione l'art. 38 del d.lgs. 31.10.1990, n. 346, relativo all’imposta di successione), atto dovuto, in quanto l’art. 19 del d.P.R. n. 602/1973 conferisce all’Amministrazione il potere discrezionale di valutare quell’"obiettiva difficoltà economica" che si è in precedenza visto essere presupposto per la concessione del beneficio. Ne deriva che l’ammissione alla procedura del concorrente che non abbia ancora ottenuto il provvedimento favorevole, oltre a sancire una deroga atipica al principio secondo cui i requisiti di partecipazione alle gare vanno verificati al momento della scadenza dei termini fissati per la presentazione delle domande, innesterebbe nello svolgimento della procedura di evidenza pubblica il fattore di incertezza legato all’accertamento di un requisito in fieri, collegato alla variabile della valutazione discrezionale dell’amministrazione tributaria.
5.3. Le considerazioni da ultimo esposte ostano alla praticabilità anche della tesi mediana secondo cui l’istante che abbia presentato richiesta di rateazione dovrebbe essere ammesso a condizione del conseguimento del beneficio nel corso della procedura di gara.
A sostegno della soluzione in esame non può, infatti, militare in modo decisivo la valorizzazione del principio del favor partecipationis, in quanto la preferenza per un ampliamento del novero dei partecipanti non è un valore assoluto ma deve essere ricondotta nel suo alveo naturale, dato dalla sua funzione di strumento volto al conseguimento dell’ obiettivo di assicurare la scelta del miglior contraente in una gara celere e trasparente alla stregua del codice dei contratti pubblici.
Il favor admissionis non può pertanto giustificare l’ammissione di un contraente, sprovvisto al momento della domanda del requisito della regolarità tributaria, in forza di una riserva il cui scioglimento sarebbe caratterizzato da profili di aleatorietà sia sul piano dell’an che sul versante del quando.
Il principio della certezza del quadro delle regole e dei tempi della procedura di evidenza pubblica impone, infatti, che i requisiti di partecipazione siano verificati in modo compiuto al momento della scadenza dei termini di presentazione delle domande e impedisce un’ammissione condizionata che si rifletterebbe negativamente sui valori dell’efficienza e della tempestività dell’azione amministrativa, subordinando l’aggiudicazione e la successiva stipulazione a fattori caratterizzati dagli esposti profili di imponderabilità.
5.4. L’adesione all’orientamento più rigoroso non è scalfito, ai fini che in questa sede rilevano, dalla citata novella normativa secondo cui “costituiscono violazioni definitivamente accertate quelle relative all’obbligo di pagamento di debiti per imposte e tasse certi, scaduti ed esigibili” (art. 1, comma 5, del decreto legge n. 16/2012 cit.).
Si è già osservato in precedenza che la presentazione di un’istanza di ripartizione del debito in rate, dando la stura ad un meccanismo volto alla produzione di un fenomeno novativo, non incide, alla luce della disciplina tributaria e della normativa civilistica, sulla sussistenza dei suddetti requisiti del credito nelle more della definizione della procedura.
Detto assunto è confermato dal tenore dei lavori preparatori.
In particolare, dall’esame della relazione tecnica (A.S. 3184) di accompagnamento al d.l. sulle semplificazioni fiscali si ricava come l’ intenzione del legislatore fosse quella di intendere non scaduti ed esigibili i debiti per i quali sia stato “concordato un piano di rateazione” rispetto al quale il contribuente è in regola con i pagamenti. Di tenore ancor più inequivocabile è la scheda di lettura (n. 625/4) redatta dall’Ufficio Studi della Camera dei Deputati in data 15.06.2012 in cui si afferma che i commi 5 e 6 sono volti a non escludere dalle gare pubbliche il contribuente “ammesso alla rateizzazione” del proprio debito tributario.
È pertanto chiara la volontà di considerare in regola con il fisco unicamente il contribuente cui sia stata accordata la rateizzazione e la conferma del principio secondo cui la mera presentazione dell’istanza di rateazione o dilazione non rileva ai fini della dimostrazione del requisito della regolarità fiscale.
5.5. Non può infine essere valorizzato, in senso contrario alla tesi rigorosa fin qui esposta, l’argomento secondo cui sarebbe iniquo che la tardiva definizione della procedura finalizzata alla concessione della rateazione o della dilazione si riflettesse negativamente sulla sfera giuridica dell’istante, sub specie di esclusione dalla procedura di evidenza pubblica regolate dal codice dei contratti pubblici. Si deve infatti osservare, in direzione opposta, che l’inibizione legale trova fondamento nella condizione di illiceità fiscale imputabile al concorrente e che il beneficio della rateazione è previsto da una normativa eccezionale i cui effetti favorevoli non possono superare i confini delle espresse previsioni legislative, riflettendosi nell’ammissione alla gara di un soggetto gravato da un debito tributario liquido, scaduto ed esigibile.
6. Questa Adunanza reputa in definitiva che, alla stregua delle considerazioni che precedono, debba trovare conferma l’indirizzo ermeneutico secondo cui non è ammissibile la partecipazione alla procedura di gara, ex art. 38, comma 1, lett. g, del codice dei contratti pubblici, del soggetto che, al momento della scadenza del termine di presentazione della domanda di partecipazione, non abbia conseguito il provvedimento di accoglimento dell’istanza di rateizzazione.
7. L’applicazione di tali coordinate conduce alla reiezione dell’appello, ricavandosi dagli atti di causa che per una delle cartelle esattoriali prese in considerazione dalla stazione appaltante con riferimento alla posizione dell’impresa ausiliaria la rateazione si è perfezionata in data 04.07.2011, con accordo di rateazione intervenuto solo nel corso della procedura di gara.
Il consolidato e condivisibile principio giurisprudenziale che richiede la permanenza del possesso del requisito in parola nel corso di tutta la procedura di gara, dimostra l’infondatezza degli argomenti difensivi volti a mettere l’accento sulla duplice peculiarità cronologia che connota la vicenda, in ragione, per un verso, della sopravvenienza della notifica della cartella esattoriale in parola rispetto alla data di scadenza dei termini fissati dalla lex specialis per la presentazione delle offerte e, per altro verso, della definizione della procedura di rateazione in un torno di tempo anteriore alla revoca dell’aggiudicazione provvisoria.
Alla favorevole valutazione della doglianza tesa a stigmatizzare la mancanza valutazione dell’ effettiva gravità della gravità della violazione fiscale si oppone la considerazione che il requisito della gravità è stato innovativamente introdotto, in epoca posteriore alla pubblicazione della lex specialis, dal citato d.l. 13.05.2011, n. 70, convertito, con modificazioni, dalla legge 12.07.1011, n. 107, in una con il rilievo che, nella specie, l’ammontare del debito fiscale oggetto di accertamento, pari a 57.378,00 euro, consente ictu oculi la qualificazione del relativo inadempimento in termini di effettiva gravità.
9. L’appello deve essere, in definitiva, respinto (Consiglio di Stato, Adunanza Plenaria, sentenza 20.08.2013 n. 20 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

TRIBUTI: Imu, niente agevolazioni prima casa per Ater e Iacp.
Gli immobili posseduti dalle cooperative di edilizia residenziale pubblica (Ater, Iacp) non hanno diritto al trattamento agevolato che la legge ha riservato per l'Imu a quelli adibiti a abitazione principale.

Lo ha affermato il TAR Abruzzo-Pescara, con la sentenza 13.08.2013 n. 434.
Per il Tar il legislatore ha «inteso favorire in via indiretta la fissazione da parte dei comuni, compatibilmente con le esigenze di bilancio, di un'aliquota meno onerosa nei confronti di tali alloggi». Solo nel caso in cui la situazione finanziaria lo consenta, per i fabbricati posseduti da Ater e Iacp, l'amministrazione comunale può fissare un'aliquota inferiore a quella di base (0,76%). Deciso, quindi, in senso favorevole ai comuni il contenzioso con le aziende di edilizia residenziale pubblica, che si trascina già dai tempi di applicazione dell'Ici, sul trattamento fiscale degli immobili assegnati ai soci, utilizzati come prima casa.
In varie parti d'Italia, infatti, sono ancora pendenti le cause sulla legittimità delle delibere comunali che non hanno riconosciuto per gli immobili posseduti da questi enti l'aliquota agevolata. In effetti, come posto in rilievo dal Tar, ex lege i benefici fiscali sono limitati solo alla detrazione d'imposta prevista dall'art. 13 del dl 201/2011 (Salva Italia).
Con l'introduzione dell'Imu è stata prevista, per le abitazioni possedute da Ater e Iacp, l'aliquota base ordinaria dello 0,76% per le seconde case, con facoltà di aumentarla o diminuirla del 3%, anziché quella agevolata dello 0,40%, contemperando il più gravoso regime fiscale con la previsione della detrazione di 200 euro prevista per le abitazioni principali. L'art. 13 ha lasciato, poi, ai comuni la facoltà, come già stabilito per l'Ici fino al 2007, di fissare l'aliquota.
Del resto, solo nel momento in cui è stata eliminata l'imposizione sulla prima casa, Iacp e Ater sono state esentati dal pagamento del tributo, nel periodo che va dal 2008 al 2011. A parte questo arco temporale in cui hanno fruito dell'esenzione, sin dal 1992, anno di istituzione dell'imposta comunale, alle cooperative edilizie è stata riconosciuta solo la detrazione d'imposta e non l'aliquota agevolata (articolo ItaliaOggi del 22.08.2013
).

EDILIZIA PRIVATA: Il computo della distanza tra edifici, in base alle norme del d.m. n. 1444/1968, nel caso in cui le pareti dei fabbricati non si estendano linearmente in altezza, ma manifestino rientranze e sporgenze, deve operarsi distinguendo fra gli sporti dalle ridotte dimensioni, aventi scopo meramente ornamentale e decorativo, da quelli costituenti sporgenze di particolari proporzioni, destinate per i loro caratteri strutturali e funzionali ad ampliare la superficie abitativa dei vani che vi accedono.
Di questi ultimi deve tenersi conto nel computo anzidetto, essendo veri e propri corpi di fabbrica che determinano un aumento dell'edificio in superficie ed incidono quindi sulla consistenza volumetrica dello stesso come pure deve tenersi conto di altre sporgenze, quali i balconi, che vengono ad ampliare in superficie e in volume il fabbricato da cui sporgono, occupando lo spazio che deve invece rimanere libero per assicurare il prescritto distacco.
Nel caso di specie, il progetto è, pertanto, illegittimo non considerando, nel calcolo della distanza di dieci metri, i balconi che, per la loro sporgenza, pari a 50 cm, non possono essere qualificati quale mero elemento ornamentale.

È invero fondato il quarto motivo di ricorso con cui viene lamentata la violazione dell’art. 9, d.m. n. 1444/1968, non sussistendo la distanza ivi prevista di 10 metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti.
La giurisprudenza ha difatti affermato che il computo della distanza tra edifici, in base alle norme del d.m. n. 1444/1968, nel caso in cui le pareti dei fabbricati non si estendano linearmente in altezza, ma manifestino rientranze e sporgenze, deve operarsi distinguendo fra gli sporti dalle ridotte dimensioni, aventi scopo meramente ornamentale e decorativo, da quelli costituenti sporgenze di particolari proporzioni, destinate per i loro caratteri strutturali e funzionali ad ampliare la superficie abitativa dei vani che vi accedono.
Di questi ultimi deve tenersi conto nel computo anzidetto, essendo veri e propri corpi di fabbrica che determinano un aumento dell'edificio in superficie ed incidono quindi sulla consistenza volumetrica dello stesso (cfr. Cass., Sez. II, 26.11.1996 n. 10497) come pure deve tenersi conto di altre sporgenze, quali i balconi, che vengono ad ampliare in superficie e in volume il fabbricato da cui sporgono, occupando lo spazio che deve invece rimanere libero per assicurare il prescritto distacco (cfr. Cass., Sez. II, 24.03.1993 n. 3533; 10.11.2011, n. 23553, Cons. Stato, sez. IV, 05.12.2005, n. 6909; ord. n. 1914 del 28.04.2010; Tar Lombardia, Milano, sez. II, 11.01.2013, n. 83).
Nel caso di specie, il progetto è, pertanto, illegittimo non considerando, nel calcolo della distanza di dieci metri, i balconi che, per la loro sporgenza, pari a 50 cm, non possono essere qualificati quale mero elemento ornamentale.
La circostanza che la controinteressata abbia presentato un’istanza di variazione al progetto, volta alla riduzione della superficie dei balconi aggettanti, non fa venire meno l’illegittimità del titolo abilitativo, ma anzi la conferma (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 09.08.2013 n. 2065 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTIPuò essere sanzionata con l’esclusione dalla gara l’offerta che presenti un margine di incertezza significativo, sia per il contenuto intrinseco della stessa, sia in relazione all’oggetto dell’appalto: analogamente, sono da ritenere essenziali quegli elementi dell’offerta atti ad incidere in maniera significativa sul contenuto della stessa, tanto che la loro mancanza renda l’offerta non soddisfacente rispetto alle richieste della stazione appaltante.
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Il Collegio è consapevole dell’indirizzo che afferma la necessità dell’esclusione del concorrente il quale abbia omesso la sottoscrizione dell’offerta tecnica –la quale non è negozialmente imputabile ad alcuno– mentre la mancata esplicita previsione di tale carenza tra le cause di esclusione è irrilevante “trattandosi di mancanza di un elemento essenziale dell’offerta che anche nell’attuale assetto normativo disegnato dall’attuale art. 46, comma 1-bis, del Codice appalti, in cui è stato codificato il principio di tassatività delle cause di esclusione, rileva quale causa di estromissione del concorrente dalla gara d’appalto”.
In altri termini, “la mancata sottoscrizione dell’offerta tecnica, che costituisce uno dei documenti integranti la domanda di partecipazione alla gara, non può essere considerata, in via di principio, un'irregolarità solo formale sanabile nel corso del procedimento, atteso che essa fa venire meno la certezza della provenienza e della piena assunzione di responsabilità in ordine ai contenuti della dichiarazione nel suo complesso: …la sottoscrizione di un documento è lo strumento mediante il quale l'autore fa propria la dichiarazione anteposta contenuta nello stesso, consentendo così non solo di risalire alla paternità dell'atto, ma anche di rendere l'atto vincolante verso i terzi destinatari della manifestazione di volontà”.
E’ stato, altresì, rimarcato che la sottoscrizione dell'offerta di gara “si configura come lo strumento mediante il quale l'autore fa propria la dichiarazione contenuta nel documento, serve a rendere nota la paternità ed a vincolare l'autore alla manifestazione di volontà in esso contenuta. Essa assolve la funzione di assicurare provenienza, serietà, affidabilità e insostituibilità dell'offerta e costituisce elemento essenziale per la sua ammissibilità, sia sotto il profilo formale che sotto quello sostanziale, potendosi solo ad essa riconnettere gli effetti dell'offerta come dichiarazione di volontà volta alla costituzione di un rapporto giuridico. La sua mancanza inficia, pertanto, la validità e la ricevibilità della manifestazione di volontà contenuta nell'offerta senza che sia necessaria, ai fini dell'esclusione, una espressa previsione della legge di gara” (Consiglio di Stato ha ritenuto che “per “sottoscrizione” debba intendersi la firma in calce, e che questa nemmeno può essere sostituita dalla sottoscrizione solo parziale delle pagine precedenti quella conclusiva della dichiarazione stessa”).
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I principi del favor partecipationis e della tutela dell’affidamento vietano l'esclusione di un’impresa che abbia fatto affidamento sul bando di gara e sui relativi allegati, compilando l’offerta in conformità al facsimile all’uopo approntato dalla stazione appaltante: è stato precisato che il concorrente il quale abbia puntualmente seguito le indicazioni fornite dall’Ente aggiudicatore nella legge di gara e nella modulistica ufficiale non può subire per questo un danno, dovendo prevalere, a fonte di un'oggettiva incertezza ingenerata dagli atti predisposti dall’amministrazione e della buona fede che va riconosciuta al concorrente, il principio del favor partecipationis.
In buona sostanza, nessuna esclusione può essere disposta sulla scorta di una lacuna formale indotta dall’amministrazione nella predisposizione degli atti di gara e che, qualora fosse accompagnata da un’applicazione formalistica della normativa, avrebbe l'unico risultato, contrario alla ratio prima ancora che alla lettera della disciplina degli appalti, di un fattivo quanto inammissibile restringimento della concorrenza in assenza di qualsivoglia lesione sostanziale.

In linea generale, con riferimento all’evocato art. 46, comma 1-bis, del dlgs 163/2206 sull’incertezza assoluta sul contenuto o sulla provenienza dell’offerta, occorre sottolineare che la citata disposizione va letta nel senso che può essere sanzionata con l’esclusione dalla gara l’offerta che presenti un margine di incertezza significativo, sia per il contenuto intrinseco della stessa, sia in relazione all’oggetto dell’appalto: analogamente, sono da ritenere essenziali quegli elementi dell’offerta atti ad incidere in maniera significativa sul contenuto della stessa, tanto che la loro mancanza renda l’offerta non soddisfacente rispetto alle richieste della stazione appaltante (TAR Puglia Lecce, sez. II – 06/03/2013 n. 472).
Sul punto specifico oggetto di ricorso, il Collegio è consapevole dell’indirizzo che afferma la necessità dell’esclusione del concorrente il quale abbia omesso la sottoscrizione dell’offerta tecnica –la quale non è negozialmente imputabile ad alcuno– mentre la mancata esplicita previsione di tale carenza tra le cause di esclusione è irrilevante “trattandosi di mancanza di un elemento essenziale dell’offerta che anche nell’attuale assetto normativo disegnato dall’attuale art. 46, comma 1-bis, del Codice appalti, in cui è stato codificato il principio di tassatività delle cause di esclusione, rileva quale causa di estromissione del concorrente dalla gara d’appalto” (Consiglio di Stato, sez. V – 21/06/2012 n. 3669).
In altri termini, “la mancata sottoscrizione dell’offerta tecnica, che costituisce uno dei documenti integranti la domanda di partecipazione alla gara, non può essere considerata, in via di principio, un'irregolarità solo formale sanabile nel corso del procedimento, atteso che essa fa venire meno la certezza della provenienza e della piena assunzione di responsabilità in ordine ai contenuti della dichiarazione nel suo complesso: …la sottoscrizione di un documento è lo strumento mediante il quale l'autore fa propria la dichiarazione anteposta contenuta nello stesso, consentendo così non solo di risalire alla paternità dell'atto, ma anche di rendere l'atto vincolante verso i terzi destinatari della manifestazione di volontà” (TAR Puglia Lecce, sez. III – 30/04/2013 n. 990).
E’ stato, altresì, rimarcato che la sottoscrizione dell'offerta di gara “si configura come lo strumento mediante il quale l'autore fa propria la dichiarazione contenuta nel documento, serve a rendere nota la paternità ed a vincolare l'autore alla manifestazione di volontà in esso contenuta. Essa assolve la funzione di assicurare provenienza, serietà, affidabilità e insostituibilità dell'offerta e costituisce elemento essenziale per la sua ammissibilità, sia sotto il profilo formale che sotto quello sostanziale, potendosi solo ad essa riconnettere gli effetti dell'offerta come dichiarazione di volontà volta alla costituzione di un rapporto giuridico. La sua mancanza inficia, pertanto, la validità e la ricevibilità della manifestazione di volontà contenuta nell'offerta senza che sia necessaria, ai fini dell'esclusione, una espressa previsione della legge di gara” (Consiglio di Stato, sez. V – 20/04/2012 n. 2317, che ha richiamato sez. V – 25/01/2011 n. 528 e sez. V – 07/11/2008 n. 5547, e ha ritenuto che “per “sottoscrizione” debba intendersi la firma in calce, e che questa nemmeno può essere sostituita dalla sottoscrizione solo parziale delle pagine precedenti quella conclusiva della dichiarazione stessa”).
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La recente giurisprudenza (cfr. TAR Abruzzo Pescara – 24/02/2012 n. 86, richiamata da questa Sezione nella sentenza 10/05/2012 n. 814; TAR Piemonte, sez. I – 08/05/2013 n. 576; TAR Campania Napoli, sez. VIII – 11/04/2013 n. 1911; TAR Puglia Lecce, sez. II – 01/02/2013 n. 274) è dell’avviso che i principi del favor partecipationis e della tutela dell’affidamento vietano l'esclusione di un’impresa che abbia fatto affidamento sul bando di gara e sui relativi allegati, compilando l’offerta in conformità al facsimile all’uopo approntato dalla stazione appaltante: è stato precisato che il concorrente il quale abbia puntualmente seguito le indicazioni fornite dall’Ente aggiudicatore nella legge di gara e nella modulistica ufficiale non può subire per questo un danno, dovendo prevalere, a fonte di un'oggettiva incertezza ingenerata dagli atti predisposti dall’amministrazione e della buona fede che va riconosciuta al concorrente, il principio del favor partecipationis.
In buona sostanza, nessuna esclusione può essere disposta sulla scorta di una lacuna formale indotta dall’amministrazione nella predisposizione degli atti di gara e che, qualora fosse accompagnata da un’applicazione formalistica della normativa, avrebbe l'unico risultato, contrario alla ratio prima ancora che alla lettera della disciplina degli appalti, di un fattivo quanto inammissibile restringimento della concorrenza in assenza di qualsivoglia lesione sostanziale (cfr. TAR Piemonte, sez. I – 09/01/2012 n. 5)
(TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 08.08.2013 n. 727 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Nell'attuale sistema normativo, l'obbligo di bonifica dei siti inquinati grava sull'effettivo responsabile dell'inquinamento stesso, che le competenti Autorità amministrative devono ricercare, mentre la mera qualifica di proprietario o detentore del terreno inquinato non implica di per sé l'obbligo di effettuazione della bonifica, con la conseguenza che esso può essere posto a suo carico solo se responsabile o corresponsabile dell'illecito abbandono.
Inoltre, in tema di inquinamento, il potere del curatore di disporre dei beni fallimentari, non comporta necessariamente il dovere di adottare particolari condotte attive finalizzate alla tutela sanitaria degli immobili destinati alla bonifica da fattori inquinanti, perciò la curatela fallimentare non subentra negli obblighi più strettamente correlati alla responsabilità dell'imprenditore fallito, a meno che non vi sia una prosecuzione dell'attività, con conseguente esclusione del curatore fallimentare dalla legittimazione passiva dell'ordine di bonifica.

Il provvedimento impugnato, e le pregresse risultanze istruttorie, non affermano in alcun modo che il Falllimento ricorrente abbia qualche responsabilità nell’inquinamento delle aree di che trattasi.
Nell'attuale sistema normativo, l'obbligo di bonifica dei siti inquinati grava tuttavia sull'effettivo responsabile dell'inquinamento stesso, che le competenti Autorità amministrative devono ricercare, mentre la mera qualifica di proprietario o detentore del terreno inquinato non implica di per sé l'obbligo di effettuazione della bonifica, con la conseguenza che esso può essere posto a suo carico solo se responsabile o corresponsabile dell'illecito abbandono.
Inoltre, in tema di inquinamento, il potere del curatore di disporre dei beni fallimentari, non comporta necessariamente il dovere di adottare particolari condotte attive finalizzate alla tutela sanitaria degli immobili destinati alla bonifica da fattori inquinanti, perciò la curatela fallimentare non subentra negli obblighi più strettamente correlati alla responsabilità dell'imprenditore fallito, a meno che non vi sia una prosecuzione dell'attività, con conseguente esclusione del curatore fallimentare dalla legittimazione passiva dell'ordine di bonifica (C.S., Sez. V, 16.06.2009 n. 3885) (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 05.08.2013 n. 2062 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: La pratica di reiterare vincoli preordinati all'espropriazione, contenuti nel piano regolatore generale ovvero in altri strumenti urbanistici è stata stigmatizzata dalla Corte Costituzionale che ritenne illegittima la disciplina recata dalla legge urbanistica (l. 17.08.1942 n. 1150), che prevedeva la possibilità di imporre alla proprietà privata, in sede di pianificazione, vincoli preordinati all'espropriazione, senza alcun limite temporale e senza indennizzo.
A seguito di tale decisione, il legislatore intervenne con la legge 19.11.1968 n. 1187, il cui art. 2 ha provveduto a fissare in cinque anni il periodo entro cui detti vincoli devono, a pena di decadenza, tradursi in piani esecutivi o, comunque, deve avviarsi in modo certo il procedimento espropriativo.
Secondo la giurisprudenza consolidata del Consiglio di Stato, costituiscono vincoli soggetti a decadenza solo quelli preordinati all'espropriazione o che comportino l'inedificazione, e che dunque svuotino il contenuto del diritto di proprietà incidendo sul godimento del bene, tanto da renderlo inutilizzabile rispetto alla sua destinazione naturale, ovvero diminuendone in modo significativo il suo valore di scambio.
La decadenza del vincolo non esclude che l'amministrazione, mediante il ricorso al procedimento per l'adozione delle varianti agli strumenti urbanistici, possa reiterare i vincoli preordinati all'espropriazione, fornendo congrua motivazione in ordine alla persistenza delle ragioni di interesse pubblico che sorreggono la predetta reiterazione, così da escludere un contenuto vessatorio o comunque ingiusto dei relativi atti.
Si è, in particolare, affermato quanto all'adeguatezza della motivazione, che, se in linea di principio può ritenersi giustificato il richiamo alle originarie valutazioni, in occasione di una prima reiterazione, quando il rinnovato vincolo sia a sua volta decaduto, è necessario che la motivazione dimostri che l'autorità amministrativa abbia provveduto ad una ponderata valutazione degli interessi coinvolti, esponendo le ragioni (riguardanti il rispetto degli standard, le esigenze della spesa, ovvero specifici accadimenti riguardanti le precedenti fasi procedimentali) che inducano ad escludere profili di eccesso di potere e ad ammetterne l'attuale sussistenza dell'interesse pubblico.
In quest’ottica, la Corte Costituzionale ha dichiarato l'illegittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 7, numeri 2, 3 e 4, e 40 l. n. 1150/1942 e 2, primo comma, della legge n. 1187/1968 "nella parte in cui consente alla "amministrazione di reiterare i vincoli urbanistici scaduti, preordinati all'espropriazione o che comportino l'inedificabilità, senza la previsione di indennizzo".
Secondo la Corte, "la reiterazione in via amministrativa dei vincoli decaduti (preordinati all'espropriazione o con carattere sostanzialmente espropriativo) non sono fenomeni di per sé inammissibili dal punto di vista costituzionale", ma tale fenomeno assume aspetti patologici allorché vi sia una indefinita reiterazione dei vincoli o una loro proroga sine die, o quando il limite temporale sia indeterminato.
In presenza delle suddette situazioni patologiche, sorge obbligo di indennizzo che "opera una volta superato il periodo di durata (tollerabile) fissato dalla legge (periodo di franchigia)". In altre parole, la permanenza del vincolo oltre i termini previsti, e senza alcun inizio serio dell'espropriazione, "non può essere dissociato... dalla previsione di un indennizzo".
L’Ad. Pl. del Consiglio di Stato ha poi chiarito che la mancata previsione dell’indennizzo non inficia la legittimità del provvedimento amministrativo; inoltre, ha precisato che l'Autorità urbanistica, quando decide la reiterazione dei vincoli preordinati all’esproprio, deve procedere con una ponderata valutazione degli interessi coinvolti, esponendo le ragioni -riguardanti il rispetto degli standard, le esigenze della spesa, specifici accadimenti riguardanti le precedenti fasi procedimentali- che inducano ad escludere profili di eccesso di potere e ad ammettere l'attuale sussistenza dell'interesse pubblico.

La società ricorrente sostiene che la delibera impugnata avrebbe comportato una illegittima reiterazione di vincoli preordinati all’esproprio senza fornire alcuna motivazione in proposito.
In proposito va evidenziato che la pratica di reiterare vincoli preordinati all'espropriazione, contenuti nel piano regolatore generale ovvero in altri strumenti urbanistici è stata stigmatizzata dalla Corte Costituzionale che ritenne illegittima la disciplina recata dalla legge urbanistica (l. 17.08.1942 n. 1150), che prevedeva la possibilità di imporre alla proprietà privata, in sede di pianificazione, vincoli preordinati all'espropriazione, senza alcun limite temporale e senza indennizzo (cfr., Corte Cost., 29.05.1968 n. 55).
A seguito di tale decisione, il legislatore intervenne con la legge 19.11.1968 n. 1187, il cui art. 2 ha provveduto a fissare in cinque anni il periodo entro cui detti vincoli devono, a pena di decadenza, tradursi in piani esecutivi o, comunque, deve avviarsi in modo certo il procedimento espropriativo.
Secondo la giurisprudenza consolidata del Consiglio di Stato (sez. V, 03.01.2001 n. 3; sez. IV, 17.04.2003 n. 2015 e 22.06.2004 n. 4426, Ad. Pl. 24.05.2007, n. 7), costituiscono vincoli soggetti a decadenza solo quelli preordinati all'espropriazione o che comportino l'inedificazione, e che dunque svuotino il contenuto del diritto di proprietà incidendo sul godimento del bene, tanto da renderlo inutilizzabile rispetto alla sua destinazione naturale, ovvero diminuendone in modo significativo il suo valore di scambio.
La decadenza del vincolo non esclude che l'amministrazione, mediante il ricorso al procedimento per l'adozione delle varianti agli strumenti urbanistici, possa reiterare i vincoli preordinati all'espropriazione, fornendo congrua motivazione in ordine alla persistenza delle ragioni di interesse pubblico che sorreggono la predetta reiterazione (Cons. Stato, sez. IV, 24.09.1997 n. 1013 e 22.06.2004 n. 4397), così da escludere un contenuto vessatorio o comunque ingiusto dei relativi atti.
Si è, in particolare, affermato quanto all'adeguatezza della motivazione, che, se in linea di principio può ritenersi giustificato il richiamo alle originarie valutazioni, in occasione di una prima reiterazione, quando il rinnovato vincolo sia a sua volta decaduto, è necessario che la motivazione dimostri che l'autorità amministrativa abbia provveduto ad una ponderata valutazione degli interessi coinvolti, esponendo le ragioni (riguardanti il rispetto degli standard, le esigenze della spesa, ovvero specifici accadimenti riguardanti le precedenti fasi procedimentali) che inducano ad escludere profili di eccesso di potere e ad ammetterne l'attuale sussistenza dell'interesse pubblico (Consiglio di Stato sez. IV, 06.05.2013, n. 2432).
In quest’ottica, la Corte Costituzionale (cfr., sent. 20.05.1999 n. 179 e 18.12.2001 n. 411) ha dichiarato l'illegittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 7, numeri 2, 3 e 4, e 40 l. n. 1150/1942 e 2, primo comma, della legge n. 1187/1968 "nella parte in cui consente alla "amministrazione di reiterare i vincoli urbanistici scaduti, preordinati all'espropriazione o che comportino l'inedificabilità, senza la previsione di indennizzo".
Secondo la Corte, "la reiterazione in via amministrativa dei vincoli decaduti (preordinati all'espropriazione o con carattere sostanzialmente espropriativo) non sono fenomeni di per sé inammissibili dal punto di vista costituzionale", ma tale fenomeno assume aspetti patologici allorché vi sia una indefinita reiterazione dei vincoli o una loro proroga sine die, o quando il limite temporale sia indeterminato.
In presenza delle suddette situazioni patologiche, sorge obbligo di indennizzo che "opera una volta superato il periodo di durata (tollerabile) fissato dalla legge (periodo di franchigia)". In altre parole, la permanenza del vincolo oltre i termini previsti, e senza alcun inizio serio dell'espropriazione, "non può essere dissociato... dalla previsione di un indennizzo".
L’Ad. Pl. del Consiglio di Stato (cfr., sent. 7/2007 cit.) ha poi chiarito che la mancata previsione dell’indennizzo non inficia la legittimità del provvedimento amministrativo; inoltre, ha precisato che l'Autorità urbanistica, quando decide la reiterazione dei vincoli preordinati all’esproprio, deve procedere con una ponderata valutazione degli interessi coinvolti, esponendo le ragioni -riguardanti il rispetto degli standard, le esigenze della spesa, specifici accadimenti riguardanti le precedenti fasi procedimentali- che inducano ad escludere profili di eccesso di potere e ad ammettere l'attuale sussistenza dell'interesse pubblico
(TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 05.08.2013 n. 2061 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: La mancata acquisizione del parere contabile sugli atti programmatori ai sensi dell'art. 49 d.lgs. n. 267/2000 non rende illegittima la delibera, poiché si tratta di una prescrizione che rileva sul solo piano interno, con la conseguenza che la sua omissione non incide sulla validità della deliberazione stessa, rappresentando al più una mera irregolarità.
Parimenti non comporta un vizio di illegittimità della delibera la mancata acquisizione del parere contabile sugli atti programmatori ai sensi dell'art. 49 d.lgs. n. 267/2000.
Sul punto, il Consiglio di Stato ha precisato che la mancata acquisizione del parere contabile sugli atti programmatori ai sensi dell'art. 49 d.lgs. n. 267/2000 non rende illegittima la delibera, poiché si tratta di una prescrizione che rileva sul solo piano interno, con la conseguenza che la sua omissione non incide sulla validità della deliberazione stessa, rappresentando al più una mera irregolarità (cfr., Consiglio di Stato sez. IV, 26.01.2012, n. 351)
(TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 05.08.2013 n. 2061 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Le norme in tema di partecipazione al procedimento amministrativo vanno interpretate in senso sostanziale, evitando di affidarsi a letture formalistiche che possono sottendere fini meramente speculativi e non in linea con il principio di effettività. Del resto, la giurisprudenza amministrativa consolidata, cui questo giudice intende dare continuità, ha chiarito che la comunicazione di avvio del procedimento non è necessaria laddove l’interessato sia già a conoscenza dell’esistenza di un procedimento amministrativo.
In particolare, questo Tar ha già precisato che le garanzie partecipative non rivestono un valore meramente formale, ma presentano una dimensione sostanziale, nel senso sia che la loro violazione non è censurabile laddove il soggetto sia stato comunque posto in condizione di rappresentare la propria posizione in sede procedimentale, sia che la doglianza inerente alla loro violazione deve essere accompagnata, per assumere carattere sostanziale, dalla definizione, anche solo sintetica, dei profili attinenti alla posizione soggettiva dell'interessato che sarebbero stati sottoposti all'attenzione dell'Amministrazione in caso di tempestiva comunicazione di avvio del procedimento.

Passando ad indagare i vizi di propri della delibera, la società ricorrente, in particolare, si duole di aver ricevuto comunicazione di avvio del procedimento in data 16.05.2012 via fax e di non aver avuto tempo di partecipare al procedimento amministrativo perché la delibera impugnata è intervenuta due giorni dopo, in data 18.05.2012.
Va, tuttavia, evidenziato che le norme in tema di partecipazione al procedimento amministrativo vanno interpretate in senso sostanziale, evitando di affidarsi a letture formalistiche che possono sottendere fini meramente speculativi e non in linea con il principio di effettività. Del resto, la giurisprudenza amministrativa consolidata, cui questo giudice intende dare continuità, ha chiarito che la comunicazione di avvio del procedimento non è necessaria laddove l’interessato sia già a conoscenza dell’esistenza di un procedimento amministrativo.
In particolare, questo Tar ha già precisato che le garanzie partecipative non rivestono un valore meramente formale, ma presentano una dimensione sostanziale, nel senso sia che la loro violazione non è censurabile laddove il soggetto sia stato comunque posto in condizione di rappresentare la propria posizione in sede procedimentale, sia che la doglianza inerente alla loro violazione deve essere accompagnata, per assumere carattere sostanziale, dalla definizione, anche solo sintetica, dei profili attinenti alla posizione soggettiva dell'interessato che sarebbero stati sottoposti all'attenzione dell'Amministrazione in caso di tempestiva comunicazione di avvio del procedimento (cfr., TAR Milano Lombardia sez. III, 24.11.2011, n. 2904).
Nel caso di specie, non può dubitarsi, in considerazione del lungo tempo trascorso, delle trattative intervenute tra la società ricorrente e il Comune di Milano e dell’avviso di avvio del procedimento comunicato in data 09.06.2006, che la società ricorrente non fosse a conoscenza dell’instaurazione di un procedimento amministrativo teso all’espropriazione della Cascina Campazzo. Del resto, in data 07.04.2006 la società ricorrente ha presentato memorie scritte che riproducono in parte gli odierni scritti difensivi.
Ne deriva che non può dirsi leso il diritto di partecipazione della società ricorrente e, pertanto, tale motivo di ricorso è infondato
(TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 05.08.2013 n. 2061 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ESPROPRIAZIONE: Anche a seguito dell'entrata in vigore dell'art. 22-bis , d.P.R. 08.06.2001 n. 327, l'ordinanza di occupazione d'urgenza riguarda una fase puramente attuativa di quella riguardante la dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza dei lavori, con la conseguenza che è sufficiente la motivazione dell'ordinanza di occupazione che si limiti a richiamare espressamente tale dichiarazione, costituente l'unico presupposto della stessa e che consenta di rilevare l'urgenza della realizzazione delle opere previste nella dichiarazione di p.u..
A sua volta, la dichiarazione di pubblica utilità, conseguendo "ex lege" all'approvazione del progetto definitivo, non abbisogna di una particolare motivazione.

