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AGGIORNAMENTI PREGRESSI mese di GIUGNO 2010

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aggiornamento al 30.06.2010

aggiornamento al 28.06.2010

aggiornamento al 22.06.2010

aggiornamento al 21.06.2010

aggiornamento al 14.06.2010

aggiornamento al 09.06.2010

aggiornamento al 04.06.2010

aggiornamento al 03.06.2010

 

 

 

 

 

 

 

AGGIORNAMENTO AL 30.06.2010

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NOTE, CIRCOLARI E COMUNICATI

APPALTI: Controlli antimafia preventivi nelle attività "a rischio" di infiltrazione da parte delle organizzazioni criminali (Ministro dell'Interno, nota 23.06.2010 n. 4610 di prot.).

GURI - GUUE - BURL (e anteprima)

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: B.U.R. Lombardia, 1° suppl. straord. al n. 26 del 29.06.2010, "Pubblicazione ai sensi dell’art. 5 del regolamento regionale 21.01.2000, n. 1, dell’elenco dei «Tecnici competenti» in acustica ambientale riconosciuti dalla Regione Lombardia alla data del 10.06.2010, in attuazione dell’art. 2, commi 6 e 7 della legge 26.10.1995, n. 447, della deliberazione 17.05.2006, n. 8/2561 e del decreto 30.05.2006, n. 5985" (comunicato regionale 24.06.2010 n. 81 - link a www.infopoint.it).

SINDACATI

PUBBLICO IMPIEGO: D.L. 78/2010: il trattamento economico complessivo dei singoli dipendenti nel triennio 2001-2013 (CGIL-FP di Bergamo, nota 26.06.2010).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: D.L. 78/2010: 400 mila posti in meno nei prossimi tre anni nella pubblica amministrazione (CGIL-FP di Bergamo, nota 26.06.2010).

DOTTRINA  E CONTRIBUTI

ENTI LOCALI: P. Russo e M. I. Bruno, Debiti fuori bilancio: nuovi profili di responsabilità per danno erariale (link a www.altalex.com).

NEWS

APPALTI: QUESTION-TIME del 23.06.2010 alla Camera dei Deputati sul Regolamento di esecuzione del codice dei contratti.
(Interrogazione parlamentare sulla "Recente approvazione del regolamento di esecuzione del codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture - n. 3-01139").
Il testo dell'interrogazione:
"Il Consiglio dei ministri del 18 giugno scorso ha approvato un regolamento che contiene la disciplina esecutiva ed attuativa del codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture. Con tale approvazione il provvedimento termina un lungo iter istruttorio che lo ha sottoposto a pareri molteplici del Consiglio di Stato, della Conferenza unificata e dell'Autorità di vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture. In considerazione di quanto sopra
quali sono i fattori innovativi del provvedimento e in quale arco temporale lo stesso sarà concretamente operativo?"
Risposta del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, Altero Matteoli:
"Con l'approvazione definitiva da parte del Governo del regolamento di attuazione del codice dei contratti pubblici di lavoro e forniture le innumerevoli disposizioni normative di rango regolamentare in materia sono racchiuse in un unico testo (fino ad oggi erano sparse in una miriade di testi).
Si tratta di un provvedimento dalla portata innovativa, atteso dagli operatori economici, i quali ora potranno avvalersi di un valido strumento di supporto che mira a rendere più trasparenti le procedure d'appalto, più efficienti i controlli e le verifiche delle varie fasi progettuali e di cantiere, e che riordina e semplifica l'intera normativa di settore armonizzandola con quella comunitaria, anche allo scopo di favorire la concorrenza negli appalti.
Ricordo solo le innovazioni maggiormente significative.
In primo luogo, ricordo, fra tutte, le disposizioni relative al responsabile del procedimento dei lavori il quale deve essere un tecnico, in servizio presso le amministrazioni aggiudicatrici, con idonea professionalità.
Il nuovo regolamento, inoltre, disciplina, per la prima volta, in maniera organica, la materia della verifica del progetto dettando disposizioni atte ad accertare la rispondenza della progettazione ad una serie di requisiti che ne garantiscano l'appaltabilità e la conseguente realizzazione rispetto ai tempi, ai costi, alla qualità e alla sicurezza, con la minimizzazione dei rischi derivanti dall'introduzione di varianti e sospensioni anche in termini di contenzioso.
Considerato, poi, il primato comunitario dell'Italia relativo al contenzioso, spesso riconducibile a problemi progettuali, si tratta di norme che si auspica possano inaugurare un circolo virtuoso: più qualità progettuale, più opere di qualità, meno contenzioso.
Nell'ambito del sistema di qualificazione SOA sono previste disposizioni tese, nel loro insieme, a perseguire una maggiore trasparenza e qualità nel mercato degli operatori economici esecutori di lavori pubblici, anche attraverso l'introduzione di norme moralizzatrici e di un più rigoroso sistema di vigilanza da parte delle autorità.
Attraverso la regolamentazione del sistema di garanzia globale di esecuzione diviene operativo, per la prima volta, nel nostro ordinamento, uno strumento a garanzia dell'effettiva realizzazione dell'opera pubblica secondo procedure assicurative già consolidate in altri Paesi europei, svolgendo una funzione di selezione qualitativa delle imprese.
È importante sottolineare che nel settore dei servizi è stata introdotta, in modo inedito, la disciplina della finanza di progetto con procedure semplificate che consentiranno di attivare risorse private per la prestazione di pubblici servizi.
Per quanto attiene all'operatività temporale del regolamento, questo entrerà in vigore 180 giorni dopo la data di pubblicazione, fatte salve le disposizioni relative alle sanzioni alle imprese e alla SOA che, invece, entrano in vigore il giorno successivo alla pubblicazione".

Roma, Camera dei Deputati, 23.06.2010 (link a www.giurdanella.it).