La società ricorrente contesta la delibera impugnata perché non sussistevano le condizioni per procedere all’occupazione d’urgenza, ai sensi dell’art. 22 d.p.r. 327/2001.
Questo Tar ha già chiarito che anche a seguito dell'entrata in vigore dell'art. 22-bis , d.P.R. 08.06.2001 n. 327, l'ordinanza di occupazione d'urgenza riguarda una fase puramente attuativa di quella riguardante la dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza dei lavori, con la conseguenza che è sufficiente la motivazione dell'ordinanza di occupazione che si limiti a richiamare espressamente tale dichiarazione, costituente l'unico presupposto della stessa e che consenta di rilevare l'urgenza della realizzazione delle opere previste nella dichiarazione di p.u..
A sua volta, la dichiarazione di pubblica utilità, conseguendo "ex lege" all'approvazione del progetto definitivo, non abbisogna di una particolare motivazione (cfr., TAR Milano, Lombardia, sez. III, 02.07.2012, n. 1874)
(TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 05.08.2013 n. 2061 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Nelle controversie in tema di monetizzazione viene in rilievo una posizione qualificabile come interesse legittimo, come tale soggetta alle regole processuali che accedono a tale condizione e che richiedono di proporre ricorso con il rito impugnatorio, nei termini decadenziali decorrenti dalla piena conoscenza degli atti ritenuti lesivi.
Invero, la monetizzazione non vive in alcun modo della natura e delle finalità proprie del contributo concessorio costituito dagli oneri di urbanizzazione e dal costo di costruzione che accompagna naturaliter l’autorizzazione a costruire, la cui debenza o meno, quanto al relativo accertamento, può essere fatta valere, in linea generale, nei termini prescrizionali.
Ed ancora, “mentre il pagamento degli oneri di urbanizzazione si risolve in un contributo per la realizzazione delle opere stesse, senza che insorga un vincolo di scopo in relazione alla zona in cui è inserita l’area interessata all’imminente trasformazione edilizia, la monetizzazione sostitutiva della cessione degli standard afferisce al reperimento delle aree necessarie alla realizzazione delle opere di urbanizzazione secondaria all’interno della specifica zona di intervento; e ciò vale ad evidenziare la diversità ontologica della monetizzazione rispetto al contributo di concessione, di talché, sotto il versante processuale, non si può utilizzare lo strumento dell’azione di accertamento ammesso per contestare la legittimità del contributo ex art. 3 o comunque la insussistenza di tale obbligazione pecuniaria ancorché già assolta”.

Il Collegio condivide l’orientamento giurisprudenziale secondo cui nelle controversie in tema di monetizzazione viene in rilievo una posizione qualificabile come interesse legittimo, come tale soggetta alle regole processuali che accedono a tale condizione e che richiedono di proporre ricorso con il rito impugnatorio, nei termini decadenziali decorrenti dalla piena conoscenza degli atti ritenuti lesivi (cfr. Consiglio di Stato sez. IV, 16.02.2011, n. 1013; Tar Lombardia, Milano, sez. II, 14.02.2013, n. 451).
Come affermato anche di recente dal Consiglio di Stato, la monetizzazione non vive in alcun modo della natura e delle finalità proprie del contributo concessorio costituito dagli oneri di urbanizzazione e dal costo di costruzione che accompagna naturaliter l’autorizzazione a costruire, la cui debenza o meno, quanto al relativo accertamento, può essere fatta valere, in linea generale, nei termini prescrizionali.
Invero, “mentre il pagamento degli oneri di urbanizzazione si risolve in un contributo per la realizzazione delle opere stesse, senza che insorga un vincolo di scopo in relazione alla zona in cui è inserita l’area interessata all’imminente trasformazione edilizia, la monetizzazione sostitutiva della cessione degli standard afferisce al reperimento delle aree necessarie alla realizzazione delle opere di urbanizzazione secondaria all’interno della specifica zona di intervento; e ciò vale ad evidenziare la diversità ontologica della monetizzazione rispetto al contributo di concessione, di talché, sotto il versante processuale, non si può utilizzare lo strumento dell’azione di accertamento ammesso per contestare la legittimità del contributo ex art. 3 o comunque la insussistenza di tale obbligazione pecuniaria ancorché già assolta” (cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, 16/02/2011, n. 1013, sez. IV, 28.12.2012 n. 6706; questa conclusione si pone in linea con i precedenti di questo Tribunale che hanno affermato la natura autoritativa dell'atto che impone la monetizzazione e che, quindi, la posizione nei riguardi del medesimo ha natura di interesse legittimo: cfr. TAR Milano, Sez. II, 28.01.2004, n. 364; id., Sez. II, 31.05.1996, n. 768, poi confermata da C.d.S., Sez. V, 27.09.2004, n. 6281, TAR Lombardia, Milano, sez. II, 26.04.2006, n. 1064) (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 01.08.2013 n. 2056 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Nel caso in cui un originario lotto urbanistico abbia acquisito una maggiore potenzialità edificatoria in dipendenza di modifiche alla disciplina urbanistica e, quindi, la parte rimasta inedificata sia suscettibile di edificazione, per verificare l'effettiva potenzialità edificatoria di quest’ultima, occorre sempre partire dalla considerazione che, in virtù del carattere "unitario" dell'originario lotto interamente asservito alla precedente costruzione, non possono non computarsi le volumetrie realizzate sul lotto urbanistico originario (considerato complessivamente), il quale è l'unico ad aver acquisito (e mantenuto) una "propria" potenzialità edificatoria.
Conseguentemente la verifica dell'edificabilità della parte del lotto rimasta inedificata e la quantificazione della volumetria su di essa realizzabile non può che derivare, per sottrazione, dalla predetta potenzialità, diminuita della volumetria dei fabbricati già realizzati sull'unica, complessiva, area.

Secondo il pacifico orientamento della giurisprudenza anche di questo Tribunale, invero, nel caso in cui un originario lotto urbanistico abbia acquisito una maggiore potenzialità edificatoria in dipendenza di modifiche alla disciplina urbanistica e, quindi, la parte rimasta inedificata sia suscettibile di edificazione, per verificare l'effettiva potenzialità edificatoria di quest’ultima, occorre sempre partire dalla considerazione che, in virtù del carattere "unitario" dell'originario lotto interamente asservito alla precedente costruzione, non possono non computarsi le volumetrie realizzate sul lotto urbanistico originario (considerato complessivamente), il quale è l'unico ad aver acquisito (e mantenuto) una "propria" potenzialità edificatoria; conseguentemente la verifica dell'edificabilità della parte del lotto rimasta inedificata e la quantificazione della volumetria su di essa realizzabile non può che derivare, per sottrazione, dalla predetta potenzialità, diminuita della volumetria dei fabbricati già realizzati sull'unica, complessiva, area (Cons. Stato, sez. IV, 19.01.2008, n. 255; 26.09.2008, n. 4647; 19.10.2006, n. 6229; 31.01.2005, n. 217; TAR Lombardia, Milano, 03.03.2011, n. 614; TAR Trentino Alto Adige, Bolzano, 22.08.2007, n. 286; TAR Sardegna, sez. II, 19.05.2006, n. 996) (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 01.08.2013 n. 2054 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

TRIBUTIBocciatura per il riclassamento degli estimi. L'assenza di parametri non apre la porta all'arbitrio della pubblica amministrazione. La decisione del Tar Lecce, che ha accolto le istanze delle associazioni dei consumatori.
Estimi, il Tar di Lecce accoglie il ricorso delle associazioni dei consumatori contro il Comune e l'Agenzia del territorio e stoppa il riclassamento.

La I Sez. del TAR Puglia-Lecce, con sentenza 11.07.2013 n. 1621, ha affermato che «proprio la molteplicità delle possibili causali che, alla stregua della complessa stratificazione normativa, possono in concreto esser poste alla base di un atto di riclassamento impone che la motivazione di un tale atto dia conto della causale concreta per la quale quello specifico atto è stato adottato, cosicché il contribuente sia messo in grado di comprenderla e di valutare le sue opportunità di difesa».
I giudici amministrativi demoliscono l'intera operazione costata alle casse dello Stato 600 mila euro soltanto per le notifiche ai cittadini e a quest'ultimi 660 mila euro di ricorsi alla Commissione tributaria, per un aumento delle rendite catastali disposto dall'Agenzia del territorio sul 95% del patrimonio immobiliare del territorio comunale di Lecce.
L'Agenzia, infatti ha notificato alla maggioranza della popolazione leccese gli avvisi di accertamento con i quali ha proceduto alla rideterminazione del classamento e alla conseguente attribuzione della nuova rendita catastale delle unità immobiliari, basando la motivazione su presunti interventi di riqualificazione della viabilità interna e di arredo urbano nel centro storico.
L'illegittimità di tali avvisi in relazione agli atti di suddivisione del territorio del comune di Lecce in microzone catastali ai sensi dell'articolo 2 del decreto del presidente della repubblica 138/1998 , all'atto con il quale la giunta comunale di Lecce ha attivato la procedura ex art. 1 della legge 311/2004 e la conclusione della stessa, è stata invocata dai contribuenti sulla base del difetto istruttorio e motivazionale in cui sono incorse sia l'amministrazione comunale nel richiedere il riclassamento sia l'Agenzia del territorio con riferimento alla istruttoria compiuta e alla conclusione del procedimento, a partire dalla individuazione delle microzone.
Giova ricordare a tal proposito che l'articolo 1, comma 335, della legge 311/2004 prevede l'attivazione, su richiesta dei comuni interessati, di processi di revisione parziale del classamento delle unità immobiliari urbane ubicate in microzone comunali, definite ai sensi del decreto del presidente della repubblica 138/1998, che presentano carattere di anomalia in termini di rapporti tra il valore medio immobiliare, rilevato dal mercato, e il valore medio catastale, rispetto l'analogo rapporto medio calcolato su tutte le microzone comunali per cui la conditio sine qua non della procedura di revisione del classamento delle unità immobiliari site in una determinata microzona, è costituita dal significativo scostamento tra i due predetti valori.
La norma non individua alcun parametro in base al quale possa essere oggettivamente ancorata la «significatività» dello scostamento; tuttavia, il collegio ritiene che l'assenza di alcun parametro non determini l'arbitrio dell'amministrazione ma la conseguente valutazione di natura tecnica che deve pur sempre essere ancorata ai principi di buon andamento, proporzionalità e efficacia dell'azione amministrativa.
Di tali principi i giudici amministrativi hanno fatto uso nella sentenza in commento, laddove ravvisando il deficit istruttorio nella inadeguatezza dei dati assunti a base del procedimento, tenuto conto della natura e finalità dello stesso, hanno annullato tutti gli atti relativi al procedimento, a partire dalle due delibere del 2010 con le quali l'amministrazione comunale ha dato incarico all'Agenzia di procedere al riclassamento (articolo ItaliaOggi del 23.08.2013
).

AGGIORNAMENTO AL 21.08.2013

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     In tanti mi siete stati vicino, nel mio dolore che nessuno può comprendere: chi di persona, chi con telefonata, sms, e-mail, telegramma, lettera.
     Non vorrei dimenticare qualcuno rispondendo uno ad uno: allora, voglio qui ringraziare tutti quanti, nessuno escluso, che hanno compartecipato alla mia intima sofferenza che non trova pace.
     A tutti un grazie di cuore ... T.

GURI - GUUE - BURL (e anteprima)

AMBIENTE-ECOLOGIA - APPALTI - ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA: G.U. 20.08.2013 n. 194, suppl. ord. n. 63/L, "Testo del decreto-legge 21.06.2013, n. 69, coordinato con la legge di conversione 09.08.2013, n. 98, recante: «Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia»".

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA - LAVORI PUBBLICI: G.U. 20.08.2013 n. 194 "Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea - Legge europea 2013" (Legge 06.08.2013 n. 97).

AMBIENTE-ECOLOGIA: B.U.R. Lombardia, serie ordinaria n. 34 del 20.08.2013, "Presa d’atto della proposta di Programma regionale di gestione dei rifiuti (PRGR), comprensivo del Programma regionale di bonifica delle aree inquinate (PRB), ai sensi della deliberazione della Giunta regionale n. 1587 del 20.04.2011" (deliberazione G.R. 02.08.2013 n. 576).

DOTTRINA E CONTRIBUTI

EDILIZIA PRIVATA: Il cortocircuito sui pannelli fotovoltaici lombardi - ancora FERCEL! (04.08.2013 - link a http://ufficiotecnico2012.blogspot.it).

CONSIGLIERI COMUNALI - PUBBLICO IMPIEGO: F. P. Garzone e G. Schiavone, La legge n. 190/2012 (cd. “anti-corruzione”) ed il rapporto tra il reato di concussione (art. 317 c.p.) e quello di induzione indebita a dare o promettere utilita? (art. 319-quater c.p.) (31.07.2013 - link a www.diritto.it).

NOTE, CIRCOLARI E COMUNICATI

APPALTI: OGGETTO: Modello di versamento F24 enti pubblici – codice identificativo “51” denominato “Intervento sostitutivo – art. 4 del D.P.R. n. 207/2010” (INPS, messaggio 14.08.2013 n. 13154).
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Versamenti diretti all'Inps. Irregolarità senza F24.
Sì al versamento diretto all'Inps, senza F24, per gli interventi sostitutivi delle stazioni appaltanti.

Lo spiega l'Inps nel messaggio 14.08.2013 n. 13154.
La novità riguarda i Durc irregolari, concernenti cioè irregolarità contributive, per cui le stazioni appaltanti sono tenute a fare l'intervento sostitutivo per regolarizzare le inadempienze contributive dell'appaltatore o subappaltatore. Infatti con l'intervento sostitutivo la stazione appaltante trattiene dalla liquidazione del corrispettivo dell'appalto l'importo pari alle scoperture contributive indicate nel Durc, per riversarle agli istituti previdenziali e delle casse edili. La stazione appaltante effettua il pagamento non in proprio, ma sostituendosi all'adempimento del contribuente.
Conseguentemente è stato previsto che il pagamento della somma oggetto dell'intervento sostitutivo avvenga utilizzando stesse modalità e stesse specifiche previste per l'adempimento contributivo da parte dell'esecutore o del subappaltatore nei confronti dell'Inps. I pagamenti, in altre parole, vengono effettuati tramite il modello F24, che consente l'immediata canalizzazione dei versamenti sulle posizioni a debito dei contribuenti rendendo individuabili sia il versante (stazione appaltante) sia il beneficiario (debitore).
Tuttavia, alcune stazioni appaltanti in virtù della specifica regolamentazione contabile sono escluse dalla possibilità di effettuare i pagamenti con modello F24, operazione che, in base alla risoluzione del 09.10.2012, prot. n. 2012/140335 dell'agenzia delle entrate, avviene l'F24 enti pubblici (EP) per consentire di utilizzare tale modello per il versamento dei contributi assistenziali e previdenziali agli enti.
L'Inps precisa che sono ammesse ad utilizzare modalità di pagamento diverse da quelle tramite F24 EP esclusivamente le amministrazioni non tenute a eseguire i pagamenti tramite F24. E che la possibilità di effettuare il pagamento, in via residuale, con modalità da concordare con la sede Inps che ha emesso il Durc al fine di consentire in modo immediato la corretta contabilizzazione degli importi versati a titolo di intervento sostitutivo (tratto da ItaliaOggi del 15.08.2013).

APPALTI: OGGETTO: Decreto legge 08.04.2013 n. 35, convertito con modificazioni, nella legge 06.06.2013, n. 64. Documento Unico di Regolarità Contributiva (Durc) (INPS, messaggio 14.08.2013 n. 13153).
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Debiti, la p.a. sconta i pagamenti. Prima vanno saldati eventuali contributi non versati. L'Inps precisa che il Durc emesso in base al dl n. 35/2013 non esclude l'intervento sostitutivo.
Il Durc per la liquidazione dei vecchi debiti delle p.a. (maturati al 31.12.2012) non esclude l'intervento sostitutivo. Per cui se l'impresa ha a sua volta debiti contributivi (con Inps, Inail o casse edili), ciò sarà evidenziato nel Durc e la p.a. potrà attivarsi in via sostitutiva al ripianamento di tali debiti.
Lo precisa l'Inps nel messaggio 14.08.2013 n. 13153, spiegando che a tal fine la regolarità contributiva sarà verifica rispetto a due momenti: data del debito (verifica retrodatata) e data emissione Durc (verifica attuale).
Arretrati p.a.. L'Inps detta istruzioni alle richieste di Durc (Documento unico di regolarità contributiva) cui sono tenuti enti locali, regioni, province autonome, enti del servizio sanitario nazionale e amministrazioni dello stato per la liquidazione di debiti maturati al 31.12.2012. Si tratta di una particolare procedura introdotta dal dl n. 35/2013, convertito dalla legge n. 64/2013.
Durc retrodatato. Questa procedura (e il Durc specifico per i debiti arretrati di p.a.) prevede che, relativamente agli arretrati p.a., la regolarità sia accertata alla data di emissione della fattura che certifica il/i debito/i oppure alla data di richiesta di liquidazione. Per tenere conto della novità, in vigore dall'8 giugno, l'Inps ricorda che dal 31 luglio (come già detto dall'Inail; si veda ItaliaOggi del 6 agosto) opera la nuova procedura su www.sportellounicoprevidenziale.it.
Doppia verifica. Praticamente quando si richiede il Durc per la liquidazione di un debito arretrato occorre precisare la data di riferimento, uguale o anteriore al 31.12.2012 (che è poi la data della relativa fattura o della richiesta di liquidazione). In questi casi l'Inps procede alla verifica della regolarità rispetto a due momenti: il primo, retrodatato alla data indicata (del debito arretrato); il secondo, alla data di emissione del Durc.
L'intervento sostitutivo. La doppia verifica consente alla p.a.-stazione appaltante di valutare l'obbligo di attivare l'intervento sostitutivo (ex art. 4 del dpr n. 207/2010) qualora alla data di verifica, corrispondente a quella della fattura o della richiesta di liquidazione, risulti un'irregolarità contributiva dell'esecutore e/o del subappaltatore che permane anche dopo e fino alla data di emissione del Durc. In tal caso, inoltre, è attivato anche il preavviso di accertamento negativo (ex art. 7, comma 3, del dm 24.10.2007) il quale, si ricorda, impone l'obbligo d'invitare il contribuente a regolarizzare la posizione entro 15 giorni.
Un esempio. Si osservi la tabella; la doppia verifica comporta una quantificazione del debito con importi riferiti distintamente ai due momenti. Conseguentemente, rispetto al totale dell'importo di debito accertato, risulta evidenziata la parte riferita al periodo fino alla data indicata dalla stazione appaltante (irregolarità retrodatata) e quella riferita al periodo successivo (irregolarità attuale).
Se a seguito di preavviso di accertamento negativo la regolarizzazione avviene solo con riferimento al periodo più vecchio richiesto per la verifica dalla stazione appaltante (in esempio: 4 mila euro), il Durc attesterà la regolarità poiché richiesta ai sensi del dl n. 35/2013; ma nel campo note sarà indicato sia il debito residuo maturato successivamente al periodo interessato dalla verifica, sia il periodo di riferimento e la dicitura «legge n. 64/2013».
Diversamente, non c'è obbligo di preavviso di accertamento negativo se l'irregolarità riguarda solo e soltanto il periodo successivo alla data indicata dalla stazione appaltante (debito p.a.). In tal caso il Durc attesterà la regolarità; tuttavia, nel campo note riporterà annotato l'importo e il relativo periodo del debito maturato con dicitura «legge n. 64/2013» (tratto da ItaliaOggi del 15.08.2013).
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Rimborsi. Alla data di fattura ed emissione del «certificato». Per i pagamenti della «Pa» Durc con doppia verifica.
IL CASO LIMITE/ Possibile sanare la posizione fino al giorno dell'arretrato ma il documento riporterà l'importo ancora in sospeso
Aggiornata la procedura internet relativa al rilascio del Durc per il pagamento dei debiti scaduti della pubblica amministrazione.

La novità è disponibile dal 31 luglio scorso, ma l'Inps lo ha comunicato ieri con il messaggio 14.08.2013 n. 13153.
L'aggiornamento si è reso necessario perché, nell'ambito di quanto previsto dal Dl 35/2013, le pubbliche amministrazioni che procedono al pagamento degli arretrati devono richiedere il documento unico di regolarità contributiva del fornitore (Durc). La verifica, però, come previsto dal comma 11-ter dell'articolo 6 del decreto legge, deve essere riferita alla data di emissione della fattura o richiesta equivalente di pagamento. Per questo motivo, quindi, la procedura disponibile all'indirizzo www.sportellounicoprevidenziale.it è stata aggiornata in modo che le amministrazioni possano inserire la data richiesta dal decreto legge.
Tuttavia la verifica da parte degli operatori sarà doppia, cioè verrà svolta fino alla data della richiesta di pagamento e poi da questa data fino all'emissione del Durc. In questo modo potranno verificarsi diverse situazioni. Se verrà riscontrata la regolarità contributiva in entrambi i momenti, il Durc verrà rilasciato, così come se a fronte di irregolarità al momento di presentazione della fattura è seguita una regolarizzazione. Se, invece, viene riscontrata un'irregolarità alla data di presentazione della fattura che permane successivamente, la stazione appaltante può valutare l'obbligo di attivazione dell'intervento sostitutivo disciplinato dall'articolo 4 del Dpr 207/2010, cioè lo storno dal pagamento dell'importo corrispondente all'inadempienza e il relativo pagamento diretto agli enti previdenziali e assicurativi. In questo caso, comunque, il contribuente deve essere invitato a regolarizzare la posizione entro 15 giorni. La quantificazione del debito totale, inoltre, deve essere suddivisa in due importi: uno riferito all'ammontare accertato fino alla data della fattura; l'altro dal giorno successivo alla fattura fino all'emissione del Durc.
Il soggetto interessato può a sua volta sanare l'intera situazione oppure solo quella che serve per incassare il credito vantato presso la pubblica amministrazione. In quest'ultimo caso, nel campo note del Durc deve essere riportato l'importo del debito residuo e il periodo di riferimento.
Infine, se l'irregolarità riscontrata durante la verifica riguarda solo il periodo successivo alla data della fattura, il Durc deve essere emesso attestando la regolarità, senza attivare il preavviso di accertamento negativo. Nel campo note sarà indicato l'importo e il relativo periodo del debito maturato tra la data della fattura e quella di emissione del documento (tratto da Il Sole 24 Ore del 15.08.2013).

QUESITI & PARERI

AMBIENTE-ECOLOGIA: Acque reflue industriali.
Domanda
Vorrei saper se ci sono indirizzi giurisprudenziali che riconducono le acque reflue industriali emunte dalla falda all'interno della disciplina dei rifiuti liquidi.
Risposta
Si è avuto modo di dire che l'articolo 185, comma 1, lettera b), del decreto legislativo 03.04.2006, numero 152,esclude dalla normativa sui rifiuti gli scarichi idrici, esclusi i rifiuti liquidi costituiti da acque reflue. E al riguardo si sono richiamate, a titolo esemplificativo, la sentenza del Consiglio di stato, sezione IV, dell'08.12.2009, numero 5256, l'ordinanza dello stesso Consiglio di stato, numero 2452, del 2008, nonché le sentenze del Tribunale regionale amministrativo (Tar) Friuli–Venezia Giulia, sezione I, del 26.05.2008, numero 301 e quella del 28.01.2008, sempre della sezione I, numero 90; del Tribunale regionale amministrativo (Tar) Sicilia, Catania, sezione I, del 29.01.2008, numero 207.
Con orientamento diverso, però, vi è la sentenza del Tribunale regionale amministrativo (Tar) Sicilia, Palermo, sezione I, del 20.03.2009, numero 540. Per i giudici amministrativi palermitani, l'articolo 242, decreto legislativo 03.04.2006, numero 152, introduce un peculiare regime diversificato per le acque di falda emunte nell'ambito di interventi di bonifica di siti inquinati, di per sé non idoneo tuttavia a parificarne il regime giuridico, per quanto attiene alla gestione e autorizzazione dei relativi impianti di trattamento, a quello proprio delle acque reflue industriali. Per i predetti giudici, una lettura sistematica della previsione normativa in esame non può non tenere conto della particolare natura dell'oggetto dell'attività posta in essere, siccome individuati dal legislatore quali rifiuti liquidi.
Per il Tribunale regionale amministrativo (Tar), Sardegna, sezione II (sentenza numero 549, del 21.04.2009), la presenza di «uno iato –materiale e temporale–» tra la fase di emungimento e quella di trattamento già di per sé depone per la qualificabilità delle acque in termini di rifiuto liquido. E, per i giudici sardi, l'alternativa nozione discarico ontologicamente implica la sussistenza di una continuità tra la fase di generazione del refluo e quella della sua immissione nel copro recettore, mentre l'esistenza di una fase intermedia, in cui le acque sono stoccate in attesa della loro destinazione finale, richiama direttamente i noti concetti di trattamento e smaltimento, tipici della disciplina dei rifiuti (tratto da ItaliaOggi Sette del del 19.08.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Gestione dei fanghi biologici.
Domanda
Si chiede se il Comune possa, con il Pgt, interferire sulla gestione dei fanghi biologici in agricoltura.
Risposta
La disciplina della gestione dei fanghi biologici in agricoltura rientra nell'ambito della materia della tutela dell'ambiente, in quanto ricompresa nella disciplina dei rifiuti.
La Corte costituzionale, con la sentenza del 14.03.2008, numero 62, ebbe a puntualizzare che la Costituzione prevede che sia riservato allo Stato la potestà di fissare, in materia, livelli di tutela che abbiano uniformità in tutto il territorio nazionale. In tema, però, viene fatta salva la competenza delle regioni ai fini di tutelare gli interessi collegati, per la loro funzione, con quelli precipuamente ambientali. E, al riguardo, il decreto legislativo numero 99, del 27.01.1992, il cui oggetto è la «Attuazione della direttiva 86/278/Cee concernente la protezione dell'ambiente, in particolare del suolo, nell'utilizzazione dei fanghi di depurazione in agricoltura», fissa i livelli minimi di tutela per tutto il territorio comunale, individuando, all'articolo 4, in modo specifico, i divieti di utilizzazione dei fanghi in relazione alle loro caratteristiche e alla tipologia dei terreni coinvolti.
Poi, il predetto decreto legislativo numero 99, del 27.01.1992, demanda alle regioni le ulteriori competenze per il rilascio delle autorizzazioni e per la fissazione delle distanze di rispetto. E, a tal fine, all'articolo 6, dispone che le regioni:
- rilasciano le autorizzazioni per le attività di raccolta, trasporto, stoccaggio, condizionamento, come definito dall'articolo 12, e utilizzazione dei fanghi in agricoltura, conformemente alla normativa vigente e al presente decreto;
- stabiliscono ulteriori limiti e condizioni di utilizzazione in agricoltura per i diversi tipi di fanghi in relazione alle caratteristiche dei suoli, ai tipi di colture praticate, alla composizione dei fanghi, alle modalità di trattamento;
- stabiliscono le distanze di rispetto per l'applicazione dei fanghi dai centri abitati, dagli insediamenti sparsi, dalle strade, dai pozzi di captazione delle acque potabili, dai corsi d'acqua superficiali, tenendo conto delle caratteristiche dei terreni (permeabilità, pendenza), delle condizioni meteo climatiche della zona, delle caratteristiche fisiche dei fanghi;
Pertanto, il Comune che si arroghi competenze in materia, con il Piano di assetto del territorio (Pgt), viene ad utilizzare una modalità impropria, come puntualizzato anche dal Tribunale regionale amministrativo (Tar) della Lombardia, Milano, con la sentenza della sezione II, del 04.04.2012, numero 1006 (tratto da ItaliaOggi Sette del del 19.08.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Livello di tutela ambientale.
Domanda
Le regioni, con una propria normativa possono, fissare i criteri di ammissibilità in discarica dei rifiuti non pericolosi?
Risposta
Alla luce del disposto degli articoli 195 e 196 del decreto legislativo 03.04.2006, numero 152, che ripartiscono le competenze in materia di rifiuti, le regioni hanno funzioni di regolazione, di pianificazione e di autorizzazione, ma non hanno la competenza di fissare i criteri di ammissibilità in discarica dei rifiuti non pericolosi.
Infatti, alla luce della sentenza del 06.04.2012, numero 693, del Tribunale regionale amministrativo (Tar), Puglia, Sezione I, la competenza in tema di tutela dell'ambiente, in cui rientra la disciplina dei rifiuti, appartiene in via esclusiva, giusta quanto previsto dagli articolo 117 della costituzione, dai succitati articoli 195 e 196 del decreto legislativo 03.04.2006, numero 152, nonché dall'articolo 7 del decreto legislativo numero 36, del 13.01.2003, allo Stato. Pertanto, non possono essere ammesse iniziative delle regioni volte a regolamentare la materia nel proprio ambito territoriale, anche se si è in presenza di un'assenza della disciplina da parte dello Stato.
Peraltro la Corte costituzionale, con la sentenza del 04.12.2009, numero 314, ha puntualizzato che la disciplina statale dei rifiuti, collocandosi nell'ambito della tutela dell'ambiente e dell'ecosistema, che è di esclusiva competenza statale, costituisce, anche in attuazione degli obblighi comunitari, un livello di tutela uniforme e si impone sull'intero territorio nazionale come limite alla disciplina che le regioni e le province autonome dettano in altre materie di loro competenza, per evitare che esse deroghino al livello di tutela ambientale stabilito dallo Stato. Limite che è pure volto alla necessità di evitare che i predetti enti, con i loro interventi, possano peggiorare il suddetto livello di tutela ambientale stabilito dallo Stato (tratto da ItaliaOggi Sette del del 19.08.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Acque reflue industriali.
Domanda
Le acque reflue industriali emunte dalla falda e sottoposte ad eventuale trattamento possono rientrare nella normativa prevista per i reflui liquidi e, pertanto, essere scaricate anche in fognatura o devono essere considerati rifiuti e quindi essere avviati agli appositi centri di smaltimento e stoccaggio previsti dalla legge?
Risposta
L'articolo 243 del decreto legislativo 03.04.2006, numero 152, prevede che le acque di falda emunte dalle falde sotterranee nell'ambito degli interventi di bonifica e di messa in sicurezza di un sito possono essere scaricate direttamente o dopo essere state utilizzate in esercizio nel sito stesso, nel rispetto dei limiti di emissione di acque reflue in acque reflue industriali in acque superficiali.
Per il Tribunale regionale amministrativo (Tar) della Campania, (sentenza del 21.03.2012, numero 1398, sezione V), le acque di falda emunte dalle falde sotterranee nell'ambito degli interventi di messa in sicurezza di emergenza di un sito possono essere scaricate, direttamente, o dopo il loro riutilizzo, nel ciclo produttivo, nel rispetto dei limiti di emissione di acque reflue industriali in acque superficiali, e il loro scarico non può essere condizionato al rilascio dell'autorizzazione di cui all'articolo 208 del citato decreto legislativo 03.04.2006, numero 152, relativo al trattamento dei rifiuti.
Pertanto, per le acque di falda emunte in operazioni di messa in sicurezza di emergenza (Mise), il legislatore si riporta alla normativa sugli scarichi idrici e non a quella sui rifiuti. A tal fine l'articolo 185 comma 1, lettera b), del predetto decreto legislativo 03.04.2006, numero 152, esclude dalla normativa sui rifiuti gli scarichi idrici, esclusi i rifiuti liquidi costituiti da acque reflue.
Al riguardo, si richiamano la sentenze del Consiglio di stato, sezione IV, dell'08.12.2009, numero 5256, l'ordinanza dello stesso Consiglio di stato, numero 2452, del 2008, nonché le sentenze del Tribunale regionale amministrativo (Tar) Friuli Venezia Giulia, sezione I, del 26.05.2008, numero 301 e quella del 28.01.2008, sempre della sezione I, numero 90; del Tribunale regionale amministrativo (Tar) Sicilia, Catania, sezione I, del 29.01.2008, numero 207 (tratto da ItaliaOggi Sette del 12.08.2013).

TRIBUTI: Ici e Imu con il diritto reale.
Domanda
Si ha un condominio in cui una parte del giardino (avente una propria particella catastale) è stata data in uso esclusivo permanente ad un condomino (proprietario del negozio al piano terra) con i primi atti di vendita. Tale diritto reale di uso esclusivo permanente risulta dagli atti notarili di chi acquistò dalla ditta costruttrice però tale diritto non era stato trascritto. Successivamente, senza avvertire gli altri comproprietari (condomini), il possessore di tale diritto ha costruito un fabbricato commerciale e ne ha chiesto il condono edilizio. Ora, dalla visura catastale di detta particella, risulta un fabbricato categoria C/1. Da chi sono dovute l'Ici e l'Imu? Dalla normativa risulterebbe che le imposte sono dovute da chi gode del diritto reale.
Risposta
La risposta è affermativa. Ai fini Imu (così come, in precedenza, ai fini Ici) rileva la proprietà o la titolarità di un diritto reale di godimento sull'immobile. Ciò sia per il pagamento dell'imposta che per gli obblighi di denuncia.

Il riferimento normativo è dato dall'art. 13 del dl n. 201/2011 (L. n. 214/2011) e dall'art. 9, c. 1 del dlgs n. 23/2011): «Soggetti passivi dell'imposta municipale propria sono il proprietario di immobili, inclusi i terreni e le aree edificabili, a qualsiasi uso destinati, ivi compresi quelli strumentali o alla cui produzione o scambio e' diretta l'attività dell'impresa, ovvero il titolare di diritto reale di usufrutto, uso, abitazione, enfiteusi, superficie sugli stessi. Nel caso di concessione di aree demaniali, soggetto passivo è il concessionario. Per gli immobili, anche da costruire o in corso di costruzione, concessi in locazione finanziaria, soggetto passivo è il locatario a decorrere dalla data della stipula e per tutta la durata del contratto». Analoghe considerazioni valgono anche ai fini delle imposte sui redditi (tratto da ItaliaOggi Sette del 12.08.2013).

VARI: È consentita la partecipazione di enti pubblici a una fondazione onlus?
Secondo quanto stabilito dall'art. 10, comma 10, del dlgs 460/1997, non si considerano in ogni caso onlus gli enti pubblici, le società commerciali diverse da quelle cooperative, le fondazioni bancarie, i partiti e i movimenti politici, le organizzazioni sindacali, le associazioni di datori di lavoro e le associazioni di categoria. Al riguardo è necessario precisare il senso e l'ampiezza dell'esclusione stabilita dalla norma richiamata.
Sull'argomento già la circolare dell'Agenzia delle entrate n. 38 del 01/08/2011 ha espressamente indicato la possibilità di partecipazione, anche qualora esercitino un influenza dominante, da parte di enti pubblici e più in generale, di soggetti esclusi dalla qualifica di onlus. Pertanto, è stato precisato come la qualificazione di onlus non possa essere negata ad organizzazioni partecipate tra l'altro da enti pubblici.
Da ultimo, con sentenza del 10/05/2013 n. 11148 quale conferma di tale orientamento di prassi, la giurisprudenza della Corte di cassazione ha confermato la perfetta legittimità di una fondazione onlus partecipata da ente pubblico (tratto da ItaliaOggi Sette del 12.08.2013).

NEWS

ATTI AMMINISTRATIVI - VARIDECRETO DEL FARE/ Oggi in G.U. la legge 98/2013 di conversione del dl 69/2013.
Raffica di misure pro-imprese. Finanziati i nuovi macchinari. Indennizzi da p.a. lumaca.
Una raffica di misure a favore delle imprese. Dalla nuova legge Sabatini per gli investimenti strumentali al fondo di garanzia per le pmi, che sosterrà anche il credito delle micro-aziende. Nuova linfa ai contratti di sviluppo nel settore industriale. Mentre chi si troverà di fronte pubbliche amministrazioni che restano inerti a fronte delle proprie istanze avrà diritto a un indennizzo economico pari a 30 euro per ogni giorno di ritardo, fino a un massimo di 2 mila euro.

È quanto prevede il dl del Fare (dl n. 69/2013), la cui legge di conversione (legge 09/08/2013, n. 98) approderà sul supplemento ordinario 63/L alla G.U. n. 194 di oggi.
La «nuova Sabatini» recata dall'art. 2 del provvedimento è finalizzata a incentivare gli investimenti industriali. Le piccole imprese che acquisiranno entro il 2016 (anche in leasing) macchinari e impianti a uso produttivo potranno contare sul sostegno statale.
La Cassa depositi e prestiti metterà a disposizione delle banche un plafond per l'erogazione dei finanziamenti. Tutti i dettagli operativi sono per il momento rinviati a un'apposita convenzione che il ministero dello sviluppo economico (sentito il Mef) dovrà sottoscrivere con Cdp e Abi. I mutui avranno durata non superiore a cinque anni e saranno erogabili fino a un massimo di 2 milioni di euro per impresa, anche frazionato in più iniziative. Entro questi limiti, è possibile pure finanziare l'intero costo dell'investimento.
In sede di conversione il parlamento ha esteso l'agevolazione agli investimenti in hardware, software e tecnologie digitali. Ma non è tutto. La seconda parte dell'intervento prevede l'erogazione di un contributo statale alle imprese per coprire parte degli interessi. A tale proposito, però, sarà necessario un decreto attuativo del Mse, emanato d'intesa col Mef. Durante l'iter di approvazione l'incentivo è stato allargato alle micro realtà del settore agricolo e della pesca, compatibilmente con la normativa comunitaria in materia di aiuti.
A favore di artigiani e piccole imprese vanno anche le modifiche all'articolo 1 del decreto, relativo al rafforzamento del Fondo di garanzia per le pmi. Il testo originario del dl aveva infatti eliminato la riserva dell'80% delle somme a beneficio degli investimenti di minore importo, suscitando l'allarme delle associazioni di categoria (ItaliaOggi del 20/07/2013). In fase di conversione, invece, la riserva è stata reintrodotta, seppur in misura ridotta: il 50% delle risorse del Fondo sarà destinato a interventi fino a 500 mila euro. Torna anche la riserva del 30% degli importi per le operazioni garantite dai Confidi. Il dl Fare rilancia pure i contratti di sviluppo, disciplinati dall'articolo 43 del dl n. 112/2008 e attuati con dm 24/09/2010. In arrivo 150 milioni di euro una tantum nelle regioni attualmente prive di copertura finanziaria.
Un decreto Mse dovrà definire modalità e termini: l'importo complessivo dei costi ammissibili degli investimenti oggetto del contratto di sviluppo non potrà essere inferiore a 20 milioni di euro con riferimento ai programmi di sviluppo industriale e a 7,5 milioni di euro qualora i programmi riguardino esclusivamente attività di trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli. Infine, debutta l'indennizzo agli operatori per i ritardi della p.a. (che resta istituto diverso dal risarcimento del danno ingiusto da ritardo già previsto dalla legge n. 241/1990). La lentezza costerà all'amministrazione 30 euro al giorno. Sarà dovere del proponente attivarsi per ricevere l'indennizzo, entro 20 giorni dalla scadenza non rispettata dall'ente.
Il meccanismo si applicherà ai procedimenti relativi all'avvio e all'esercizio di attività imprenditoriale iniziati successivamente all'entrata in vigore della legge di conversione. Previsto il potere sostitutivo di un altro ente pubblico per completare il procedimento. Laddove nemmeno questo agisca, l'istante può adire il giudice amministrativo: in questo caso il contributo unificato è ridotto alla metà, ma se il Tar dichiara inammissibile la questione il contributo lievita da due a quattro volte (tratto da ItaliaOggi del 20.08.2013).

ENTI LOCALI - VARIDECRETO DEL FARE/ Scatta la riduzione del 30% per chi paga entro 5 giorni.
Multe stradali, partono i saldi. C'è tempo pure per chi è stato sanzionato a Ferragosto.
Da domani si potranno pagare le multe entro 5 giorni con lo sconto del 30% e anche chi è stato pizzicato subito dopo Ferragosto ha qualche ora a disposizione per essere ammesso al beneficio. Ha specificato infatti il Viminale che hanno diritto alla riduzione anche i trasgressori incorsi nella notifica dell'infrazione qualche giorno prima dell'entrata in vigore della riforma purché ancora nei termini per pagare in misura ridotta.

Sono queste le conseguenze più importanti derivanti dall'entrata in vigore della legge 98/2013 di conversione del dl 69/2013 (dl del fare).
Lo sconto sulle multe riguarda la generalità delle infrazioni stradali meno gravi, compresi i tradizionali divieti di sosta e le altre negligenze quotidiane. Attenzione però ai verbali spediti in queste ore. Di certo le multe in consegna postale in questi giorni non potranno ancora riportare per esteso l'importo esatto da pagare. Lo sconto del 30% però non potrà essere applicato sull'importo finale ma solo sull'importo edittale aggiungendo le spese del procedimento all'esito della riduzione, senza arrotondamenti.
In buona sostanza per i primi giorni di avvio della riforma al ricevimento della multa sarà meglio rivolgersi al comando per chiedere il conteggio esatto della multa ridotta. Il rischio, diversamente, è di vedersi recapitare una cartella esattoriale con una cifra esorbitante a distanza di tempo. Buone notizie anche per chi è incorso in una infrazione stradale subito dopo Ferragosto.
Come ha specificato il ministero dell'interno, organo di coordinamento dei servizi di polizia stradale, con la circolare del 12 agosto, potranno avvalersi dello sconto anche i destinatari di una multa ricevuta qualche giorno prima dell'entrata in vigore della riforma. Purché gli interessati si affrettino a pagare e la quietanza avvenga comunque entro 5 giorni dalla notifica o contestazione dell'infrazione.
Attenzione infine ai verbali per divieto di sosta lasciati sui veicoli. Anche se non è scritto da nessuna parte anche queste multe potranno essere pagate con lo sconto del 30%. Almeno fino al momento della notifica postale del verbale vero e proprio che potrà essere ridotto aggiungendo le spese (tratto da ItaliaOggi del 20.08.2013).

APPALTIP.a., appalti senza solidarietà. L'amministrazione non paga i dipendenti degli appaltatori. Il decreto lavoro (dl 76/2013) esclude l'applicazione della legge Biagi al settore pubblico.
La legge Biagi non si applica alle pubbliche amministrazioni. Il decreto 76/2013, convertito in legge dalla camera (atto C-1458), esclude per i contratti pubblici la solidarietà delle stazioni appaltanti per il pagamento di salari ai dipendenti degli appaltatori, previsto dall'articolo 29 del dlgs 276/2003.
La norma è retroattiva e si applica a tutti i rapporti pendenti. Il decreto-legge invece, estende la tutela ai lavoratori autonomi negli appalti privati e detta la prevalenza delle forme di tutela dei lavoratori previste nella contrattazione collettiva. Ma vediamo il contenuto dell'articolo 9 del decreto 76/2013 e i suoi possibili effetti.
Contratti pubblici. Il decreto 76/2013, all'articolo 9, comma 1, come spiegano i lavori parlamentari, esclude dall'ambito dell'intero regime di solidarietà disciplinato dall'articolo 29 del dlgs 276/2003 i contratti di appalto stipulati dalle pubbliche amministrazioni (di cui all'art. 1, comma 2, del dlgs n. 165/2001).
In particolare non trova applicazione per le pubbliche amministrazioni quanto disposto dal comma 2 del dlgs 276/2003. Questa norma stabilisce che in caso di appalto di opere o di servizi, il committente imprenditore o datore di lavoro è obbligato in solido con l'appaltatore, e anche con ciascuno degli eventuali subappaltatori entro il limite di due anni dalla cessazione dell'appalto, a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi, comprese le quote di trattamento di fine rapporto, nonché i contributi previdenziali e i premi assicurativi dovuti in relazione al periodo di esecuzione del contratto di appalto.
L'articolo 29 del dlgs 276/2003 è oggetto di diverse interpretazioni, proprio con riferimento agli appalti pubblici: alcune sentenze ritengono che la norma si applichi anche alle pubbliche amministrazioni. Chi propende per questa impostazione (e i tribunali in maggior parte vanno in questa direzione) fa leva sulla prevalente finalità di tutela del lavoratore: uno scopo che bisogna raggiungere anche quando il committente è un ente pubblico, per evitare discriminazione tra i lavoratori.
A favore della tesi contraria, che esclude le p.a. dall'articolo 29 della legge Biagi, ci sono considerazioni che riguardano la portata letterale della norma: l'articolo 29 non fa riferimento agli appalti pubblici; l'articolo 29 fa riferimento a committenti-imprese e tali non sono le pubbliche amministrazioni; poi l'articolo 2 della legge Biagi sembra escludere le p.a. dall'ambito di applicazione. Si sostiene, ancora, che l'articolo 29 è incompatibile con la disciplina degli enti pubblici nella parte in cui prevede l'assunzione dei lavoratori danneggiati presso il committente: nessun giudice, per il vero, ritiene che, a seguito della azione per far valere la responsabilità solidale, il lavoratore dell'appaltatore debba essere assunto dalla p.a. appaltante.
Se l'articolo 29 non si applica in una parte significativa (obbligo di assunzione) allora, si dice, vuol dire che non si applica alla p.a. nella sua interezza.
Il decreto legge 76/2013 ha fatto, ora, una scelta nel senso dell'esclusione della solidarietà ex articolo 29 dlgs 276/2003.
Va aggiunto che rimangono vigenti il codice civile e il regolamento del codice dei contratti pubblici (dpr 207/2010), che contiene norme specifiche per l'ipotesi di mancato pagamento dei salari: l'ente pubblico può pagare direttamente i lavoratori, ma solo nel limite di quanto eventualmente dovuto all'impresa appaltatrice.
Quanto all'ambito di applicazione va sottolineato che il decreto legge 76/2013 si autodefinisce, nella relazione di accompagnamento, quale norma di interpretazione autentica: questo significa, quindi, che si applica a tutti i rapporti pendenti, comprese le controversie in corso.
Lavoro autonomo. Il comma 1 dell'articolo 9 del decreto legge 76/2013 riguarda la responsabilità solidale del committente imprenditore o datore di lavoro e dell'appaltatore, nonché degli eventuali subappaltatori, con riferimento ai trattamenti retributivi, comprese le quote di trattamento di fine rapporto, ai contributi previdenziali ed ai premi assicurativi, dovuti in relazione al periodo di esecuzione del contratto di appalto di opere o di servizi.
Il regime di responsabilità solidale dell'articolo 29 della legge Biagi viene esteso ai compensi e agli obblighi di natura previdenziale ed assicurativa nei confronti dei lavoratori con contratto di lavoro autonomo.
Contratti collettivi. Il decreto 76/2013, articolo 9, specifica che le eventuali clausole dei contratti collettivi hanno effetto esclusivamente in relazione ai trattamenti retributivi dovuti ai lavoratori impiegati nell'appalto (o nel subappalto), con esclusione di qualsiasi effetto sul regime di responsabilità solidale relativo ai contributi previdenziali ed assicurativi; tale norma limita, dunque, l'ambito di applicazione della norma che fa salve le diverse disposizioni dei contratti collettivi nazionali, che individuino metodi e procedure di controllo e di verifica della regolarità complessiva degli appalti (tratto da ItaliaOggi del 20.08.2013).

CONSIGLIERI COMUNALI: Regioni, diritto d'accesso dei consiglieri a prova di privacy. Parere favorevole del garante al regolamento sul trattamento dei dati sensibili.
Accesso dei consiglieri regionali nel rispetto della privacy delle persone. I politici hanno ampia facoltà di conoscenza, ma devono limitarsi a chiedere documenti strettamente pertinenti il mandato elettivo.
Lo ha specificato il garante della privacy con un parere favorevole all'integrazione del regolamento tipo sul trattamento dei dati sensibili effettuato dai consigli e dalle assemblee legislative delle regioni e delle province autonome (provvedimento 25.07.2013 n. 370).
Nel parere il garante indica prescrizioni per il caso di richieste di accesso da parte dei consiglieri, al fine di evitare strumentalizzazioni ai danni della riservatezza delle persone individuate negli atti regionali. Si tratta di un bilanciamento tra il diritto di accesso del consigliere, ampiamente riconosciuto dalla giurisprudenza quale diritto politico primario, e il diritto alla riservatezza degli individui, i cui dati personali sono conoscibili dal politico.
La Conferenza dei presidenti delle assemblee legislative delle regioni e delle province autonome ha chiesto il parere del garante in ordine a una versione aggiornata dello schema tipo di regolamento per il trattamento di dati personali sensibili e giudiziari da effettuarsi presso i consigli e le assemblee legislative delle regioni e delle province autonome.
In base al codice della privacy le regioni e le province autonome, come gli altri soggetti pubblici, possono trattare i dati sensibili e giudiziari, in base ad un'espressa disposizione di legge nella quale siano specificati i tipi di dati, le operazioni eseguibili e le finalità di rilevante interesse pubblico perseguite.
Per le regioni, le province autonome, le aziende sanitarie, gli enti e agenzie regionali/provinciali, gli enti vigilati dalle regioni e dalle province autonome nel 2006 è stato predisposto un primo schema tipo di regolamento aggiornato nel 2012 (Provvedimento del garante del 26.07.2012).
Analogamente per i consigli e le assemblee legislative delle regioni e delle province autonome è stato predisposto un primo regolamento tipo nel 2006, aggiornato nel 2008 e rivisto ora nel 2013..
Nel parere il garante si sofferma sui trattamenti di dati sensibili e giudiziari effettuati nello svolgimento delle attività di controllo, d'indirizzo politico e di sindacato ispettivo. Il garante rileva che nella scheda relativa a tal trattamenti non sono descritti in maniera dettagliata e specifica i trattamenti effettuati presso i consigli e le assemblee legislative per consentire l'accesso ai documenti, riconosciuto dalla legge e dai regolamenti consiliari o assembleari, per esclusive finalità direttamente connesse all'espletamento di un mandato elettivo.
Nei regolamenti, invece, è necessario integrare la descrizione del trattamento specificando che le richieste dei consiglieri delle regioni e delle province autonome possono essere legittimamente accolte soltanto se risultino, appunto, utilmente ricondotte alle «esclusive» finalità di rilevante interesse pubblico «direttamente connesse all'espletamento di un mandato elettivo». Sempre nella descrizione del trattamento, per il garante, è opportuno precisare che nel rispondere ai consiglieri i consigli e le assemblee legislative devono adottare modalità tali da assicurare che l'accesso del consigliere sia esercitato, in concreto, in modo da comportare il minor pregiudizio possibile alla vita privata delle persone cui si riferiscono i dati contenuti nei documenti oggetto dell'istanza di accesso. Si tratta di una precauzione finalizzata a limitare il diritto di accesso del consigliere s ai dati effettivamente utili per l'esercizio del mandato e ai fini di questo.
Il garante aggiunge che i dati personali eventualmente acquisiti dal consigliere possono essere utilizzati per le sole finalità realmente pertinenti al mandato. Sulla scorta del parere favorevole del garante i consigli regionali potranno aggiornare i propri regolamenti. Se si adeguano allo schema tipo aggiornato di regolamento, non devono sottoporre singolarmente i propri atti al garante per il parere. Il garante sottolinea nel parere, infine, che eventuali ulteriori trattamenti di dati sensibili e/o giudiziari non considerati nell'odierno schema tipo non potranno essere effettuati (tratto da ItaliaOggi del 20.08.2013).

EDILIZIA PRIVATADetrazione del 36-50% anche per la seconda casa.
Sulle spese per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio spetta una detrazione dall'Irpef del 36% (50% per i pagamenti effettuati dal 26.06.2012 al 31.12.2013).
Interventi agevolati
L'agevolazione consiste nella possibilità di ridurre l'Irpef lorda da pagare del 36-50% delle spese sostenute, nei limiti di 48mila euro per unità immobiliare (96mila euro per i pagamenti effettuati dal 26.06.2012 al 31.12.2013), per la realizzazione degli interventi di manutenzione straordinaria (anche ordinaria per le parti comuni condominiali), di restauro e risanamento conservativo, di ristrutturazione edilizia, «effettuati sulle singole unità immobiliari residenziali di qualsiasi categoria catastale, anche rurali, possedute o detenute e sulle loro pertinenze».
Sono agevolati anche i cosiddetti «altri interventi» indicati nell'articolo 16-bis, comma 1, lettere da c) a l), Tuir, come la ricostruzione o il ripristino di immobili danneggiati da eventi calamitosi, la realizzazione di autorimesse o posti auto pertinenziali, l'eliminazione delle barriere architettoniche, la prevenzione di atti illeciti di terzi, la cablatura di edifici, il contenimento dell'inquinamento acustico, le misure antisismiche, la bonifica dall'amianto, la riduzione degli infortuni domestici e il conseguimento di risparmi energetici (compreso il fotovoltaico).
Non è necessario che l'unità immobiliare oggetto dell'intervento agevolato sia adibita ad abitazione principale o che si trasferisca lì la propria residenza.
Non si può applicare l'incentivo fiscale nell'ipotesi in cui vengano realizzate nuove costruzioni, o, comunque, realizzati volumi autonomi rispetto ad una unità immobiliare principale, in quanto gli edifici agevolati devono essere già censiti al Catasto o deve essere stato già richiesto l'accatastamento.
L'agevolazione Irpef del 36-50% spetta anche nel caso di interventi edilizi riguardanti interi fabbricati, eseguiti da imprese, che provvedano entro sei mesi dalla data di termine dei lavori alla vendita dell'immobile. In particolare, lo sconto fiscale, che spetta all'acquirente, è pari al 36-50% del 25% del prezzo risultante nell'atto pubblico di compravendita e, comunque, entro l'importo massimo di 48mila euro (96mila euro per i pagamenti effettuati dal 26.06.2012 al 31.12.2013). L'agevolazione spetta solo per l'acquisto di unità immobiliari situate in edifici che siano stati completamente oggetto degli interventi di recupero edilizio agevolati. Si parla, infatti, di lavori su «interi fabbricati» e non solo su una parte di essi. È negata l'agevolazione anche nel caso in cui l'intervento, solo su una parte del fabbricato, sia rilevante.
Soggetti agevolati
Può usufruire della detrazione Irpef del 36-50% chi contemporaneamente ha sostenuto le spese agevolate, è un soggetto passivo dell'Irpef (residenti o non) ed è possedere o detenere, «sulla base di un titolo idoneo, l'immobile sul quale sono effettuati gli interventi». Relativamente a quest'ultimo punto, possono beneficiare dell'agevolazione il proprietario, il nudo proprietario, il titolare di un diritto reale sull'immobile (uso, usufrutto, abitazione), l'inquilino, il comodatario, il socio di cooperative non a proprietà indivisa, assegnatario di alloggio anche se non ancora titolare di mutuo individuale (possessore) o quello di cooperative a proprietà indivisa, assegnatario di alloggi (detentore). Le istruzioni del modello Unico PF comprendono tra i titoli idonei a detenere l'immobile anche la concessione demaniale.
La detrazione Irpef sulle ristrutturazioni edilizie spetta anche ai familiari conviventi del proprietario, dell'inquilino, del comodatario o del titolare di un diritto reale (uso, usufrutto, abitazione) sull'immobile oggetto dell'intervento, a patto che sostengano le spese dell'intervento a loro fatturate tramite bonifico e che la convivenza nell'abitazione da ristrutturare esista già al momento in cui iniziano i lavori. Questo evento va certificato con una dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà, se la normativa non prevede alcun titolo abilitativo per lo specifico intervento agevolato al 36-50 per cento.
Quindi, se quando si iniziano i lavori, il familiare che vuole effettuare e pagare le opere non convive nell'abitazione da ristrutturare con il familiare possessore o detentore dell'immobile, l'unica possibilità che ha di ottenere l'agevolazione del 36-50% è quella di possedere o detenere lui l'immobile. Quindi, se non si rispettano i requisiti come familiare convivente, deve essere il nudo proprietario, il titolare di un diritto reale sull'immobile, l'inquilino, il comodatario o il socio di cooperative. Ciò deve essere verificato alla data di inizio del lavori e indipendentemente da dove ha la residenza (tratto da Il Sole 24 Ore del 20.08.2013).

APPALTIAppalti, anticipo con garanzia. Serve fideiussione bancaria svincolabile gradualmente. Gli effetti delle novità introdotte dal dl fare: sul prezzo conta il costo del personale.
Reintrodotta l'anticipazione del 10% per gli appalti di lavori, anche se facoltativa e fino a fine 2014; più difficile fare grandi appalti e non suddividere in lotti; il prezzo più basso va valutato al netto del costo per il personale; rafforzato l'obbligo di verifica dei requisiti di gara attraverso la banca dati dei contratti pubblici; rinviato il performance bond a giugno 2014; agevolata la qualificazione delle imprese di costruzioni e la partecipazione alle gare dei progettisti.
Sono queste alcune delle novità approvate con la definitiva conversione in legge, il 9 agosto scorso, del dl 69/2013 (cosiddetto del fare), che contiene anche alcune importanti disposizioni in materia di sblocco dei cantieri, avvio di piccole e medie opere sul territorio («programma dei 6.000 campanili») e stanziamenti per la ristrutturazione delle scuole
Il decreto legge contiene quindi l'ennesimo intervento sul Codice dei contratti pubblici (dlgs 163/2006), in una generale e complessiva ottica di agevolazione dell'operato delle imprese che ogni giorno si confrontano con il sistema delle procedure di appalto pubblico.
Rappresenta una effettiva novità, di cui però si dovrà verificare la reale applicazione sul campo, la reintroduzione della anticipazione contrattuale per gli appaltatori di lavori.
La norma approvata prevede infatti non un obbligo, bensì una mera facoltà per le amministrazioni, in deroga ai vigenti divieti di anticipazione del prezzo, di procedere al riconoscimento all'appaltatore di una anticipazione pari al 10% dell'importo contrattuale.
Quindi niente obbligo ma facoltà, peraltro ammessa per le gare bandite dopo l'entrata in vigore della legge di conversione del decreto 69 e fino a fine dicembre 2014. Dipenderà ovviamente dalle disponibilità di cassa delle stazioni appaltanti che comunque, dovranno indicare nel bando di gara che provvederanno a corrispondere l'anticipazione. La disposizione richiama anche gli articoli 124, commi 1 e 2, e l'articolo 140, commi 2 e 3 del dpr 207/2010 (Regolamento del codice) in base ai quali si prevede che l'anticipazione sia subordinata alla costituzione di una garanzia fideiussoria bancaria o assicurativa gradualmente svincolata nel corso dei lavori.
Il decreto interviene anche sulla disciplina del performance bond differendo ancora una volta l'entrata in vigore della garanzia globale di esecuzione di quasi un anno, a fine giugno 2014.
Sugli obblighi di verifica dei requisiti dichiarati in sede di gara viene rafforzata la validità del sistema fondato sulla Banca dati nazionale dei contratti pubblici (Bdncp) costituita presso l'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici che ha messo a punto un articolato meccanismo informatico (Avcpass) che dovrebbe diventare obbligatorio a inizio 2014. Il decreto rafforza tale obbligo di verifica prevedendo che l'utilizzo di tale sistema sia l'unico meccanismo, decorsi tre mesi dalla pubblicazione della legge di conversione del decreto legge n. 69. Importante anche la norma sulla suddivisione in lotti degli appalti, strumento a tutela delle piccole e medie imprese spesso emarginate dalla pratica spesso utilizzata negli ultimi anni, dei maxilotti.
Il principio oggi in vigore è che la stazione appaltante, al fine di favorire l'accesso delle piccole e medie imprese, deve ove possibile ed economicamente conveniente suddividere gli appalti in lotti funzionali, il decreto aggiunge l'obbligo per le stazioni appaltanti di motivare, nella determina a contrarre, l'eventuale mancata suddivisione in lotti e impone di tenere conto di tale profilo anche nell'ambito delle comunicazioni che ciclicamente devono essere inviate all'Osservatorio presso l'Autorità. Sul fronte della qualificazione delle imprese di costruzioni si stabilisce che, fino a fine 2015, sarà possibile documentare i requisiti sulla cifra d'affari globale in lavori, sulle attrezzature e sull'organico con riguardo al decennio e non più al quinquennio né ai migliori cinque anni del decennio.
Viene inoltre prorogata l'applicazione della norma che consente, nelle gare per servizi di ingegneria e architettura di importo superiore ai 100.000 euro, di documentare i requisiti di partecipazione alle gare con riferimento (per il fatturato) ai migliori cinque anni del decennio e (per l'organico medio annuo) rispetto ai tre migliori anni dell'ultimo quinquennio. Infine di rilievo la norma che dispone che il prezzo più basso venga determinato al netto delle spese relative al costo del personale; così facendo il costo del personale non figurerà più nell'elemento prezzo e quindi non deve essere più sottoposto a verifica di congruità (tratto da ItaliaOggi Sette del 19.08.2013).

ENTI LOCALI - VARI: Col pos è più caro. Aumentano i costi delle multe. Conciliazione in strada, chiarimenti della polizia.
Per conciliare in strada, quando ammesso, la polizia di stato ha fornito alle pattuglie dei terminali elettronici che però aggravano il procedimento di almeno 5 euro. Anche un soggetto terzo però può effettuare la transazione a favore del trasgressore previa identificazione dello stesso.
Lo ha chiarito il compartimento della polizia stradale di Bologna con la nota 03.07.2013 n. 19061/110A.3.
In attesa dell'imminente via libera alla riforma che sdoganerà completamente i pagamenti elettronici in strada, riducendo anche i costi delle operazioni, la polizia stradale da qualche mese si è organizzata per consentire ai trasgressori che attualmente possono pagare in strada per non vedersi aggravare il procedimento sanzionatorio di procedere in tal senso. Il riferimento specifico della circolare è agli articoli 207 e 202 del codice stradale che attualmente fanno riferimento al pagamento immediato dei conducenti di veicoli stranieri oppure agli esercenti attività di autotrasporto professionale.
In buona sostanza per questa categoria di trasgressori da qualche anno è stato reintrodotta la possibilità di pagare subito in strada all'organo accertatore. Per semplificare questa procedura, in attesa dell'annunciato allargamento del pagamento elettronico per tutti i trasgressori la polizia stradale ha disciplinato la procedura da seguire. Le spese forfettarie che vengono richieste in caso di utilizzo dei pos in dotazione alla pattuglia sono pari a 5 euro, specifica la nota felsinea. Il capopattuglia ha l'obbligo di identificare il soggetto che effettua la transazione che però non deve essere necessariamente il trasgressore. Oltre alla spesa forfettaria di 5 euro per ogni multa di importo superiore a 77,47 euro però andrà aggiunto anche l'imposta di bollo da 2 euro.
Se al conducente sono contestate due violazioni, per una sola delle quali è previsto il pagamento immediato, andranno redatti due verbali, prosegue la circolare. Se le violazioni contestate sono tutte immediatamente oblabili sarà invece possibile redigere un solo verbale e risparmiare quindi sulle spese. In questo caso con 5 euro si può fare fronte al pagamento di tutti i verbali (tratto da ItaliaOggi Sette del 19.08.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATATerre da scavo autocertificate. Semplificati ed estesi i casi in cui il riutilizzo non richiede un piano ad hoc.
Costruzioni. La documentazione sul reimpiego resta indispensabile solo per le opere maggiori soggette a Via o ad Aia.
Anche le terre e rocce da scavo trovano la loro semplificazione. Già per i piccoli cantieri, il decreto "emergenze" (Dl 43/2013 convertito in legge n. 71/2013), aveva sancito l'esonero, per tutti quelli sotto i 6mila metri cubi di produzione di terre e rocce da scavo dai tanti adempimenti previsti per il riutilizzo del materiale, e in particolare dal Dm 161/2012.
Questo decreto, dunque, continuava a trovare applicazione solo per i cantieri di opere sottoposte a Valutazione di impatto ambientale (Via) o Autorizzazione integrata ambientale (Aia). Si poneva, quindi, il dubbio di quale disciplina continuasse ad applicarsi a tutti gli altri cantieri: in assenza di norme ad hoc, infatti, questi sarebbero nuovamente ricaduti nell'ambito di applicazione dell'articolo 186 del Codice ambiente (Dlgs 152/2006).
La conversione in legge del decreto del fare (Dl 69/2013) ha invece introdotto una procedura semplificata per tutti i cantieri non sottoposti a Via o Aia.
Il nuovo articolo 41-bis del Dl 69, infatti, condiziona il riutilizzo dei materiali da scavo provenienti da piccoli cantieri e dagli altri non soggetti a Via o Aia a quattro condizioni fondamentali:
- la destinazione di riutilizzo anche presso più siti deve essere certa e determinata;
- i materiali da scavo devono rispettare le Csc (concentrazioni soglia di contaminazione) compatibili con il sito di destino e non devono costituire una fonte di contaminazione per le acque di falda;
- l'utilizzo non deve comportare rischi per la salute o variazioni negative delle emissioni rispetto alle normali materie prime;
- i materiali da scavo non devono essere sottoposti a preventivi trattamenti fatta eccezione per la normale pratica industriale.
A queste condizioni, il riutilizzo è possibile mediante autocertificazione del proponente all'Arpa con indicazione delle quantità di materiali destinati al riutilizzo, del sito di deposito e dei tempi previsti per il riutilizzo (indicativamente un anno, salvo che l'opera per il riutilizzo necessiti di tempi più lunghi). Il completo riutilizzo dei materiali da scavo, dunque, deve essere poi comunicato ad Arpa dal produttore.
La nuova disciplina contiene evidenti semplificazioni in quanto si fonda sostanzialmente su una procedura autocertificata, attivata e conclusa dal proponente sotto il controllo di Arpa.
Tuttavia, alcuni aspetti non sono stati regolamentati e, quindi, sarà la prassi applicativa (anche attraverso circolari) a dover colmare le lacune.
In particolare, non è chiaro quando la dichiarazione di utilizzo debba essere presentata all'Arpa (prima, dopo o durante gli scavi). Inoltre, le informazioni da inserire nell'autodichiarazione sono vaghe o non complete: si chiede di indicare il sito di deposito, ma non il sito di destino (probabile svista), si chiede di dichiarare la conformità alle Csc, ma non si indicano le modalità di indagine.
Inoltre, le attività di scavo, così come gli interventi di riutilizzo devono comunque essere autorizzate dagli enti competenti in quanto attività edilizie vere e proprie e, quindi, il processo in autocertificazione dovrà comunque essere coordinato con l'iter edilizio.
L'articolo 41-bis, infine, abroga l'articolo 8-bis del Dl 43/2013 pur confermandone i contenuti, ossia esclude dall'ambito di applicazione del Dm 161 tutti i piccoli cantieri e gli altri cantieri non sottoposti a Via o Aia), ribadendo così che il tanto discusso Dm 161 avrà un campo di applicazione limitato alle grandi opere.
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Le condizioni
01 | IL RAGGIO DI AZIONE
La procedura semplificata di riutilizzo riguarda tutti i cantieri non soggetti a Via o Aia, compresi i piccoli sotto i 6mila mc di produzione di terre e rocce da scavo
02 | LE CONDIZIONI
Il riutilizzo è possibile se la destinazione di riutilizzo è certa, se sono rispettate le soglie di concentrazione del sito di destino, se non ci sono rischi per la salute e se i materiali non vengono sottoposti a trattamenti preventivi
03 | GLI ADEMPIMENTI
Il proponente deve attestare all'Arpa il rispetto delle condizioni di riutilizzo. Al termine, il proponente deve dare comunicazione scritta all'Arpa. Inviariate le procedure per i titoli edilizi  
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Gli adempimenti. Occorre verificare eventuali contaminazioni. Test di cessione obbligatorio per i riporti.
Prima di utilizzare terreno da riporto è necessario ora sottoporlo al test di cessione per escludere che esso rappresenti una fonte di contaminazione. La novità sull'annoso problema dei riporti è contenuta nel decreto del fare.
In passato si era discusso se i riporti (ossia terreno misto a materiali di demolizione o simili) dovessero essere necessariamente trattati come rifiuti, ovvero potessero essere gestiti come terreno vero e proprio.
L'articolo 3 del Dl 2/2012 (convertito nella legge 28/2012) conteneva una interpretazione autentica secondo cui i riporti dovevano essere equiparati al suolo e, quindi, a una matrice ambientale vera e propria. L'allegato 9 al Dm 161/2012, poi, aveva introdotto specifiche condizioni per il riutilizzo dei riporti scavati, prevedendo che la componente antropica presente non potesse essere superiore al 20 per cento.
Si poteva, quindi, ritenere che il materiale di riporto non scavato potesse essere trattato come terreno in situ e, se contaminato, assoggettato alle procedure di bonifica (Dlgs n. 152/2006), mentre quello oggetto di scavo poteva essere riutilizzato nel medesimo sito, ovvero gestito come sottoprodotto nei limiti di quanto previsto dal Dm 161/2012.
Il decreto del fare tuttavia, è ritornato sul punto, modificando sostanzialmente questa interpretazione. La novità è rappresentata dalla necessità di sottoporre il materiale di riporto al test di cessione e ciò per considerare i riporti come terreno non scavato, ovvero come terreno scavato e riutilizzato nel medesimo sito.
L'esenzione dalla disciplina sui rifiuti (articolo 185 del Dlgs 152/2006) varrebbe, infatti, solo nel caso in cui i riporti risultino conformi ai test di cessione. Altrimenti, per espressa disposizione del legislatore, il riporto costituisce fonte di contaminazione e,quindi, deve essere rimosso o reso conforme al test di cessione attraverso trattamento o messa in sicurezza permanente.
Quest'ultimo passaggio apre a diversi dubbi applicativi. Non si comprende, infatti, se il riporto equiparato a una fonte di contaminazione diventi rifiuto, ovvero debba essere considerato terreno contaminato.
Da un lato, il test di cessione è una verifica tipicamente applicata ai rifiuti, dall'altro gli interventi previsti dal legislatore per i riporti non conformi (rimozione, operazioni di trattamento e messa in sicurezza permanente) farebbero propendere per l'assoggettamento degli stessi ad un intervento di bonifica.
Questa seconda lettura della norma, peraltro, sarebbe maggiormente in linea con l'originaria interpretazione autentica introdotta dal decreto salva Italia, che vorrebbe equiparare i riporti a una matrice ambientale.
Poiché la legge di conversione del Dl 69 non ha chiarito il punto, la disposizione potrebbe essere interpretata ritenendo che il riporto non conforme sia trattato come rifiuto quando debba comunque essere scavato, mentre possa essere gestito in procedura di bonifica quando debba essere mantenuto in sito
(tratto da Il Sole 24 Ore del 19.08.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Ambiente. Obiettivo risparmio idrico. Lavori sostenibili per bonificare le acque di falda.
IL TRATTAMENTO/ Necessario sottoporre a depurazione la quantità prelevata prima di immetterla di nuovo nel collettore.

Il decreto del fare (Dl 69/2013) si occupa anche di gestire le acque di falda contaminate (cosiddette acque emunte) attraverso una modifica all'articolo 243 del Codice dell'ambiente (Dlgs 152/2006).
I correttivi apportati in sede di conversione (articolo 41 del Dl 68/2013) sono significativi.
Infatti, mentre il decreto legge originario sembrava introdurre un regime di favore alla gestione delle acque di falda contaminate ed emunte (interventi in presenza di un rischio sanitario e programmati con l'obiettivo di ridurre il rischio), in sede di conversione il legislatore è intervenuto sensibilmente, chiarendo che l'obiettivo primario da soddisfare è arrestare la contaminazione.
Infatti, oltre alle misure di sicurezza e prevenzione (incluso il barrieramento idraulico), devono essere adottate le migliori tecnologie disponibili per eliminare o isolare le fondi di contaminazione dirette o indirette.
Viene meno, dunque, l'obiettivo di prevenire o ridurre a livelli accettabili il rischio sanitario associato alla contaminazione della falda attraverso il minor sacrificio economico, previsto in origine dal decreto.
Rimane, invece, il chiaro intento a voler incentivare l'utilizzo delle acque emunte in cicli produttivi al fine di conseguire il risparmio delle risorse idriche, così come viene confermato che il barrieramento fisico rimane l'ultima ratio di intervento, qualora non ci siano misure alternative.
Per l'assimilazione delle acque emunte alle acque reflue industriali, i commi 3 e 4 del nuovo articolo 243 del Dlgs 152/2006 prescrivono che queste dovranno essere sottoposte a un trattamento depurativo e convogliate dal punto di prelievo al punto di immissione - senza soluzione di continuità - tramite un sistema stabile di collettamento. In tal caso, le acque emunte saranno equiparate alle acque reflue industriali e, quindi, sottoposte alla disciplina degli scarichi del Codice dell'ambiente.
La procedura di emungimento, riutilizzo nel circolo produttivo e reimmissione delle acque emunte deve essere esplicitata e, quindi, autorizzata nel progetto di bonifica presentato dall'operatore.
Le acque trattate possono essere reimmesse in falda a condizione che non contengano acque di scarico o altre sostanze, fatte salve le sostanze utilizzate e autorizzate per la bonifica (tratto da Il Sole 24 Ore del 19.08.2013).

APPALTIContratti pubblici. La scelta di mantenere l'accorpamento va motivata nella determinazione.
Appalti frazionati per tutelare le Pmi.
Gli appalti devono essere suddivisi in lotti e, in caso contrario, le amministrazioni aggiudicatrici devono indicare nel bando le ragioni che hanno determinato la gestione unitaria.

La legge di conversione del Dl 69/2013 (decreto del fare) potenzia le misure previste nell'articolo 2 del Codice dei contratti pubblici per favorire la partecipazione delle piccole e medie imprese alle gare di appalto, rafforzando l'obbligo di suddivisione funzionale delle prestazioni (lavori, servizi e forniture), ove possibile ed economicamente conveniente, stabilendo (articolo 26-bis) che nella determinazione a contrarre le stazioni appaltanti debbano indicare la motivazione circa la mancata suddivisione dell'appalto in lotti.
La connessione
Per gli appalti di lavori, questo elemento sarà facilmente desumibile dall'unitarietà del progetto in rapporto all'opera da aggiudicare (fatta eccezione per gli appalti a stralci), mentre per le forniture di beni e servizi l'analisi giustificativa dovrà evidenziare l'interconnessione tra le varie prestazioni e l'impossibilità di renderle in maniera distinta.
La partizione in lotti funzionali di un appalto deve peraltro essere vagliata sulla capacità del singolo lotto di assolvere autonomamente all'esigenza dell'amministrazione.
La suddivisione (o la scelta della gestione unitaria) devono essere anche comunicate all'autorità di vigilanza sui contratti pubblici (Avcp), nell'ambito delle informazioni relative alle procedure di aggiudicazione previste dall'articolo 7 del Codice dei contratti.
L'anticipazione
Un ulteriore elemento di grande interesse (anche se si tratta di una sorta di ritorno al passato) è previsto dall'articolo 26-ter della legge di conversione del decreto fare, il quale reintroduce l'anticipazione del prezzo per i soli appalti di lavori pubblici.
La scelta deve essere pubblicizzata nel bando dall'amministrazione aggiudicatrice, che dovrà corrispondere all'appaltatore all'avvio delle prestazioni il 10% dell'importo contrattuale. Nel caso di contratti di appalto relativi a lavori di durata pluriennale, l'anticipazione va compensata fino alla concorrenza dell'importo sui pagamenti effettuati nel corso del primo anno contabile.
L'utilizzo di questa possibilità favorisce le imprese nella gestione dei lavori, ma implica contestualmente per le stazioni appaltanti una maggiore attenzione nella fase di avvio dei lavori (peraltro dettagliatamente disciplinata dal Dpr 207/2010).
Il Durc
La semplificazione dei rapporti tra le amministrazioni e gli appaltatori è sostenuta anche dalle disposizioni sul Durc (articolo 31), che rafforzano l'obbligo di acquisizione d'ufficio del documento, introducendo tuttavia due grandi novità.
Le disposizioni della legge di conversione del Dl 69/2013 stabiliscono infatti che il certificato di regolarità contributiva ha validità per centoventi giorni dalla data del rilascio (riducendo il termine di 180 inizialmente previsto dal decreto) e che può essere utilizzato entro questo arco temporale per i pagamenti degli stati di avanzamento.
Qualora l'amministrazione aggiudichi un altro appalto a un'impresa e disponga di un Durc validito riferito alla stessa impresa in relazione a un rapporto contrattuale già in essere, può utilizzare questo documento per i controlli di regolarità contributiva riferiti all'aggiudicazione e alla stipula del contratto per il nuovo appalto (tratto da Il Sole 24 Ore del 19.08.2013).