GIURISPRUDENZA

APPALTI SERVIZI: Il singolo comune può bandire isolatamente la propria procedura ad evidenza pubblica di affidamento del servizio distribuzione gas naturale anche in assenza della previa identificazione dei bacini ottimali di utenza.
Con la sentenza in rassegna il Consiglio di Stato ha risolto una controversia tra tre società e un comune veneto in merito agli atti di gara per l’affidamento del servizio distribuzione gas naturale nel territorio dello stesso.
Tra le numerose censure dedotte in questa complessa vicenda le società avevano rimarcato, soprattutto, la violazione dell’art. 46-bis D.L. 01.10.2007 n. 159 (convertito dalla L. 29.11.2007 n. 222), come modificato dall’art. 2, comma 175, L. 24.12.2007 n. 244, sul presupposto che l’Amministrazione non avrebbe potuto indire la gara per l’affidamento del servizio senza previa individuazione dei criteri di gara e di valutazione delle offerte, nonché degli ambiti territoriali ottimali di utenza da parte dei Ministri dello sviluppo economico e per gli affari regionali, sentita la Conferenza unificata e su parere dell’Autorità per l’energia elettrica.
Ma tale tesi, secondo i giudici d’appello, è infondata sotto molteplici aspetti: invero, la stessa sezione ha già evidenziato, con orientamento che è condiviso dai giudici in causa, che dalle menzionate disposizioni non può desumersi l’introduzione di una moratoria sine die delle procedure di gara nel settore della distribuzione del gas naturale. Tanto più che finora non sono stati ancora individuati i bacini ottimali di utenza e i criteri di selezione, nonostante siano abbondantemente scaduti i termini, previsti dall’art. 46-bis cit., per lo svolgimento dei relativi adempimenti (V. la citata decisione n. 5217/2009).
Tale conclusione è confortata dalla necessità di rispettare i principi comunitari in materia di tutela della concorrenza e libertà di prestazione dei servizi (cfr. in termini Cons. St., sez. V, 30.09.2008, n. 5213/ord.), nonché le stesse finalità descritte dal comma 1° dell’art. 46-bis di “garantire al settore della distribuzione di gas naturale maggiore concorrenza e livelli minimi di qualità dei servizi essenziali”.
Inoltre, occorre considerare, come rilevato dal Comune, che i singoli comuni non sembrano obbligati ad aderire ad un determinato bacino ai fini dell’indizione della gara essendo necessaria una specifica scelta in tal senso, come emerge dal complesso delle disposizioni di cui al menzionato art. 46-bis nelle parti in cui si prevedono da parte del Ministri competenti misure di incentivazione delle operazioni di aggregazioni (comma 2) e la facoltà dei comuni interessati alle nuove gare per il bacino di utenza ottimale di incrementare il canone di concessione entro i limiti indicati dalla norma stessa (comma 4).
Di conseguenza, concludono i giudici di Palazzo Spada, il singolo comune può legittimamente bandire isolatamente la propria procedura ad evidenza pubblica di affidamento del servizio anche in assenza dei criteri di gara e di valutazione dell'offerta e della previa identificazione dei bacini ottimali di utenza di cui al richiamato art. 46-bis (commento tratto da www.documentazione.ancitel.it - Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 22.06.2010 n. 3890 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ESPROPRIAZIONE: Ove il proprietario espropriato non abbia accettato l’indennità offerta o non sia addivenuto ad un accordo amichevole, il pagamento di essa va sempre effettuato alla Cassa depositi e prestiti.
Ove il proprietario espropriato non abbia accettato l’indennità offerta o non sia addivenuto ad un accordo amichevole, il pagamento di essa va sempre effettuato alla Cassa depositi e prestiti, con deposito che ha valore liberatorio per l’ente espropriante e che costituisce un mezzo di tutela per gli eventuali terzi lesi dalla espropriazione: é proprio per tale ragione che la Corte di Cassazione, con la pronuncia della cui ottemperanza si tratta, non ha condannato il Comune di Acquaviva delle Fonti ad effettuare il pagamento di quanto da essa determinato direttamente a favore della signora Musci, ma ne ha ordinato il deposito (TAR Puglia-Bari, Sez. II, sentenza 18.06.2010 n. 2477 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Nelle gare pubbliche il tempo dedicato dalla commissione giudicatrice alle operazioni di scrutinio non è un presupposto che possa invalidare i giudizi conclusivi.
Secondo consolidata giurisprudenza in materia (Consiglio Stato, sez. V, 12.06.2009, n. 3768) nelle gare pubbliche il tempo dedicato dalla commissione giudicatrice alle operazioni di scrutinio non è un presupposto che possa invalidare i giudizi conclusivi, la cui logicità e ragionevolezza devono essere valutate sulla base di quanto oggettivamente espresso negli atti contestati.
Rispetto alla conclusione della procedura valutativa rileva infatti non il tempo dedicato all'esame delle offerte e della allegata documentazione, ma la verifica della correttezza dei risultati alla stregua dei consueti parametri di legittimità dell'azione amministrativa, rispetto ai quali l'elemento "tempo" rimane un fattore estrinseco, che può assumere una ipotetica rilevanza solo nel caso in cui alla brevità delle operazioni concorsuali si accompagni un esito irrazionale e illogico (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 16.06.2010 n. 3806 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Omessa demolizione opera abusiva e acquisizione dell’opera.
Se il colpevole dell’abuso edilizio non provvede alla demolizione dell’opera abusiva ed alla remissione in pristino dello stato dei luoghi entro novanta giorni dall’ingiunzione a demolire emessa dal sindaco, l’opera e l’area pertinente sono acquisite di diritto al patrimonio comunale e tale effetto si produce ipso iure sulla sola base dell’accertamento di un’inottemperanza colpevole, senza che sia necessario alcun atto ulteriore ed in particolare senza che sia necessaria la notifica dell’accertamento dell’inottemperanza all’interessato o la trascrizione, giacché il primo atto ha solo funzione certificativa dell’avvenuto trasferimento del diritto di proprietà, costituendo titolo per l’immissione in possesso mentre la trascrizione serve a rendere opponibile il trasferimento ai terzi a norma dell’articolo 2644 cc. (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 11.06.2010 n. 22237 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sostituzione del tetto.
In base all’articolo 3, comma I, lett. b), del T.U. edilizia si considerano interventi di manutenzione straordinaria le opere e le modifiche necessarie per rinnovare o sostituire parti anche strutturali degli edifici, nonché per integrare o realizzare i servizi igienici sanitari e tecnologici sempre che non alterino i volumi e le superfici delle singole unità immobiliari e non comportino modifiche della destinazione d’uso.
Può rientrare nella manutenzione straordinaria anche la sostituzione del tetto a condizione però che non venga modificata la quota d’imposta o alterato lo stato dei luoghi né planimetricamente né quantitativamente rispetto alle superfici ed ai volumi preesistenti (fattispecie relativa ad aumento dell’altezza del fabbricato e modifica della sagoma qualificati come interventi soggetti a permesso di costruire) (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 11.06.2010 n. 22229 - link a www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Falsità ideologica e richiesta di sanatoria.
Integra il reato di falsità ideologica commesso dal privato in atto pubblico (art. 483 c.p.) la condotta di colui che, in sede di dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà allegata a domanda di concessione edilizia in sanatoria, attesta falsamente la data di ultimazione dell’opera da sanare, considerato che l’ordinamento attribuisce a detta dichiarazione valenza probatoria privilegiata- con esclusione di produzioni documentali ulteriori- e, quindi, di dichiarazione destinata a dimostrare la verità dei fatti cui è riferita e ad essere trasfusa in atto pubblico.
E ciò anche a seguito dell’abrogazione della L. 04.01.1968 n. 15, attuata dall’art. 77 del D.L.vo 28.12.2000 n. 445, per effetto della quale la sottoscrizione della dichiarazione sostitutiva di atto notorio non deve più essere autenticata dal pubblico ufficiale (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 11.06.2010 n. 22227 - link a www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti. Liquidi trasportati con autospurgo.
I liquami sono ricompresi nella categoria dei rifiuti ed il reato previsto dall'articolo 256 D.Lv. 152/2006 è configurabile anche nel caso di smaltimento di reflui trasportati su auto spurgo.
Sono infatti da considerarsi rifiuti allo stato liquido, soggetti alla disciplina dell’art. 256 D.Lgs. n. 152 del 2006, i reflui stoccati in attesa di un successivo smaltimento, fuori del caso delle acque di scarico, ovvero di quelle oggetto di diretta immissione nel suolo, nel sottosuolo o nella rete fognaria mediante una condotta o un sistema stabile di collettamento (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 10.06.2010 n. 22036 - link a www.lexambiente.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: L'ordinanza di rimozione rifiuti compete al Sindaco.
In ordine alla competenza ad emanare l’ordinanza di rimozione rifiuti ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 192 d.lgs. n. 152 del 2006 (TUA) si sono sviluppati, in giurisprudenza, due orientamenti.
Da un lato, un orientamento minoritario ritiene che il previgente art. 14, comma 3, d.lgs. 05.02.1997 n. 22 (cd. decreto Ronchi) sebbene affidasse già al Sindaco il potere di ordinare la rimozione dei rifiuti abbandonati, tuttavia -in virtù del principio sulla separazione tra funzioni di indirizzo politico e funzioni gestionali di cui all’art. 107 del T. U. delle leggi sull’ordinamento degli enti locali- la norma va ora letta alla luce del nuovo principio per il quale spetta ai dirigenti tutta l’attività di gestione, tra cui è ricompresa quella sulla rimozione dei rifiuti abbandonati. La soluzione non cambia neppure dopo l’adozione del d.lgs. 03.04.2006, n. 152, il cui articolo 192, comma 3, ultima parte, riproduce, con identica formulazione, la disposizione di cui al citato art. 14, comma 3, ultimo periodo
[1].
Tuttavia, secondo un altro più condivisibile e seducente indirizzo giurisprudenziale, largamente condiviso e recepito dalla pronuncia in esame, la competenza ad emanare le ordinanze di rimozione rifiuti spetta a Sindaco per espressa disposizione dell’art. 192, comma 3, TUA.
Invero, pur essendo l’ordinanza di rimozione rifiuti ex art. 192 cit. astrattamente suscettibile di poter rientrare nella sfera di competenza del responsabile dell’area tecnica, ai sensi dell’art. 107, comma 5, TUEL, a mente del quale l’adozione di atti di gestione e di atti o provvedimenti amministrativi si intendono nel senso che la relativa competenza spetta ai dirigenti, essa viene attribuita al Sindaco dall’insuperabile dato testuale sancito dal citato art. 192, comma 3, secondo periodo, in coerente applicazione del canone ermeneutico lex posterior specialis derogat anteriori generali, nonché ai sensi dello stesso art. 107, comma 4, TUEL, il quale consente che “Le attribuzioni dei dirigenti, in applicazione del principio di cui all’art. 1, comma 4°, possono essere derogate soltanto espressamente e ad opera di specifiche disposizioni legislative
[2].
Altrimenti detto, l’art. 192, comma 3, del d.lgs. 03.04.2006 n. 152 (TUA) -che è norma speciale sopravvenuta rispetto all'art. 107, comma 5, del d.lgs. n. 267 del 2000 (TUEL)- attribuisce espressamente al Sindaco la competenza a disporre con ordinanza le operazioni necessarie alla rimozione ed allo smaltimento dei rifiuti previste dal comma 2 e, in base agli ordinari criteri preposti alla soluzione delle antinomie normative (criterio della specialità e criterio cronologico), prevale sul disposto dell'art. 107, comma 5, del d.lgs. n. 267/2000
[3].
---------------
[1] Così, TAR Sardegna, Cagliari, Sez. II, 04.11.2009, n. 1598, in Giurisprudenza di merito, fasc. n. 1 del 2010.
Si veda, altresì, TAR Campania, Napoli, Sez. V, 09.06.2009, n. 3159, in www.ambientediritto.it, secondo cui: “Ai sensi dell’art. 107 comma 5 T.U.E.L. 18.08.2000, n. 267, rientra nella competenza del dirigente, e non del Sindaco, l’adozione dell’ordinanza di rimozione di rifiuti rivolta al proprietario di un’area sulla quale gli stessi sono stati abbandonati”.
Nello stesso senso, TAR Basilicata, 23.05.2007, n. 457, in www.giustizia-amministrativa.it.
[2] Cfr., a tal proposito, TAR Calabria, Catanzaro, sez. I, 20.10.2009, n. 1118, in www.giustizia-amministrativa.it e in corso di pubblicazione su Giurisprudenza di merito con nota di A. Mezzotero.
[3] Cfr., oltre alla pronuncia in rassegna, Cons. St., Sez. V, 25.08.2008, n. 4061, in www.lexitalia.it.
Nello stesso senso, TAR Veneto, Sez. III, 24.11.2009, n. 2968, in www.ambientediritto.it, secondo cui: “L’art. 192, comma 3, del D.lgs. n. 152/2006 è norma speciale sopravvenuta rispetto all’art. 107, comma 5, del D.lgs. n. 267/2000 ed attribuisce espressamente al Sindaco la competenza a disporre con ordinanza le operazioni necessarie alla rimozione ed allo smaltimento dei rifiuti, prevalendo per il criterio della specialità e per quello cronologico sul disposto dell’art. 107, comma 5, del D.lgs. n. 267/2000”; Id., 20.10.2009, n. 2623, ivi; Id., 29.09.2009, n. 2454, ivi; TAR Lombardia, Milano, sez. IV, 02.09.2009, n. 4598, in www.giustizia-amministrativa.it; TAR Veneto, sez. III, 14.01.2009, n. 40, ivi
(TAR Lombardia-Milano, sez. VI, sentenza 09.06.2010 n. 1764 - link a www.altalex.com).