LAVORI PUBBLICIConcessioni, garanzie sui piani economici. Credito e coperture. Rafforzare la bancabilità.
Le concessioni di costruzione e gestione di opere pubbliche devono essere impostate con una disciplina dettagliata del piano economico-finanziario e in modo tale da consentire in modo accurato la verifica di bancabilità.

L'articolo 19 del decreto del fare (Dl 69/2013 convertito in legge dal Parlamento) è stato integrato da numerose disposizioni introdotte in fase di conversione, tutte finalizzate a garantire la piena realizzabilità dell'opera. Per rendere chiaro il quadro di risorse e le condizioni di gestione, la convenzione deve definire i presupposti e le condizioni di base del piano economico-finanziario le cui variazioni non imputabili al concessionario, se determinano una modifica dell'equilibrio del piano, comportano la sua revisione.
La convenzione deve contenere inoltre una definizione di equilibrio economico finanziario che faccia riferimento a indicatori di redditività e di capacità di rimborso del debito, nonché la procedura di verifica e la cadenza temporale degli adempimenti connessi.
Per assicurare adeguati livelli di bancabilità, le nuove disposizioni richiedono una più ampia esplicitazione degli strumenti di reperimento delle risorse, prevedendo anche la risoluzione del contratto qualora, entro un termine massimo di 24 mesi, il concessionario non sia pervenuto alla sottoscrizione di un contratto di finanziamento o all'emissione delle obbligazioni di progetto necessarie sempre per la provvista finanziaria.
Peraltro, proprio per rafforzare le dinamiche economiche dell'opera, il bando può prevedere che l'offerta sia corredata dalla dichiarazione sottoscritta da uno o più istituti finanziatori di manifestazione di interesse a finanziare l'operazione, anche in considerazione dei contenuti dello schema di contratto e del piano economico-finanziario (tratto da Il Sole 24 Ore del 19.08.2013).

ATTI AMMINISTRATIVI: Se la Pa ritarda scatta l'indennizzo. Trenta euro al giorno per il mancato rispetto dei termini per l'avvio dell'attività d'impresa.
EDILIZIA/ Basta la Scia per le modifiche delle sagome degli immobili. I Comuni dovranno indicare le aree dei centri storici dove la procedura sarà ammessa.

Partenza sprint, almeno sulla carta, per le nuove semplificazioni amministrative contenute nel decreto del Fare (69/2013), la cui legge di conversione è attesa per domani in Gazzetta Ufficiale. A differenza del vecchio "Semplifica Italia" (5/2012) –che prevedeva 51 provvedimenti attuativi di cui solo 19 sono stati adottati– buona parte delle nuove misure è infatti immediatamente operativa. Nel suo insieme, il testo uscito dalle Camere prevede ben 87 provvedimenti attuativi secondari, contro i 53 della versione originaria, mentre il "pacchetto semplificazioni" non è andato oltre la dozzina di atti amministrativi.
Hanno efficacia immediata, per esempio, le semplificazioni per l'edilizia contenute nell'articolo 30, che intervengono su costi stimati per 4,4 miliardi di euro l'anno e che dovrebbero garantire risparmi, a regime, per circa 500 milioni. Tutte tranne la Scia per le modifiche della sagoma degli edifici in ristrutturazione a parità di volumetria nei centri storici (zone omogenee A o equipollenti), per la quale bisognerà invece aspettare l'adozione delle delibere con cui i Comuni individueranno le aree dove si applicherà la nuova procedura. Ma poiché l'impatto maggiore per questa misura è atteso soprattutto sui cantieri attivi nelle periferie, i tempi di reazione dei municipi non dovrebbero incidere più di tanto.
Subito operativo è anche il "nuovo Durc" (articolo 31), la cui validità passa da 90 a 120 giorni. Nei quattro mesi di validità il Documento unico di regolarità contributiva potrà essere utilizzato anche per contratti pubblici diversi da quelli per cui è stato richiesto. La semplificazione vale per tutte le amministrazioni che possono chiedere il Durc (anche per concedere benefici, sussidi o finanziamenti previsti da norme Ue, nazionali o regionali); e fino al 31.12.2014 si applicherà anche ai lavori edili per i soggetti privati. «Approvato il decreto del Fare si apre la fase importante e delicata dell'attuazione, per questo è importante che cittadini e imprese siano informati delle nuove opportunità che offre loro la legge» ha dichiarato il ministro Gianpiero D'Alia, i cui uffici da domani daranno massima diffusione di una Guida alle nuove semplificazioni. «Un cantiere destinato a ripartire a settembre -ha ricordato il ministro– con l'esame in commissione Affari costituzionali del Senato del disegno di legge di semplificazioni che rappresenta la fase due di questa nuova serie di interventi e che è stato inserito nell'agenda dei lavori il 7 agosto scorso».
Tornando alle norme in vigore da martedì, subito operativa è poi la sperimentazione sull'indennizzo automatico e forfetario (articolo 28): in caso di mancato rispetto dei tempi per concludere una pratica, l'amministrazione dovrà riconoscere all'impresa interessata una somma di 30 euro per ogni giorno di ritardo fino a un massimo di 2mila euro. La misura è immediatamente valida ma solo per le domande d'avvio ed esercizio delle attività d'impresa presentate dopo l'entrata in vigore della legge. Mentre è rimandato al buon esito della sperimentazione (da valutare entro 18 mesi) il varo del decreto del Presidente del Consiglio che confermerà l'indennizzo e ne rimodulerà l'estensione anche agli altri procedimenti. Il diritto all'indennizzo forfetario si coniuga con la ricognizione attivata i primi di agosto con una circolare del ministero della Pa sugli adempimenti che tutte le amministrazioni devono assolvere in applicazione del decreto sblocca debiti della Pa (35/2013). E in prospettiva l'indennizzo automatico farà da pungolo al rispetto dei tempi di rimborso dei nuovi crediti ai fornitori previsti dalla direttiva 2011/7/Ue.
Tra le nuove norme in arrivo (ma qui serve un decreto ministeriale attuativo con l'indicazione delle modalità di pubblicazione) c'è poi il sistema delle date uniche di efficacia dei nuovi obblighi amministrativi (previste al 1° luglio o al 1° gennaio).
Il pacchetto di misure per cui bisognerà invece attendere più decreti attuativi del ministero del Lavoro riguarda le semplificazioni per gli adempimenti formali in materia di sicurezza in azienda. Si tratta di un insieme di misure che incidono su oneri dal costo stimato in 3,3 miliardi l'anno e la cui verifica d'impatto è dunque per il momento rinviata. Si va dalle comunicazioni sul rischio infortuni (drasticamente ridotte per i piccoli esercizi commerciali) a quelle per la compilazione del documento di valutazione dei rischi da interferenza (Duvri), dalle notifiche di avvio di una nuova attività alle verifiche periodiche sulle attrezzature da lavoro, le misure per la sicurezza nei cantieri temporanei o quelle sulle denunce per infortuni (che prevede il passaggio all'Inail dell'onere di comunicazione, finora a carico delle aziende, alle autorità di pubblica sicurezza che poi le comunica alle Asl).
Si torna sul terreno dell'efficacia immediata, infine, con le semplificazioni per i cittadini come, per esempio, la trasmissione telematica del certificato di gravidanza (non più a carico della lavoratrice), o il taglio di una serie di certificati sanitari finora obbligatori come quelli d'idoneità psico-fisica o di sana e robusta costituzione per determinati tipi d'impiego (tratto da Il Sole 24 Ore del 18.08.2013).

EDILIZIA PRIVATA: La Scia non dribbla la verifica d'agibilità.
La verifica dell'agibilità di un locale destinato al trattenimento, anche se capace di accogliere meno di 200 persone, non può essere sostituita da una Scia e l'intervenuta abrogazione dell'art. 124 del regolamento al Tulps, disposta dal dl 5/2012, non fa venir meno gli obblighi in materia di sicurezza per bar e ristoranti che organizzano spettacoli.

Lo dice il ministero dell'interno nella circolare prot. 557/Pas/u/ 003524/13500.A (8) del 2013 diffusa dalla prefettura di Ravenna con nota n. 2013/2013.
Presupposto della Scia è la natura vincolata dell'atto autorizzativo sostituito, subordinatamente all'accertamento positivo dei requisiti di legge; e poiché il parere della commissione di vigilanza presuppone l'esercizio di una discrezionalità tecnica con un contenuto più ampio di una mera verifica del rispetto delle norme vigenti in materia di sicurezza, l'agibilità deve essere formalmente accertata.
Non sempre, peraltro, ha aggiunto il ministero, ogni spettacolo o trattenimento musicale o danzante svolto in un pubblico esercizio è soggetto agli art., 68, 69 e 80 Tulps. Sono esenti, infatti, gli spettacoli e i trattenimenti organizzati occasionalmente o per specifiche ricorrenze, sempreché rappresentino un'attività. Poco è cambiato quindi dopo l'abrogazione dell'art. 124 del rd 635/1940. Perché il legislatore non ha fatto altro che sancire a livello normativo il principio già ricavato dal dicastero a livello interpretativo.
In sostanza nessun obbligo per l'esercente quando il trattenimento è funzionale all'attività commerciale ed è lecito che l'esercente attui una maggiore attrattiva sul pubblico, ma senza quella specifica imprenditorialità nel campo dell'intrattenimento e dello spettacolo che farebbe, invece, scattare l'obbligo del rispetto delle specifiche norme (tratto da ItaliaOggi del 17.08.2013).

ENTI LOCALI - VARIMulte, niente sconti sull'accertamento.
Tra pochi giorni entrerà in vigore lo sconto sulle multe pagate tempestivamente ma l'importo esatto da versare resterà avvolto dal mistero fin che la polizia stradale non avrà avuto il tempo di aggiornare la modulistica. Dal beneficio del 30% restano infatti escluse per legge le spese per l'accertamento e l'importo finale non potrà mai essere arrotondato. Poi non tutte le infrazioni stradali saranno ammesse al beneficio. Insomma prima di pagare una multa scontata del 30% entro 5 giorni sarà meglio chiedere chiarimenti agli uffici dei vigili e della polizia stradale. Il rischio è infatti quello di vedersi recapitare successivamente spiacevoli richieste di integrazione ben superiori all'importo versato.

Sono queste le conseguenze operative stradali immediate derivanti dall'imminente pubblicazione in G.U. della legge di conversione del dl 69/2013 (si veda ItaliaOggi di ieri e del 13/08/2013).
Non sarà facile gestire l'avvento delle multe con lo sconto per i buoni pagatori perché nella norma non è stato previsto un lasso temporale necessario per aggiornare la modulistica e i programmi che gestiscono le infrazioni, spiega Giovanni Acerbo, dirigente della polizia municipale di Torino. Il periodo estivo inoltre non aiuta ad organizzare al meglio l'avvio di questa utile esperienza che peraltro a regime si rivelerà molto utile per tutti.
In pratica con l'innesto nella legge di conversione del dl 69/2013 dell'art. 20 è stata rivisto tutto il sistema di pagamento delle infrazioni stradale. Lo sconto del 30% per i pagamenti veloci riservato a chi salda entro 5 giorni il suo debito stradale non troverà applicazione in caso di violazioni gravi, ha specificato il ministero dell'interno con la circolare del 12 agosto. Ma nulla è stato scritto circa la possibilità di ridurre la multa nella frequente ipotesi di preavvisi di sosta non ancora notificati e contestati. In questo caso a parere della polizia municipale di Torino non ci sono dubbi. Anche i preavvisi di sosta potranno essere pagati con lo sconto tempestivamente.
Attenzione però ai calcoli fai-da-te dell'importo da pagare. Al ricevimento postale per esempio di una multa per semaforo rosso non sarà possibile prendere l'importo totale riducendolo del 30%. Il calcolo esatto da effettuare possibilmente con l'aiuto di un comando di polizia (fin tanto che non verrà aggiornata la modulistica) riguarda infatti lo sconto sulla sanzione che da 162 euro si potrà ridurre a 113,40. A questo importo poi dovranno essere aggiunte le spese di notifica e di accertamento. Solo così non si correrà il rischio boomerang ovvero di pagare scontato e poi ripagare, a distanza di tempo, quasi raddoppiato (tratto da ItaliaOggi del 15.08.2013).

ENTI LOCALILa nuova contabilità può essere un boomerang.
La nuova contabilità degli enti locali potrebbe rivelarsi controproducente. Infatti, l'adozione del nuovo concetto di impegno di spesa, che consente l'imputazione in esercizi successivi (ovvero nell'anno in cui si presume che l'obbligazione sottostante venga a scadenza), potrebbe rivelarsi, alla prova dei fatti, una criticità molto importante. Il pericolo è che si possa rinviare oneri al futuro, con la motivazione che le relative obbligazioni non sono ancora venute a scadenza, nascondendo, di fatto, situazioni di difficoltà finanziaria o di dissesto. Sarà certamente più difficile ed impegnativo verificare la copertura finanziaria di delibere o determine che comportano spese, visto che l'imputazione di queste ultime avviene dilazionata negli anni successivi.

È l'effetto derivante dall'applicazione del principio cardine della «competenza finanziaria potenziata», secondo il quale le obbligazioni attive e passive giuridicamente perfezionate, che danno luogo a entrate e spese, sono registrate nelle scritture contabili con l'imputazione all'esercizio nel quale esse vengono a scadenza e non nel momento in cui nascono, così come avviene nell'attuale sistema contabile previsto dal Tuel (artt. 179 e 183).
Conseguentemente, bisogna reimputare di tutti i residui attivi e passivi, al fine di trasformarli, rispettivamente, in accertamenti ed impegni in linea con i principi della nuova contabilità; si tratta di un lavoro immane che impegnerà i funzionari della Ragioneria, e non solo, ad un tour de force senza precedenti, sia per il numero elevato dei residui (diverse migliaia anche nei comuni di minori dimensioni), sia per la complessità di alcune fattispecie (ad esempio, le opere pubbliche).
Eventuali reimputazioni sommarie comporteranno inevitabilmente un numero elevato di variazioni di bilancio nell'immediato futuro con ulteriori significative problematiche. Un secondo punto critico riguarda la determinazione del «fondo pluriennale vincolato» che costituisce uno degli aspetti più difficili e ancora controversi della nuova contabilità, come indicato nella relazione alla camera del ministro dell'economia (tratto da ItaliaOggi del 15.08.2013).

ATTI AMMINISTRATIVI: Ritardi della «Pa», 30 euro al giorno. Tetto massimo a 2.000 euro - Interessate le pratiche avviate dalle imprese a istanza di parte.
Giustizia. Con la versione finale del decreto legge del fare debutta il nuovo indennizzo per il mancato rispetto dei termini nei procedimenti.
Debutta l'indennizzo da far valere per i ritardi della pubblica amministrazione. Almeno per quelli che riguardano avvio ed esercizio dell'attività d'impresa. Con la pubblicazione in «Gazzetta» delle norme del decreto del fare, convertite in legge dal Parlamento, scatterà la possibilità, per i procedimenti iniziati successivamente a quella data e protrattisi oltre i termini, di ottenere un risarcimento. La norma introduce il diritto per l'interessato di chiedere un indennizzo per il semplice ritardo della pubblica amministrazione, nella conclusione dei procedimenti amministrativi iniziati a istanza di parte.
Si tratta di una fattispecie diversa dal risarcimento del danno (ingiusto) da ritardo (per inosservanza dolosa o colposa del termine di conclusione del procedimento), che è stato introdotto dalla legge n. 69 del 2009, aggiungendo un articolo 2-bis nella legge n. 241 del 1990. Analogo è però l'obiettivo: istituire e rafforzare un elemento di deterrenza perché le amministrazioni rispettino i termini di conclusione dei procedimenti.
Va però sottolineato come l'indennizzo introdotto può essere applicato solo per i procedimenti avviati a istanza di parte e non anche per quelli d'ufficio. Inoltre, anche per quelli a istanza di parte, è prevista l'esclusione dei concorsi pubblici e delle ipotesi di silenzio qualificato. La misura dell'indennizzo è determinata in 30 euro per ogni giorno di ritardo rispetto alla data di scadenza del termine procedimentale. Fissato, però, anche un tetto massimo, in base al quale l'indennizzo non può essere superiore in ogni caso a 2.000 euro.
Per ottenere l'indennizzo, va attivato, entro 20 giorni dalla scadenza del termine di conclusione del procedimento, a pena di decadenza, il potere sostitutivo attribuito in ogni amministrazione a una figura che interviene in caso di inerzia (per ciascun procedimento, sul sito internet istituzionale dell'amministrazione è pubblicata, in formato tabellare e con collegamento ben visibile nella homepage, l'indicazione del soggetto a cui è attribuito il potere sostitutivo, cui l'interessato può rivolgersi). Il titolare del potere sostitutivo è poi chiamato a intervenire per concludere il procedimento nella metà del termine inizialmente previsto oppure per liquidare l'indennizzo.
In caso di mancata risposta su entrambi questi fronti, può essere proposto ricorso al giudice amministrativo sulla base dell'articolo 117 del Codice del processo amministrativo, che disciplina il rito contro il silenzio della pubblica amministrazione o sulla base dell'articolo 118 di quel Codice, se ne ricorrano i presupposti. Quest'ultimo è il ricorso per decreto ingiuntivo, ammesso nelle controversie affidate alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo che hanno per oggetto diritti soggettivi di natura patrimoniale.
Se il giudice dichiara inammissibile il ricorso oppure lo rigetta per manifesta infondatezza dell'istanza, condanna il ricorrente a pagare una somma da due a quattro volte superiore il contributo unificato a favore dell'amministrazione.
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I PUNTI CRITICI/ Ma gli importi sono troppo esigui.
I PRECEDENTI/ Solo l'ultimo di una serie di interventi indirizzati a fare da deterrente contro le inerzie del settore pubblico.

L'incertezza sui tempi delle decisioni amministrative è uno dei punti più dolenti nei rapporti tra cittadini (o imprese) e pubbliche amministrazioni.
In teoria, da oltre vent'anni, con la legge sulla trasparenza amministrativa n. 241/1990, i termini per la conclusione di tutti i tipi di procedimenti amministrativi sono stabiliti in modo preciso, cercando anche di evitare che essi siano troppo lunghi, a vantaggio dei cittadini.
In pratica, molto spesso le amministrazioni non sono in grado di rispettarli e non sanno neppure prevedere con precisione quando la decisione finale verrà assunta. Tutto ciò impedisce la programmazione delle attività di coloro che per esempio chiedono un'autorizzazione necessaria per avviare un'attività imprenditoriale.
In questi ultimi anni il legislatore è intervenuto più volte per porre rimedio a questa situazione. Da ultimo il decreto del fare (n. 69/2013) prevede un indennizzo automatico di trenta euro per ogni giorno di ritardo fino a un massimo di duemila euro.
Questa sorta di incentivo-sanzione si aggiunge ad altri strumenti per costringere l'amministrazione al rispetto dei tempi: intervento sostitutivo del superiore gerarchico sollecitato dall'interessato; responsabilità disciplinare del funzionario negligente; responsabilità penale per il reato di rifiuto od omissione di atti d'ufficio (articolo 428 codice penale); ricorso al giudice amministrativo contro il cosiddetto "silenzio" della pubblica amministrazione al fine di ottenere il provvedimento richiesto anche attraverso la nomina da parte del giudice di un commissario "ad acta"; risarcimento per il danno da ritardo; monitoraggio costante da parte del responsabile della prevenzione della corruzione istituito dalla recente legge anticorruzione (la n. 190/2012).
L'indennizzo automatico introdotto dal decreto del fare (all'articolo 28), che si ispira a una proposta avanzata già negli anni Novanta del secolo scorso (legge 59/1997), ha un campo di applicazione molto ristretto.
Vale infatti solo per i procedimenti che riguardano le imprese e tra diciotto mesi si stabilirà se confermarlo, rimodularlo o abbandonarlo. Il nuovo rimedio ha dunque un carattere sperimentale, la cui efficacia andrà verificata nel corso del tempo.
Inoltre, il diritto all'indennizzo sorge solo se l'interessato ha richiesto al superiore gerarchico entro un termine perentorio di venti giorni un intervento sostitutivo e se anche il superiore gerarchico non esercita tempestivamente il potere sostitutivo. L'indennizzo non è dunque automatico.
Infine il decreto del fare prevede alcune regole processuali particolari in caso di omessa liquidazione dell'indennizzo, incluso l'invio della sentenza di condanna alla Corte dei conti ai fini dell'accertamento del danno erariale. È presto per formulare previsioni sull'impatto del nuovo istituto. L'impressione è che, data anche l'esiguità dell'importo, neppure l'indennizzo potrà fungere da pungolo efficace per sbloccare le inerzie del settore pubblico.
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Le esclusioni. Non rientrano il silenzio qualificato e i concorsi pubblici.
Sperimentazione di 18 mesi riservata alle aziende.
LE CONDIZIONI/ In una prima fase la procedura è accessibile solo a chi ha necessità di un provvedimento per un'attività produttiva.

L'indennizzo previsto dal decreto del fare, appena convertito in legge, ammette la corresponsione di importi che spettano indipendentemente dalla verifica della colpa del soggetto inadempiente e senza riferimento al danno effettivamente causato dal ritardo. Ciò significa che la norma sull'indennizzo si affianca a quella in tema di risarcimento, rendendo più agevole la percezione di una somma forfettaria, se ciò basta al cittadino.
Se invece il soggetto che ha subito il ritardo non si accontenta, può procedere chiedendo il risarcimento del danno. La differenza di fondo tra indennizzo e risarcimento consiste, oltre che nell'entità economica (per l'indennizzo, forfettaria; per il risarcimento, pari al danno causato) nell'onere della prova. Mentre per l'indennizzo non occorre dimostrare nulla, per il risarcimento occorre provare (oltre all'entità del danno) anche la imputabilità' del danno all'amministrazione (cioè la negligenza, la trascuratezza).
Con questa premessa si comprende come la norma scandisce un procedimento, in cui al gradino iniziale del ritardo (per lo più dopo 30 giorni dall'istanza) segue un gradino successivo (con tempi dimezzati, cioè per lo più 15 giorni) ed una successiva fase contenziosa davanti al giudice amministrativo. Il tutto per ottenere 30 euro per ogni giorno di ritardo fino a un massimo di 2.000 euro. La procedura si avvia se c'è inosservanza di un termine di conclusione del procedimento amministrativo iniziato ad istanza di parte, per il quale sussiste l'obbligo di pronunziarsi. Se non vi e' una posizione tutelata, ma solo un interesse di fatto, non vi è speranza di indennizzo perché non vi e' un dovere di rispondere a carico della pubblica amministrazione.
Non c'è possibilità di indennizzo, inoltre, quando il tempo trascorso ha comunque un significato, cioè esprime un consenso (ad esempio in caso di interventi edilizi con Scia o Dia), o un dissenso (ad interventi in zona vincolata sotto l'aspetto paesaggistico). Con una previsione specifica, la norma esclude un indennizzo automatico per le procedure di concorso che subiscano ritardi, poiché si prende atto della difficoltà di concludere nei tempi previsti attività che coinvolgono una pluralità di concorrenti ed esaminatori.
Per ottenere l'indennizzo occorre che, entro e non oltre 20 giorni dalla scadenza del termine posto all'amministrazione per provvedere (termine che si legge nel provvedimento stesso, e che in genere è di 30 giorni), l'interessato presenti un'istanza al soggetto titolare del potere sostitutivo (in genere, il dirigente di vertice). Se anche questi non provvede nel termine ulteriore pari alla metà del tempo previsto per il soggetto inizialmente inadempiente (cioè entro 15 dei 30 giorni di norma previsti), emanando il provvedimento o negandolo motivatamente, e non liquida l'indennizzo maturato dal 31° girono, l'interessato si può rivolgere al Tar.
Il giudice amministrativo procede con rito abbreviato e, se l'interessato lo chiede, si pronuncia sia sull'indennizzo che sul fondamento della pretesa che non ha avuto risposta. Questa procedura si applicherà alle sole imprese (cioè non ai privati cittadini, ma solo a chi ha necessità di un provvedimento per un'attività produttiva) e dopo 18 mesi sarà rivisto per un'eventuale applicazione più generale. Il meccanismo sarà facilitato da una serie di chiarimenti che dovranno essere letti nei siti delle pubbliche amministrazioni dove saranno indicati i tempi di maturazione del silenzio e i soggetti titolari del potere sostitutivo (tratto da Il Sole 24 Ore del 15.08.2013).

ENTI LOCALI - VARIDECRETO DEL FARE/ Multe scontate ma non sempre. Esclusi eccesso di velocità e violazioni autostradali. Dall'Interno le prime indicazioni sulla riduzione del 30%.
Multe con lo sconto del 30% ma non per tutti. La riduzione non si applica alle infrazioni per cui non è ammesso il pagamento in misura ridotta (come, per esempio, non seguire le indicazioni del vigile o non fermarsi al posto di controllo), alle violazioni per cui è prevista la sanzione accessoria della confisca del veicolo o della sospensione della patente di guida (per esempio, eccesso di velocità oltre i 40 chilometri all'ora, sorpasso in curva, violazioni autostradali comuni come circolare in corsia d'emergenza) e infine per le violazioni stradali non incluse nel codice della strada, ma previste dalla legislazione complementare.

Sono queste alcune delle prime indicazioni fornite dal Ministero dell'Interno con la circolare 12.08.2013 n. 6333 di prot. in relazione alle novità previste per l'art. 202 del codice della strada previste dalla legge di conversione del dl 69/2013 (decreto del fare), di cui si attende la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale (si veda ItaliaOggi di ieri).
Dal momento dell'entrata in vigore della legge di conversione del decreto legge del fare n. 69/2013 sui verbali di contestazione delle violazioni stradali dovrà dunque essere indicata la possibilità di pagare entro cinque giorni dalla contestazione o notificazione con la riduzione del 30%. Entro quattro mesi un decreto interministeriale dovrà regolamentare la notificazione delle multe tramite posta elettronica certificata, senza più l'addebito delle spese al destinatario. Dal giorno successivo alla pubblicazione, la somma da pagare per le violazioni sarà ridotta del 30% se il pagamento sarà effettuato entro cinque giorni dalla contestazione o dalla notificazione.
La circolare ministeriale precisa che la riduzione si applica anche in caso di infrazioni commesse di notte (fra le 22 e le 7), in caso di riattivazione della copertura assicurativa nei tempi indicati dall'art. 193, comma 3, Cds, e nelle ipotesi di specifiche violazioni commesse dagli autotrasportatori, elencate dall'art. 202, comma 2-bis. Il ministero dell'interno precisa che il pagamento con la riduzione del 30% spetterà anche nel caso in cui, alla data di entrata in vigore della legge di conversione, non siano trascorsi ancora cinque giorni dalla data di notificazione o contestazione, senza che per questo sia necessaria una rinotifica da parte dell'organo accertatore.
Aggiungendo un nuovo comma all'art. 142 del codice della strada, la legge di conversione dispone che se l'agente accertatore è munito di idonea apparecchiatura il trasgressore conducente potrà effettuare immediatamente, nelle mani dello stesso agente, il pagamento mediante strumenti di pagamento elettronico. Questa facoltà è concessa anche agli autotrasportatori che commettono alcune violazioni, specificamente elencate dal comma 2-bis dell'art. 202 Cds, con un'ulteriore novità: se il conducente non intende pagare, dovrà versare una cauzione pari non più alla metà del massimo edittale, ma al minimo.
Entro quattro mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione il ministro dell'interno, di concerto con i ministri della giustizia, delle infrastrutture e dei trasporti, dell'economia e delle finanze e per la pubblica amministrazione e la semplificazione, dovrà disciplinare, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, le procedure per la notificazione delle multe stradali tramite posta elettronica certificata nei confronti dei soggetti abilitati all'utilizzo della Pec, senza addebito delle spese di notificazione (tratto da ItaliaOggi del 14.08.2013).

EDILIZIA PRIVATADECRETO DEL FARE/ Ristrutturazioni, meno vincoli. Demolizioni seguite da ricostruzione: sagoma esclusa. Via libera alla deburocratizzazione dei pareri per la Scia.
L'esclusione della sagoma, quale vincolo per considerare ristrutturazione le demolizioni seguite da ricostruzione; la sburocratizzazione dei pareri necessari per la Scia; la proroga dei termini di inizio e fine lavori; le agibilità parziali; il silenzio rigetto per i permessi di costruire in aree vincolate.

Queste alcune delle novità in materia di edilizia apportate dal pacchetto di semplificazioni contenuto nel decreto del Fare (69/2013).
Vincoli ambientali. Si passa dal silenzio-rifiuto al silenzio-rigetto, immediatamente impugnabile. Secondo il Testo unico per l'edilizia (dpr 380/2001), nel caso in cui manchi un atto di assenso per vincolo ambientale, paesaggistico e culturale, si viene a formare il silenzio rifiuto. Il decreto legge modifica il procedimento in caso di immobili vincolati nel seguente modo.
Se l'assenso dell'autorità preposta al vincolo è favorevole, il comune sarà tenuto a concludere il procedimento di rilascio del permesso di costruire con un provvedimento espresso e motivato. Se, invece, l'atto di assenso viene negato, decorso il termine per il rilascio del permesso di costruire, questo si intenderà respinto. L'atto è immediatamente impugnabile.
Pareri. Allo sportello unico per l'edilizia va il compito di acquisire i pareri anche prima della presentazione della Scia. Il testo unico edilizia non disciplina l'acquisizione, da parte dello Sportello unico per l'edilizia (Sue), degli atti di assenso presupposti all'inizio dei lavori nel caso in cui l'intervento edilizio sia soggetto alla presentazione della comunicazione di inizio lavori di attività edilizia libera o della Scia edilizia. Il decreto estende la disciplina prevista oggi solo per il permesso di costruire. Il provvedimento, infatti, dispone che l'interessato possa, prima di presentare la comunicazione o la Scia, richiedere allo sportello unico l'acquisizione di tutti gli atti di assenso necessari per l'intervento edilizio.
Lo sportello si deve attivare, come nel caso di richiesta di permesso di costruire: se non sono rilasciati gli atti di assenso delle altre amministrazioni pubbliche, o è intervenuto il dissenso di una o più amministrazioni interpellate, il responsabile dello sportello unico indice la conferenza di servizi per acquisirli. Se poi l'istanza di acquisizione di tutti gli atti di assenso è contestuale alla segnalazione certificata di inizio attività, l'interessato potrà dare inizio ai lavori solo dopo la comunicazione da parte dello sportello unico dell'avvenuta acquisizione degli atti di assenso o dell'esito positivo della conferenza di servizi. Le novità si applicano anche alla comunicazione dell'inizio dei lavori per l'attività edilizia libera, qualora siano necessari atti di assenso per la realizzazione dell'intervento edilizio.
Edilizia libera. Una dichiarazione in meno per la comunicazione di inizio lavori. Il Testo unico per l'edilizia prevede per l'attività edilizia libera l'invio di una comunicazione dell'inizio dei lavori, a cui deve essere allegata una relazione asseverata firmata da un tecnico abilitato, che dichiari di non avere rapporti di dipendenza con l'impresa né con il committente. Il decreto dispone di eliminare tale dichiarazione da parte del tecnico abilitato.
Agibilità parziale. Il decreto modifica la disciplina del certificato di agibilità, consentendone la richiesta anche per singoli edifici o singole porzioni di uno stesso stabile. Questo a condizione che le unità siano funzionalmente autonomi, qualora siano state realizzate e collaudate le opere di urbanizzazione primaria relative all'intero intervento edilizio e siano state completate e collaudate le parti strutturali connesse, nonché collaudati e certificati gli impianti relativi alle parti comuni.
L'agibilità parziale potrà essere richiesta anche per singole unità immobiliari, purché siano completate e collaudate le opere strutturali connesse, siano certificati gli impianti e siano completate le parti comuni e le opere di urbanizzazione primaria dichiarate funzionali rispetto all'edificio oggetto di agibilità parziale.
Decorrenza. Le nuove disposizioni si applicano dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto (tratto da ItaliaOggi del 14.08.2013).

CONSIGLIERI COMUNALI - ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOL'intervento/ L'intesa stato-regioni sull'applicazione della legge 190 crea molta confusione nelle p.a.. Anticorruzione, consigli fuorvianti per gli enti locali.
Anticorruzione, l'intesa stato-regioni ed enti locali sull'applicazione delle norme previste dalla legge 190 crea più confusione, di quanto contribuisca a chiarire la portata delle norme per regioni ed enti locali.
Individuazione dei responsabili. L'intesa 24.07.2013 ricorda che presso ogni ente deve esservi un solo responsabile anticorruzione e un solo responsabile della trasparenza. Solo presso le regioni le figure possono essere sdoppiabili, in quanto i consigli regionali hanno una spiccata autonomia rispetto alle giunte e agli altri uffici regionali. Nulla vieta, comunque, di istituire «referenti» nelle amministrazioni complesse.
L'intesa invita le amministrazioni a «designare i due responsabili e di comunicare la nomina» alla Civit. L'indicazione è errata e crea confusione, almeno per quanto riguarda gli enti locali, ove responsabile anticorruzione, ai sensi dell'articolo 1, comma 7, della legge 190/2012 è il segretario comunale, il quale, di regola, sarà anche responsabile della trasparenza, per effetto dell'articolo 43 del dlgs 33/2013.
La «designazione» occorre solo laddove con provvedimento espresso e motivato le amministrazioni ritenessero di assegnare le funzioni dei due responsabili ad altri soggetti.
Incompatibilità con funzioni di staff ad organi politici. Un'altra indicazione foriera di problemi è il recepimento delle disposizioni contenute nella circolare della funzione pubblica 1/2013, ai sensi della quale si ritiene che non sia possibile attribuire gli incarichi di responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza a dirigenti o funzionari che svolgano funzioni di diretta collaborazione con gli organi di indirizzo politico.
Quell'indicazione, però, può valere solo per le amministrazioni statali o regionali. Nei comuni e nelle province, come visto sopra, inevitabilmente le figure di responsabile sono attribuite ex lege al segretario comunale, che indiscutibilmente opera come figura di diretta collaborazione degli organi di governo. Pertanto, l'indicazione dell'intesa, per i segretari comunali, è semplicemente da ritenere come non sussistente.
L'intesa aggiunge che solo nei piccoli comuni e «in via eccezionale» il segretario comunale che risulti incaricato anche di presiedere l'ufficio per i procedimenti disciplinari può anche svolgere la funzione di responsabile anticorruzione. Ma si travisano le disposizioni normative: il segretario è per legge responsabile, dunque l'incompatibilità con le funzioni dell'ufficio dei procedimenti disciplinari per comuni e province semplicemente non può operare.
Rotazione di dirigenti e funzionari. L'intesa invita gli enti ad assicurare la rotazione di dirigenti e funzionari addetti alle aree considerate a maggiore rischio di corruzione. Il testo dell'accordo, tuttavia, spinge gli enti ad adottare criteri generali per la rotazione, «previa informativa sindacale». Ciò contrasta con l'articolo 41, comma 2, del dlgs 165/2001 che esclude dalla contrattazione «la materia del conferimento e della revoca degli incarichi dirigenziali». Di conseguenza, essa è sottratta anche a qualsiasi relazione sindacale «preventiva». L'informazione potrebbe essere, semmai, solo successiva.
Aggiunge, ancora, l'intesa che la rotazione può avvenire solo al termine dell'incarico dirigenziale «la cui durata deve essere comunque contenuta». Anche in questo caso si vìola l'articolo 19, comma 2, del dlgs 165/2001, ai sensi del quale gli incarichi dirigenziali non possono avere durata inferiore ai tre anni.
Ancora, sugli incarichi a rotazione, l'intesa invita a prediligere l'affiancamento e l'utilizzo di professionalità interne: come se fosse possibile, per la rotazione, utilizzare soggetti esterni.
Infine, specie per i piccoli enti, l'intesa crea l'istituto della «mobilità temporanea», come metodo per assicurare rotazione, specie tra enti convenzionati. In effetti, non si tratta di altro se non di «comando o distacco».
Scadenze. Più utili le previsioni dell'intesa sulle scadenze. Il dlgs 33/2013 è considerato operante sin dalla sua vigenza, salvo per le diverse scadenze espressamente previste.
I piani anticorruzione e per la trasparenza dovranno essere adottati entro il 31.01.2014. Laddove però la Civit non adotti il piano nazionale anticorruzione entro il 30 settembre, i termini potrebbero slittare. In quanto al codice di comportamento, gli enti debbono adottare quello «personalizzato» entro 180 giorni dalla vigenza del dpr 62/2013, cioè entro il 16.12.2013. Entro 180 giorni dall'intesa, sono da individuare gli incarichi vietati ai dipendenti (tratto da ItaliaOggi del 14.08.2013).

PUBBLICO IMPIEGO - VARIDisabili, parità sul lavoro. Barriere da eliminare per garantire la piena uguaglianza. Il nuovo obbligo per tutti i datori, pubblici e privati, introdotto in fase di conversione del dl 76.
Luoghi di lavoro a misura di handicap. I datori di lavoro, pubblici e privati, infatti sono obbligati a adottare «accomodamenti ragionevoli» nei luoghi di lavoro per garantire alle persone con disabilità la piena eguaglianza con gli altri lavoratori.