EDILIZIA PRIVATA: Direttiva ricorsi: le prime applicazioni.
Il giudice amministrativo, a seguito dell’annullamento dell’aggiudicazione di una gara di appalto, può dichiarare, altresì, ai sensi dell’art. 245-ter del d.lgs. n. 163 del 2006, come introdotto dall’art. 10, comma 1, del d.lgs. 20.03.2010, n. 53, l’inefficacia del contratto stipulato nelle more del giudizio, con effetto decorrente dalla pubblicazione della sentenza.
La pronuncia n. 1524/2010 si segnala all’attenzione dell’interprete in quanto concerne le primissime applicazioni delle disposizioni del d.lgs. 53/2010 di attuazione della cd. direttiva ricorsi e, in particolare, di una delle norme che disciplina l'inefficacia del contratto a seguito dell'annullamento dell'aggiudicazione.
Capisaldi affermati dalla sentenza.
Preliminarmente, è opportuno ricordare che la novella, introdotta dal d.lgs. 53/2010, distingue:
- l'inefficacia del contratto in caso di violazioni gravi ex art. 245-bis del d.lgs. 163/2006;
- gli altri casi di inefficacia del contratto ex art. 245-ter del d.lgs. 163/2006.
La decisione del Consesso milanese riconosce, in primis, l'applicabilità temporale della disciplina dell'inefficacia del contratto contenuta nel d.lgs. 53/2010.
Il G.A. afferma, in particolare, che la nuova norma ha natura processuale e, in difetto di diversa disposizione transitoria, può ricevere applicazione anche nei giudizi instaurati in data antecedente all’entrata in vigore della stessa in base al principio tempus regit actum.
I giudici, inoltre, ricordano che la giurisdizione del giudice amministrativo sulla sorte del contratto stipulato in seguito all’aggiudicazione illegittima annullata, dopo contrastanti orientamenti giurisprudenziali, è stata affermata anche dal giudice della Nomofilachia con l’ordinanza n. 2906, resa a Sezioni Unite il 10.02.2010.
Con l’ordinanza de qua è stato statuito che l’esigenza della cognizione del G.A. sulla domanda di annullamento dell’affidamento dell’appalto, per le illegittime modalità con cui si è svolto il relativo procedimento e della valutazione dei vizi di illegittimità del provvedimento di aggiudicazione di un appalto pubblico, comporta che lo stesso giudice adito per l’annullamento degli atti di gara, che abbia deciso su tale prima domanda, possa conoscere pure della domanda del contraente pretermesso illecitamente dal contratto di essere reintegrato nella sua posizione, con la privazione di effetti del contratto eventualmente stipulato dalla stazione appaltante con il concorrente alla gara scelto in modo illegittimo.
L'art. 7 del d.lgs. 53/2010, nel dare esecuzione alla direttiva ricorsi, ha aggiunto un capoverso al primo comma dell'art. 244 del d.lgs. 163/06, secondo cui “la giurisdizione esclusiva si estende alla dichiarazione di inefficacia del contratto a seguito di annullamento dell'aggiudicazione”.
Quanto all'applicazione temporale della norma comunitaria che impone l'unitarietà della giurisdizione avanti al giudice amministrativo, la Cassazione ha riconosciuto che l'estensione della giurisdizione amministrativa esclusiva è ormai ineludibile per tutte le controversie in cui la procedura di affidamento sia intervenuta dopo il dicembre 2007, data dell'entrata in vigore della norma comunitaria (TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 17.05.2010 n. 1524 - link a www.altalex.com).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Zona soggetta a vincolo idrogeologico - Possibilità di edificare - Rimozione del vincolo.
2. L.R. Lombardia n. 33/1988 - Concessione di costruzione - Accertamento specifica attività antropica.

1. La sussistenza di un vincolo idrogeologico non determina l'assoluta impossibilità di edificare, essendo consentito ai proprietari dei terreni vincolati di chiedere la rimozione del vincolo nella misura necessaria a consentire la realizzazione della costruzione.
La vigente normativa, ratione temporis, non vieta infatti in modo assoluto l'edificazione in zone soggette a vincolo idrogeologico.
2. La Legge regionale Lombardia n. 33 del 1988 subordina l'edificazione, nelle zone sottoposte a vincolo idrogeologico, al rilascio dell'autorizzazione conseguente all'accertamento che l'attività antropica, in ordine alla quale il provvedimento fosse richiesto, non incida negativamente sugli assetti del suolo (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 23.03.2010 n. 697 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: 1. Provvedimento a contenuto discrezionale - Ex art. 10 bis della L. n. 241 del 1990 - Necessità.
2. Provvedimento a contenuto discrezionale - Rigetto parziale - Art. 10-bis della L. n. 241 del 1990 - Fattispecie.
3. Ricorso giurisdizionale - Risarcimento del danno - Annullamento dell'atto impugnato per vizi procedimentali - Inammissibilità.

1. Al cospetto di un provvedimento connotato da una certa discrezionalità, ricorre l'obbligo per l'Amministrazione di comunicare il rigetto così da consentire al privato di poter interloquire e addurre gli elementi a proprio favore.
2. L'applicazione dell'art. 10 bis L. n. 241 del 1990, va estesa non solo ai casi di rigetto totale dell'istanza del privato, ma anche ai casi di rigetto parziale, allorquando esso si concretizzi in una apprezzabile lesione delle aspettative e/o sfera giuridica dell'interessato.
Anche in tali casi, il privato e la stessa Amministrazione hanno tutto l'interesse ad instaurare un contraddittorio endoprocedimentale utile per una migliore ponderazione di tutti gli elementi fattuali e di diritto rilevanti per l'adozione del provvedimento finale.
3. La richiesta di risarcimento del danno non è valutabile quando il provvedimento sia annullato per vizi procedimentali che consentano il riesercizio del potere da parte della Pubblica Amministrazione (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 23.03.2010 n. 696 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Vincoli espropriativi - Decadenza - Reiterazione del vincolo - Discrezionalità dell'amministrazione - Motivazione - Necessità.
In sede di rideterminazione urbanistica di un'area, in relazione alla quale sono decaduti i vincoli espropriativi precedentemente in vigore, è in ogni caso rimessa al potere discrezionale dell'Amministrazione comunale la verifica e la scelta della destinazione che, in coerenza con la più generale disciplina urbanistica del territorio, risulti più idonea e più adeguata in relazione all'interesse pubblico al corretto e armonico utilizzo del territorio, potendo perfino ammettersi la reiterazione degli stessi vincoli scaduti, sebbene nei limiti di una congrua e specifica motivazione sulla perdurante attualità della previsione, comparata con gli interessi pubblici (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 22.03.2010 n. 679 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Abusi - Demolizione - Preminente interesse pubblico - Motivazione - Non occorre - Lunga decorrenza tra realizzazione e irrogazione sanzione - Eccezione.
La repressione degli abusi edilizi costituisce un atto dovuto per l'Amministrazione, la quale non gode di alcuna discrezionalità al riguardo, posto che il giudizio di antigiuridicità è già contenuto nella legge e non v'è di conseguenza ragione di una specifica motivazione sulla preminenza dell'interesse pubblico, salvi i casi eccezionali di lunghissimo tempo (nella specie 33 anni) trascorso tra la realizzazione dell'opera abusiva e l'irrogazione della misura demolitoria (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 16.03.2010 n. 1220 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Concessione edilizia - Procedimento - Vincolo storico - Parere Soprintendenza - Vizi per incoerenza errore tecnico o irragionevolezza - Limiti.
Il giudizio della Soprintendenza sull'apposizione di un vincolo storico è un giudizio di carattere tecnico-discrezionale, ed, a fronte di attività espressione di discrezionalità tecnica, il giudice amministrativo può censurare l'operato dell'amministrazione soltanto nel caso in cui la decisione amministrativa sia stata incoerente, irragionevole o frutto di errore tecnico (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 16.03.2010 n. 1218 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Concessione edilizia - Permesso di costruire - Procedimento - Scadenza termine per conclusione rilascio - Intervento sostitutivo
2. Procedimento - Osservazioni - Onere di risposta - Non necessità.

1. Per la conclusione del procedimento di rilascio del permesso di costruire l'infruttuoso decorso del termine complessivo di 75 giorni dalla presentazione della domanda costituisce presupposto per l'eventuale richiesta dell'intervento sostitutivo disciplinato dal successivo art. 39 l.r. 12/2005, e in particolare per la nomina di un commissario ad acta da parte della provincia: la presenza di un meccanismo sostitutivo esclude che il silenzio possa essere qualificato in senso favorevole al privato.
2. L'onere di cui all'art. 10, l. 07.08.1990 n. 241, non comporta la confutazione analitica dei rilievi, essendo sufficiente ai fini della giustificazione del provvedimento adottato la motivazione complessivamente e logicamente resa a sostegno dell'atto stesso.
La norma deve essere letta in chiave sostanziale alla luce della ratio di consentire al privato di far valere le proprie ragioni nell'iter procedimentale, consentendo allo stesso quell'apporto partecipativo in grado di orientare in senso a lui favorevole il provvedimento finale (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 16.03.2010 n. 1217 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Autorizzazione e concessione- Termine per impugnare - Piena conoscenza dell'atto - Pubblicazione albo pretorio - Mera pubblicità notizia.
2. Autorizzazione - Installazione di impianti di telefonia mobile - Rilascio contemporaneo di due autorizzazioni - Spoglio - giurisdizione g.o..

1. Il termine a ricorrere contro i titoli edilizi decorre dalla piena conoscenza dell'atto: le forme di pubblicazione dei titoli edilizi previsti dalla legge costituiscono forme di mera pubblicità notizia e l'effettiva conoscenza dell'atto si ha quando la nuova costruzione rivela in modo certo ed univoco le essenziali caratteristiche dell'opera e l'eventuale non conformità della stessa al titolo o alla disciplina urbanistica.
2. L'interferenza tecnica che si è creata per effetto del rilascio di due regolari titoli autorizzatori non si risolve dichiarando illegittima una delle due autorizzazioni, ma si risolve in base alle norme civilistiche sullo spoglio: il gestore del traliccio che si ritiene spogliato del possesso del segnale per opera del comportamento illecito tenuto da altri deve adire il giudice della tutela possessoria per far valere in quella sede le proprie ragioni e contestare l'interferenza tecnica tra i due impianti, ma non può far rifluire la questione davanti al giudice amministrativo trasformandola in un giudizio sulla legittimità di un provvedimento rilasciato a monte (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 16.03.2010 n. 1216 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Recupero sottotetti - Ratio - Praticabilità - Presupposto - Non sussiste.
In base alla ratio della l.r. 12/2005 di favorire la creazione di nuove residenze attraverso il razionale recupero dei sottotetti, evitando per tale via un ulteriore consumo territorio la ridotta dimensione e la non praticabilità del sottotetto da recuperare e la scarsa ampiezza del volume non sono elementi preclusivi alla realizzazione dell'opera, al punto che la novella del 1999 ha autorizzato l'innalzamento delle quote di gronda e di colmo per raggiungere le caratteristiche di abitabilità (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 10.03.2010 n. 1152 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ESPROPRIAZIONE: Occupazione titulo - Risarcimento danno Inquinamento- Inquinamento.
Nell'ipotesi di cui all'art. 43 del DPR n. 327/2001 poiché la somma di denaro che spetta all'interessato a titolo di risarcimento deve sostituire il valore del bene che l'Amministrazione non restituisce all'interessato occorre fare riferimento a tale momento (della mancata restituzione, ovvero della opzione del privato per il risarcimento, anziché per la restituzione) per stabilire il valore di mercato del bene e computare il risarcimento del danno.
Il valore monetario del bene viene poi rivalutato secondo i principi generali in materia risarcitoria, al momento della pronuncia della decisione (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 10.03.2010 n. 1150 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Inquinamento - Inquinamento ambientale - Discarica - Bonifica- Proprietario incolpevole - Obbligo - Non sussiste.
Anche precedentemente l'entrata in vigore del D.lgs. 152/2006 occorre distinguere qualitativamente tra la bonifica e la semplice rimozione dei rifiuti e riconoscere che il proprietario incolpevole è estraneo all'obbligo di bonificare il sito ma non a quello di partecipare alle spese di bonifica ma non a quello di partecipare alle spese di bonifica effettuate dal Comune, essendo quest'ultimo un'estrinsecazione del principio civilistico che non ammette un arricchimento senza causa (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 08.03.2010 n. 1148 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA Demanio e patrimonio - Beni ambientali - Vincolo paesistico - Contenuto conservativo - Inedificabilità assoluta - Esclusione.
Il diniego di autorizzazione paesistica ha contenuto conservativo del vincolo e non può consistere in un divieto generalizzato di nuova edificazione eccedendo nella tutela.
E' ammesso l'ingresso di elementi modernizzanti (quali nella specie autorimesse interrate) a condizione che le modifiche all'aspetto tradizionale dei luoghi non stravolgano le linee del paesaggio, l'andamento del terreno, i punti panoramici se la soluzione coniuga il beneficio dell'insediamento di parcheggi privati con il mantenimento del verde in superficie, contemperando le esigenze della viabilità con quelle ambientali (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 08.03.2010 n. 1146 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Comunicazione di avvio del procedimento - Revoca di un provvedimento - Necessità.
É necessaria la preventiva comunicazione dell'avvio di un procedimento volto all'adozione di un provvedimento di revoca di un atto ampliativo della sfera del destinatario, dovendo quest'ultimo essere posto in grado di interloquire sulla (presunta) mancanza dei presupposti a fondamento della revoca (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 03.03.2010 n. 532 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Revoca della concessione edilizia - Applicazione del principio del contrarius actus - Presupposti.
In base al principio del contrarius actus, qualora in sede di rilascio della concessione o dell'autorizzazione sia stato acquisito il parere della commissione, tale parere va acquisito anche all'atto dell'annullamento del titolo, fatte salve le ipotesi in cui il provvedimento di autotutela sia supportato da ragioni formali o di tipo esclusivamente giuridico (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 03.03.2010 n. 532 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: 1. Diritto di accesso - Consentito soltanto a coloro ai quali gli atti stessi, direttamente o indirettamente si rivolgono.
2. Diritto di accesso - ANAS - Esercitabile.

1. Il diritto di accesso ai documenti amministrativi, come è noto, è posto a garanzia della trasparenza ed imparzialità della P.A. e trova applicazione in ogni tipologia di attività della P.A..
La legittimazione all'accesso va riconosciuta a chiunque possa dimostrare che gli atti procedimentali oggetto dell'accesso abbiano spiegato o siano idonei a spiegare effetti diretti o indiretti nei suoi confronti, indipendentemente dalla lesione di una posizione giuridica, stante l'autonomia del diritto di accesso inteso come interesse ad un bene della vita distinto rispetto alla situazione legittimante all'impugnativa dell'atto (ex plurimis, cfr. Consiglio di Stato 27.10.2006 n. 6440).
E' bene specificare che la posizione legittimante, anche se non deve assumere necessariamente la consistenza del diritto soggettivo o dell'interesse legittimo, deve essere però giuridicamente tutelata non potendo identificarsi con il generico ed indistinto interesse di ogni cittadino al buon andamento dell'attività amministrativa.
Deve ritenersi, a questa stregua, che l'art. 22, co. 1, lett. b), l. n. 241/1990, quando parla di "interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è chiesto l'accesso", si riferisca alla sussumibilità della pretesa concreta in una fattispecie normativa, secondo una valutazione prognostica e secondo un rapporto di chiara percepibilità.
La previsione non fa invece riferimento a ipotesi in cui la pretesa vantata non è a prima lettura riconducibile ad una previsione normativa, ma potrebbe esservi ricondotta in virtù di una particolare interpretazione che potrebbe essere affermata in un giudizio sulla pretesa (recentemente, a questo proposito, cfr. C. Stato, sez. VI, 18.09.2009 n. 5625).
2. Secondo la giurisprudenza consolidata, l'ANAS SPA rientra tra le pubbliche amministrazioni nei cui confronti è esercitatile il diritto di accesso.
Difatti, anche l'attività degli enti pubblici economici e dei gestori di pubblici servizi, quando coinvolge interessi pubblici, rientra nell'ambito di applicazione dell'art. 97 Cost., essendo svolta, pur se sottoposta di regola al diritto comune, oltre che nell'interesse proprio, anche per soddisfare quelli della collettività, con la conseguenza che i relativi atti sono soggetti all'accesso ex l. n. 241 del 1990 (cfr. TAR Lazio Roma, sez. III, 04.12.2006, n. 13599; TAR Lombardia Milano, sez. II, 05.03.2003, n. 360) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. III, sentenza 03.03.2010 n. 530 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Contratti della P.a. - Appalto - Esclusione - Impugnazione successiva ad aggiudicazione provvisoria - Notifica ricorso all'aggiudicatario quale controinteressato - Necessità.
Se la notifica del ricorso di impugnazione dell'esclusione da una gara d'appalto interviene dopo l'individuazione dell'aggiudicatario provvisorio la formale notifica si impone anche nei confronti dello stesso, pena l'inammissibilità del ricorso avendo acquisito l'aggiudicatario provvisorio la qualifica di controinteressato quale titolare di interesse differenziato e qualificato al permanere del provvedimento impugnato   (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 26.02.2010 n. 1008 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Permesso di costruire - Parziale annullamento - Difetto di motivazione - Illegittimità.
2. Permesso di costruire - Reviviscenza - Ripristino in forma specifica - Istanza di risarcimento danni - Respinta.

1. L'atto di auto-annullamento deve contenere a pena di nullità, espressa motivazione con riferimento al vizio di legittimità riscontrato, alla presenza di un interesse pubblico, concreto ed attuale, al ritiro della concessione, alla ponderazione degli interessi, pubblico e privato, e alla prevalenza dell'interesse pubblico rispetto a quello del privato al mantenimento dell'opera.
2. Qualora l'accoglimento della domanda impugnatoria determini l'automatica reviviscenza del permesso di costruire che era stato oggetto di rimozione in via di autotutela, il ricorrente ottiene 'effetto di far riespandere la propria posizione soggettiva allo status quo ante, mediante ripristino in forma specifica, cosicché non residua alcun ulteriore danno da risarcire per equivalente monetario (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 26.02.2010 n. 989 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Abuso edilizio - Vincolo Idraulico - Titolo edilizio illegittimo efficace - Decorso del tempo - Affidamento - opere successive pertinenziali - Condono edilizio - Sussiste.
2. Abuso edilizio - Titolo edilizio illegittimo - Decorso del tempo - Affidamento - Condono edilizio - Sussiste.