Lo stabilisce il nuovo comma 4-ter introdotto dal senato all'art. 9 del decreto lavoro (n. 76/2013) in sede di conversione. Non osservare il nuovo obbligo comporterà la condanna ad agire da parte del giudice a cui potranno rivolgersi, oltreché l'interessato (lavoratore con disabilità), i sindacati. La nuova misura mira a risolvere la procedura di contenzioso attivata lo scorso 4 luglio dalla Corte Ue, condannando l'Italia per non aver recepito correttamente e completamente la direttiva n. 2000/78/Ce.
Due le misure a favore dell'occupazione dei disabili che. La prima misura in particolare (comma 4-bis all'art. 9) incrementa la dotazione del fondo per il diritto al lavoro dei disabili di 10 mln di euro per l'anno 2013 e di 20 mln di euro per l'anno 2014. Il fondo, ai sensi della legge n. 68/1999 (diritto del lavoro dei disabili), è già finanziato con la spesa di 42 mln di euro dal 2008, annualmente ripartito fra regioni e province autonome proporzionalmente alle loro richieste Le nuove risorse sono rinvenute dalla riduzione dell'autorizzazione di spesa per il fondo per l'occupazione (art. 1, comma 7, del dl n. 148/1993), confluita nel fondo sociale per l'occupazione e la formazione, per 16,7 mln di euro per il 2013 e per 33,3 mln di euro per il 2014.
La vera novità è però anche un'altra, quella del comma 4-ter dell'art. 9 del dl n. 76/2013. Aggiungendo il comma 3-bis all'art. 3 del dlgs n. 216/2003, la nuova norma prescrive a carico di tutti i datori di lavoro, pubblici e privati, l'adozione di accomodamenti ragionevoli nei luoghi di lavoro al fine di garantire il rispetto del principio della parità di trattamento delle persone con disabilità, ossia al fine di assicurare alle persone disabili la piena eguaglianza con gli altri lavoratori. Per accomodamenti ragionevoli, ai sensi della convenzione delle Nazioni unite sui diritti delle persone con disabilità ratificata in Italia dalla legge n. 18/2009, si intendono «le modifiche adottate per garantire alle persone con disabilità il godimento e l'esercizio dei diritti umani e delle libertà fondamentali sulla base dell'eguaglianza con gli altri».
Con riferimento ai datori di lavori pubblici il nuovo obbligo non dovrà comportare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Come detto il nuovo obbligo è inserito all'interno del dlgs n. 216/2003, il quale ha recepito la direttiva 2000/78/Ce che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro.
Tale decreto, attenendosi alla direttiva, stabilisce un quadro generale per la lotta alle discriminazioni fondate su religione, convinzioni personali, handicap, età o sesso per l'occupazione e le condizioni di lavoro, fornendo la definizione di discriminazione diretta e indiretta e prevedendo l'accesso a idonee procedure giurisdizionali al fine di tutelare i diritti e porre rimedio alle discriminazioni (tratto da ItaliaOggi del 14.08.2013).

ENTI LOCALI - VARIDECRETO DEL FARE/ Multe scontate, calcoli fai-da-te. In caso di errori la differenza può essere molto salata. Se il vigile ha il bancomat, la sanzione si può pagare in strada.
Multe scontate fai-da-te. Ma con il rischio di incappare in errori e dunque dover restituire la differenza.
Grazie al decreto del Fare 69/2013) convertito in legge la settimana scorsa e in attesa della pubblicazione in G.U. (entro il 19 agosto), arriva lo sconto del 30% per chi paga entro cinque giorni dal momento di conoscenza formale della multa. Grazie a questo benefit, che riguarderà anche i preavvisi di sosta e tutti i verbali contestati e notificati, il classico divieto di sosta, ad esempio, scenderà da 41 a poco meno di 29 euro e chi verrà pizzicato senza cintura risparmierà addirittura 24 euro (56 contro il 80 in caso di importo pieno).
Tornerà anche la possibilità di saldare subito il verbale in strada all'agente munito di dispositivo per il pagamento elettronico, e inoltre le multe arriveranno via Posta elettronica certificata (Pec). Attenzione però alle spese di notifica e di accertamento. Lo sconto non riguarderà mai questi importi ma solo il valore della sanzione amministrativa pecuniaria vera e propria. In caso di errore nel calcolo nello sconto il rischio concreto, minimo, è quello di vedersi richiedere la differenza salata con tanto di interessi. Se non quello di vedersi recapitare a distanza di tempo una cartella esattoriale con una cifra esorbitante pari al doppio della multa con spese e interessi al netto dell'anticipo versato come acconto.
Via libera alla possibilità di conciliare anche in strada. Con l'imminente dotazione alle pattuglie degli strumenti di pagamento elettronico sarà possibile pagare come una volta la multa al vigile o al carabiniere. E questa possibilità sarà di carattere generale ovvero sarà ammessa anche nel caso di violazioni gravi che pur ammettendo il pagamento in misura ridotta non potranno accedere allo sconto del 30%.
È il caso per esempio del sorpasso in curva punito dall'art. 148 Cds con la sanzione di 162 euro, 10 punti di decurtazione e sospensione della patente. In tutti i casi infatti in cui è prevista la confisca del veicolo e la sospensione della patente di guida lo sconto non troverà applicazione. Buone notizie anche sul fronte delle notifiche stradali.
Con un decreto interministeriale da adottarsi entro quattro mesi dovrà essere disciplinata compiutamente anche questa procedura per permettere il superamento della tradizionale notificazione cartacea ai soggetti abilitati, con esclusione delle spese di notifica. In pratica a breve le multe viaggeranno via posta elettronica certificata almeno nei riguardi dei soggetti già tenuti per legge a munirsi di una casella ad hoc.
Diversamente per i normali cittadini l'avvento della Pec sarà graduale e probabilmente lasciato alla discrezionalità degli interessati. Chi deciderà di attivarla ufficialmente sarà agevolato nei costi di spedizione postale delle multe (tratto da ItaliaOggi del 13.08.2013).

APPALTIDatabase contratti pubblici, il governo ci riprova.
Banca dati dei contratti pubblici, si riprova. La legge di conversione del «decreto del Fare» ha introdotto un nuovo articolo, 49-ter, che cerca di rilanciare un'idea di semplificazione estremamente utile per accorciare le procedure contrattuali: facilitare la verifica del possesso, da parte delle ditte aggiudicatarie, dei requisiti necessari per la stipulazione dei contratti, previsti dagli articoli 38, 41 e 42, del dlgs 163/2006.
L'idea è semplice: invece di chiedere, ad esempio, ai tribunali la sussistenza di cause di fallimento, invece che alle province il rispetto della normativa per l'assunzione dei disabili, che, in assenza della connessione tra le banche dati pubbliche, sempre evocata ma mai realizzata, si consente alle amministrazioni di accedere ad un'unica banca dati.
L'articolo 49-ter, a questo scopo, dispone che «per i contratti pubblici di lavori, servizi e forniture sottoscritti dalle pubbliche amministrazioni a partire da tre mesi successivi alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, la documentazione comprovante il possesso dei requisiti di carattere generale, tecnico-organizzativo ed economico-finanziario è acquisita esclusivamente attraverso la banca dati di cui all'articolo 6-bis del codice di cui al decreto legislativo 12.04.2006, n. 163».
In effetti, ai sensi del citato articolo 6-bis, l'Autorità di vigilanza per i contratti pubblici deve stabilire con propria deliberazione i dati concernenti la partecipazione alle gare e la valutazione delle offerte in relazione che debbono essere inseriti nella banca dati, ma, soprattutto i termini e le regole tecniche per l'acquisizione, l'aggiornamento e la consultazione dei predetti dati contenuti nella Banca dati. Ciò consentirà alle stazioni appaltanti e agli enti aggiudicatori di verificare il possesso dei requisiti appunto esclusivamente tramite la banca dati nazionale dei contratti pubblici. Unico neo dell'impianto normativo rivitalizzato dal governo Letta è la circostanza che la banca dati, ai sensi del comma 1 dell'articolo 6-bis del codice dei contratti avrebbe dovuto entrare in funzione già dal 01.01.2013.
E c'era stato quasi un anno di tempo per organizzare tutto: l'impianto informatico e le delibere dell'Authority, visto che l'articolo 6-bis era stato introdotto dall'articolo 20, comma 1, lettera a), della legge 35/2012, entrata in vigore nell'aprile dello scorso anno. Se oltre un anno non è stato sufficiente per attivare uno strumento di semplificazione vera e non solo teorica, i tre mesi previsti dal «decreto del Fare» non lasciano oggettivamente ben sperare (tratto da ItaliaOggi del 13.08.2013).

ENTI LOCALI - VARIMediazione, che sia obbligatoria o facoltativa l'avvocato non è optional. Ci vuole l'avvocato per la mediazione obbligatoria. E anche per quella facoltativa.
Il decreto del fare ha riscritto il decreto legislativo 28/2010 sulla media-conciliazione, ripristinando, con alcune novità, il testo cancellato dalla Corte costituzionale per eccesso di delega (sentenza n. 272/2012). In particolare è stata ripristinata la mediazione obbligatoria e cioè quella che è necessario tentare altrimenti non è possibile andare avanti con una causa in tribunale.
È l'articolo 5 del decreto 28/2010 a occuparsi della materia e a specificare che deve passare prima dal mediatore chi intende esercitare in giudizio un'azione relativa a una controversia in materia di condominio, diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno derivante da responsabilità medica e sanitaria e da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari.
Una prima novità è rappresentata dal fatto che nell'elenco delle materie si inserisce la responsabilità sanitaria (e quindi di tutte le professioni sanitarie, non solo quella del medico) e si elimina la responsabilità per sinistri di veicoli e natanti.
Altra novità è quella che specifica che nel procedimento di mediazione obbligatoria la parte deve essere assistita dall'avvocato. Così si lascerebbe intendere che nella mediazione relativa ad altre materie la presenza dell'avvocato non sia necessaria. Tuttavia il decreto legge del fare ha anche inserito altre regole relative alla presenza del legale di fiducia anche nelle conciliazioni per materie non obbligatorie.
All'articolo 8, comma 1, primo periodo, del decreto legislativo 28/2010 si prescrive che al primo incontro e agli incontri successivi, fino al termine della procedura, le parti devono partecipare con l'assistenza dell'avvocato. Inoltre, durante il primo incontro il mediatore chiarisce alle parti la funzione e le modalità di svolgimento della mediazione e invita poi le parti e i loro avvocati a esprimersi sulla possibilità di iniziare la procedura di mediazione e, nel caso positivo, procede con lo svolgimento. Questo articolo, che riguarda tutti i tipi di mediazione (obbligatoria e non obbligatoria) fa riferimento alla presenza e al ruolo dell'avvocato, tenuto a dare una sua risposta in merito alla proficuità del tentativo di conciliazione.
Ancora il riformulato articolo 12 del dlgs 28/2010 prevede che se tutte le parti aderenti alla mediazione siano assistite da un avvocato, l'accordo che sia stato sottoscritto dalle parti e dagli stessi avvocati costituisce titolo esecutivo per l'espropriazione forzata, l'esecuzione per consegna e rilascio, l'esecuzione degli obblighi di fare e non fare, nonché per l'iscrizione di ipoteca giudiziale. Gli avvocati devono attestare e certificare la conformità dell'accordo alle norme imperative e all'ordine pubblico. In tutti gli altri casi l'accordo allegato al verbale è omologato, su istanza di parte, con decreto del presidente del tribunale, previo accertamento della regolarità formale e del rispetto delle norme imperative e dell'ordine pubblico. Questa norma sembra fare riferimento a casi in cui l'avvocato è presente in mediazione da casi in cui, invece, è assente. Peraltro la presenza dell'avocato implica un grosso vantaggio: per passare all'esecuzione del verbale di accordo non bisogna passare in tribunale per l'omologazione. Quindi la norma incentiva fortemente la presenza dei legali di fiducia delle parti.
Riprendendo, d'altra parte, quanto affermato nei dossier parlamentari illustrativi del contenuto del decreto, si trova scritto che «in merito, in virtù di modifiche approvate nel corso dell'esame in prima lettura, nel testo del decreto-legge all'esame del senato risulta esplicitato in più disposizioni del decreto legislativo come il procedimento di mediazione richieda la partecipazione degli avvocati».
Se questa interpretazione è corretta (obbligatorio l'avvocato anche per le mediazioni non obbligatorie) verrebbe da chiedersi quali siano i residui casi in cui il verbale sia da omologare in tribunale (tratto da ItaliaOggi del 13.08.2013).

INCARICHI PROFESSIONALI - PROGETTUALI: Dal disciplinare alle società. La riforma resta ferma al palo. Ricognizione ItaliaOggi Sette a un anno dal dpr: per i professionisti è cambiato poco.
La riforma delle professioni compie un anno. Ma è ancora sulla carta. Nella pratica, infatti, per ordini e professionisti è cambiato ben poco, se non nulla: le società tra professionisti si contano col lumicino, per le troppe incognite sui trattamenti fiscali e previdenziali. Così come i consigli di disciplina, non ancora partiti, soprattutto a livello territoriale, per la difficoltà, in particolare per le categorie tecniche, di trovare professionisti disponibili a candidarsi. L'assicurazione obbligatoria, che entrerà in vigore il 15 agosto, può rivelarsi un boomerang per gli iscritti agli albi, dato che le compagnie, per le quali non è previsto alcun obbligo di legge, possono farla da padrone e proporre contratti anche molto onerosi o addirittura rifiutarsi di sobbarcarsi il rischio. Insomma, a un anno dalla sua approvazione, il dpr Severino (n. 137/2012) rimane un cantiere ancora aperto.
È quanto emerge dalla ricognizione di ItaliaOggi Sette, che ha passato in rassegna i singoli ordini professionali per verificare lo stato di attuazione della riforma. Dal canto loro, i Consigli nazionali hanno cercato di non farsi trovare impreparati all'appuntamento previsto dal dpr, che ha fornito loro, appunto, 12 mesi per adeguarsi alle nuove regole. Ma entriamo nel dettaglio.
Sistema disciplinare. L'esempio più eclatante è il regolamento sul sistema disciplinare che le professioni hanno dovuto approvare entro 90 giorni dall'entrata in vigore della riforma (15.11.2012). A partire dal via libera ministeriale di quel regolamento, poi, ogni ordine territoriale avrebbe dovuto inviare al tribunale competente un elenco dei componenti del consiglio di disciplina. Questo dovrà essere composto da una quantità di nominativi pari al doppio del numero dei consiglieri che il presidente del tribunale è chiamato a designare. A partire da quella rosa il presidente del tribunale dove ha sede il consiglio nominerà i consiglieri del Consiglio di disciplina territoriale.
Ed è stato proprio questo il punto più controverso che ha rallentato fino ad ora la creazione del nuovo sistema, la difficoltà di trovare (e poi di pagare) una rosa di professionisti disponibili allo svolgimento del compito richiesto. Di fatto ora i consigli di disciplina territoriali si contano sulle dita di una mano, così come quelli nazionali per i quali però le procedure sono diverse. Questo organo è, infatti, previsto solo per alcune categorie professionale (Agronomi e forestali, Agrotecnici, Assistenti sociali, Biologi, Commercialisti, Consulenti del lavoro e Tecnologi alimentari) giacché la maggior parte degli Albi è stata costituita prima della Costituzione e conserva quindi la giurisdizione speciale che la legge gli attribuiva.
Formazione continua e tirocinio. Per quanto riguarda la formazione continua, già vigente in alcuni casi nel mondo delle professioni, i regolamenti sono stati sì predisposti ma non entreranno in vigore prima del 2014. Altro snodo cruciale è quello del regolamento sul tirocinio non tanto nei tempi, con il nuovo tetto a 18 mesi, ma nell'esigenza di un passaggio ordinato tra vecchie e nuove regole. Alcune categorie (commercialisti per esempio) avevano già attivato un ampio sistema di convenzioni con gli atenei, con la possibilità di incrociare il periodo di tirocinio con la laurea specialistica: la regola dei 18 mesi attuata dal regolamento impone naturalmente di rivedere le convenzioni per adeguarle al nuovo calendario, ma resta da chiarire il destino dei percorsi già attivati con le nuove regole.
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Dal 15 agosto via all'obbligo dell'rc professionale. Le convenzioni stipulate dagli ordini
Parte la corsa all'assicurazione.

Corsa all'assicurazione obbligatoria. È scattato infatti per tutti i professionisti l'obbligo di stipulare una polizza che copra i rischi della responsabilità civile professionale. Tutti gli ordini, quindi, sia a livello nazionale sia locale, si sono mossi per stipulare accordi e convenzioni con agenzie di assicurazione per guidare e tutelare i propri iscritti nella scelta della polizza, che può rivelarsi anche molto costosa. Soprattutto perché il dpr n. 137/2012 non prevede alcun obbligo per le compagnie. Entriamo nel dettaglio.
Professioni giuridico-economiche. Per quanto riguarda gli avvocati, la professione è regolamentata dalla nuova legge di disciplina dell'ordinamento professionale forense (n. 247/2012) che da un lato, in materia di rc professionale, recepisce quanto previsto dal dpr Severino, dall'altro però l'assolvimento dell'obbligo è condizionato all'approvazione, da parte del ministero della giustizia del dm sulle condizioni essenziali e i massimali minimi. Dunque, il termine del 15 agosto non riguarda gli avvocati. Ad ogni modo, il Cnf ha affidato al broker Aon spa la consulenza sul programma assicurativo.
Il Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, invece, che stima attualmente circa 15 mila professionisti assicurati su un totale di 22 mila, ha stipulato una convenzione con la compagnia Aig. I principali accordi prevedono: il premio di assicurazione commisurato agli introiti netti Iva contabilizzati dall'assicurato nell'anno precedente lo stesso; l'oggetto dell'attività professionale assicurata è relativo alla professione nella sua interezza; retroattività illimitata se il consulente è già assicurato, cinque anni se non è assicurato. Quanto ai costi, invece, si parte da 270 euro per un volume d'affari Iva fino a 40 mila euro l'anno, fino a 3.450 euro per un volume d'affari fino a 500 mila euro. Oltre e fino a 1,5 milioni è previsto il premio per la fascia precedente più il 4 per mille sulla differenza del fatturato.
Professioni tecniche. Il Collegio nazionale degli agrotecnici, che stima a oggi circa 500-1.000 professionisti assicurati su circa 15 mila, ha rinnovato e confermato il contratto stipulato nel 2007 con «Aec Master broker», appoggiato ai Lloyd's. Copre le seguenti tre aree: responsabilità civile, rischi del patrimonio, rischi della persona. A questo prodotto assicurativo ne è stato aggiunto un secondo, con Marsh Italia. Entrambi i prodotti sono divisi per scaglioni di fatturato (si parte da 25 mila, il più basso) e per massimali assicurabili.
Sono possibili estensioni per settori particolari, le polizze prevedono la retroattività. A prescindere dai due prodotti «validati» dal Collegio nazionale, gli iscritti all'albo sono liberi di assicurarsi con qualunque altra compagnia o broker. Il costo è di 230-250 euro per un fatturato entro i 25 mila euro. Il Conaf ha proceduto invece ad una gara pubblica per selezionare una compagnia per Polizza collettiva ad adesione e la gara (aggiudicata il 23.07.2013 e sottoscritta il 2 agosto) è stata aggiudicata per due anni alla Compagnia Aig Europe Limited.
Franchigia e premi flessibili tagliati a misura di professionista, copertura postuma ma, soprattutto, un disciplinare dettagliato senza clausole sulle attività del perito industriale. La copertura assicurativa per i periti industriali, per la prima volta estesa anche alle nuove forme societarie parte da questi principi ed è il risultato della collaborazione tra il Cnpi e il Broker Assicurativo Marsh S.p.a. grazie al quale è stato siglato un accordo quadro per una polizza sottoscritta con la compagnia Aig Europe Limited. Il costo è di circa 400 euro annuo per un volume di affari compreso entro i 50 mila euro e un massimale di 250 mila euro.
Nessuna convenzione predefinita per il Consiglio nazionale degli ingegneri che invece ha inviato una circolare in cui sono selezionate alcune offerte segnalate in virtù della conformità con i parametri fissati dal Cni. Le proposte in linea con la griglia di qualità degli ingegneri sono sei: Aec master broker, Gava broker, Link broker, Consulbrokers, Aon e Marsh. A queste si aggiunge la polizza Willis di Inarcassa che, al momento, rappresenta il riferimento di tutto il mercato.
Così un professionista con fatturato di 50 mila euro dovrà pagare, per un massimale di 500 mila euro con una franchigia di 2.500, intorno ai 400 euro all'anno. Chi guadagna 200 mila euro dovrà, invece, pagarne almeno 1.300 per una copertura simile. Mentre per un fatturato di 300 mila euro si sale fino a 1.700 euro. Gli architetti, invece, si sono affidati a un avviso pubblico per selezionare le compagnie con le quali sottoscrivere una convenzione (tratto da ItaliaOggi Sette del 12.08.2013).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Gli effetti delle Comunitarie 2013: novità per danni ambientali e incidenti industriali.
Rifiuti, stretta sulla gestione. Sotto la disciplina Raee tutti i grandi elettrodomestici.

Stretta sulla gestione dei rifiuti elettronici, spinta sul riciclo delle pile a fine vita, inasprimento delle responsabilità per danni ambientali, allargamento delle industrie sotto il controllo previsto dalle stringenti regole su emissioni industriali (c.d. «Ippc») e prevenzione degli incidenti rilevanti («Seveso»).
Queste le rilevanti novità ambientali previste dalle due nuove «Leggi comunitarie» licenziate in via definitiva dal Parlamento lo scorso 31/07/2013. Novità che saranno però tradotte sul piano operativo in tempi diversi: immediatamente quelle previste dalla «Legge europea».
Aee e Raee. In materia di apparecchiature elettriche ed elettroniche (c.d. «Aee») e relativi rifiuti (c.d. «Raee») le prime novità sono quelle previste dalle norme della «Legge europea» che riscrivono il dlgs 151/2005 e il dm 65/2010. Mediante ritocchi all'allegato 1B del dlgs 151/2005 il Legislatore riconduce sotto la disciplina dei Raee tutti gli elettrodomestici di grandi dimensioni, i condizionatori d'aria e i test di fecondazione.
Con la riformulazione del dm 65/2010 viene invece allargato il sistema semplificato di raccolta e trasporto dei Raee ai centri di trattamento da parte dei distributori di nuove apparecchiature. Le già previste semplificazioni ambientali saranno infatti assicurate per raggruppamenti e trasporti di Raee oltre i volumi massimi attualmente previsti. Ancora, realizzazione e gestione dei citati centri di raccolta potranno essere effettuati nelle strutture che rispettano i criteri autorizzatori generali ex dlgs 152/2006 in alternativa a quelli specifici ex dm 08.04.2008. La «legge di delegazione europea» apre invece la strada all'attuazione delle due nuove direttive in materia di «Aee» e «Raee»: rispettivamente la 2011/65/Ce e la 2012/19/Ue.
Il recepimento della direttiva 2011/65/Ce su fabbricazione di nuove Aee darà attuazione a tre novità imposte dal Legislatore comunitario: allargamento della definizione di Aee a qualsiasi apparecchiatura che dipende da correnti elettriche o campi elettromagnetici per espletare «almeno una» delle funzioni previste e ai relativi pezzi di ricambio; divieto di utilizzo nella fabbricazione di Aee delle sostanze pericolose già bandite dalla «disciplina Reach» sulle sostanze chimiche (regolamento Ce n. 1907/2006); obbligo per fabbricanti, importatori e distributori di garantire l'accesso alla documentazione tecnica delle apparecchiature commercializzate.
Con il recepimento della direttiva 2012/19/Ue arriverà invece l'obbligo di ritiro gratuito delle Aee usate da parte dei distributori di nuove apparecchiature domestiche passerà dall'attuale sistema «one on one» a quello «one on zero». Ma solo per i negozi al dettaglio con superficie di vendita uguale o superiore ai 400 metri quadrati che non riusciranno a dimostrare l'esistenza di regimi di raccolta alternativa altrettanto efficaci e comunque solo in relazione ai Raee provenienti da nuclei domestici di «piccolissime dimensioni». Sempre con il recepimento della nuova direttiva Raee arriverà altresì l'aumento delle percentuali minime di raccolta differenziata e di recupero di rifiuti da assicurare a livello nazionale, che dovranno salire dalle attuali 70-80 all'85%.
Pile e relativi rifiuti. Attraverso la rivisitazione del dlgs 188/2008 (di recepimento direttiva 2006/66/Ce) la «Legge europea» accelera sul riciclaggio delle batteria a fine vita. Sarà innanzitutto permesso alle imprese di effettuare il riciclaggio di pile ed accumulatori a fine vita fuori del territorio nazionale e comunitario, a condizione che siano rispettate le prescrizioni del regolamento (Ce) n. 1013/2006 sul trasporto internazionale di rifiuti. Ancora, potranno andare in discarica solo i residui di rifiuti di batterie preventivamente sottoposti ad operazioni di riciclaggio. Infine, l'apposizione del simbolo recante l'obbligo di conferimento in raccolta differenziata.
Danno ambientale. Tre i punti di intervento della «Legge europea» mediante la riformulazione del dlgs 152/2006 (c.d. «Codice ambientale»): ridefinizione dei criteri di imputazione della responsabilità; eliminazione dell'equivalenza tra «bonifica» e «risarcimento»; limitazione della possibilità del risarcimento «per equivalente patrimoniale». Sotto il primo profilo vengono ora previste due differenti categorie di soggetti: da un lato coloro che svolgono una delle attività a elevato rischio previste dall'allegato 5, Parte VI del dlgs 152/2006 e dall'altro coloro che svolgono attività diverse.
I soggetti appartenenti alla prima categoria rispondono dei danni ambientali in base ad una sorta di «presunzione di responsabilità», responsabilità comunque superabile fornendo prova del «fatto del terzo», del caso fortuito o della forza maggiore. Gli altri soggetti saranno invece chiamati a rispondere del danno ambientale solo qualora si dimostri la sussistenza del dolo o della colpa. Sotto il secondo profilo, invece, l'effettuazione o il semplice avvio della bonifica dei siti inquinati non varrà più a escludere a carico del responsabile l'obbligo di risarcimento del danno ambientale. Infine, sotto il terzo profilo, il danno cagionato da soggetti che svolgono attività ad alto rischio non potrà più essere risarcito «per equivalente economico», ma solo in forma specifica tramite il ripristino della situazione precedente.
Controllo emissioni industriali («Ippc»). La delega per l'attuazione dell'ultima direttiva 2010/75/Ce sull'«Ippc» comporterà un allargamento delle imprese obbligate all'adozione delle «migliori tecniche disponibili» nell'abbattimento dell'inquinamento per poter svolgere la propria attività. Con il recepimento della direttiva 2010/75/Ce la disciplina «Ippc» sarà infatti estesa agli impianti di combustione di potenza termica compresa tra 20 e 50 Mw, agli impianti industriali per la conservazione del legno e dei prodotti di legno, alle imprese di produzione dei pannelli a base di legno. Il recepimento della direttiva 2010/75/Ce aprirà altresì le porte alle nuove e future citate «migliori tecniche disponibili» che l'Ue approverà sulla base di parametri di tutela ambientale più elevati.
Prevenzione incidenti rilevanti («Seveso»). Con la delega al recepimento della direttiva 2012/18/Ue sul «controllo dei pericoli di incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze pericolose» si avvicina invece l'allargamento degli impianti sottoposti alla rigida disciplina e l'ampliamento degli adempimenti di prevenzione a carico dei relativi gestori. L'allargamento del campo di applicazione scatterà con l'inclusione di 14 nuove sostanze nell'elenco di quelle che obbligano chi le gestisce all'adozione delle precise misure di prevenzione degli incidenti industriali rilevanti. L'upgrade degli obblighi per i gestori sarà invece effetto della maggiore analiticità richiesta dalla nuova direttiva nella documentazione comprovante l'effettuata attività di prevenzione (tratto da ItaliaOggi Sette del 12.08.2013).

VARI: Patenti tutte nuove. Il duplicato a casa. E tracciato. La nuova procedura è partita il 1° luglio scorso.
Dal 1° luglio il duplicato della patente di guida richiesto dall'automobilista per furto, smarrimento o distruzione arriverà direttamente a casa con una nuova procedura molto dettagliata. E se l'interessato non sarà soddisfatto della qualità della stampa o evidenzierà errori potrà immediatamente contestare il nuovo documento e richiederne un nuovo gratuitamente alla motorizzazione civile.

Lo ha chiarito il Ministero dei trasporti con la circolare 12.07.2013 n. 18260 di prot..
Dal 1° luglio, specifica innanzitutto la circolare, è attivo il nuovo servizio di personalizzazione centralizzata delle patenti di guida che al momento si occuperà però solo del rilascio delle nuove patenti ottenute per esame e di quelle richieste come duplicato della licenza. In particolare per i documenti di guida richiesti a seguito di smarrimento, distruzione e furto il servizio di recapito a domicilio dell'interessato diventa particolarmente dettagliato.
Per massimizzare la possibilità di consegna il nuovo servizio prevede un primo tentativo di recapito all'indirizzo di residenza del titolare. Se il soggetto è assente l'addetto al recapito inserirà in buchetta un avviso di mancata consegna con istruzioni operative. In questo caso l'interessato potrà contattare un apposito call center di Poste Italiane per concordare una successiva consegna. Se anche questo secondo tentativo non andrà a buon fine l'addetto alla consegna inserirà in buchetta un ulteriore avviso informativo. In ipotesi di ulteriore tentativo di consegna non andato a buon fine la nuova patente verrà depositata presso l'ufficio postale di riferimento dove rimarrà in giacenza per 60 giorni, pronta per essere ritirata dall'intestatario o da un suo delegato.
Al momento del ritiro postale l'utente dovrà però corrispondere l'importo complessivo di 17,50. Trascorsi 60 giorni dal deposito postale la patente verrà poi spedita all'ufficio provinciale della motorizzazione dove l'interessato potrà rivolgersi per il prelievo del documento, previo pagamento di un ulteriore importo maggiorato. Ma se il soggetto tarderà oltre 240 giorni al ritiro del documento la patente andrà distrutta dalla stessa motorizzazione.
Nel caso in cui la patente ricevuta presenti invece dati errati o risulti visivamente di scarsa qualità, conclude la circolare, il titolare potrà immediatamente richiedere il duplicato del documento, senza alcun onere a suo carico, ad un qualunque ufficio della motorizzazione civile (tratto da ItaliaOggi Sette del 12.08.2013).

EDILIZIA PRIVATAAcquisto. Gli obblighi. Il certificato energetico va sempre allegato.
Lo scopo è quello di dare ai futuri abitanti della casa un'informazione immediata su quanto consuma, sotto l'aspetto energetico, il bene che stanno per acquistare o affittare.

L'indicazione è racchiusa in un documento che dal 6 giugno si chiama Ape (Attestato di prestazione energetica) e che deve essere prodotto per tutte le nuove costruzioni o in caso di ristrutturazione di un immobile, di vendita, di locazione e persino di cessione a titolo gratuito. Pena: una serie di sanzioni, ma soprattutto la nullità del contratto di trasferimento.
Il quadro sulla certificazione energetica in Italia è così ridisegnato dalla legge 90/2013, che è entrata in vigore il 4 agosto scorso e ha convertito il Dl 63/2013 di inizio giugno. Con questo provvedimento, con cui sono integrati i contenuti del Dlgs 192/2005 (il testo base nel nostro Paese sul rendimento energetico), anche Roma recepisce la direttiva europea 2010/31/Ue. L'Ape, che sostituisce il vecchio Ace (Attestato di certificazione energetica), è il documento che attesta la prestazione energetica di un edificio e fornisce raccomandazioni per il miglioramento dell'efficienza energetica.
A sua volta, la prestazione energetica dipende dalla quantità annua di energia primaria effettivamente consumata o che si prevede necessaria per soddisfare, con un uso standard dell'immobile, i vari bisogni energetici dell'edificio. Vale a dire: la climatizzazione invernale ed estiva, la preparazione dell'acqua calda per usi igienici e sanitari, la ventilazione e, per il settore terziario, l'illuminazione, gli impianti ascensori e scale mobili. Difficile quantificare da subito il costo del nuovo documento che, è più complesso del vecchio Ace, il quale, in linea di massima, si aggirava dai 250 ai mille euro a seconda anche delle dimensioni della casa.
In base alla prestazione raggiunta, l'unità immobiliare viene anche classificata in una scala da A a F. L'attestato riporta, dunque, anche la classe energetica; i requisiti minimi di efficienza energetica vigenti; le raccomandazioni per migliorare la performance, separando la previsione di interventi di ristrutturazione importanti da quelli di riqualificazione energetica.
La targa deve essere rilasciata da esperti qualificati e indipendenti, in possesso di iscrizione all'Ordine o Collegio e dei requisiti di formazione ed esperienza fissati nel Dpr 75/2013. Sarà valida per dieci anni, a meno che nel frattempo l'immobile non venga sottoposto a una riqualificazione tale da cambiarne i consumi (per esempio, con la sostituzione degli infissi) o che non vengano eseguiti i controlli dei sistemi tecnici, in primis sugli impianti termici, fissati dalla legge.
I soggetti obbligati
Il rilascio dell'Ape spetta, nel caso di immobili nuovi o ristrutturati, alla società o impresa che ha effettuato i lavori; tocca invece al proprietario di un'unità immobiliare in caso di cessione o di affitto produrre l'attestato da allegare agli atti. Già nell'annuncio immobiliare è obbligatorio indicare sia l'indice di prestazione energetica dell'involucro edilizio e globale (dell'intero edificio o dell'unità immobiliare), sia la classe energetica di riferimento.
In attesa di uno o più decreti attuativi che dovranno essere emanati dal ministero dello Sviluppo entro l'anno, la targa si compila ancora secondo le regole del vecchio Ace e cioè seguendo le norme Uni/Ts 11300, la raccomandazione Cti 14/2003 e la Uni En 15193 per l'illuminazione.
Come ha chiarito una nuova circolare (nota n. 16416 del Dipartimento per l'energia dello Sviluppo economico), sui territori (Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Valle d'Aosta e le Province di Trento e Bolzano) con un proprio sistema per l'attestato di certificazione (recependo la direttiva 2002/91/CE e solo in alcuni casi già la 2010/31/Ue) si procede con le regole locali. È aperto comunque un tavolo di confronto con il ministero, per superare le distinzioni e rendere omogeneo il rilascio.
Le sanzioni
Il Parlamento ha reintrodotto la nullità degli atti in caso di mancata allegazione dell'Ape al contratto di vendita o locazione. Previsione che era stata cancellata nel 2008 dalla legge 133. Ciò vale per tutto il territorio nazionale, comprese le Regioni che hanno un sistema locale di rilascio delle targhe. Le sanzioni, rese più severe dal Dl 63, cambiano invece a seconda della disciplina nazionale o locale. A livello nazionale, solo per citare qualche esempio, il costruttore o il titolare di un fabbricato che non predispone l'Ape per un immobile nuovo o ristrutturato va incontro a una multa dai 3mila ai 18mila euro.
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I CONTRATTI
Rischio nullità senza il documento

Nullità per i contratti di «vendita», per gli «atti di trasferimento di immobili a titolo gratuito» e per i «nuovi contratti di locazione» qualora l'Attestato di prestazione energetica (Ape) non sia «allegato al contratto»: è questa la novità, abbastanza dirompente, della legge di conversione del decreto legge 63/2013, in tema di prestazione energetica nell'edilizia (il cosiddetto Dl "eco-bonus"), la quale introduce, con tale tenore letterale, il nuovo comma 3-bis all'articolo 6 del Dlgs 192/2005.
La novità è dirompente. Non solo la norma dispone una sanzione civilistica gravissima (che si aggiunge comunque a quelle pecuniarie, riassunte nella tabella a fianco) -quando invece l'introduzione, a opera del Dl 63/2013, di un largo panorama di notevoli sanzioni pecuniarie, aveva fatto credere che, sul discorso sanzionatorio in tema di Ace/Ape, ampiamente sviluppatosi in passato, fosse stata posta la parola fine-, ma anche finirà inevitabilmente per porre seri ostacoli alla contrattazione immobiliare, almeno per qualche tempo (e cioè fino a che gli operatori non avranno preso dimestichezza con questa complicata materia). L'unica consolazione è che, trovandoci in un periodo di mercato asfittico e per di più in agosto, questa ipotizzata paralisi non dovrebbe comunque avere effetti catastrofici.
I temi che la norma solleva sono molteplici e, in taluni casi, niente affatto semplici. Anzitutto, va notato che la nuova disciplina ha un ampio spettro applicativo: si occupa infatti di qualsiasi contratto di «vendita» (e quindi anche i contratti che abbiano a oggetto solo quote di comproprietà oppure diritti reali parziari), di qualsiasi atto «a titolo gratuito» (e quindi, per esempio, di donazioni, di patti di famiglia e di trust traslativi) e di qualsiasi nuovo contratto di locazione.
Quanto ai contratti traslativi a titolo oneroso, ci sarà da verificare se la nuova norma riguardi le sole compravendite, come il suo dato testuale farebbe pensare, oppure se essa contempli qualsiasi tipologia di atto traslativo: permute, conferimenti in società, transazioni, rendite vitalizie eccetera.
Altro problema è quello di stabilire che valenza abbiano le norme regionali emanate in materia di Ace/Ape con riguardo all'attività negoziale. Sul punto, pare scontato concludere che, essendo la materia contrattuale sottratta per definizione al legislatore regionale (articolo 117, comma 2, lettera l), della Costituzione) ed essendo disposta una sanzione così grave come la nullità a opera della legge statale, inevitabilmente ciò finisce per mettere fuori gioco qualsiasi altra prescrizione di rango gerarchico inferiore.
Pare risolto invece il tema di come confezionare l'attestato nelle Regioni che hanno emanato una propria normativa: si dovrebbe continuare a utilizzare gli Ace elaborati come disposto dalle normative "locali", come suggerisce la nota dello Sviluppo economico prot. n. 16416 del 07.08.2013 (si veda Il Sole 24 Ore dell'8 agosto scorso) (tratto da Il Sole 24 Ore del 12.08.2013).

ATTI AMMINISTRATIVI - VARI: La semplificazione dei nuovi obblighi parte dal calendario. Norme in vigore il 1° gennaio o il 1° luglio.
GRAN CALDERONE/ Aiuti a studenti meritevoli, taglio di certificati, internet: il decreto del fare ha toccato diversi aspetti della vita di cittadini e imprese.

Non si tratta di un intervento organico: si va, infatti, dalla semplificazione delle procedure amministrative all'indennizzo in caso di ritardi degli uffici pubblici, dal domicilio digitale agli aiuti agli studenti meritevoli, dalla "liberalizzazione" di internet all'abolizione di parte delle tasse sulla nautica da diporto. Tuttavia nel gran calderone del decreto del fare (Dl 69/2013), convertito in legge venerdì scorso, si possono rintracciare una serie di misure che impattano sulla vita di tutti i giorni, con l'obiettivo di renderla più semplice.
Per alcune novità gli effetti si vedranno da subito. È il caso, per esempio, della misura –già operativa dal 2 luglio– che prevede due sole date (il 1° gennaio e il 1° luglio) per l'entrata in vigore degli adempimenti relativi a cittadini e imprese. Altre norme avranno, invece, bisogno di più tempo per diventare efficaci, perché rinviano a ulteriori disposizioni che dovranno dar loro attuazione.
È il caso, per esempio, del domicilio digitale, che in teoria già esiste dal 1° gennaio scorso come possibilità per ogni cittadino di dotarsi di una casella di posta elettronica certificata (Pec) da utilizzare come "buca delle lettere" informatica a cui le pubbliche amministrazioni possono inviare messaggi e comunicazioni. Il decreto del fare si propone di andare oltre e incentivare il ricorso a questo strumento, prevedendo che il cittadino ne sia dotato quando richiede il documento unificato o farà domanda di iscrizione anagrafica o di cambio di residenza una volta entrata a regime l'anagrafe nazionale della popolazione residente (Anpr). Il problema è che questi ultimi due strumenti sono di là da venire: il documento unificato presuppone la carta d'identità elettronica, di cui si parla invano da anni: si tratta, infatti, della carta di identità elettronica allargata a contenere la tessera sanitaria e destinato, specifica il decreto del fare, a sostituire anche il tesserino fiscale; per l'altro verso, l'anagrafe nazionale della popolazione residente ha ricevuto il via libera del Consiglio di Stato nei giorni scorsi, ma il cammino è ancora lungo.
Altrettanto dicasi per la semplificazione dei certificati di gravidanza, che saranno inviati all'Inps in via telematica dai medici o dalle strutture sanitarie solo tre mesi dopo che diventerà operativo il decreto con le procedure di trasmissione, per approntare il quale ci sono sei mesi di tempo.
Efficace da subito, invece, la soppressione dell'obbligo del certificato medico per chi svolge attività ludico-motoria e amatoriale. In questo modo è stata modificata una normativa recentissima, dettata da un decreto del 24 aprile scorso, il quale ha definito le diverse attività sportive e i relativi accertamenti medici. Per l'attività ludico-motoria e amatoriale era stato, appunto, previsto l'obbligo del certificato medico. Novità anche per l'attività sportiva non agonistica, che finora richiede (sempre secondo il decreto di aprile) il certificato medico, la misurazione della pressione arteriosa e l'elettrocardiogramma a riposo. Il decreto del fare mantiene l'obbligo del certificato ma lascia al medico di base o al pediatra la decisione se procedere a ulteriori accertamenti.
Immediata anche l'operatività della disposizione che impone agli uffici di anagrafe di comunicare agli stranieri nati in Italia il diritto di poter acquisire la cittadinanza a partire dal 18° anno: in questo modo si rende più penetrante quanto previsto dall'articolo 4 della legge 91 del 1992, che subordina l'acquisizione della cittadinanza alla dichiarazione che l'interessato deve presentare entro un anno dal raggiungimento della maggiore età. Ora c'è l'obbligo di informarlo di tale diritto.
Anche gli aiuti per gli studenti meritevoli non dovrebbero conoscere lungaggini. La nuova legge, infatti, stanzia 5 milioni per il 2013 e altrettanti per il 2014 e 7 per il 2015. Serviranno per aiutare quanti desiderano studiare fuori sede. Per accedere alla graduatoria che ogni Regione stilerà bisogna possedere determinati requisiti, a cominciare dal voto di diploma non inferiore a 95/100. La borsa può essere rinnovata, dietro domanda, purché si dimostri di aver tenuto una tabella di marcia da studente modello: acquisizione di almeno il 90% dei crediti formativi, media del 28 e nessun esame al di sotto del 26.
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IL TOUR DE FORCE - Corsa alla conversione
Non solo decreto del fare. La chiusura estiva del Parlamento è stata, infatti, preceduta da un tour de force imposto dalla conversione dei Dl che altrimenti rischiavano di saltare. Se l'ultimo ad avere ricevuto il via libera è stato il decreto del fare (che sarebbe scaduto il 20 agosto), nei giorni precedenti le Camere avevano licenziato anche i Dl sull'occupazione (la cui deadline cadeva il 26 agosto) e lo svuota carceri, che spirava a fine mese.
I Dl rimasti
A questo punto, dei nove decreti legge varati dal Governo Letta, ne rimangono in piedi solo due, che però sono di conio recentissimo. Si tratta, infatti, delle misure per la tutela, la valorizzazione e il rilancio del patrimonio culturale (decreto approvato dal Consiglio dei ministri il 2 agosto e che ancora deve affrontare l'esame parlamentare) e del Dl sul femminicidio, licenziato da Palazzo Chigi venerdì scorso. Ci sarebbe, poi, il decreto sui pagamenti dei debiti degli enti del servizio sanitario, che però non ha più ragione di esistere perché è confluito nel decreto del fare.
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Le principali novità per cittadini e famiglie previste dal decreto del fare (Dl 69/2013), convertito in legge venerdì
BORSE DI MOBILITÀ PER GLI STUDENTI MERITEVOLI
Borse di studio di mobilità per gli studenti che intendono frequentare un'università statale o non statale italiana (escluse quelle telematiche) in una regione diversa da quella in cui risiedono insieme alla famiglia. Ammesso agli aiuti chi soddisfa determinati criteri (tra cui un voto di diploma pari o superiore a 95/100)
CERTIFICATI DI GRAVIDANZA
Invio all'Inps solo telematico dei certificati di gravidanza, di parto o di interruzione di gravidanza. Lo deve fare il medico o la struttura sanitaria. Fino a che la nuova norma non sarà operativa dovrà continuare a pensarci la lavoratrice
CERTIFICATI SPORTIVI
Niente certificato medico per l'attività ludico-motoria (per esempio, il gioco delle bocce, il biliardo, la ginnastica per anziani). Per quella non agonistica resta l'obbligo del certificato medico, ma ulteriori accertamenti sono a discrezione del medico
CITTADINANZA AGLI STRANIERI NATI IN ITALIA
Gli ufficiali di stato civile devono comunicare allo straniero nato in Italia, sei mesi prima che quest'ultimo compia il 18° anno di età, la possibilità di acquisire la cittadinanza italiana, specificando che può esercitare il diritto entro il 19° anno
DATA UNICA PER I NUOVI OBBLIGHI
L'efficacia degli atti normativi del Governo e di quelli a carattere generale delle amministrazioni statali, degli enti pubblici nazionali e delle agenzie decorre dal 1° luglio o dal 1° gennaio successivi alla data di entrata in vigore degli atti
DOCUMENTO UNIFICATO
Sostituisce a tutti gli effetti il tesserino di codice fiscale rilasciato dall'Agenzia delle entrate
DOMICILIO DIGITALE
All'atto della richiesta del documento unificato o dell'iscrizione all'anagrafe o del cambio di residenza viene assegnata una Pec che serve da domicilio digitale
INDENNIZZO PER I RITARDI DELLA PA
Nel caso di lentezza della Pa nella conclusione dei procedimenti, si ha diritto a un indennizzo di 30 euro per ogni giorno di ritardo, fino a un massimo di 2mila euro
INTERNET
L'offerta al pubblico di accesso a internet tramite il wifi non richiede che il gestore del servizio proceda all'identificazione di chi utilizza la rete
INVALIDITÀ
Chi ha un'invalidità prevista dal decreto 225/2007 (inclusi i soggetti affetti da sindrome da talidomide o di Down) è esonerato da ulteriori visite presso l'Inps
NAUTICA DA DIPORTO
Soppressa la tassa per le unità da diporto fino a 14 metri e dimezzata per quelle da 14 a 20 metri.
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Burocrazia. Il rimedio alle lungaggini degli uffici. L'indennizzo per i ritardi debutta in via sperimentale.
MONITORAGGIO/ Per il momento riguarderà i procedimenti di avvio dell'attività d'impresa e dopo 18 mesi si valuterà se estenderlo agli altri atti.

Il decreto del fare contiene anche un esperimento: è quello che si tenta con la norma che introduce l'indennizzo per i ritardi della pubblica amministrazione. La disposizione sarà, infatti, operativa –a partire dall'entrata in vigore della legge di conversione– solo per i procedimenti amministrativi che riguardano l'avvio dell'attività di impresa. Dopo 18 mesi si farà il punto e, anche in base a un monitoraggio su come la misura avrà funzionato, si deciderà se correggerla, se estenderla a tutti i procedimenti o, in caso di scarsi risultati, di cancellarla.
Eventualità quest'ultima che appare legata più alle difficoltà applicative che ai rilevanti esborsi a cui la Pa potrebbe andare incontro. Il meccanismo, infatti, rischia di incepparsi nelle faticose procedure burocratiche, quelle stesse che spesso determinano le lungaggini delle pratiche.
L'impianto generale della norma prevede che di fronte all'inosservanza del termine di conclusione del procedimento amministrativo iniziato a istanza di parte e per il quale sussista da parte dell'ufficio l'obbligo di pronunciarsi (sono escluse le ipotesi di silenzio qualificato e dei concorsi pubblici), il cittadino possa chiedere un indennizzo pari a 30 euro per ogni giorno di ritardo, fino a un importo massimo di 2mila euro.
L'indennizzo non scatta automaticamente, ma solo se l'interessato aziona entro venti giorni il potere sostitutivo, cioè bussa alla porta del funzionario a cui è stato affidato il potere di intervenire in caso di inerzia dell'amministrazione. Di fronte a quest'ultimo si aprono due strade: fare in modo che il procedimento in ritardo venga concluso almeno nella metà del tempo previsto in origine oppure liquidare al cittadino l'indennizzo.
Se nessuna delle due vie viene percorsa, non resta che il ricorso al Tar, che beneficia in questo caso della riduzione a metà del contributo unificato, l'importo che si paga per rivolgersi al giudice.
Al di là dell'allungamento dei tempi che un contenzioso comporta, bisogna aggiungere che la sconfitta la si paga cara: infatti, nel caso il ricorso venga dichiarato inammissibile, il ricorrente viene condannato, con sentenza immediatamente esecutiva, a pagare una somma da due a quattro volte il contributo unificato (tratto da Il Sole 24 Ore del 12.08.2013).

INCARICHI PROFESSIONALI - PROGETTUALI: I giudici estendono la responsabilità dei professionisti. L'obbligo di assicurarsi scatta giovedì ma le sentenze hanno tracciato la rotta.
L'obbligo di assicurarsi contro i danni provocati ai clienti debutta solo giovedì 15 agosto, ma i professionisti devono fare già da tempo i conti con le condanne ai risarcimenti inflitte dai giudici. Anzi: negli ultimi anni la giurisprudenza ha virato verso una maggiore severità nel valutare la condotta degli iscritti agli Albi, arrivando a censurare il mancato raggiungimento del risultato.
Obbligo non per tutti
L'obbligo di stipulare una polizza per la responsabilità professionale è stato introdotto dalla legge 148/2011 e poi precisato dal Dpr 137/2012, insieme agli altri interventi dedicati al mondo delle professioni. Sempre il Dpr 137/2012 ha fatto slittare di un anno l'applicazione dell'obbligo di assicurarsi, che in origine doveva diventare operativo ad agosto 2012.
Ma non tutti i professionisti sono coinvolti dalla scadenza di Ferragosto. I notai, ad esempio, sono già assicurati da anni: già nel 1999 il Consiglio nazionale del notariato ha stipulato una polizza che copre tutti gli iscritti e nel 2006 assicurarsi è diventato obbligatorio. Per avvocati e medici, invece, l'appuntamento con la polizza obbligatoria è spostato più avanti. Gli avvocati, infatti, seguono la corsia tracciata dalla riforma forense (legge 247/2012), che prevede le polizze professionali debbano essere stipulate in base alle condizioni che il ministero della Giustizia deve ancora stabilire. E ai professionisti della sanità è stata concessa una nuova proroga di un anno, approvata nel corso del passaggio in Parlamento per la conversione in legge del decreto del fare (69/2013).
Tutti gli altri iscritti agli Albi, se svolgono un'attività libero professionale organizzata, devono dotarsi di adeguate coperture per salvaguardare il proprio patrimonio e garantire il soddisfacimento delle pretese risarcitorie dei clienti che si ritengono danneggiati. Chi non si assicura commette un illecito disciplinare, sanzionato dai Consigli nazionali, che però hanno spiegato (si veda «Il Sole 24 Ore del lunedì» del 5 agosto) che non avvieranno i controlli prima di settembre.
Giurisprudenza in evoluzione
Ma quali sono i casi in cui scatta la responsabilità del professionista? Per i giudici, in linea generale, il contratto d'opera professionale impone di garantire al cliente non il raggiungimento comunque del risultato auspicato, ma l'adozione della dovuta diligenza per conseguirlo (obbligazione "di mezzi"). Ad esempio, un medico –secondo la giurisprudenza tradizionale– non può essere tenuto a garantire la guarigione del paziente, né un mediatore può assicurare al cliente che l'affare che si è assunto l'onere di promuovere venga effettivamente concluso. I giudici, piuttosto, devono valutare se la prestazione svolta è idonea a soddisfare l'interesse del cliente, per poter ritenere che l'incarico professionale sia stato eseguito a regola d'arte.
Ma negli ultimi anni la magistratura sta sempre più valorizzando le aspettative del cliente. E, in alcuni settori professionali, ha spostato l'ago della bilancia verso una censura per il mancato raggiungimento del "risultato". È il caso, ad esempio, del commercialista che, nella redazione di una dichiarazione dei redditi, incorrere nell'obbligo di risarcire il danno al proprio cliente legato alle sanzioni tributarie erogate dall'Erario che verifichi la non pertinenza di costi in detrazione perché non documentati. Ciò anche se tali costi siano stati riportati dallo stesso contribuente al professionista. La diligenza del revisore contabile, dunque, si estende fino all'onere di verificare la veridicità di quanto dichiarato dal proprio cliente in sede di conferimento dell'incarico (si veda la sentenza 9916/2010 della Cassazione).
Un profilo di diligenza elevato è richiesto anche all'avvocato, chiamato a prevedere (si veda la sentenza della Cassazione 18612/2013) anche le possibili evoluzioni giurisprudenziali per sciogliere un contrasto. L'avvocato deve quindi adottare a favore del proprio assistito la linea processuale più prudenziale, tenendo anche presente la possibilità che vengano rivisitati gli orientamenti prevalenti circa la tematica per la quale il cliente si è affidato alla sua assistenza.
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SINDACO DI SOCIETÀ
Se viene dimostrato in giudizio il nesso causale tra l'omesso controllo della contabilità da parte dei sindaci della società e il fallimento, va affermata la responsabilità professionale degli stessi professionisti. Infatti, il danno non si sarebbe verificato se i sindaci avessero tenuto una condotta conforme ai loro doveri e se gli eventi successivi si fossero evoluti secondo le regole. Perché sussista il nesso causale è necessario dimostrare che l'omissione dei controlli aveva consentito di proseguire l'attività e che l'effettuazione dei controlli avrebbe consentito di evitare il danno - Cassazione, sentenza 13081 del 27.05.2013
AVVOCATO
L'opinabilità della soluzione giuridica che si prospetti al professionista gli impone una diligenza e una perizia adeguate alla contingenza: la scelta professionale sulla strategia processuale da adottare deve cadere sulla soluzione che consenta di tutelare maggiormente il cliente. L'esistenza di un contrasto giurisprudenziale e la compresenza di approdi non collimanti fra loro non possono costituire esimenti dalla colpa grave per l'avvocato che adotti la linea poi disattesa in sede di composizione del conflitto - Cassazione, sentenza 18612 del 05.08.2013
COMMERCIALISTA
Costituisce obbligo di diligenza del commercialista nel redigere la dichiarazione dei redditi non appostare costi privi di documentazione o non inerenti all'anno della dichiarazione, comportamento che radica la responsabilità del consulente nei confronti del contribuente dichiarante e che ne giustifica la condanna al risarcimento dei danni. Se viola questo obbligo, il professionista deve essere condannato a pagare la metà delle sanzioni erariali, in virtù della colpa concorrente del contribuente - Cassazione, sentenza 9916 del 26.04.2010
DIRETTORE DEI LAVORI
Il direttore dei lavori è responsabile, in concorso con l'appaltatore, dei difetti dell'opera appaltata e deve rispondere di eventuali danni verso terzi. Circa la responsabilità conseguente a vizi o difformità dell'opera appaltata, il direttore dei lavori per conto del committente presta un'opera professionale in esecuzione di un'obbligazione di mezzi e non di risultati, ma deve utilizzare le proprie risorse intellettive e operative per assicurare il risultato che il committente si aspetta di conseguire - Cassazione, sentenza 1218 del 27.01.2012
MEDICO
La responsabilità del medico dipendente da struttura sanitaria pubblica o privata va ricondotta agli articoli 1218 e seguenti del Codice civile. L'inquadramento vale per il medico e per la struttura. La Cassazione ha inquadrato la responsabilità dell'operatore sanitario nell'ambito contrattuale (l'accettazione del paziente in ospedale comporta la conclusione di un contratto) e ha ravvisato natura contrattuale anche nell'obbligazione del medico dipendente dalla struttura verso il paziente - Tribunale di Milano, sentenza 6757 del 2013.
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Il nodo. Complesso delimitare il danno. Perimetro incerto per i risarcimenti.
LA DIFESA/ Necessario provare l'assoluta impossibilità di raggiungere lo scopo o di evitare il pregiudizio al proprio assistito.

Il professionista che commette un errore non scusabile deve rispondere delle conseguenze arrecate al proprio cliente. Ma come si determina il danno da risarcire? Si tratta di una questione importante perché l'entità del danno che si rischia di provocare in base all'attività svolta è uno degli elementi chiave per guidare il professionista nella scelta della polizza giusta.
Nel nostro ordinamento, chi commette un'azione illecita (e in questa definizione rientra anche il comportamento errato del professionista) deve risarcire tutti i danni che possono essere messi in relazione causale diretta con la propria condotta. Nel caso dell'attività professionale, non sempre è agevole determinare il danno risarcibile perché le azioni e le omissioni del professionista possono avere molteplici conseguenze non sempre tutte riferibili alla condotta colpevole.
Così, se è chiaro che il medico deve risarcire le lesioni conseguenti a una propria errata tecnica operatoria, è anche evidente che non deve rispondere delle conseguenze menomanti legate alla malattia contratta dal paziente per causa naturali non imputabili ad alcuno. Il problema, piuttosto, è definire la linea di confine tra le diverse situazioni. Anche il commercialista che sbaglia a redigere il conto economico per il proprio assistito non è tenuto a versare al Fisco i maggiori oneri fiscali a carico del contribuente, ma deve risarcire il danno per le sanzioni comminate dall'Erario come, ad esempio, gli interessi di mora sul ritardato pagamento imputabile all'errore del professionista.
Talvolta, prevedere i danni futuri collegati in via diretta al l'errore non è semplice. Si pensi all'architetto che commette un errore nella progettazione di un edificio. In questo caso, il danno può consistere nei costi per le modifiche strutturali che si rendano necessarie per ovviare alle carenze del progetto. Ma l'impresa immobiliare committente può anche subire un danno di tipo finanziario perché, ad esempio, il tempo necessario al ripristino ad arte del manufatto ritarda la vendita delle unità immobiliari finite alla clientela. Mentre il notaio che non effettua le visure catastali che attestano la libertà da vincoli dell'unità immobiliare oggetto della compravendita tra privati, deve risarcire, secondo la giurisprudenza (si veda la sentenza 14865/2013 della Cassazione) tutti i danni subiti dall'acquirente che veda inaspettatamente sottratto alla sua disponibilità il bene pur regolarmente acquistato, oltre agli onere fiscali e finanziari sostenuti, ad esempio, per contrarre il mutuo.
L'assunzione di un incarico, dunque, pone il professionista nella condizione di dover fornire al cliente il contributo tecnico necessario a conseguire il risultato sperato. La negligenza o l'imperizia nell'eseguire il mandato lo espongono alla necessità di provare in un giudizio che, anche adottando la miglior scienza, non sarebbe stato possibile raggiungere lo scopo (perché impedito da fattori a lui non riconducibili), o che i danni lamentati si sarebbero comunque verificati a prescindere dell'errore commesso (tratto da Il Sole 24 Ore del 12.08.2013).

EDILIZIA PRIVATAIter più snello, ma niente Scia per modificare la sagoma. Semplificazione a metà sugli immobili vincolati.
Iter semplificato –ma solo in parte– per gli immobili vincolati. Il decreto del fare (Dl 69/2013, convertito in legge dal Parlamento) da un lato alleggerisce la procedura per il rilascio del permesso di costruire per gli immobili sottoposti a vincoli, mentre dall'altro continua a richiederlo –o in alternativa la Dia– quando si realizzano su edifici vincolati interventi di demolizione e ricostruzione con modifica della sagoma.
Il vincolo di sagoma
Di fatto, la deregulation sul rispetto della sagoma introdotta all'articolo 10, comma 1, lettera c), del Dpr 380/2001 (si veda l'articolo in basso) non si applica agli immobili assoggettati a vincoli previsti dal Dlgs 42/2004. Nel caso di questi immobili gli interventi di demolizione e ricostruzione per essere considerati di ristrutturazione edilizia devono conservare volumetria e sagoma preesistenti (negli immobili non vincolati è sufficiente il rispetto solo del primo vincolo).
In altri termini, quando il nuovo edificio riproduce la stessa forma di quello demolito, l'intervento può essere essere eseguito con la Scia, se la forma cambia è indispensabile chiedere il rilascio del permesso di costruire o la Dia. Peraltro, è bene ricordare che il quadro delle norme nazionali –così come modificato dal decreto "del fare"– va sempre coordinato con le norme regionali (si veda la scheda a destra).
L'iter più leggero
Relativamente alle procedure, le nuove norme intervengono sui commi 8, 9 e 10 dell'articolo 20 del Dpr 380/2001. Il comma 10 viene abrogato: disciplinava il rilascio del permesso di costruire relativo agli immobili sottoposti a vincoli la cui tutela è attribuita ad amministrazioni diverse da quella comunale. La norma abrogata prevedeva che per acquisire i pareri di quelle amministrazioni, il responsabile comunale del provvedimento dovesse convocare una conferenza di servizi. L'attivazione di questa fase procedurale non era richiesta quando i pareri erano di pertinenza del Comune oppure quando l'amministrazione comunale era stata delegata a rilasciarli dalle amministrazioni titolari della relativa competenza. Con le nuove norme l'ufficio comunale convoca la conferenza dei servizi se lo ritiene opportuno, ma non è più obbligato a farlo.
Rilevanti sono anche le modifiche introdotte al comma 9 dell'articolo 20. Nella versione precedente, questa norma prevedeva che nel caso di parere negativo delle amministrazioni competenti a esprimersi sui vincoli ricadenti sull'immobile, «decorso il termine per l'adozione del provvedimento conclusivo, sulla domanda di permesso di costruire si intende formato il silenzio-rifiuto». Se gli altri enti erano contrari, pertanto, l'amministrazione comunale non era tenuta ad assumere alcun provvedimento in risposta all'istanza presentata da un'impresa o un cittadino.
Con le nuove regole, invece, la procedura di rilascio o di diniego del permesso di costruire deve concludersi con un atto dell'amministrazione comunale, che deve essere notificato all'interessato e nel quale devono essere indicati il termine e l'autorità a cui è possibile ricorrere nel caso di non accoglimento della richiesta.
Pur senza ammettere una valutazione meno rigorosa dei vincoli paesaggistici e storico-artistici, l'eliminazione del silenzio-rifiuto introduce una maggiore tutela nei rapporti con la pubblica amministrazione dei soggetti titolari di diritti su quegli immobili: non possono accampare alcun diritto in più a vedere accolte le proprie proposte, ma hanno il diritto di conoscere le ragioni per le quali i progetti avanzati non possono essere realizzati.
Il rendimento energetico
Novità anche in fatto di applicazione del Dlgs 192/2005, relativamente alle regole sul rendimento energetico degli edifici vincolati. In sede di conversione del Dl 63/2013, si è infatti intervenuti sulla norma che escludeva dal l'applicazione del Dlgs 192/2005 gli edifici vincolati «solo nel caso in cui il rispetto della prescrizione implichi un'alterazione sostanziale del loro carattere e aspetto con particolare riferimento ai profili storici e artistici». Ora si precisa che sono le amministrazioni titolari delle autorizzazioni relative al vincolo a dover chiarire se «il rispetto della prescrizione imposta implichi un'alterazione sostanziale del carattere o aspetto» dell'edificio.
Viene quindi reintrodotto il vincolo paesaggistico tra quelli che possono far venir meno l'applicazione del Dlgs 192, ferma restando la valutazione affidata all'autorità preposta al vincolo. La sola violazione di uno dei vincoli, inoltre, dovrebbe essere sufficiente a disapplicare il decreto.
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Le altre misure. Le disposizioni per gli edifici «ordinari» fuori dai centri storici. Ricostruzione anche difforme e otto anni per finire i lavori.
Per classificare come ristrutturazione edilizia la demolizione e ricostruzione di un edificio non sarà più necessario rifarlo esattamente uguale a come era in precedenza, con la stessa sagoma. I Comuni possono, però, limitare l'applicazione di questa norma nei centri storici.

Sono alcune delle semplificazioni che il decreto legge "del fare" (Dl 69/2013) ha apportato, in materia di edilizia, al testo unico dell'edilizia.
La modifica introdotta all'articolo 10, comma 1, lettera c), del Dpr 380/2001, permette di includere la demolizione di un edificio e la sua successiva ricostruzione (anche di ruderi di consistenza certa prima del crollo) con una forma differente dalla precedente tra gli interventi di ristrutturazione edilizia, con la possibilità, quindi, di realizzare i progetti con segnalazione certificata di inizio attività (Scia). Finora questi interventi passavano per nuove costruzioni, con la conseguenza che per realizzarli occorreva il permesso di costruire o la denuncia di inizio attività (Dia). Naturalmente, tra il vecchio e il nuovo edificio deve restare invariata la volumetria.
In sede di conversione del Dl 69 è stata introdotta una limitazione all'applicazione generalizzata e automatica della semplificazione sulla sagoma. Entro il 30 giugno del prossimo anno i sindaci devono, se non vogliono che al loro posto lo faccia un commissario regionale o ministeriale, individuare le aree dei centri storici e le altre classificate come zone omogenee A dal decreto ministeriale 1444/1968 nelle quali per gli interventi di demolizione e ricostruzione con modifica della sagoma continua ad essere necessario il permesso di costruire. Nelle restanti aree delle zone A, i lavori potranno iniziare solo dopo 30 giorni dalla presentazione della Scia. In queste zone l'applicazione della Scia a interventi con modifica della sagoma è sospesa: sarà possibile solo dopo che i Comuni avranno indicato le aree assoggettate a permesso di costruire.
Questa novità si lega a un'altra disposizione del decreto, in base alla quale lo sportello unico per l'edilizia (Sue) è diventato l'ufficio del Comune che deve acquisire tutti i pareri e nullaosta anche per gli interventi realizzati con la comunicazione di inizio dei lavori e la Scia.
L'interessato può presentare la richiesta di acquisizione di parere contestualmente alla Scia o comunicazione. In alternativa può dividere in due tempi l'operazione: prima chiede al Sue di acquisire gli assensi necessari e poi, una volta ottenuti, presenta la comunicazione del titolo abilitativo.
Un'altra misura anticrisi riguarda la validità temporale dei titoli abilitativi. Con il decreto del fare non occorre più alcuna motivazione per chiedere, al Comune, di iniziare i lavori oltre il termine di un anno dal ritiro del permesso di costruire o per terminarli oltre i tre anni dalla posa della prima pietra.
D'ora in avanti per ottenere una proroga di due anni di ognuno di quei termini è sufficiente una semplice istanza, senza che l'amministrazione comunale possa sindacare sul perché.
In sostanza vengono raddoppiati da quattro a otto gli anni a disposizione degli interessati per completare gli interventi. Le imprese, quindi, hanno più tempo per realizzare gli interventi senza chiedere il rilascio di un nuovo permesso e senza pagare il contributo commisurato agli oneri di urbanizzazione e al costo di costruzione per la parte dell'opera non completata entro il termine di validità del titolo. La proroga vale anche per gli interventi realizzati con Dia e Scia. Finora solo nelle Marche operava la proroga automatica dei titoli abilitativi.
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Il recepimento.
Attività edilizia libera a geometria variabile.

Meno limiti per alcune attività di edilizia libera. È il risultato delle modifiche apportate dal decreto "del fare" al comma 2 dell'articolo 6 del Dpr 380/2001 che elenca gli interventi per la cui realizzazione è richiesta una preventiva comunicazione di inizio lavori al Comune, anche tramite internet (nel comma 1 dello stesso articolo sono riportate le attività libere per le quali non occorre nessuna comunicazione).
Per gli interventi di manutenzione che non toccano le parti strutturali dell'edificio, non comportano aumento del numero delle unità immobiliari e non implichino incremento dei parametri urbanistici –nonché per le attività edilizie relative a modifiche interne relative alla superficie coperta dei capannoni e negozi oppure per il cambio della destinazione d'uso degli immobili in cui si svolge l'attività di una impresa– è inoltre necessario trasmettere anche i dati dell'impresa incaricata dei lavori, gli elaborati progettuale e la relazione di un tecnico abilitato.
Prima dell'entrata in vigore del decreto, il sottoscrittore della relazione poteva essere solo un libero professionista indipendente sia dall'impresa esecutrice sia dal committente. Soprattutto per le imprese con propri uffici tecnici ciò costituiva un costo aggiuntivo. Ora questa condizione è superata: il tecnico può essere anche un dipendente di uno dei due soggetti interessati all'intervento.
Questi interventi, al pari di ogni altra attività di edilizia libera, possono essere realizzati senza alcun titolo abilitativo solo se rispettano gli strumenti urbanistici comunali, le norme antisismiche, sulla sicurezza, antincendio, igienico-sanitarie e quelle relative all'efficienza energetica; devono anche tenere conto delle disposizioni contenute nel Dlgs 42/2004.
Dall'esame delle norme regionali che hanno recepito il contenuto del testo unico dell'edilizia (o parti di esso), si ricava che nell'elencazione delle attività di edilizia libera molte Regioni si sono attenute a quando previsto dal Dpr 380/2001. In qualche caso è stata mantenuta la distinzione tra le attività di edilizia libera per le quali è richiesta la comunicazione anticipata al Comune e quelle per le quali essa non occorre.
In Umbria la comunicazione è richiesta per i cambi d'uso di non più del 50% della superficie utile dell'unità immobiliare, entro un tetto massimo di 50 mq. In Sardegna la comunicazione è richiesta per tutti gli interventi. La lista delle attività libere è molto lunga in Friuli Venezia Giulia. Se non sono stabilmente ancorate al terreno e hanno allacciamenti mobili ai servizi anche le strutture ricettive turistiche all'aria aperta possono essere realizzate senza titolo abilitativo (tratto da Il Sole 24 Ore del 12.08.2013).

ATTI AMMINISTRATIVI - CONSIGLIERI COMUNALI - PUBBLICO IMPIEGOTrasparenza. Le indicazioni arrivate dalla Civit rendono meno gravosi gli oneri per i Comuni sotto i 15mila abitanti.
Redditi e compensi senza segreti. Entro il 20 ottobre la pubblicazione della situazione degli amministratori.

Entro il 20 ottobre tutte le amministrazioni pubbliche compresi gli enti pubblici vigilati, a quelli sui quali le Pa hanno potere di indirizzo e di controllo e le società partecipate devono pubblicare sul proprio sito la situazione reddituale e patrimoniale degli amministratori e dei congiunti che acconsentano alla trasparenza.
All'avvicinarsi della data ultima -180 giorni dall'entrata in vigore del Dlgs 33/2013 sulla trasparenza- sono arrivate le indicazioni della Civit (delibera 31.07.2013 n. 65 e delibera 31.07.2013 n. 66).
Le deliberazioni rispondono a numerosi dubbi applicativi sollevati, in particolare sull'applicazione agli amministratori (cioè sindaci, assessori e consiglieri) e ai loro congiunti dei vincoli di pubblicità del reddito e del patrimonio nei piccoli Comuni.
Per tutte le Pa vanno pubblicati: l'atto di nomina, con la indicazione della durata dell'incarico; il curriculum; l'elenco dei compensi connessi alla carica, compresi i rimborsi spese e le indennità di missione; le informazioni relative ad altre cariche, con i compensi percepiti; gli altri incarichi che determinano comunque oneri a carico delle Pa. Le informazioni sugli amministratori si differenziano a secondo che la popolazione dell'ente sia inferiore o superiore a 15mila abitanti.
Obblighi differenziati
Solo agli amministratori degli enti con più di 15mila abitanti si applicano i vincoli di pubblicità dei redditi, del patrimonio e delle spese elettorali.
I vincoli, elencati nella lettera f) dell'articolo 14 del Dlgs 33/2013, sono: dichiarazione sui diritti reali relativi e beni immobili e ad a beni mobili registrati; azioni e quote di partecipazione a società; esercizio di funzioni di amministratore o di sindaco di società; copia dell'ultima dichiarazione dei redditi; dichiarazione sulle spese sostenute e le obbligazioni assunte in campagna elettorale.
Essi si applicano anche agli amministratori delle Unioni e delle Comunità montane che hanno più di 15mila abitanti, nonché (scelta peraltro assai discutibile, si veda Il Sole 24 Ore del 4 agosto) ai dirigenti scolastici. In questi casi è prevista la pubblicità sulla condizione reddituale e patrimoniale anche del coniuge non separato e dei congiunti fino al secondo grado (nonni, genitori, figli, nipoti in linea retta -cioè figli di figli-, fratelli e sorelle). I congiunti possono non consentire alla pubblicazione.
In caso di inadempienza maturano sanzioni che vanno da 500 a 10mila euro in capo agli amministratori; il soggetto che deve garantire l'applicazione di queste disposizioni va individuato da ogni ente e, fino a che ciò non sia avvenuto, il compito spetta ai responsabili anticorruzione per i procedimenti disciplinari e, nelle società, all'amministratore. Per i dirigenti matura una responsabilità di risultato in caso di mancato rispetto della previsione. Gli organismi di valutazione sono tenuti al controllo.
La norma si applica non solo a tutte le Pa (articolo 1, comma 2, del Dlgs 165/2011), ma anche agli enti pubblici vigilati, a quelli sui quali le Pa hanno potere di indirizzo e/o controllo; alle società partecipate, anche con quota minoritaria (salvo quelle quotate in Borsa) e agli enti di diritto privato controllati (intendendo come tali anche quelli in cui il Comune abbia poteri di nomina), comprese le fondazioni.
Facendo seguito alle indicazioni sulla applicazione delle norme sulla inconferibilità ed incompatibilità del Dlgs n. 39/2013, contestate dall'Anci e che hanno spinto con tutta probabilità il legislatore a sottrarre alla competenza della Civit la vigilanza sulla sua applicazione, si chiarisce che il vincolo riguarda anche gli amministratori in carica alla data di entrata in vigore del decreto.
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I passi
01 | GLI OBBLIGHI
Sono soggetti agli obblighi di pubblicità tutti gli amministratori di Pa, società partecipate controllate e fondazioni, nonché gli amministratori eletti o nominati prima del 20 aprile scorso (data di entrata in vigore del Dlgs 33/2013)
02 | I COMPENSI
Per tutti gli amministratori l'obbligo comprende la pubblicazione di: nomina, durata, curriculum, compensi percepiti, altri incarichi, compensi percepiti da altre Pa e da altri soggetti
03 | I GRANDI ENTI
Per gli amministratori degli enti con oltre 15mila abitanti vanno pubblicati anche: la dichiarazione dei redditi, i beni immobili e mobili registrati posseduti, le azioni, le quote di società, le spese elettorali, comprese quelle di coniugi e congiunti fino al secondo grado se questi acconsentono
04 | LE SCADENZE
Gli obblighi di pubblicazione sul sito internet devono essere soddisfatti entro il 20 ottobre. Previste sanzioni da 500 a 10mila euro (tratto da Il Sole 24 Ore del 12.08.2013).