1. Benché il vincolo idraulico ex art. 96, lett. f), del RD 523/1904 non sia derogabile semplicemente per effetto degli usi locali, è possibile superarne l'inderogabilità in ipotesi di radicato affidamento circa la collocazione di immobile all'interno della fascia di rispetto (per licenza edilizia illegittima ma ancora efficace e tempo trascorso) ed in tal caso la medesima aspettativa può estendersi alle opere successive, se intese come interventi pertinenziali.
2. Se un fabbricato (previa valutazione dell'interesse pubblico) può evitare la demolizione nonostante l'annullamento del relativo titolo edilizio, non vi sono motivi per negare il condono a un edificio che sia in parte conforme a un titolo edilizio illegittimo ma ancora efficace, qualora in un lungo periodo di tempo non sia stato individuato alcun interesse pubblico all'annullamento di tale titolo (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 26.02.2010 n. 986 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Costruzioni stagionali - Titolo edilizio - Temporaneità - Bilanciamento interessi.
2. Costruzioni stagionali - Titolo edilizio - Temporaneità- Principio di proporzionalità.

1. In ipotesi di costruzioni stagionali, normalmente funzionali ad attività economiche concentrate in una parte dell'anno, il titolo edilizio può essere accompagnato da termini o condizioni per rendere meno impattante l'opera sotto il profilo ambientale quando l'attività viene sospesa.
In ogni caso l'imposizione di un termine deve sempre corrispondere ad un interesse pubblico, in quanto la mera stagionalità dell'utilizzazione dell'opera non è sufficiente a giustificare il sacrificio della rimozione-reinstallazione imposto al proprietario.
2. L'applicazione del principio di proporzionalità presuppone la corretta qualificazione dell'opera, in quanto l'onere imposto al proprietario deve essere coerente con la natura e il valore dell'edificazione ed inoltre il vincolo della temporaneità della costruzione dev'essere l'unico strumento idoneo a conseguire questo risultato    (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 26.02.2010 n. 985 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Istanza di condono edilizio - Conclusione delle opere -Necessità.
Ai sensi della L. 724/1994 la domanda di condono deve avere ad oggetto la trasformazione di opere già ampiamente concluse alla data prevista dalla legge per la conclusione dei lavori. Si tratta, infatti, di opere necessarie per l'opera in questione, in quanto è opinione comune della giurisprudenza che il completamento funzionale sussiste quando l'opera risulti atta all'uso cui è destinata (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 25.02.2010 n. 460 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Nozione di costruzione.
2. Natura precaria di un manufatto - Destinazione dell'opera come attribuita dal costruttore - Uso precario e temporaneo per fini specifici contingenti e limitati nel tempo.

1. La nozione di costruzione, ai fini del rilascio della concessione e della licenza edilizia, si configura in presenza di opere che attuino una trasformazione urbanistico-edilizia del territorio, con perdurante modifica dello stato dei luoghi; fuoriesce da tale definizione soltanto l'opera destinata fin dall'origine a soddisfare esigenze contingibili e circoscritte nel tempo.
2. La precarietà di un manufatto, al fine di escludere la necessità del rilascio del predetto titolo edilizio, va valutata a prescindere dalla temporaneità della destinazione soggettivamente impressa dal costruttore e dalla maggiore o minore amovibilità delle parti che lo compongono considerando invece l'opera alla luce delle sua obbiettiva ed intrinseca destinazione naturale che ne rilevi l'uso oggettivamente precario e temporaneo (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 23.02.2010 n. 443 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Restauro e risanamento conservativo - Nozione.
2. Restauro e risanamento conservativo - Ammissibilità di elementi nuovi - Limiti.

1. Gli interventi di risanamento e restauro consentono di rinnovare l'edificio nel rispetto dei suoi elementi essenziali dal punto di vista tipologico, formale e strutturale, cioè senza modificare in modo sostanziale l'assetto edilizio preesistente, dovendosi porre in essere solo quegli interventi sistematici i quali, pur con rinnovo di elementi costitutivi dell'edificio preesistente, ne conservano tipologia, forma e struttura.
2. Unici elementi nuovi ammessi nelle opere di restauro e risanamento conservativo sono quegli elementi accessori e quegli impianti che sono richiesti dalle esigenze d'uso (come ad esempio gli impianti idrici, di condizionamento o di riscaldamento), purché l'inserimento degli stessi non alteri in modo rilevante la struttura originaria.
Viceversa, non possono rientrare fra gli interventi di restauro e risanamento conservativo quelle opere che, se pure oggettivamente di non grande rilievo, hanno comunque una loro autonoma rilevanza sotto il profilo edilizio perché prevedono l'aggiunta di nuove strutture alle parti preesistenti mediante interventi che travalicano quelli rivolti solo a conservare o proteggere le parti dell'edificio cui accedono, ovvero ad assicurarne la funzionalità o l'uso (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 22.02.2010 n. 875 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Strumenti di piano - Altezze convenzionali - Vincoli volumetrici - sussistono.
Alle norme degli strumenti di piano che individuano delle altezze convenzionali, per le quali deve essere moltiplicata la s.l.p. per ottenere la volumetria, non può essere data l'interpretazione che consente di dilatare artificiosamente i termini della costruzione per aggirare il vincolo volumetrico previsto dalle stesse norme di piano.
Le norme degli strumenti di piano che individuano delle altezze convenzionali hanno la finalità di impedire che colui il quale costruisce realizzi un edificio con un'altezza interpiano molto ridotta riuscendo in questo modo ad insediare più unità immobiliari con lo stesso indice di fabbricabilità (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 22.02.2010 n. 871 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Recinzioni - Natura e dimensioni - destinazione e funzione -concessione edilizia.
2. Recinzioni - natura precaria - delimitazione proprietà - concessione edilizia - non necessaria.
3. Recinzioni - natura permanente - concessione edilizia - necessaria.

1. La valutazione in ordine alla necessità della concessione edilizia per la realizzazione di opere di recinzione va effettuata sulla scorta dei seguenti due parametri: natura e dimensioni delle opere e loro destinazione e funzione.
2. Non è necessario il permesso per costruire per modeste recinzioni di fondi rustici senza opere murarie, e cioè per la mera recinzione con rete metallica sorretta da paletti di ferro o di legno senza muretto di sostegno, in quanto entro tali limiti la recinzione rientra solo tra le manifestazioni del diritto di proprietà, che comprende lo ius excludendi alios o comunque la delimitazione e l'assetto delle singole proprietà, trattandosi peraltro di installazione precaria e rientrando tale opera tra le attività di mera manutenzione.
Le recinzioni possono essere considerate irrilevanti sul piano edilizio e non richiedono autorizzazioni se realizzate con modalità e materiali che rendano la recinzione funzionale a delimitare la proprietà senza realizzare una trasformazione del territorio apprezzabile sul piano edilizio.
3. Occorre, invece, il permesso, quando la recinzione è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica, incidendo esso in modo permanente e non precario sull'assetto edilizio del territorio (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 22.02.2010 n. 868 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Inquinamento - Contaminazioni - Differenze tra fattispecie ex art. 242, comma 1 e comma 11, del D. Lgs. 152/2006.
Con riferimento ai destinatari dell'obbligo di effettuare la messa in sicurezza dell'area, ai sensi dell'art. 242 del D.Lgs. 152/2006, la legge distingue, con riferimento alle contaminazioni storiche, tra quelle che comportano rischio immediato per l'ambiente (o rischi di aggravamento), disciplinate dell'art. 242, comma 1, del D.Lgs. 152/2006, e quelle che non presentano tale rischio, disciplinate dell'art. 242, comma 11, del D.Lgs. 152/2006. Per le prime il destinatario dell'obbligo è il responsabile dell'inquinamento, per le seconde è il soggetto interessato (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 12.02.2010 n. 408 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: 1. Contenuto e forma - Omessa indicazione norme di riferimento - Irrilevanza.
2. Contenuto e forma - Omessa indicazione termine dell'Autorità cui ricorrere - Mera irregolarità - Rimessione in termini - Possibilità.

1. La mancata specificazione, nel preambolo e nel corpo del provvedimento amministrativo, delle norme di riferimento, non implica l'illegittimità dell'atto qualora la formulazione letterale delle ragioni, l'esposizione del fatto e il contenuto del dispositivo siano sufficientemente chiari ad individuare in concreto il potere esercitato.
2. L'omessa indicazione del termine e dell'autorità a cui ricorrere non determina l'illegittimità del provvedimento amministrativo, bensì una mera irregolarità, perché la disposizione dell'art. 3, comma 4, Legge n. 241/1990 non influisce sull'individuazione e sulla cura dell'interesse pubblico concreto cui è finalizzato il provvedimento, né sulla riconducibilità dello stesso all'autorità amministrativa, ma tende semplicemente ad agevolare il ricorso alla tutela giurisdizionale, sicché l'omissione de qua, nel concorso di significative ulteriori circostanze, può dar luogo semmai alla concessione del beneficio della rimessione in termini (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 10.02.2010 n. 364 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI 1. Comunicazione di avvio del procedimento - Obbligo - Non sussiste in caso di celerità.
2. Ordinanza contingibile e urgente - Ordinanza sindacale - Comunicazione avvio del procedimento - Non occorre - Fattispecie.
3. Ordinanza contingibile e urgente - Ordinanza sindacale - Igiene e sanità - Pericolo di danno grave e irreparabile - Necessità.