CONSIGLIERI COMUNALIBilanci. Nessun vincolo di modelli. Ultima chiamata per la relazione di inizio mandato.
Sta per scadere, tra la fine di agosto e i primi giorni di settembre, il nuovo adempimento della relazione di inizio mandato. La novità, introdotta all'articolo 4-bis del Dlgs 149/2011 (dal decreto legge 174/2012), inizia ad applicarsi da quest'anno a partire dai Comuni e dalle province che hanno rinnovato gli organi amministrativi nelle elezioni di maggio e giugno scorso. La scadenza, che la norma indica nel novantesimo giorno dall'inizio del mandato, concretamente varia a seconda della data di proclamazione degli eletti. Per un sindaco eletto al primo turno, che ha iniziato il mandato il 27 maggio, ad esempio, il termine scadrà il 25 agosto.
La relazione di inizio mandato è predisposta dal responsabile del servizio finanziario o dal segretario generale ed è sottoscritta dal sindaco o dal presidente della provincia. Non è richiesta la sottoscrizione dell'organo di revisione.
In merito al contenuto il legislatore si è limitato ad affermare che la relazione di inizio mandato è volta a verificare la situazione finanziaria e patrimoniale e la misura dell'indebitamento degli enti.
Non è stato approvato uno schema di riferimento per cui ogni ente sceglie liberamente come riportare i dati e le informazioni. La base di riferimento è sicuramente il rendiconto per l'esercizio 2012 approvato entro il 30 aprile scorso; per gli enti che hanno deliberato il preventivo 2013 andranno riportati anche i valori previsionali.
Il contenuto minimo in ogni caso dovrebbe includere: la situazione patrimoniale al 01.01.2013 rappresentata dal conto del patrimonio; la situazione finanziaria relativa alle entrate e alle spese dell'ultimo bilancio approvato, gli equilibri di bilancio, il risultato di amministrazione, il fondo cassa; lo stock di debito e la sua evoluzione (ed eventuali contratti derivati); il patto di stabilità interno. Considerando che gli amministratori locali saranno chiamati a misurarsi a fine mandato con questo strumento, potrebbero essere ripresi dai contenuti più ampi della relazione di fine mandato, secondo lo schema approvato con il decreto del ministero del l'interno 26.04.2013 (in «Gazzetta Ufficiale» n. 124 del 29.05.2013).
È importante sottolineare il collegamento con la procedura di riequilibrio finanziario pluriennale. Procedura che può essere attivata -afferma la norma- ove ne sussistano i presupposti, sulla base delle risultanze della relazione di inizio mandato. Pertanto, già con la relazione di inizio mandato, sindaco e presidenti di provincia in carica devono effettuare un primo test finalizzato a verificare se la situazione finanziaria e patrimoniale dell'ente presenta squilibri strutturali in grado di provocarne il dissesto finanziario e non superabili con le misure di cui agli articoli 193 e 194 del Dlgs 267/2000.
Come la relazione di fine mandato, anche quella di inizio dovrebbe essere divulgata sul sito dell'ente per garantirne la più ampia conoscibilità.
Infine, a differenza della relazione di fine mandato, il documento iniziale non deve essere trasmesso alla sezione regionale di controllo della Corte dei conti e la sua mancata predisposizione non è direttamente sanzionata dalla norma con misure pecuniarie-amministrative. Certamente non mancheranno i controlli tesi ad accertare la sua effettiva redazione. Un primo appuntamento con i controlli scatterà già dal prossimo 30 settembre, quando i sindaci dei comuni con popolazione superiore ai 15mila abitanti e i presidenti di provincia dovranno specificare nella relazione semestrale da inviare alla Corte dei conti se la relazione è stata predisposta o meno (tratto da Il Sole 24 Ore del 12.08.2013).

CONSIGLIERI COMUNALI - ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGOIntesa sull'anticorruzione. Le misure. In ogni ente un responsabile unico.
Ogni ente deve avere un solo responsabile per la lotta alla corruzione e per la trasparenza; questa figura nei piccoli Comuni -ove è di regola il segretario- può coincidere con il responsabile dell'ufficio per i procedimenti disciplinari. Il termine per l'adozione dei piani contro la corruzione e per la trasparenza è fissato per il 31 gennaio. La prima scadenza è quindi fissata per il 2014, ma il termine potrà slittare se entro il 30 settembre non sarà stato approvato dalla Civit il piano nazionale anticorruzione. Le disposizioni sulla trasparenza sono immediatamente operative e non hanno bisogno di provvedimenti attuativi per entrare in vigore.
Sono queste le principali indicazioni contenute nella intesa 24.07.2013 raggiunta in sede di Conferenza Unificata.
L'intesa, sulla base delle previsioni della legge n. 190/2012, è condizione essenziale per l'adozione del piano anticorruzione da parte di Regioni ed enti locali.
Il responsabile della trasparenza può essere anche una figura diversa da quello anticorruzione, ma bisogna comunque garantire il massimo di coordinamento, evitando che siano individuati come tali dirigenti o dipendenti degli uffici di staff degli organi politici. Questi responsabili devono essere dotati di ampia autonomia, anche sul versante delle risorse. Per le Regioni si deroga al principio della unicità del responsabile, distinguendo tra le giunte ed i consigli. Le amministrazioni più complesse possono prevedere referenti per le singole articolazioni organizzative.
Entro il 19 dicembre, decorsi cioè 180 giorni dalla entrata in vigore di quello nazionale, tutte le Pa si devono dare un codice di comportamento integrativo. Entro 90 giorni dalla adozione dello schema nazionale o comunque entro il 27 gennaio tutte le Pa si devono dare il regolamento sulla individuazione degli incarichi vietati ai propri dipendenti.
Occorre ricordare che tanto le Regioni che l'Anci che l'Upi hanno posto come condizione essenziale per l'intesa la revisione delle drastiche norme fissate dal Dlgs 39/2013 in materia di inconferibilità e incompatibilità per gli amministratori ed i dirigenti, a partire dalla loro applicazione anche a coloro che erano in carica prima dell'entrata in vigore del decreto.
Nella applicazione di questa norma viene chiarito che il collocamento in aspettativa consente il superamento dei vincoli e che la comunicazione della insussistenza di cause di inconferibilità ed incompatibilità è annuale. La eventuale esistenza di queste condizioni è contestata da parte dell'ente che ha conferito l'incarico dirigenziale ed al segretario è contestata dal sindaco (tratto da Il Sole 24 Ore del 12.08.2013).

ATTI AMMINISTRATIVI - PUBBLICO IMPIEGOUna pagella per il sito web. Gli adempimenti. Primo monitoraggio sul rispetto del Dlgs 33/2013.
Gli organismi di valutazione di tutte le amministrazioni pubbliche devono inviare entro il 31 dicembre l'attestazione che l'ente ha o meno assolto ai vincoli dettati in materia di trasparenza, L'attività deve comunque essere avviata da subito e gli Oiv devono controllare che siano pubblicati entro il 30 settembre i modelli sulla verifica del rispetto di queste previsioni. Sul rispetto della trasparenza la Civit può richiedere, a campione, l'intervento della Guardia di Finanza. Nello svolgimento di questi compiti gli organismi di valutazione si avvalgono dei responsabili della trasparenza.

Sono queste le principali indicazioni contenute nella delibera 01.08.2013 n. 71 della Civit.
La delibera ricorda, anche sulla scorta del monitoraggio effettuato lo scorso anno, che tra le informazioni da pubblicare sono compresi i dati sulle società partecipate, i debiti scaduti alla fine dello scorso anno, le informazioni sui procedimenti amministrativi, sui servizi erogati agli utenti e sull'accesso civico.
Deve essere inoltre pubblicata entro settembre l'attestazione dell'assolvimento di questi obblighi, comprensiva della relativa griglia di verifica. Per le società vanno pubblicati l'aggiornamento dell'elenco delle partecipate, la misura della partecipazione dell'ente, i costi, la durata, il numero dei rappresentanti e i relativi oneri.
Relativamente ai debiti, sulla base delle previsioni dettate dal Dl n. 35/2013, occorre pubblicare l'elenco in ordine cronologico e con l'indicazione degli importi, dei debiti scaduti per obbligazioni relative a somministrazioni, forniture, appalti e prestazioni professionali, maturati alla data del 31.12.2012. E ancora: si devono pubblicare i piani dei pagamenti per importi aggregati per classi di debiti e l'elenco completo dei debiti per i quali è stata effettuata comunicazione ai creditori, con importo e data prevista di pagamento comunicata. Per i procedimenti occorre pubblicare il nome del responsabile ed i suoi riferimenti, i termini per la conclusione, nonché il responsabile sostituto e le modalità per la sua attivazione.
Per i servizi si deve vigilare sulla indicazione dei costi complessivi, degli oneri per il personale e dei tempi medi di erogazione. Per l'accesso civico occorre pubblicare il nome del responsabile della trasparenza e l'eventuale indicazione dell'incaricato di sostituirlo in caso di inadempienza.
I controlli della Civit saranno effettuati sia direttamente sui siti, quanto indirettamente sulle relazioni degli organismi di valutazione, sia a campione (tratto da Il Sole 24 Ore del 12.08.2013).

GIURISPRUDENZA

INCARICHI PROFESSIONALIAvvocati, gli onorari passano dal giudice.
La determinazione degli onorari di avvocato e dei diritti di procuratore costituisce esercizio di un potere discrezionale del giudice che, qualora sia contenuto tra il minimo e il massimo della tariffa, non richiede una specifica motivazione e non può formare oggetto di sindacato in sede di legittimità.

È di questo avviso la Sez. III civile della Corte di Cassazione che con la sentenza n. 18906/2013 torna sul nodo tariffe, anche se il riferimento è relativo al tariffario del 2004 (nel frattempo abrogato).
Tuttavia la sentenza ritorna di attualità in quanto rimette al giudice il potere di definire il compenso, che poi è il nuovo sistema che il legislatore ha scelto qualora professionista e cliente non trovino un accordo. Con unico motivo la ricorrente aveva fatto presente la violazione degli articoli 91, 92 del Cpc, e delle tariffe professionali del 05.01.1991, dell'01.04.1995 e del 02.06.2004, in relazione all'articolo 360, 1° comma, n. 5, del Cpc.
La ricorrente contestava che la Corte di merito aveva liquidato le spese del doppio grado di giudizio riducendo «senza alcuna giustificazione e motivazione gli importi esposti nelle due notule con analitica specificazione delle singole partite con riferimento alle prestazioni effettuate nel corso di entrambi i giudizi», violando i minimi tariffari e riducendo «molte voci dalle due notule senza indicarle», a tale stregua non consentendole di «esaminarle e di riscontrare se gli importi liquidati fossero stati congrui» (tratto da ItaliaOggi del 14.08.2013).

APPALTI: Cassazione penale. La rilevanza dell'intesa tra imprese. Turbativa d'appalto con collegamento di fatto
Basta un collegamento sostanziale tra imprese per fare scattare la turbativa della gara pubblica. Senza alcun profilo di contrasto con la giurisprudenza comunitaria e anche se il risultato non è stato raggiunto.

Lo puntualizza la Corte di Cassazione, Sez. II penale, con la sentenza 13.08.2013 n. 34917.
La pronuncia ha così respinto il ricorso presentato dalla difesa di un uomo condannato per alcuni episodi di turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente.
La Cassazione sottolinea innanzitutto che, per la configurazione del reato, la prova della collusione e, quindi, del dolo dei concorrenti, può anche essere tratta dal collegamento sostanziale tra le imprese partecipanti alla gara.
Da questa circostanza, infatti, si può accertare l'esistenza di un unico centro di interessi che punta, attraverso la parcellizzazione delle offerte, ad aumentare le possibilità di aggiudicarsi l'appalto alterando il normale gioco della concorrenza.
A questo riguardo, la Cassazione avalla, tra l'altro, il ragionamento della Corte di appello (che aveva proceduto alla condanna dell'uomo pur cancellando il capo d'imputazione dell'associazione per delinquere), per la quale, nel dare rilevanza al collegamento di fatto tra imprese, non esistono profili di contrasto con il principio enunciato dalla Corte di giustizia europea del 2009. Allora i giudici Ue stabilirono che la pubblica amministrazione non può escludere automaticamente dalla gara le imprese che risultano collegate da un rapporto formale di controllo; va invece effettuato, sempre secondo la Corte europea, una verifica concreta dell'impatto del legame all'interno della procedura.
Di più, la Cassazione si concentra poi sulla fisionomia del reato e sulla rilevanza penale delle condotte che lo concretizzano. Ha così modo di precisare che il delitto di turbata libertà degli incanti, se realizzato con la condotta di collusione, si consuma nel momento in cui è stata presentata l'ultima delle offerte illecitamente concordate, mentre nessuna importanza deve essere assegnata al successivo atto di aggiudicazione perché l'illecita influenza sulla procedura si verifica per il solo fatto della presentazione delle offerte.
Inoltre, osserva ancora la sentenza, il reato in questione è un reato di pericolo che si configura non solo nel caso di un danno effettivo, ma anche nel caso di danno mediato e potenziale, «non occorrendo l'effettivo conseguimento del risultato perseguito dagli autori dell'illecito, ma la semplice idoneità degli atti a influenzare l'andamento della gara».
Per questo, già nei precedenti della Corte, è possibile trovare esempi di attribuzione di responsabilità penale allo scambio di informazioni tra più imprese prima dello svolgimento della gara, avvenuto con l'obiettivo di determinarne l'esito, malgrado poi, alla prova dei fatti, avesse inciso in maniera modesta sulla determinazione degli indici per l'individuazione dell'aggiudicatario e non fosse in assoluto idoneo a raggiungere l'obiettivo (tratto da Il Sole 24 Ore del 14.08.2013).

ENTI LOCALI: Per i benefici pubblici doppia corsia in giudizio. Revoche al giudice ordinario, i difetti ab origine al Tar.
Benefici pubblici, una doppia corsia per i giudizi. La Sez. II-ter del TAR Lazio-Roma, con sentenza 13.08.2013 n. 7944 ha affermato che appartengono alla cognizione del giudice amministrativo quelle sole controversie coinvolgenti l'esercizio di poteri autoritativi da parte della p.a. che intervenga per difetto delle condizioni originarie che legittimavano il riconoscimento del beneficio pubblico; mentre spettano al giudice ordinario le controversie aventi ad oggetto la revoca o la decadenza dal beneficio medesimo determinata dal successivo inadempimento del destinatario.
Il Tribunale ha evidenziato che in materia di provvedimenti a contenuto revocatorio incidenti su contributi, finanziamenti e sovvenzioni erogate da pubbliche amministrazioni, si è, infatti, affermato un costante orientamento che utilizza un criterio generale in tema di riparto di giurisdizione fondato sull'individuazione del segmento procedurale interessato dal provvedimento oggetto di vaglio giurisdizionale e sulla causa della contestata iniziativa dell'Amministrazione.
Si rende, pertanto, necessario tenere distinto il momento «statico» della concessione del contributo, rispetto a quello «dinamico», individuabile nell'impiego del contributo medesimo.
Al primo segmento –spettante alla giurisdizione del giudice amministrativo– appartengono provvedimenti, comunque denominati (revoca, decadenza), di ritiro del contributo, anche susseguenti all'erogazione, ove costituiscano manifestazione del potere di autotutela amministrativa.
In questa fase l'Amministrazione effettua una valutazione dei requisiti oggettivi e soggettivi per l'ammissione a contributo, con ciò incidendo su posizioni di interesse legittimo.
Nel sottolineare come, esaurita detta fase, l'Amministrazione ben possa riaprirla, proponendo una diversa valutazione dei medesimi requisiti, va comunque rilevato, secondo il Tar, che le relative questioni (e, conseguentemente, le rivenienti controversie) appartengono alla giurisdizione del giudice amministrativo.
Diversamente, ogni altra fattispecie, che abbia ad oggetto le modalità di utilizzazione del contributo e il rispetto agli impegni assunti, involge posizioni di diritto soggettivo, relative alla conservazione del finanziamento, la cui cognizione spetta, quindi, alla giurisdizione ordinaria (cfr., ex multis, Cons. Stato, sez. V, 16.02.2010 n. 884 e sez. VI, 04.12.2009 n. 7596).
In tale fase, cioè fase dell'esecuzione, o fase dinamica, l'Amministrazione valuta inadempienze e altri comportamenti del beneficiario sanzionabili con la decadenza, sicché, in disparte il nomen juris adoperato dall'Amministrazione per definire le proprie determinazioni, poiché i provvedimenti di questa seconda fase incidono su situazioni di diritto soggettivo, le relative questioni appartengono alla giurisdizione del giudice ordinario (cfr. Tar Sicilia, Catania, sez. IV, 09.02.2012 n. 341; Tar Lazio, sez. III, 01.04.2011 n. 2867; Tar Calabria, Catanzaro, sez. II, 11.02.2011 n. 203) (tratto da ItaliaOggi del 20.08.2013).

PATRIMONIO - PUBBLICO IMPIEGOLa segnalazione del vigile inevasa dal comune. Strade pericolose, ufficio condannato.
La negligenza dell'ufficio tecnico a fronte delle ripetute segnalazioni di pericolo stradale inoltrate anche dalla polizia municipale comporta la condanna penale dell'ingegnere.

Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, Sez. VI pen., con la sentenza 31.07.2013 n. 33253.
Il responsabile dell'ufficio tecnico di un comune siciliano è stato condannato per omissione di atti d'ufficio a seguito della mancata segnalazione di una insidia stradale segnalata anche dai vigili.
Contro questa decisione l'interessato ha proposto censure fino in Cassazione ma senza successo. Una strada comunale ha evidenziato una grossa anomalia a causa della presenza di radici. Nonostante le ripetute segnalazioni anche per sinistro stradale l'ufficio tecnico del comune di Favignana non ha preso alcuna precauzione a favore della sicurezza della circolazione lamentando la mancanza di fondi per il ripristino del manto stradale. Per questo motivo l'ingegnere responsabile è stato ritenuto colpevole del reato di omissione di atti d'ufficio e condannato a 4 mesi di reclusione per violazione dell'articolo 328 cp..
Anche in mancanza dei fondi necessari per il ripristino, specifica il collegio, l'ufficio tecnico diligentemente avrebbe potuto almeno segnalare il pericolo con installazione di segnaletica temporanea ad hoc. Questa incombenza spetta senz'altro all'ufficio comunale preposto alla manutenzione, prosegue la sentenza, che ha quindi completamente trascurato di porre in essere ogni minima cautela per la sicurezza degli utenti. L'inerzia del pubblico ufficiale in questo caso assume quindi la valenza di un rifiuto degli atti dovuti.
In buona sostanza il responsabile dell'ufficio, nonostante la certa acquisizione della conoscenza dell'insidia e del verificarsi pure di un sinistro stradale ha omesso di adottare qualsiasi cautela a partire dall'installazione di birilli e segnali di pericolo sicuramente reperibili senza spese nel magazzino comunale. Nessuna scusa quindi può essere utilizzata dal dirigente comunale indagato anche perché tra le altre cose la stessa polizia municipale ha segnalato per ben due volte il pericolo ma nessun operaio è intervenuto (tratto da ItaliaOggi Sette del 19.08.2013).

PUBBLICO IMPIEGOI periodi di riposo non goduti devono essere monetizzati. Indennità sostitutiva anche oltre i motivi di servizio.
La mancata fruizione delle ferie deve essere indennizzata, anche se non dipende da esigenze di servizio.

Lo ha precisato la Corte di Cassazione, Sez. civile lavoro, che, con la sentenza 26.07.2013 n. 18168, ha confermato il pagamento, deciso dai giudici di merito, dell'indennità sostitutiva a favore di un dipendente di una Regione per un monte ferie non godute.
La vicenda è arrivata nelle aule di giustizia perché, a fronte della richiesta del dipendente, la Regione aveva negato il pagamento affermando, tra l'altro, che il contratto collettivo nazionale imponeva la monetizzazione solo delle ferie non godute per esigenze di servizio. Ma il tribunale, con un ragionamento condiviso anche dalla Corte d'appello, aveva accolto il ricorso del dipendente sottolineando il carattere irrinunciabile delle ferie.
La Regione non si è arresa e ha portato la vicenda in Cassazione, che, a sua volta, ha rigettato il ricorso. In particolare, i giudici hanno affermato il principio secondo cui, in relazione al carattere irrinunciabile del diritto alle ferie, se in concreto non siano effettivamente fruite, anche senza responsabilità del datore di lavoro, spetta al lavoratore l'indennità sostitutiva.
Indennità, precisa la Corte, che ha, per un verso, carattere risarcitorio, in quanto idonea a compensare il danno costituito dalla perdita di un bene: il riposo con recupero delle energie psicofisiche, la possibilità di meglio dedicarsi a relazioni familiari e sociali, l'opportunità di svolgere attività ricreative e simili. Per altro verso, l'indennità costituisce erogazione anche di natura retributiva perché rappresenta il corrispettivo dell'attività lavorativa resa in periodo che, pur essendo di per sé retribuito, avrebbe invece dovuto essere non lavorato perché destinato al godimento delle ferie annuali, restando indifferente l'eventuale responsabilità del datore di lavoro per il loro mancato godimento.
Del resto, la Cassazione ha escluso che le clausole del contratto collettivo possano bloccare la monetizzazione delle ferie. Infatti, ha precisato l'estensore, in considerazione del carattere irrinunciabile delle ferie, la clausola del contratto collettivo, anche se esclude la loro monetizzazione, va interpretata nel senso che il dipendente ha il diritto al pagamento dell'indennità sostitutiva se la mancata fruizione non è dipesa da una causa a lui imputabile.
Una pronuncia in linea con la sentenza 16735 del 04.07.2013, con cui la Cassazione ha affermato che il fatto che il dipendente non abbia avanzato formale richiesta di ferie è indifferente ai fini della loro mancata fruizione e, quindi, per la conseguente monetizzazione. Una simile ipotesi, prevista eventualmente dal contratto collettivo, si pone in contrasto con l'articolo 2109 del Codice civile, secondo cui è il datore di lavoro che stabilisce le ferie e comunica al lavoratore il periodo stabilito per il godimento, tenuto conto delle esigenze dell'impresa e degli interessi del prestatore di lavoro (tratto da Il Sole 24 Ore del 12.08.2013).

EDILIZIA PRIVATA: Il computo degli oneri di urbanizzazione non è attività autoritativa e la contestazione sulla relativa corresponsione è proponibile nel termine di prescrizione decennale a prescindere dall'impugnazione dei provvedimenti adottati o dal sollecito a provvedere in via di autotutela.
Trattasi infatti di determinazione che obbedisce a prescrizioni desumibili da tabelle, in ordine alla quale l'Amministrazione comunale si limita ad applicare i detti parametri, aventi anche per essa natura cogente, con conseguente esclusione di qualsivoglia discrezionalità.
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Per reperire una definizione di ristrutturazione edilizia è necessario richiamare l'art. 3, d.P.R. 06.06.2001 n. 380 che definisce ristrutturazione gli interventi di trasformazione di organismi edilizi preesistenti in misura tale anche da condurre alla realizzazione di un organismo edilizio in tutto diverso dal precedente, mentre considera come “nuova costruzione” tutti gli interventi di trasformazione del territorio non rientranti nelle categorie precedentemente descritte dalla medesima disposizione.
L'elemento discretivo tra le due categorie, ai sensi dell'art. 3 citato, risiede, dunque, nel fatto che nei casi di ristrutturazione vi è preesistenza di un manufatto, elemento invece non richiesto nei casi di nuova costrizione in cui la trasformazione concerne più propriamente il "solo" territorio.
Per quanto attiene al soppalco, lo stesso, se non di modeste dimensioni, per la sua struttura e funzione, comporta un aumento della superficie utile e rientra nelle ipotesi di ristrutturazione edilizia.
Nel caso di specie, è emerso nitidamente che è stata mutata la destinazione d’uso di un sottotetto al primo piano da uffici ad abitazione del custode con ampliamento della volumetria dello stesso e sono stati realizzati due soppalchi di non modeste dimensioni.
Ne deriva che gli interventi edilizi realizzati rientrano nelle ipotesi di ristrutturazione edilizia, richiamate dall’art. 5, co. 1, lett. a), della legge regionale.
Ne deriva che erroneamente l’amministrazione ha calcolato gli oneri concessori applicando il comma 2 della legge regionale, che, invece, si riferisce alle nuove costruzioni, mentre avrebbe dovuto tener conto della superficie virtuale ottenuta dividendo il costo complessivo delle opere oggetto di concessione per il costo unitario stabilito annualmente con il decreto ministeriale previsto dall'articolo 6 della legge 28.01.1977, n. 10.

In via preliminare, il Collegio ritiene di aderire all’orientamento di quella parte della giurisprudenza amministrativa, la quale ha precisato che il computo degli oneri di urbanizzazione non è attività autoritativa e la contestazione sulla relativa corresponsione è proponibile nel termine di prescrizione decennale a prescindere dall'impugnazione dei provvedimenti adottati o dal sollecito a provvedere in via di autotutela; trattasi infatti di determinazione che obbedisce a prescrizioni desumibili da tabelle, in ordine alla quale l'Amministrazione comunale si limita ad applicare i detti parametri, aventi anche per essa natura cogente, con conseguente esclusione di qualsivoglia discrezionalità (cfr., Consiglio di Stato sez. IV, 28.11.2012, n. 6033).
Ciò premesso, in relazione al calcolo dei contributi concessori la legge della Regione Lombardia 60/1977 e successive modifiche, prevede espressamente che per le costruzioni o gli impianti destinati alle attività industriali o artigianali nonché alle attività turistiche, commerciali e direzionali, gli oneri sono calcolati al metro quadrato di superficie lorda complessiva di pavimento, compresi i piani seminterrati e interrati la cui destinazione d'uso comporti una permanenza anche temporanea di persone.
Per gli interventi di restauro, risanamento conservativo e ristrutturazione, gli oneri di urbanizzazione, se dovuti, sono riferiti alla superficie virtuale ottenuta dividendo il costo complessivo delle opere oggetto di concessione per il costo unitario stabilito annualmente con il decreto ministeriale previsto dall'articolo 6 della legge 28.01.1977, n. 10, quando si tratta di edifici con destinazione diversa da quella residenziale.
Tanto premesso in punto di fatto, per vagliare la fondatezza del ricorso, occorre, quindi, verificare se gli interventi edilizi realizzati dalla società ricorrente, su edificio con destinazione diversa da quella residenziale, siano da qualificare come nuova superficie (secondo l’assunto dell’amministrazione) ovvero come ristrutturazione o risanamento conservativo (secondo la ricostruzione della società ricorrente).
E’ emerso in maniera incontestata che la società ricorrente ha realizzato un mutamento di destinazione d’uso di un sottotetto al primo piano da uffici ad abitazione del custode per ampliamento della stessa, ha installato due soppalchi metallici, uno di superficie pari a mq. 70 e l’altro di estensione pari ad una preesistente soletta in cemento armato.
A parer della società ricorrente, tali interventi edilizi rappresenterebbero una ristrutturazione o un’ipotesi di risanamento conservativo, in quanto le presunte maggiori superfici utili realizzate non sarebbero destinate ad attività commerciali, ma solo al deposito di merci.
Per reperire una definizione di ristrutturazione edilizia è necessario richiamare l'art. 3, d.P.R. 06.06.2001 n. 380 che definisce ristrutturazione gli interventi di trasformazione di organismi edilizi preesistenti in misura tale anche da condurre alla realizzazione di un organismo edilizio in tutto diverso dal precedente, mentre considera come “nuova costruzione” tutti gli interventi di trasformazione del territorio non rientranti nelle categorie precedentemente descritte dalla medesima disposizione. L'elemento discretivo tra le due categorie, ai sensi dell'art. 3 citato, risiede, dunque, nel fatto che nei casi di ristrutturazione vi è preesistenza di un manufatto, elemento invece non richiesto nei casi di nuova costrizione in cui la trasformazione concerne più propriamente il "solo" territorio (si veda sul punto anche, TAR Napoli Campania sez. VIII, 19.04.2012, n. 1827).
Per quanto attiene al soppalco, lo stesso, se non di modeste dimensioni, per la sua struttura e funzione, comporta un aumento della superficie utile e rientra nelle ipotesi di ristrutturazione edilizia (cfr., Consiglio di Stato sez. VI, 08.02.2013, n. 720).
Nel caso di specie, è emerso nitidamente che è stata mutata la destinazione d’uso di un sottotetto al primo piano da uffici ad abitazione del custode con ampliamento della volumetria dello stesso e sono stati realizzati due soppalchi di non modeste dimensioni.
Ne deriva che gli interventi edilizi realizzati rientrano nelle ipotesi di ristrutturazione edilizia, richiamate dall’art. 5, co. 1, lett. a), della legge regionale.
Ne deriva che erroneamente l’amministrazione ha calcolato gli oneri concessori applicando il comma 2 della legge regionale, che, invece, si riferisce alle nuove costruzioni, mentre avrebbe dovuto tener conto della superficie virtuale ottenuta dividendo il costo complessivo delle opere oggetto di concessione per il costo unitario stabilito annualmente con il decreto ministeriale previsto dall'articolo 6 della legge 28.01.1977, n. 10 (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 26.07.2013 n. 2008 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

INCARICHI PROFESSIONALI - PUBBLICO IMPIEGO: Non è conforme a legge il contratto di collaborazione avente ad oggetto un incarico di lavoro autonomo occasionale (nella specie, un incarico per la produzione di testi scientifici), conferito senza il preventivo espletamento di una procedura comparativa atta a garantire la maggiore partecipazione degli interessati e la migliore selezione del personale.
Nello stesso senso, si è precisato che il ricorso, da parte del dirigente di un ente pubblico, a personale con contratto di lavoro autonomo è illegittimo e fonte di danno erariale ove non costituisca il mezzo indispensabile per far fronte ad esigenze eccezionali ed impreviste di natura transitoria e non sia inteso ad attuare obiettivi e progetti specifici, determinati e temporanei, impossibili da realizzare con i dipendenti in servizio presso l'amministrazione.
La giurisprudenza amministrativa, sulla stessa scia di quella contabile, ha chiarito che sebbene non sussista una previsione di rango legislativo che vieti l'affidamento a studi legali dell'attività di consulenza stragiudiziale, l'indizione di siffatta procedura selettiva rimane un'ipotesi eccezionale rispetto a quelle ordinarie previste dalle norme in materia di attività consultiva resa dall'Avvocatura dello Stato e dal Consiglio di Stato ovvero di affidamento di incarichi di collaborazione a singoli professionisti (per specifiche questioni) secondo la procedura di cui all'art. 7, d.lg. n. 165 del 2001 (seppure anche quest'ultima norma, avente carattere eccezionale).

... per l'annullamento della delibera della giunta provinciale di Varese prot. n. 88612/3.6, emessa e dichiarata immediatamente eseguibile il giorno 16.10.2012, pubblicata all'albo pretorio il 23.10.2012, con la quale è stata disposta l'instaurazione di un rapporto di collaborazione esterna con un giornalista professionista non inserito nella pianta organica dell'ente, per lo svolgimento dell'incarico di addetto stampa e responsabile editoriale della testata giornalistica “provincia di Varese informa online” e di ogni altro atto presupposto, connesso o consequenziale.
...
... appare evidente che la delibera impugnata sia illegittima per violazione dell’art. 7, co. 6, d.lgs. 165/2001.
La norma in parola consente alle amministrazioni la possibilità di conferire incarichi individuali, con contratti di lavoro autonomo, di natura occasionale o coordinata e continuativa, ad esperti di particolare e comprovata specializzazione anche universitaria, solo per fronteggiare esigenze cui non possono far fronte con personale in servizio e a condizione che:
a) l'oggetto della prestazione deve corrispondere alle competenze attribuite dall'ordinamento all'amministrazione conferente, ad obiettivi e progetti specifici e determinati e deve risultare coerente con le esigenze di funzionalità dell'amministrazione conferente;
b) l'amministrazione deve avere preliminarmente accertato l'impossibilità oggettiva di utilizzare le risorse umane disponibili al suo interno;
c) la prestazione deve essere di natura temporanea e altamente qualificata; non è ammesso il rinnovo; l'eventuale proroga dell'incarico originario è consentita, in via eccezionale, al solo fine di completare il progetto e per ritardi non imputabili al collaboratore, ferma restando la misura del compenso pattuito in sede di affidamento dell'incarico;
d) devono essere preventivamente determinati durata, luogo, oggetto e compenso della collaborazione.
Si prescinde dal requisito della comprovata specializzazione universitaria in caso di stipulazione di contratti di collaborazione di natura occasionale o coordinata e continuativa per attività che debbano essere svolte da professionisti iscritti in ordini o albi o con soggetti che operino nel campo dell'arte, dello spettacolo, dei mestieri artigianali o dell'attività informatica nonché a supporto dell'attività didattica e di ricerca, per i servizi di orientamento, compreso il collocamento, e di certificazione dei contratti di lavoro di cui al decreto legislativo 10.09.2003, n. 276, purché senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, ferma restando la necessità di accertare la maturata esperienza nel settore.
Tale norma è stata interpretata rigorosamente dalla giurisprudenza contabile e amministrativa, perché ha rappresentato un primo passo verso la riduzione della spesa pubblica e, quindi, per evitare inutili sprechi di danaro pubblico.
Sul punto, la giurisprudenza contabile ha, ad esempio, chiarito che non è conforme a legge il contratto di collaborazione avente ad oggetto un incarico di lavoro autonomo occasionale (nella specie, un incarico per la produzione di testi scientifici), conferito senza il preventivo espletamento di una procedura comparativa atta a garantire la maggiore partecipazione degli interessati e la migliore selezione del personale (cfr., Corte Conti sez. contr., 07.05.2012, n. 10).
Nello stesso senso, si è precisato che il ricorso, da parte del dirigente di un ente pubblico, a personale con contratto di lavoro autonomo è illegittimo e fonte di danno erariale ove non costituisca il mezzo indispensabile per far fronte ad esigenze eccezionali ed impreviste di natura transitoria e non sia inteso ad attuare obiettivi e progetti specifici, determinati e temporanei, impossibili da realizzare con i dipendenti in servizio presso l'amministrazione (cfr., Corte Conti sez. III, 04.05.2012, n. 339).
La giurisprudenza amministrativa, sulla stessa scia di quella contabile, ha chiarito che sebbene non sussista una previsione di rango legislativo che vieti l'affidamento a studi legali dell'attività di consulenza stragiudiziale, l'indizione di siffatta procedura selettiva rimane un'ipotesi eccezionale rispetto a quelle ordinarie previste dalle norme in materia di attività consultiva resa dall'Avvocatura dello Stato e dal Consiglio di Stato ovvero di affidamento di incarichi di collaborazione a singoli professionisti (per specifiche questioni) secondo la procedura di cui all'art. 7, d.lg. n. 165 del 2001 (seppure anche quest'ultima norma, avente carattere eccezionale (cfr., TAR Roma Lazio sez. II, 07.07.2009, n. 6527).
Alla luce di tali coordinate ermeneutiche il provvedimento impugnato va annullato per violazione dell’art. 7, co. 6, d.lgs. 165/2001.
Nel caso di specie l’amministrazione ha conferito l’incarico di addetto stampa e responsabile editoriale della testata giornalistica “Provincia di Varese informa on line” ad un giornalista esterno all’ente “dopo aver valutato i carichi di lavoro attribuiti alle risorse umane operanti nella struttura”. Emerge nitidamente che il provvedimento non ha motivato in relazione alle esigenze di carattere straordinario ed eccezionale che consentono il ricorso a figure professionisti esterne, ma si è limitato ad una mera motivazione di stile che rende illegittimo il provvedimento impugnato.
Ne deriva che il ricorso va accolto e il provvedimento impugnato va annullato (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 26.07.2013 n. 1997 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: E’ opinione del Collegio che l'alternativa sanzione pecuniaria, di cui al secondo comma dell’art. 33 DPR 380/2001, sia prevista non in ragione delle condizioni dei responsabili dell'abuso e/o proprietari, ovvero della gravosità e/o onerosità degli interventi di rimessione in pristino, bensì unicamente per l'ipotesi di pregiudizio alla statica della parte legittima dell’edificio che, per effetto della demolizione di quella abusiva, potrebbe determinarsi.
Va in proposito precisato che eventuali problemi di statica vanno valutati nel momento in cui i lavori di ripristino sono ultimati e che, quindi, l’autore dell’abuso non può invocare, al fine di ottenere l’applicazione della misura pecuniaria, la necessità di demolire anche parti non abusive qualora ciò sia necessario a rendere l’edificio conforme agli strumenti urbanistico-edilizi vigenti e qualora tali parti possano poi essere ripristinate senza pregiudizio per la statica dell’immobile.

In base al primo comma dell’art. 33 del TUE, colui che realizza interventi di ristrutturazione edilizia in totale difformità dal permesso di costruire rilasciato, è tenuto a rimuoverli o demolirli e, in ogni caso, a rendere gli edifici sui cui gli interventi stessi sono stati realizzati conformi alle prescrizioni degli strumenti urbanistico-edilizi, e ciò entro un congruo termine stabilito dal dirigente o dal responsabile del competente ufficio comunale con propria ordinanza.
Aggiunge poi il comma secondo dello stesso articolo che “qualora, sulla base di motivato accertamento dell'ufficio tecnico comunale, il ripristino dello stato dei luoghi non sia possibile, il dirigente o il responsabile dell'ufficio irroga una sanzione pecuniaria pari al doppio dell'aumento di valore dell'immobile, conseguente alla realizzazione delle opere”.
E’ opinione del Collegio che l'alternativa sanzione pecuniaria, di cui al secondo comma dell’art. 33 cit., sia prevista non in ragione delle condizioni dei responsabili dell'abuso e/o proprietari, ovvero della gravosità e/o onerosità degli interventi di rimessione in pristino, bensì unicamente per l'ipotesi di pregiudizio alla statica della parte legittima dell’edificio che, per effetto della demolizione di quella abusiva, potrebbe determinarsi (cfr. TAR Lazio Roma, sez. sez. I, 04.03.2009 n. 2248).
Va in proposito precisato che eventuali problemi di statica vanno valutati nel momento in cui i lavori di ripristino sono ultimati e che, quindi, l’autore dell’abuso non può invocare, al fine di ottenere l’applicazione della misura pecuniaria, la necessità di demolire anche parti non abusive qualora ciò sia necessario a rendere l’edificio conforme agli strumenti urbanistico-edilizi vigenti e qualora tali parti possano poi essere ripristinate senza pregiudizio per la statica dell’immobile.
Ciò premesso va osservato che, nel caso concreto, è vero che la rimessa in pristino dell’edificio potrebbe richiedere la demolizione dell’intero tetto, ma è anche vero che una volta accorciati i muri perimetrali (l’abuso infatti consiste nella realizzazione di muri perimetrali di lunghezza maggiore rispetto a quella assentita) il tetto potrà essere agevolmente ricostruito, e che, una volta fatto ciò, nessun problema di statica si porrebbe.
Non hanno rilievo poi la circostanze che l’abuso realizzato non avrebbe incidenze paesaggistiche e che, comunque, questo sarebbe di lieve entità.
L’applicazione della misura ripristinatoria di cui al primo comma dell’art. 33 non richiede infatti che l’abuso abbia incidenza paesaggistica. Inoltre, l’abuso nel concerto realizzato, per stessa ammissione di parte ricorrente, supera il margine di tollerabilità (pari al 2 per cento delle misure progettuali) stabilito dall’art. 34, ultimo comma, del TUE, introdotto dall'art. 5, comma 2, lett. a), n. 5), del d.l. 13.05.2011, n. 70; sicché esso non può considerarsi irrilevante.
Neppure ha rilievo la circostanza che nel provvedimento impugnato sia stato richiamato l’art. 31 del TUE in luogo dell’art. 33 e che, in un passaggio, lo stesso provvedimento qualifichi l’intervento realizzato quale intervento di nuova costruzione.
Va invero osservato che dalla lettura complessiva del provvedimento si può agevolmente inferire che il Comune intimato ha correttamente descritto l’abuso realizzato senza incorrere in alcun travisamento dei fatti; e che la sanzione applicata, per le ragioni sopra illustrate, è quella corretta in relazione alla fattispecie concreta (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 26.07.2013 n. 1986 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Stabilisce l’art. 167, comma 5, del d.lgs. 22.01.2004 n. 42, che la sanzione da applicarsi ai fini del rilascio del provvedimento che accerta la compatibilità paesaggistica, è pari “…al maggiore importo tra il danno arrecato e il profitto conseguito mediante la trasgressione”. In base a questa disposizione, qualora non via sia danno paesaggistico, occorre quindi verificare, al fine della quantificazione della sanzione, la consistenza del maggior valore conseguito dall’immobile a seguito dell’intervento abusivo realizzato.
Aggiunge la norma che “l'importo della sanzione pecuniaria è determinato previa perizia di stima”.
Come si vede le suindicate disposizioni lasciano ampio margine di discrezionalità alle amministrazioni, le quali debbono formulare le proprie valutazioni applicando correttamente le regole tecniche proprie della scienza dell’estimo, onde addivenire ad una plausibile determinazione del valore economico del bene stimato.
Non è quindi necessaria la sussistenza di norme giuridiche che specifichino i criteri di stima ed autorizzino le amministrazioni a procedere secondo determinate modalità. La valutazione operata da queste ultime costituisce dunque esercizio di discrezionalità tecnica che può essere sindacata dal giudice amministrativo solo in caso di errore di fatto ovvero di palese illogicità.