1. Il principio partecipativo alla base della comunicazione di avvio del procedimento ha carattere generalizzato ed impone, alla luce delle regole fissate dall'art. 7, l. n. 241/1990, che l'invio di essa abbia luogo in tutte quelle situazioni nelle quali la possibilità di coinvolgere il privato non sia esclusa da esigenze di celerità immanenti della fattispecie concreta e che non possono ritenersi astrattamente implicate dalla natura contingibile ed urgente dell'ordinanza sindacale, ma devono essere puntualmente esplicitate nel provvedimento in concreto adottato.
2. Il ricorso allo strumento dell'ordinanza contingibile ed urgente da parte del Sindaco giustifica l'omissione della comunicazione di avvio del procedimento unicamente in presenza di una "urgenza qualificata", in relazione alle circostanze del caso concreto, che deve essere debitamente esplicitata in motivazione.
3. Il potere riconosciuto al Sindaco di emanare ordinanze contingibili ed urgenti, ai sensi degli artt. 50 e 54 del D.Lgs. 18.08.2000, n. 267, richiede la sussistenza di una situazione di effettivo pericolo di danno grave ed imminente per l'incolumità pubblica, non fronteggiabile con gli ordinari strumenti di amministrazione attiva, debitamente motivata a seguito di approfondita istruttoria (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 10.02.2010 n. 339 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

LAVORI PUBBLICI: Realizzazione parcheggio - Variante vincolo scaduto.
Secondo quanto stabilito dall'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato nella sentenza n. 7 del 2007, occorre la motivazione della reiterazione del vincolo, trattandosi di reiterazione relativa ad una singola area.
Altresì, la motivazione che deve supportare la rinnovazione del vincolo, come di recente ribadito dal Supremo Consesso, deve far emergere con chiarezza e precisione gli accertamenti effettuati e le finalità di interesse pubblico concretamente perseguite (Cons. Stato 26/02/2008 n. 683).
La delibera impugnata che ha approvato il progetto definitivo ed esecutivo per la realizzazione del parcheggio con contestuale adozione di variante del vincolo scaduto, contiene, tuttavia, una enunciazione esaustiva delle attuali ragioni di pubblico interesse che hanno indotto l'amministrazione a localizzare nuovamente il parcheggio sull'area di proprietà dei ricorrenti (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. III, sentenza 09.02.2010 nn. 315 e 316 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: 1. Concessione amministrativa - Proroga - Rinnovo - Differenza.
2. Concessione amministrativa - Rinnovo - Nuove condizioni.

1. in tema di concessioni la giurisprudenza conosce due distinte fattispecie le quali consentono, alla scadenza del termine finale di durata del titolo, di mantenere il concessionario nella stessa situazione di fatto della quale in origine egli si avvantaggiava, ovvero la proroga e il rinnovo vero e proprio.
La differenza fra le due consiste in ciò, che "la proroga è atto sfornito di propria autonomia che accede all'originaria concessione ed opera semplicemente uno spostamento in avanti del suo termine finale di efficacia", mentre il rinnovo "presuppone la sopravvenuta inefficacia dell'originario titolo concessorio e costituisce, a tutti gli effetti, una nuova concessione".
2. Nel momento in cui il rinnovo precedentemente ottenuto aveva raggiunto la sua scadenza trentennale, un eventuale nuovo accordo, fonte di un nuovo rapporto concessorio, con oggetto identico al precedente, ben può essere disciplinato da nuove norme regolamentari, anche più sfavorevoli delle precedenti, senza in alcun modo violare il principio di irretroattività, in quanto si incide non sul passato, ma su un rapporto che si va ad instaurare per il futuro. (nel caso di specie, il comune, con il regolamento impugnato, per il rinnovo da concludere e quindi per l'avvenire, aveva trasformato in onerosa una concessione che precedentemente era gratuita) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 04.02.2010 n. 570 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Dichiarazione ex art. 38 Codice Appalti - Indicazione precedenti penali - Beneficio della non menzione - Obbligo - Sussiste.
In tema di esclusione dalle gare per omessa indicazione, nella dichiarazione rilevante agli effetti dell'art. 38 del Codice degli Appalti Contratti, di precedenti condanne assistite dal beneficio della non menzione, il citato art. 38 "impone ai partecipanti alle gare di appalto di dichiarare, a pena di esclusione dalla gara, non già solamente reati gravi, ma tutti quelli ascritti in via definitiva ai soggetti ivi contemplati", con la conseguenza che "i partecipanti alle gare sono tenuti a rendere dichiarazioni complete e veritiere e, quindi, recanti l'esatta indicazione di tutti i precedenti penali, ivi inclusi quelli per i quali sia stato concesso il beneficio della non menzione" potendo queste ultime incidere sull'accertamento dei requisiti di moralità del legale rappresentante dell'impresa, ed a fronte della perentorietà di tale principio, a nulla valgono argomentazioni circa l'animus del dichiarante e la scusabilità del suo errore (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 02.02.2010 n. 534 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Attività edilizia - Programma di intervento - presenza di vincolo di tutela indiretta ex art. 45 d.lgs. 42/2004.
In presenza di un vincolo di tutela indiretta ex art. 45 d.lgs. 42/2004 apposto dalla Soprintendenza, non incompatibile con il progetto approvato con il Programma di intervento, il procedimento di approvazione del progetto non deve essere azzerato per il solo fatto dell'apposizione di tale vincolo.
Sarebbe d'altronde alquanto irragionevole riconoscere legislativamente all'ente territoriale la possibilità di agire in giudizio (in via successiva) per il risarcimento del danno all'ambiente (come fa l'art. 18, co. 3, l. 349/1986), e negargli invece la possibilità di agire (in via preventiva) per impedire la produzione di quello stesso danno.
Così come sarebbe pure irragionevole riconoscere la titolarità di un interesse collettivo ad associazioni ambientaliste, il cui collegamento con il territorio interessato dall'abuso è talora costituito soltanto dal fine statutario, e non individuarlo nell'ente istituzionalmente esponenziale della comunità di riferimento (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 02.02.2010 n. 523 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Oneri di urbanizzazione - ritardato pagamento - sanzioni - art. 3, co. 2, lett. c, L. 47/1985 - garanzia fideiussoria - obbligo di acquisizione - non sussiste.
2. Oneri di urbanizzazione - ritardato pagamento - sanzioni - art. 3, co. 2, lett. c, L. 47/1985 - garanzia fideiussoria - determinazione della sanzione in caso di mancata attivazione di detta garanzia
3. Sanzione amministrativa - natura di credito portable - Interessi.

1. In relazione al pagamento degli oneri di urbanizzazione, non esiste un obbligo del Comune di acquisire la garanzia fideiussoria, e, pertanto, qualora esso si attivi, non esiste neanche l'obbligo di farlo immediatamente alla scadenza del termine per il pagamento onde evitare che l'ammontare delle sanzioni cresca con il decorso del tempo (in materia di obbligazioni portable da adempiere nel domicilio del creditore quali quelle pecuniarie, e con termine di adempimento che esonera dalla costituzione in mora del debitore, il creditore è soltanto facultato ad attivare la solidale responsabilità del fideiussore, e non è tenuto ad escutere il coobligato piuttosto che attendere il pagamento, ancorché tardivo, salva l'esistenza di apposita clausola in tal senso).
2. In tema di oneri concessori, la fideiussione non ha lo scopo di agevolare l'adempimento da parte del soggetto obbligato al pagamento, configurandosi piuttosto come una garanzia personale nell'interesse dell'Amministrazione, finalizzata a rafforzare la generica garanzia del credito rappresentata dal patrimonio dell'interessato; pertanto, non spetta al soggetto tenuto al pagamento determinare le modalità di esercizio da parte dell'Amministrazione della facoltà di attivazione della garanzia, non sussistendo alcun obbligo di preventiva escussione del fideiussore e non comportando la mancata escussione del garante la liberazione del garantito).
Pertanto, anche in presenza di un fideiussore, l'inadempimento rimane tale e le sanzioni sono senz'altro dovute ma -a meno che non sia previsto un beneficio di escussione in favore del fideiussore- sono dovute nella misura del 20%, che è la misura prevista per il ritardo nel pagamento del saldo degli oneri anche per un solo giorno.
3. Il credito al pagamento della sanzione amministrativa è un credito liquido ed esigibile, che, in quanto tale, produce naturaliter interessi, posto che il credito liquido è quello determinato nel suo ammontare o determinabile con mere operazioni matematiche, ed il credito esigibile è quello non sottoposto a termine, né a condizione sospensiva: la norma generale dell'art. 1282 c.c. non viene derogata da previsioni speciali nella materia in esame e d'altronde essa è applicabile alle sanzioni amministrative pecuniarie una volta sorta l'obbligazione ex lege di pagare, altrimenti l'ulteriore ritardo nel pagamento della sanzione pecuniaria andrebbe a danneggiare unicamente la pubblica amministrazione (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 02.02.2010 n. 519 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Concessione - Annullamento in autotutela - ricorso giurisdizionale - notifica ai comproprietari controinteressati.
Il ricorso contro un provvedimento di annullamento in autotutela di concessione edilizia, originato da un esposto di un comproprietario per la realizzazione di un'opera su suolo asseritamente comune, a pena di inammissibilità deve essere notificato ai controinteressati risultanti dall'atto impugnato, e nella specie, essendo stata contestata l'esecuzione di lavori di ristrutturazione su area comune pertinenziale, rilevando di conseguenza che i concessionari non possedevano il pieno titolo a costruire, il ricorso doveva essere notificato (almeno) ad uno dei soggetti che affermavano di essere comproprietari dell'area (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 02.02.2010 n. 518 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Piano Integrato di Recupero - Regione Lombardia - L.R. 23/1990, art. 5, co. 6 - Demolizione e ricostruzione.
L'art. 5, co. 6, l.r. 23/1990, prevedendo che le deroghe dei regolamenti edilizi e d'igiene e varianti degli strumenti generali ed attuativi vigenti ed adottati conseguenti all'approvazione regionale dei programmi integrati di recupero e delle successive varianti degli stessi deliberati dai Comuni interessati (di cui al co. 5 della stessa disposizione) "non si applicano agli interventi di demolizione e ricostruzione", esclude che l'approvazione del Programma di intervento comporti la deroga urbanistica quando il progetto proposto abbia ad oggetto un intervento di demolizione e ricostruzione.
Pertanto è legittima ai sensi dell'art. 5, co. 6, l.r. 23/1990, la mancata approvazione da parte del Comune di un Piano integrato di recupero, che prevedendo interventi di demolizione e ricostruzione, deroghi agli strumenti urbanistici ed ai regolamenti edilizi e d'igiene in vigore.
Infatti, ove non sussista più il vincolo del preesistente, non vi è alcuna ragione per escludere l'applicabilità della normativa urbanistica in vigore il cui rispetto assicura l'ordinato e coerente tracciato delle zone edificate (nella specie il Tribunale ha respinto il ricorso in quanto nella relazione progettuale presentata a sostegno del Programma di recupero era prevista la realizzazione del programma mediante demolizione di capannone ad uso deposito con costruzione al suo posto di un edificio a destinazione residenziale e direzionale) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 02.02.2010 n. 517 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Impianti pubblicitari - Autorizzazione all'esposizione - Concessione uso del suolo pubblico - Fattispecie autorizzato ria tacita - Non rileva.
L'autorizzazione all'esposizione di mezzi pubblicitari e la concessione dell'uso del suolo pubblico attengono alla tutela di interessi pubblici diversi e presuppongono valutazioni differenti.
Pertanto non è fondato il motivo fatto valere dalla società ricorrente (operante nel settore della pubblicità e delle pubbliche affissioni) sul perfezionamento della fattispecie autorizzatoria tacita (D.P.R. n. 407/1994) non applicabile alla domanda presentata dalla ricorrente avente ad oggetto impianti pubblicitari di grosse dimensioni da installarsi sul luogo pubblico (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. III, sentenza 02.02.2010 n. 252 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Concessione edilizia: l'impugnazione è possibile dal completamento dei lavori.
Per quanto riguarda la impugnazione di una concessione edilizia –ora p.d.c.– rilasciata a terzi, la decorrenza dei termini decadenziali di cui all’art. 21 legge n. 1034/1971 scatta da quando la nuova costruzione riveli in modo certo ed univoco le essenziali caratteristiche dell’opera e la eventuale non conformità della stessa al titolo o alla disciplina urbanistica; il termine di impugnazione, cioè, inizia a decorrere dal completamento dei lavori a meno che non si sostenga la assoluta inedificabilità dell’area od analoghe censure, nel qual caso risulta sufficiente la conoscenza della iniziativa in corso.
Non può consentirsi a nessuna delle parti in causa di eludere i termini di impugnazione distribuendo nel tempo le istanze di accesso (TAR Puglia-Bari, Sez. III, sentenza 30.09.2009 n. 2222 - link a www.altalex.com).

PUBBLICO IMPIEGO: Licenziamento del dipendente che elude il sistema di rilevamento delle presenze.
Può essere illegittimo il licenziamento del pubblico dipendente che abbia posto in essere fatti e comportamenti tesi all'elusione dei sistemi di rilevamento della presenza.
È questa la conclusione cui è giunto il Collegio del Tribunale di Verbania a seguito di reclamo avverso l’ordinanza emessa in sede cautelare dal Giudice del Lavoro dello stesso Tribunale.
Per il Collegio, infatti, il licenziamento dovrà essere sospeso e il dipendente reintegrato fino a che non sia nel concreto accertata la proporzionalità della sanzione inflittagli dall’Amministrazione Locale di appartenenza.
Indipendentemente quindi dalla commissione o meno dei fatti ascritti, sarà, secondo il Collegio, il requisito della proporzionalità ad essere decisivo per la soluzione della controversia che nel frattempo sta proseguendo nella fase di merito (TRIBUNALE di Verbania, ordinanza 04.09.2009 - link a www.altalex.com).

EDILIZIA PRIVATAIl contributo per il rilascio della concessione edilizia imposto dalla legge n. 10/1977 e commisurato agli oneri di urbanizzazione ha carattere generale, in quanto prescinde totalmente dall’esistenza o meno delle singole opere di urbanizzazione, ha natura di prestazione patrimoniale imposta e viene determinato senza tenere conto dell’utilità che riceve il beneficiario del provvedimento di concessione, né delle spese effettivamente necessarie per l’esecuzione delle opere di urbanizzazione relative alla concessione assentita.
La ratio che ispira l’esenzione di cui alla lettera d), art. 9 l. 10/1977, è di derivazione sociale in quanto l’edificio unifamiliare nell’accezione socio economica assunta dalla norma coincide con la piccola proprietà immobiliare e come tale è meritevole di un trattamento differenziato per le opere di adeguamento alle necessità abitative del nucleo familiare.