Stabilisce l’art. 167, comma 5, del d.lgs. 22.01.2004 n. 42, che la sanzione da applicarsi ai fini del rilascio del provvedimento che accerta la compatibilità paesaggistica, è pari “…al maggiore importo tra il danno arrecato e il profitto conseguito mediante la trasgressione”. In base a questa disposizione, qualora non via sia danno paesaggistico, occorre quindi verificare, al fine della quantificazione della sanzione, la consistenza del maggior valore conseguito dall’immobile a seguito dell’intervento abusivo realizzato.
Aggiunge la norma che “l'importo della sanzione pecuniaria è determinato previa perizia di stima”.
Come si vede le suindicate disposizioni lasciano ampio margine di discrezionalità alle amministrazioni, le quali debbono formulare le proprie valutazioni applicando correttamente le regole tecniche proprie della scienza dell’estimo, onde addivenire ad una plausibile determinazione del valore economico del bene stimato.
Contrariamente a quanto sostenuto dalla parte, non è quindi necessaria la sussistenza di norme giuridiche che specifichino i criteri di stima ed autorizzino le amministrazioni a procedere secondo determinate modalità. La valutazione operata da queste ultime costituisce dunque esercizio di discrezionalità tecnica che può essere sindacata dal giudice amministrativo solo in caso di errore di fatto ovvero di palese illogicità.
Ciò premesso va osservato che, nel caso concreto, il Comune di Novedrate, nell’elaborare la propria perizia, ha ritenuto di dover quantificare il valore dell’edificio di cui è causa (come conseguito a seguito dell’intervento abusivo realizzato) assumendo a parametro di comparazione i capannoni industriali aventi destinazione commerciale.
Ritiene il Collegio che tale valutazione non sia palesemente illogica atteso che, come si è visto sopra, il suddetto immobile è stato in sostanza adibito ad attività commerciale, trovando in esso sede un’attività di commercializzazione di beni (anche se trattasi di beni prodotti dall’impresa agricola); e che quindi è stato assunto quale termine di comparazione quello proprio di una categoria che presenta forti aspetti di similitudine rispetto a quella cui appartiene l’edificio in considerazione.
Né a contrario possono essere utilmente invocati, come fa parte ricorrente, il d.m. 26.09.1997 ed il regolamento per il rilascio delle autorizzazioni paesaggistiche della Provincia di Milano, atteso che, come visto, il citato art. 167, comma 5, del d.lgs. n. 42/2004 non rinvia ad alcun atto di normazione secondaria, affermando invece che la quantificazione della sanzione va effettuata sulla base di una perizia di stima
(TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 26.07.2013 n. 1985 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In base all’art. 146, comma 4, del d.lgs. 22.01.2004 n. 42 l'autorizzazione paesaggistica costituisce presupposto rispetto al permesso di costruire o agli altri titoli legittimanti l'intervento urbanistico-edilizio.
Da ciò consegue che nessun titolo edilizio può essere rilasciato se l’intervento che si vuole realizzare incide su un bene vincolato e non sia stato preventivamente autorizzato dalle autorità proposte alla tutela del vincolo stesso.
Da ciò consegue ancora che anche in caso di richiesta di rilascio di permesso di costruire in sanatoria, di cui all’art. 36 del TUE, questo non può essere rilasciato se l’intervento realizzato in assenza di titolo edilizio o in difformità dallo stesso non sia ritenuto compatibile dal punto di vista paesaggistico dalla preposta autorità la quale, in tal caso, dovrà esprimersi ai sensi dell’art. 167, commi 4 e 5, del citato d.lgs. n. 42/2004.
Stabilisce in particolare il quarto comma lett. a) della predetta norma che l'autorità amministrativa competente accerta la compatibilità paesaggistica, secondo le procedure di cui al comma 5, qualora i lavori realizzati in assenza o difformità dall'autorizzazione paesaggistica “…non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati”.
Come si vede, la norma esclude che in caso di aumento di superficie o di volume possa essere accertata a posteriori la compatibilità paesaggistica di un intervento edilizio già eseguito.

In base all’art. 146, comma 4, del d.lgs. 22.01.2004 n. 42 l'autorizzazione paesaggistica costituisce presupposto rispetto al permesso di costruire o agli altri titoli legittimanti l'intervento urbanistico-edilizio.
Da ciò consegue che nessun titolo edilizio può essere rilasciato se l’intervento che si vuole realizzare incide su un bene vincolato e non sia stato preventivamente autorizzato dalle autorità proposte alla tutela del vincolo stesso.
Da ciò consegue ancora che anche in caso di richiesta di rilascio di permesso di costruire in sanatoria, di cui all’art. 36 del TUE, questo non può essere rilasciato se l’intervento realizzato in assenza di titolo edilizio o in difformità dallo stesso non sia ritenuto compatibile dal punto di vista paesaggistico dalla preposta autorità la quale, in tal caso, dovrà esprimersi ai sensi dell’art. 167, commi 4 e 5, del citato d.lgs. n. 42/2004.
Stabilisce in particolare il quarto comma lett. a) della predetta norma che l'autorità amministrativa competente accerta la compatibilità paesaggistica, secondo le procedure di cui al comma 5, qualora i lavori realizzati in assenza o difformità dall'autorizzazione paesaggistica “…non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati”.
Come si vede, la norma esclude che in caso di aumento di superficie o di volume possa essere accertata a posteriori la compatibilità paesaggistica di un intervento edilizio già eseguito (cfr. TAR Lombardia Brescia, sez. I, 11.04.2013 n. 350; TAR Toscana, sez. III, 16.05.2012 n. 953).
Nel caso di specie è indubbio che l’intervento realizzato in difformità del titolo edilizio rilasciato consiste nella chiusura del portico posto al piano terreno di una palazzina; chiusura che ha consentito la realizzazione di una maggiore superficie di pavimento e, dunque, la realizzazione di un maggior volume.
Ne consegue che, per le ragioni sopra evidenziate, non è neppure astrattamente possibile procedere all’accertamento di compatibilità paesaggistica; il che impedisce a priori il rilascio del titolo edilizio in sanatoria richiesto.
La ricorrente nelle proprie memorie sostiene che, in realtà, non vi sarebbe stato aumento di volume, in quanto la chiusura del portico sarebbe compensata dalla rinuncia alla realizzazione di altra palazzina in origine prevista nel piano di lottizzazione.
Questa argomentazione è del tutto inconferente posto che le valutazioni di compatibilità paesaggistica ed urbanistica di un determinato intervento edilizio riguardano specificamente quest’ultimo, ancorché esso sia inserito in un piano di lottizzazione che prevede la realizzabilità di una pluralità di edifici; ne consegue, quindi, che non è possibile compensare le modifiche apportate ad uno di tali edifici mediante modifiche apportate ad altri.
Per queste ragioni deve ritenersi che il Comune di Bovisio Masciago abbia correttamente negato il rilascio dei titoli di cui è causa e che le doglianze sollevate dalla parte siano tutte infondate. Anche la domanda risarcitoria è conseguentemente infondata (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 26.07.2013 n. 1984 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICAIl Collegio dà atto che l’orientamento prevalente in giurisprudenza propende per la natura conformativa dei vincoli di piano regolatore preordinati alla realizzazione di parcheggi pubblici, ma tale orientamento si fonda da una parte sulla inidoneità di tali vincoli a determinare l’ablazione automatica del suoli, d’altro canto sulla circostanza che normalmente il parcheggio pubblico non implica la proprietà pubblica degli stessi.
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Gli standards urbanistici tendono al soddisfacimento di bisogni collettivi delle persone che abitano nei dintorni, ed a seguito della entrata in vigore del D.P.R. 380/2001 alla realizzazione delle opere di urbanizzazione a scomputo segue la automatica acquisizione in proprietà delle stesse, e del relativo sedime, in capo alla Amministrazione comunale, senza che a tal fine sia necessaria la stipula di un atto negoziale ad hoc.
Tale regime, introdotto dal D.P.R. 380/2001, conferma la naturale vocazione alla proprietà pubblica delle aree a standards, in relazione alle quali, pertanto, si deve presumere la compatibilità con la sola proprietà pubblica.
Anche il Consiglio di Stato ha affermato la natura espropriativa di un vincolo preordinato alla realizzazione di un parcheggio pubblico, e la conseguente sua perdita di efficacia per decorso del termine quinquennale dalla imposizione del vincolo stesso.

Il ricorso può essere deciso sulla base della semplice considerazione che il vincolo a parcheggio pubblico oggetto di gravame deve ritenersi orami decaduto in ragione della sua natura espropriativa e del decorso del termine quinquennale dalla sua imposizione.
Il Collegio dà atto che l’orientamento prevalente in giurisprudenza propende per la natura conformativa dei vincoli di piano regolatore preordinati alla realizzazione di parcheggi pubblici, ma tale orientamento si fonda da una parte sulla inidoneità di tali vincoli a determinare l’ablazione automatica del suoli, d’altro canto sulla circostanza che normalmente il parcheggio pubblico non implica la proprietà pubblica degli stessi.
Orbene, non v’è alcuna prova che nel caso di specie la realizzazione dei parcheggi pubblici risulti compatibile con la proprietà privata dei fondi interessati, che, pertanto, si ritiene, dovranno necessariamente essere espropriati dalla Amministrazione comunale al fine di poter realizzare i parcheggi.
Del resto, come ha condivisibilmente rilevato il TAR Puglia-Bari nella sentenza n. 2815/2010, gli standards urbanistici tendono comunque al soddisfacimento di bisogni collettivi delle persone che abitano nei dintorni, ed a seguito della entrata in vigore del D.P.R. 380/2001 alla realizzazione delle opere di urbanizzazione a scomputo segue la automatica acquisizione in proprietà delle stesse, e del relativo sedime, in capo alla Amministrazione comunale, senza che a tal fine sia necessaria la stipula di un atto negoziale ad hoc. Tale regime, introdotto dal D.P.R. 380/2001, conferma la naturale vocazione alla proprietà pubblica delle aree a standards, in relazione alle quali, pertanto, si deve presumere la compatibilità con la sola proprietà pubblica.
Anche il Consiglio di Stato ha affermato, nella sentenza n. 91/2010, la natura espropriativa di un vincolo preordinato alla realizzazione di un parcheggio pubblico, e la conseguente sua perdita di efficacia per decorso del termine quinquennale dalla imposizione del vincolo stesso.
Nel caso di specie non risulta che, a tanti anni di distanza dalla approvazione del Piano Regolatore, il Comune di Caprezzo abbia proceduto all’esproprio delle aree ed alla realizzazione dei parcheggi.
Segue che la previsione di piano regolatore oggetto di gravame deve ritenersi oggi non più efficace (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 25.07.2013 n. 940 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

TRIBUTILa Tares si paga anche se l'immobile è inutilizzato.
È legittima la pretesa del comune di Bologna di applicare la Tarsu a un appartamento inutilizzato. Infatti, il cambio di residenza del contribuente, la denuncia di cessazione dell'occupazione dell'immobile e il mancato consumo di energia elettrica non lo esonerano dal pagamento della tassa rifiuti. Il tributo si paga anche in caso di mancato utilizzo del servizio di smaltimento svolto dall'amministrazione comunale.

Lo ha ribadito la Corte di Cassazione, con l'ordinanza 24.07.2013 n. 18022.
Per i giudici di piazza Cavour, «dando rilevanza all'avvenuto trasferimento della residenza anagrafica (ed alla concreta idoneità del bene a produrre rifiuti, siccome desumibile per presunzione dal mancato consumo delle erogazioni di energia) il giudice del merito ha chiaramente violato le norme che disciplinano il presupposto dell'imposta».
In effetti, sulla questione della tassabilità degli immobili inutilizzati si registrano prese di posizione diverse tra Cassazione, giudici tributari e ministero dell'economia e delle finanze. Anche le amministrazioni comunali non hanno quasi mai applicato la regola fissata dalla Suprema corte, la quale ha sempre posto dei limiti rigidi per l'esonero dal pagamento del tributo sui rifiuti, che è dovuto a prescindere dal fatto che il contribuente utilizzi l'immobile. Ex lege, vanno esclusi dalla tassazione solo gli immobili non utilizzabili (inagibili, inabitabili, diroccati). Non ha alcuna rilevanza la scelta soggettiva del titolare di non utilizzare l'immobile.
Anche il mancato arredo non costituisce prova dell'inutilizzabilità dell'immobile e della inettitudine alla produzione di rifiuti. Un alloggio che il proprietario lasci inabitato e non arredato si rivela inutilizzato, ma non oggettivamente inutilizzabile. Per la prima volta il principio è stato affermato con la sentenza 16785 del 30.11.2002. Regola ribadita con le sentenze 9920/2003, 22770/2009, 1850/2010 e altre.
Da ultimo, sempre la Cassazione (ordinanza 1332 del 21.01.2013) ha stabilito che l'esonero dal pagamento del tributo non spetta neppure quando il contribuente fornisca la prova dell'avvenuta cessazione di un'attività industriale. Il Mef invece, nelle linee guida che ha fornito ai comuni sulla corretta applicazione della Tares, ha precisato che non sono soggetti al pagamento le unità immobiliari privi di mobili e di allacci alle reti idriche e elettriche, che di fatto non vengono utilizzate (tratto da ItaliaOggi del 17.08.2013).

EDILIZIA PRIVATA: Se è pur vero che la declaratoria di decadenza di un titolo edilizio costituisce manifestazione di attività vincolata della pubblica amministrazione, è parimenti innegabile che i presupposti della decadenza richiedono un rigoroso e completo accertamento in fatto, vale a dire una adeguata istruttoria, che non può basarsi su affermazioni apodittiche né prescindere dall’esame di tutte le circostanze del caso concreto.
Sul punto, preme al Collegio dapprima richiamare il proprio orientamento secondo cui, se è pur vero che la declaratoria di decadenza di un titolo edilizio costituisce manifestazione di attività vincolata della pubblica amministrazione, è parimenti innegabile che i presupposti della decadenza richiedono un rigoroso e completo accertamento in fatto, vale a dire una adeguata istruttoria, che non può basarsi su affermazioni apodittiche né prescindere dall’esame di tutte le circostanze del caso concreto (cfr. sul punto TAR Lombardia, Milano, sez. II, 22.1.2013, n. 189).
Nel caso di specie, il permesso di costruire è stato rilasciato il 14.12.2012 ed il relativo avviso è stato spedito alla società in data 19.12.2012 (cfr. il doc. 9 della ricorrente), mentre la comunicazione di inizio lavori è stata protocollata il successivo 20.12.2012 (cfr. il doc. 10 della ricorrente).
Contestualmente, è stata depositata presso gli uffici comunali la denuncia delle opere in cemento armato, oltre alla copia della notificazione preliminare di cantiere alla Regione, in applicazione della disciplina sulla sicurezza nei luoghi di lavoro (art. 99 del D.Lgs. 81/2008, cfr. ancora il doc. 10 della ricorrente).
Parimenti, è stato concluso un contratto d’appalto per l’esecuzione dei lavori edili (cfr. il doc. 11 della ricorrente), predisposto il piano di sicurezza (cfr. il doc. 12 della ricorrente) ed assegnati gli incarichi per la progettazione e la direzione lavori (cfr. i documenti da 16 a 18 della ricorrente).
Unitamente alla predisposizione della documentazione necessaria per l’avvio dei lavori, la società iniziava nel dicembre 2010 i lavori preparatori di cantiere, mediante allestimento dell’ufficio e deposito del materiale (cfr. il doc. 14 della ricorrente).
Il Comune di Como, dal canto suo, ha effettuato nella prima metà del mese di gennaio 2013 tre sopralluoghi sull’area (cfr. il doc. 4 del resistente).
Il primo sopralluogo risale al 01.01.2013 (giorno festivo e normalmente non destinato all’attività lavorativa), mentre i successivi, in data 10 e 22 gennaio, hanno consentito di appurare l’intervenuta recinzione dell’area di cantiere.
Ciò premesso, reputa il Collegio che le attività di carattere preparatorio e di adempimento degli obblighi inerenti la sicurezza del cantiere, posti in essere da Cosed nel dicembre 2013, siano sufficienti a manifestare quel “serio intento costruttivo”, che esclude la possibilità di declaratoria di decadenza del titolo edilizio rilasciato.
Non si dimentichi, infatti, che il permesso di costruire è stato rilasciato il 14.12.2012, allorché si approssimava il periodo di ferie natalizie ed in una stagione con condizioni climatiche sfavorevoli (circostanze, queste, che costituiscono fatto notorio ai sensi dell’art. 115, comma 2°, del codice di procedura civile), sicché appare irragionevole la pretesa del Comune di Como, che vorrebbe invece far discendere la prova dell’intento costruttivo dalla realizzazione, nelle ultime due settimane dell’anno ed in pieno inverno, di gran parte delle lavorazioni necessarie piuttosto al completamento e non all’inizio dell’opera.
Si tratta, a ben vedere, di una pretesa abnorme, non rispettosa del principio di proporzionalità che dovrebbe presiedere all’esercizio dell’azione amministrativa, anche in sede di accertamento della decadenza di cui al citato art. 15, oltre che in contrasto con il principio della buona fede oggettiva, che deve comunque caratterizzare il rapporto fra privato e pubblica amministrazione (cfr. sul punto, fra le tante, Consiglio di Stato, sez. V, 08.11.2012, n. 5692).
Del resto, la norma di legge sopra menzionata prevede ordinariamente il termine di un anno dal rilascio del titolo per l’inizio dei lavori (cfr. art. 15, comma 2°, del DPR 380/2001), in quanto il legislatore ha ritenuto –realisticamente– che sussiste un fisiologico intervallo temporale fra l’ottenimento del titolo ed il concreto avvio dell’attività edilizia.
Nel caso di specie, intervenuto il rilascio del titolo il 14.12.2012, l’attività preparatoria svolta dalla società nei pochi giorni successivi e fino al 01.01.2013, appare rispettosa dei requisiti minimi per integrare un serio e concreto “inizio dei lavori”.
Sul punto preme ancora evidenziare che lo scrivente non ignora la giurisprudenza formatasi sull’art. 15 del DPR 380/2001, citata anche dall’Avvocatura Comunale nei propri scritti difensivi; tuttavia si deve ricordare che le sentenze richiamate dal resistente attengono al mancato inizio dei lavori nell’ordinario termine annuale di cui al comma 2° dell’art. 15, mentre nel caso di specie si tratta di verificare l’effettivo avvio dei lavori in un ben più ristretto termine di circa quindici giorni.
Non appare, di conseguenza, corretta l’applicazione dell’art. 15 menzionato effettuata dall’Amministrazione di Como (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 24.07.2013 n. 1943 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Eventuali omissioni degli atti di gara non possono riverberarsi a danno dei concorrenti che hanno fatto affidamento sulla correttezza ed esaustività del modello predisposto dall’amministrazione, a maggior ragione nel caso in cui la ricorrente abbia presentato dichiarazioni nella stessa forma e quindi si esponga alla rilevazione del medesimo vizio nei suoi confronti.
Appare ragionevole ritenere che solo la presentazione dell’istanza, predisposta nei termini voluti dall’Amministrazione, costituisca adempimento richiesto a pena di esclusione, mentre la sottoscrizione della stessa da parte di altri soggetti, che risultino investiti di poteri di rappresentanza –pur corrispondendo ad un indirizzo giurisprudenziale (peraltro non univoco) di stampo “sostanzialista”, circa l’obbligo di rendere la dichiarazione stessa da parte di chiunque fosse in grado di impegnare la società– può giustificare una richiesta di integrazione documentale da parte della stazione appaltante, ma non anche l’esclusione di una società che abbia, come nella fattispecie avvenuto, diligentemente compilato il modulo in questione.

In merito il Collegio ritiene necessario aderire a quell’orientamento secondo il quale eventuali omissioni degli atti di gara non possono riverberarsi a danno dei concorrenti che hanno fatto affidamento sulla correttezza ed esaustività del modello predisposto dall’amministrazione (Cons. Stato, sez. V, 22.05.2012 n. 2973), a maggior ragione nel caso in cui la ricorrente abbia presentato dichiarazioni nella stessa forma e quindi si esponga alla rilevazione del medesimo vizio nei suoi confronti.
In merito altra giurisprudenza ha chiarito che appare ragionevole ritenere che solo la presentazione dell’istanza, predisposta nei termini voluti dall’Amministrazione, costituisca adempimento richiesto a pena di esclusione, mentre la sottoscrizione della stessa da parte di altri soggetti, che risultino investiti di poteri di rappresentanza –pur corrispondendo ad un indirizzo giurisprudenziale (peraltro non univoco) di stampo “sostanzialista”, circa l’obbligo di rendere la dichiarazione stessa da parte di chiunque fosse in grado di impegnare la società– può giustificare una richiesta di integrazione documentale da parte della stazione appaltante, ma non anche l’esclusione di una società che abbia, come nella fattispecie avvenuto, diligentemente compilato il modulo in questione (Cons. Stato, VI, ordinanza 01.02.2013 n. 634) (TAR Lombardia-Milano, Sez. III, sentenza 23.07.2013 n. 1933 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato alla constatata abusività che non richiede alcuna specifica valutazione delle ragioni d'interesse pubblico, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati e neppure una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto e attuale alla demolizione, non essendo configurabile alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di illecito permanente, che il tempo non può legittimare in via di fatto.
Infatti, non solo è noto l’orientamento giurisprudenziale assolutamente prevalente in tema di repressione di abusi, (cfr. Consiglio di Stato sez. IV, 28.12.2012, n. 6702; TAR Lombardia Milano, sez. II, 19.02.2009, n. 1318) nel senso che l’ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato alla constatata abusività che non richiede alcuna specifica valutazione delle ragioni d'interesse pubblico, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati e neppure una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto e attuale alla demolizione, non essendo configurabile alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di illecito permanente, che il tempo non può legittimare in via di fatto, ma è anche inesatto sostenere che l’amministrazione è rimasta inerte di fronte alla condotta commissiva del responsabile dell’abuso, avendo al contrario immediatamente adottato il provvedimento sanzionatorio che ha generato il contenzioso di cui si è dato conto al precedente punto 2.2. (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 19.07.2013 n. 1924 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Quando il proprietario dell’area non sia il responsabile dell’abuso il provvedimento repressivo non può costituire titolo per l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell’area di sedime sulla quale insiste il bene.
L’estraneità del proprietario agli abusi edilizi commessi sul bene da un soggetto che ne abbia la piena ed esclusiva disponibilità non implica, pertanto, l’illegittimità dell’ordinanza di demolizione o di riduzione in pristino dello stato dei luoghi, emessa nei suoi confronti, ma solo l’inidoneità del provvedimento repressivo a costituire titolo per l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell’area di sedime sulla quale insiste il bene.
L’acquisizione gratuita dell’area non è, infatti, una misura strumentale, per consentire al Comune di eseguire la demolizione, né una sanzione accessoria di questa, ma costituisce una sanzione autonoma che consegue all’inottemperanza all’ingiunzione.
Ne discende che l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale si riferisce esclusivamente al responsabile dell’abuso, non potendo operare nella sfera giuridica di altri soggetti e, in particolare, nei confronti del proprietario dell’area quando risulti, in modo inequivocabile, la sua completa estraneità al compimento dell’opera abusiva o che, essendone egli venuto a conoscenza, si sia adoperato per impedirlo con gli strumenti offerti dall’ordinamento.

Fondato è invece il terzo motivo, con cui la ricorrente deduce la violazione dell’art. 31 del DPR 380/2001 in relazione all’acquisizione dell’area al patrimonio comunale nei confronti dei proprietari non responsabili degli abusi per cui è causa, che non ne avevano la disponibilità.
E’ infatti pacifico (cfr. per tutte Cons. Stato, VI, 04.03.2013, n. 1268; id. Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 05.04.2013, n. 1886) il principio che quando il proprietario dell’area non sia il responsabile dell’abuso, ciò che nella specie non è controverso tra le parti, il provvedimento repressivo non può costituire titolo per l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell’area di sedime sulla quale insiste il bene.
L’estraneità del proprietario agli abusi edilizi commessi sul bene da un soggetto che ne abbia la piena ed esclusiva disponibilità non implica, pertanto, come sostiene parte ricorrente, l’illegittimità dell’ordinanza di demolizione o di riduzione in pristino dello stato dei luoghi, emessa nei suoi confronti, ma solo l’inidoneità del provvedimento repressivo a costituire titolo per l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell’area di sedime sulla quale insiste il bene.
L’acquisizione gratuita dell’area non è, infatti, una misura strumentale, per consentire al Comune di eseguire la demolizione, né una sanzione accessoria di questa, ma costituisce una sanzione autonoma che consegue all’inottemperanza all’ingiunzione.
Ne discende che l’acquisizione gratuita al patrimonio comunale si riferisce esclusivamente al responsabile dell’abuso, non potendo operare nella sfera giuridica di altri soggetti e, in particolare, nei confronti del proprietario dell’area quando risulti, in modo inequivocabile, la sua completa estraneità al compimento dell’opera abusiva o che, essendone egli venuto a conoscenza, si sia adoperato per impedirlo con gli strumenti offerti dall’ordinamento
(TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 19.07.2013 n. 1924 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: L'art. 10-bis, L. n. 241/1990 (preavviso di rigetto) è inapplicabile a tutti quei procedimenti che siano volti ad ottenere l'accesso ai documenti, in quanto da un lato il procedimento di accesso, costituendo un interesse meramente partecipativo e strumentale alla soddisfazione di un interesse primario, non si concilia con la previsione di una ulteriore fase sub procedimentale, e dall'altro l'elencazione dei procedimenti cui la norma non è applicabile non può essere considerata tassativa.
Il primo motivo è infondato in quanto l'art. 10-bis, L. n. 241/1990 (preavviso di rigetto) è inapplicabile a tutti quei procedimenti che siano volti ad ottenere l'accesso ai documenti, in quanto da un lato il procedimento di accesso, costituendo un interesse meramente partecipativo e strumentale alla soddisfazione di un interesse primario, non si concilia con la previsione di una ulteriore fase sub procedimentale, e dall'altro l'elencazione dei procedimenti cui la norma non è applicabile non può essere considerata tassativa (Consiglio di Stato, sez IV, 4813/2003, sez. VI, 05.12.2007, sent. n. 6183; TAR Lazio Roma Sez. II ter Sent., 07.01.2008, n. 71) (TAR Lombardia-Milano, Sez. III, sentenza 18.07.2013 n. 1917 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Con l'entrata in vigore dell'art. 21-quinquies della l. n. 241/1990, il legislatore ha accolto una nozione ampia di revoca del provvedimento amministrativo, prevedendo tre presupposti alternativi che ne legittimano l'adozione: a) per sopravvenuti motivi di pubblico interesse; b) per mutamento della situazione di fatto; c) per nuova valutazione dell'interesse pubblico originario (c.d. jus poenitendi).
In materia di revoca di atti gara nella fase antecedente alla aggiudicazione, la giurisprudenza è copiosa, "antologie” di sentenze dalle quali possono dedursi i seguenti indiscussi principi: il potere di ritirare gli atti di gara come l'aggiudicazione provvisoria, attraverso gli strumenti della revoca o dell'annullamento, è espressione del principio di buon andamento dell'attività amministrativa e costituisce una facoltà dell'amministrazione ancora attinente la fase di scelta del contraente; pertanto, non sono necessarie specifiche valutazioni dell'eventuale interesse dell'aggiudicatario provvisorio al mantenimento di un atto non più rispondente all'interesse pubblico.
L'aggiudicazione provvisoria di una gara, attesa la sua natura di atto endoprocedimentale ed i suoi effetti interinali, è inidonea ad attribuire in modo stabile il bene della vita cui si aspira e ad ingenerare il connesso legittimo affidamento che imporrebbe l'instaurazione del contraddittorio procedimentale prima della revoca in autotutela.
Fino a quando non sia intervenuta l'aggiudicazione, rientra nel potere discrezionale dell'amministrazione disporre la revoca del bando di gara e degli atti successivi, laddove sussistano concreti motivi di interesse pubblico tali da rendere inopportuna, o anche solo da sconsigliare, la prosecuzione della gara.
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Non sussiste l'obbligo di comunicazione di avvio del procedimento nel caso di revoca dell'aggiudicazione provvisoria, trattandosi di atto endoprocedimentale rispetto al quale l'aggiudicatario può vantare un mera aspettativa alla conclusione del procedimento e non già una posizione giuridica qualificata.
L'esercizio del potere di autotutela nel corso di un procedura di gara non ancora assistita, come quella di specie, neppure dalla aggiudicazione provvisoria, non dà luogo ad un nuovo procedimento amministrativo, ma si innesta all'interno dell'unico procedimento destinato a concludersi con l'intervento dell'aggiudicazione definitiva.
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Come noto, la responsabilità cd. precontrattuale -che trova il suo paradigma normativo negli artt. 1337 e 1338 c.c.- è stata identificata come l’istituto che tende a tutelare la libertà negoziale della parte, mettendola al sicuro da coartazioni od inganni incidenti sulle proprie determinazioni negoziali (art. 1337 c.c.), ovvero preservandola da trattative che si rivelino inutili, in quanto conducano alla stipulazione di un contratto invalido (art. 1338 c.c.).
La giurisprudenza ha riconosciuto il risarcimento del danno, per responsabilità precontrattuale, pur in presenza di una revoca legittima, laddove l’impresa abbia confidato sulla possibilità di diventare affidataria e, ancor più, in caso di aggiudicazione intervenuta e revocata, sulla disponibilità di un titolo che l'abilitava ad accedere alla stipula del contratto stesso.
Detto orientamento giurisprudenziale, che afferma non essere ostativo al risarcimento del danno in materia di procedure ad evidenza pubblica l'intervento di un atto di revoca assunto in via di autotutela ancorché quest'ultimo sia legittimo non è invocabile nel caso di specie in assenza del provvedimento di aggiudicazione, in una fase in cui la stazione appaltante doveva valutare il profilo economico finanziario della gestione.
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L'obbligo generale di indennizzo dei pregiudizi arrecati ai soggetti interessati in conseguenza della revoca di atti amministrativi, di cui all'art. 21-quinquies l. 241/1990, sussiste esclusivamente in caso di revoca di provvedimenti definitivi e non anche in caso di revoca di atti a effetti instabili e interinali, quale l'aggiudicazione provvisoria.
Questo porterebbe ad escludere ogni voce di indennizzo, considerato che la revoca, come visto nella fattispecie, è intervenuta prima dell’aggiudicazione provvisoria.

L’Amministrazione ha ritenuto di procedere alla revoca degli atti di gara, per una nuova valutazione degli interessi, certamente anche a seguito della modifica della maggioranza politica.
Con l'entrata in vigore dell'art. 21-quinquies della l. n. 241/1990, il legislatore ha accolto una nozione ampia di revoca del provvedimento amministrativo, prevedendo tre presupposti alternativi che ne legittimano l'adozione: a) per sopravvenuti motivi di pubblico interesse; b) per mutamento della situazione di fatto; c) per nuova valutazione dell'interesse pubblico originario (c.d. jus poenitendi).
In materia di revoca di atti gara nella fase antecedente alla aggiudicazione, la giurisprudenza è copiosa, come dimostrano gli atti delle parti, “antologie” di sentenze, dalle quali possono dedursi i seguenti indiscussi principi: il potere di ritirare gli atti di gara come l'aggiudicazione provvisoria, attraverso gli strumenti della revoca o dell'annullamento, è espressione del principio di buon andamento dell'attività amministrativa e costituisce una facoltà dell'amministrazione ancora attinente la fase di scelta del contraente; pertanto, non sono necessarie specifiche valutazioni dell'eventuale interesse dell'aggiudicatario provvisorio al mantenimento di un atto non più rispondente all'interesse pubblico (TAR Sardegna Cagliari, sez. I, 11.11.2010, n. 2582; TAR Puglia Bari, sez. I, 14.09.2010, n. 3459; TAR Sicilia Palermo, sez. I, 28.07.2010, n. 9011; TAR Piemonte Torino, sez. I, 23.04.2010, n. 2085; TAR Lazio Roma, sez. II, 09.11.2009, n. 10991; TAR Campania Napoli, sez. VIII, 24.09.2008, n. 10735).
L'aggiudicazione provvisoria di una gara, attesa la sua natura di atto endoprocedimentale ed i suoi effetti interinali, è inidonea ad attribuire in modo stabile il bene della vita cui si aspira e ad ingenerare il connesso legittimo affidamento che imporrebbe l'instaurazione del contraddittorio procedimentale prima della revoca in autotutela.
Fino a quando non sia intervenuta l'aggiudicazione, rientra nel potere discrezionale dell'amministrazione disporre la revoca del bando di gara e degli atti successivi, laddove sussistano concreti motivi di interesse pubblico tali da rendere inopportuna, o anche solo da sconsigliare, la prosecuzione della gara (da ultimo Consiglio di Stato sez. V, n. 2418 del 06.05.2013).
Si tratta quindi, facendo applicazione dei principi consolidati sopra riportati, di valutare se la scelta di revoca della procedura de qua, fosse sorretta da concreti motivi di interesse pubblico.
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Inoltre va anche richiamato il consolidato principio giurisprudenziale secondo cui non sussiste l'obbligo di comunicazione di avvio del procedimento nel caso di revoca dell'aggiudicazione provvisoria, trattandosi di atto endoprocedimentale rispetto al quale l'aggiudicatario può vantare un mera aspettativa alla conclusione del procedimento e non già una posizione giuridica qualificata (TAR Lazio Roma, sez. II, 09.11.2009, n. 10991; TAR Puglia Bari, sez. I, 14.09.2010, n. 3459; TAR Valle d'Aosta Aosta, 10.10.2007, n. 123; TAR Campania Napoli, sez. I, 27.01.2006, n. 1078; TAR Lombardia Milano, sez. III, 16.01.2006, n. 50; Consiglio Stato, sez. IV, 29.10.2002, n. 5903).
L'esercizio del potere di autotutela nel corso di un procedura di gara non ancora assistita, come quella di specie, neppure dalla aggiudicazione provvisoria, non dà luogo ad un nuovo procedimento amministrativo, ma si innesta all'interno dell'unico procedimento destinato a concludersi con l'intervento dell'aggiudicazione definitiva.
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Quanto alla domanda risarcitoria, per responsabilità pre-contrattuale, parte ricorrente richiama la decisione del Consiglio di Stato n. 5002/2011, sul riconoscimento del mancato utile nel caso di illegittima revoca della gara.
Come noto, la responsabilità cd. precontrattuale -che trova il suo paradigma normativo negli artt. 1337 e 1338 c.c.- è stata identificata come l’istituto che tende a tutelare la libertà negoziale della parte, mettendola al sicuro da coartazioni od inganni incidenti sulle proprie determinazioni negoziali (art. 1337 c.c.), ovvero preservandola da trattative che si rivelino inutili, in quanto conducano alla stipulazione di un contratto invalido (art. 1338 c.c.).
La giurisprudenza ha riconosciuto il risarcimento del danno, per responsabilità precontrattuale, pur in presenza di una revoca legittima, laddove l’impresa abbia confidato sulla possibilità di diventare affidataria e, ancor più, in caso di aggiudicazione intervenuta e revocata, sulla disponibilità di un titolo che l'abilitava ad accedere alla stipula del contratto stesso.
Detto orientamento giurisprudenziale, che afferma non essere ostativo al risarcimento del danno in materia di procedure ad evidenza pubblica l'intervento di un atto di revoca assunto in via di autotutela ancorché quest'ultimo sia legittimo (da ultimo Cons. Stato Sez. IV, 07.02.2012, n. 662) non è invocabile nel caso di specie in assenza del provvedimento di aggiudicazione, in una fase in cui la stazione appaltante doveva valutare il profilo economico finanziario della gestione.
La domanda risarcitoria deve pertanto essere respinta.
In subordine viene chiesto il riconoscimento di un indennizzo, ex art. 21-quinquies l. 241/1990, per i costi vivi di partecipazione, quantificati in € 20.500,00.
La giurisprudenza in materia ha affermato che "l'obbligo generale di indennizzo dei pr