L’art. 1 della legge n. 10/1977 ha introdotto nel nostro ordinamento il principio, di ordine generale, secondo cui “ogni attività comportante trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio partecipa agli oneri ad essa relativi”, nel senso che detto corrispettivo viene proporzionato al vantaggio patrimoniale di cui gode il concessionario, sia in relazione agli oneri che comporta la urbanizzazione sia in relazione all’utile derivante dalla misura e dalla tipologia dell’intervento di cui viene concessa la realizzazione, sicché ogni norma derogativa al suddetto principio di ordine generale va interpretata in senso restrittivo.
Or dunque è pacifico che l’art. 9 della legge n. 10/1977 (ora art. 17 del T.U. dell’edilizia) costituisce una deroga al principio generale dell’onerosità della concessione edilizia, avendo l’indicazione delle fattispecie di esonero del versamento del contributo, secondo molteplici e reiterate pronunce giurisprudenziali, carattere tassativo (cfr. CdS, sez. V, 14.10.19892, n. 987; Tar Lombardia, sez. II, 26.04.2006, n. 1062; Tar Lombardia, sez. Brescia, 28.01.2002, n. 100). Ne discende, pertanto, che le fattispecie citate nella richiamata disposizione sono di stretta interpretazione.
Tanto premesso il Collegio, ben conoscendo la sentenza del Consiglio di Stato, sez. V, n. 174 del 23.01.2004 relativa ad una fattispecie analoga a quella in esame, non ritiene che sussistano le ragioni per discostarsi dal richiamato orientamento giurisprudenziale.
Il Supremo Consesso della Giustizia amministrativa nella su citata pronuncia, partendo dall’assunto che alcuni dei casi elencati dall’art. 9 sono espressione del principio di gratuità della concessione per le opere che non comportino nessun nuovo carico urbanistico per il comune, ha ritenuto di poter applicare l’esenzione di cui all’alinea g) (“opere da realizzare in attuazione di norme o di provvedimenti emanati a seguito di pubbliche calamità”) al caso non espressamente previsto della costruzione in sostituzione di un edificio espropriato e demolito per realizzare un’opera pubblica, per un volume non maggiore del precedente e nel territorio dello stesso comune.
Tanto sul rilievo che “l’onerosità della concessione trova la propria ragion d’essere come corrispettivo delle spese che la collettività si addossa con vantaggio del concessionario, in conseguenza della concessione edilizia, e che tale presupposto manca nel caso di ricostruzione di ciò che la calamità abbia distrutto”.
L’art. 12 delle preleggi autorizza il ricorso all’analogia per colmare le lacune legislative esistenti attraverso il richiamo della disciplina giuridica dettata per un caso simile o per materie analoghe.
Il ricorso all’analogia è però ammissibile solo quando ricorra identità di ratio -quando cioè il principio che ha ispirato la norma regolatrice della fattispecie appare idoneo ad operare nello stesso modo, dati gli elementi di somiglianza tra le due fattispecie, anche per quella non regolata– ,allora il giudice applica pure a quest’ultima una norma non scritta, che desume da quella scritta (ubi eadem ratio, ibi eadem dispositio).
Tanto premesso osserva, allora, il Collegio che l’operazione di estensione analogica dell’alinea g) dell’art. 9 della legge n. 10/1977 anche alle ipotesi di ricostruzione di edificio a seguito di demolizione conseguente ad esproprio, operata dal Consiglio di Stato, non ha tenuto nel debito conto le differenze esistenti tra tale ultima ipotesi e quella della ricostruzione di un edificio a seguito della sua distruzione per calamità naturale.
L’esonero dal pagamento degli oneri di urbanizzazione nelle ipotesi di cui all’alinea g) è ispirato ai principi di solidarietà sociale ed è finalizzato ad agevolare l’esecuzione di opere da realizzare in attuazione di norme o provvedimenti emanati a seguito di pubbliche calamità dalle quali la collettività trae un’indubbia utilità e ad evitare che il soggetto che interviene per l’istituzionale attuazione del pubblico interesse corrisponda un contributo che verrebbe a gravare sulla stessa comunità che dovrebbe avvantaggiarsi dal loro pagamento.
Ben diversa appare, invece, l’ipotesi della ricostruzione di un edificio demolito a seguito di esproprio poiché in tale ultima evenienza il proprietario dell’edificio ha percepito a fronte dell’esproprio un’indennità, ovverosia una somma di denaro a titolo di ristoro patrimoniale per il sacrificio del proprio diritto. Indennità che, come affermato dalla dottrina e dalla giurisprudenza, consegue a fatti che sacrificano i diritti dei singoli ma che non sono antigiuridici, in quanto autorizzati o imposti da una norma di legge per perseguire un superiore interesse pubblico.
A tale riguardo merita di essere evidenziato che la giurisprudenza costituzionale ha ripetutamente affermato che tale indennizzo non deve essere meramente simbolico, ma deve costituire un serio ristoro per il soggetto espropriato, pur senza dovere essere necessariamente commisurato al valore di mercato del bene. E la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha accettato il principio secondo cui l’indennizzo deve essere una somma ragionevolmente collegata al valore venale del bene.
L’indennità di espropriazione è determinata, dunque, sulla base delle caratteristiche del bene al momento dell’accordo di cessione o alla data dell’emanazione del decreto di esproprio.
Ne discende, quindi, che la collettività attraverso l’indennità di esproprio e, a maggior ragione attraverso il corrispettivo pattuito in sede di cessione bonaria (come nel caso di specie), ha già ristorato il proprietario del bene espropriato del sacrificio subito (in quanto il costo di costruzione e gli oneri di urbanizzazione sono voci che contribuiscono a determinare il valore venale del bene) e, conseguentemente, esonerarlo dal pagamento del contributo del costo di costruzione e degli oneri di urbanizzazione, determinerebbe in capo al concessionario un ingiustificato arricchimento.
Tanto più se si considera che, secondo la consolidata giurisprudenza del Consiglio di Stato, il contributo per il rilascio della concessione edilizia imposto dalla legge n. 10/1977 e commisurato agli oneri di urbanizzazione ha carattere generale, in quanto prescinde totalmente dall’esistenza o meno delle singole opere di urbanizzazione, ha natura di prestazione patrimoniale imposta e viene determinato senza tenere conto dell’utilità che riceve il beneficiario del provvedimento di concessione, né delle spese effettivamente necessarie per l’esecuzione delle opere di urbanizzazione relative alla concessione assentita (cfr. CdS, sez. V, 21.04.2006, n. 2258; CdS, sez. V, 06.05.1997, n. 462)
Sulla scorta delle suesposte considerazioni il Collegio non ritiene, quindi, di poter condividere l’avviso del Consiglio di Stato e di potere applicare in via analogica alla fattispecie in esame l’esenzione prevista dall’alinea g) dell’art. 9 della legge n. 10/1977, ravvisando l’unico elemento di somiglianza tra la ricostruzione a seguito di calamità naturale e quella a seguito di demolizione per esproprio nella assenza di qualsiasi volontà del proprietario dell’edificio di demolirlo e poi ricostruirlo.
La fattispecie in esame non appare, infine, sussumibile neanche sotto le ipotesi di esenzione previste dalle lettere d) (“interventi di restauro, di risanamento conservativo, di ristrutturazione e di ampliamento, in misura non superiore al 20%, di edifici unifamiliari”) ed e) (“modifiche interne necessarie per migliorare le condizioni igieniche o statiche delle abitazioni, nonché realizzazione dei volumi tecnici che si rendono indispensabili a seguito dell’installazione di impianti tecnologici necessari per le esigenze delle abitazioni”) del citato art. 9.
La ratio che ispira l’esenzione di cui alla lettera d) è di derivazione sociale in quanto l’edificio unifamiliare nell’accezione socio economica assunta dalla norma coincide con la piccola proprietà immobiliare e come tale è meritevole di un trattamento differenziato per le opere di adeguamento alle necessità abitative del nucleo familiare.
Per quanto concerne, invece, gli interventi elencati nella lettera e) occorre, in primis, evidenziare che si tratta di interventi per i quali non è neanche richiesta la concessione edilizia (ora permesso di costruire), essendo sufficiente la mera autorizzazione, in considerazione del fatto che consistono in modifiche interne e nell’installazione di impianti che non incidono sulla volumetria, sulle dimensioni e sulle destinazioni d’uso originarie dell’edificio già esistente (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 13.03.2008 n. 604 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa determinazione dell’onere dovuto per il rilascio della concessione costituisce il risultato di un calcolo materiale, essendo la misura concreta direttamente collegata dalla legge al carico urbanistico accertato secondo parametri rigorosamente stabiliti (per cui deve escludersi, stante la natura tecnica dell’attività in materia, che il provvedimento debba essere motivato).
Per quanto concerne la dedotta carenza di motivazione in ordine all’ammontare dell’importo richiesto a titolo di oneri concessori merita di essere evidenziato che la determinazione dell’onere dovuto per il rilascio della concessione costituisce il risultato di un calcolo materiale, essendo la misura concreta direttamente collegata dalla legge al carico urbanistico accertato secondo parametri rigorosamente stabiliti (per cui deve escludersi, stante la natura tecnica dell’attività in materia, che il provvedimento debba essere motivato) (cfr. CdS, sez. V, 21.04.2006, n. 2258) (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 13.03.2008 n. 604 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL'insorgenza dell’obbligo di corresponsione degli oneri concessori è correlata al verificarsi o meno di un maggiore carico urbanistico quale effetto dell’intervento edilizio, sicché non è necessario che la ristrutturazione interessi globalmente l’edificio –con variazioni riguardanti nella loro interezza le parti esterne ed interne del fabbricato–, ma è sufficiente che ne risulti comunque mutata la realtà strutturale e la fruibilità urbanistica, con oneri conseguentemente riferiti all’oggettiva rivalutazione dell’immobile e funzionali a sopportare l’aggiuntivo carico “socio-economico” che l’attività edilizia comporta, anche quando l’incremento dell’impatto sul territorio consegua solo a marginali lavori dovuti ad una divisione o frazionamento dell’immobile tra più proprietari.
Quanto ai presupposti per l’insorgenza dell’obbligo di corresponsione degli oneri concessori, è stato ripetutamente riconosciuto in giurisprudenza che rilevante in tal senso è il verificarsi o meno di un maggiore carico urbanistico quale effetto dell’intervento edilizio, sicché non è necessario che la ristrutturazione interessi globalmente l’edificio –con variazioni riguardanti nella loro interezza le parti esterne ed interne del fabbricato–, ma è sufficiente che ne risulti comunque mutata la realtà strutturale e la fruibilità urbanistica, con oneri conseguentemente riferiti all’oggettiva rivalutazione dell’immobile e funzionali a sopportare l’aggiuntivo carico “socio-economico” che l’attività edilizia comporta, anche quando l’incremento dell’impatto sul territorio consegua solo a marginali lavori dovuti ad una divisione o frazionamento dell’immobile tra più proprietari (v. Cons. Stato, Sez. V, 03.03.2003 n. 1180; Sez. IV, 29.04.2004 n. 2611).
La circostanza, quindi, che l’intervento di ristrutturazione edilizia del fabbricato della società ricorrente abbia determinato un aumento delle unità residenziali (da 8 a 11) giustifica la pretesa dell’Amministrazione comunale, pur a fronte di una superficie utile che per questa parte risulta invariata, tenuto conto della maggiore dotazione di servizi che l’opera assentita determina nell’area in cui viene realizzata (TAR Emilia Romagna-Parma, sentenza 19.02.2008 n. 100 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTISulla fondatezza di una domanda di risarcimento dei danni proposta dalla seconda classificata nella procedura concorsuale, derivante da illegittima aggiudicazione dell'appalto.
E' fondata la richiesta di risarcimento dei danni di una società, quale seconda classificata in una procedura concorsuale espletata da un comune, derivante dall'illegittima aggiudicazione dell'appalto per l'esecuzione del servizio elettrico votivo nel civico cimitero, nonché per la sua manutenzione, in favore di una ditta carente del requisito dell'abilitazione ex lege n. 46/1990, e che ha omesso d'indicare, nella documentazione allegata all'offerta, un responsabile tecnico avente i requisiti prescritti dalla legge.
Il vizio dell'attività, illegittimamente posta in essere dal comune, si pone come particolarmente evidente, integrando senz'altro, quanto meno, l'elemento della colpa, che per la Cassazione va riferita all'Amministrazione intesa come apparato (piuttosto che al singolo funzionario agente), ed è presente quando "l'adozione e l'esecuzione dell'atto illegittimo (lesivo dell'interesse del danneggiato) sia avvenuta in violazione delle regole di imparzialità, di correttezza e di buona amministrazione alle quali l'esercizio della funzione amministrativa deve ispirarsi … in quanto si pongono come limiti esterni alla discrezionalità".
E' chiaro, infatti, che nel caso di specie non sembra potersi ravvisare alcun errore scusabile, il cui accertamento impedirebbe, secondo parte della dottrina e della giurisprudenza che s'è occupata dell'argomento, di poter qualificare la condotta della P.A., nel suo complesso, come colposa (TAR Campania-Napoli, Sez. I,
sentenza 12.02.2007 n. 973 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

APPALTISull'illegittimità dell'aggiudicazione di una gara per mancata dichiarazione del collegamento sostanziale, in una gara precedente, accertato mediante annotazione nel Casellario informatico.
La mancata dichiarazione del "collegamento sostanziale" tra imprese, in quanto accertato mediante annotazione nel Casellario informatico, nei confronti delle imprese partecipanti alla gara e non dichiarato dalle stesse, costituisce una non veritiera indicazione delle condizioni previste per la partecipazione alla gara, ai sensi dell'art. 75 del d.p.r. n. 554/1999, lett. h, ed essendo tale dichiarazione precedente alla gara stessa, costituisce, di per sé, motivo di esclusione, indipendentemente dalla rilevanza che tale collegamento potrebbe avere sulla gara (Consiglio di Stato, Sez. V,
sentenza 12.02.2007 n. 554 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

ATTI AMMINISTRATIVIDiritto di accesso agli atti comprende sia la visione che la copia del documento.
Nel diritto di accesso agli atti, devono ricomprendersi sia la visione sia il rilascio di copia del documento.
A seguito dell’abrogazione della norma diretta a bilanciare l’esigenze di accesso con quelle di riservatezza, di cui dall’art. 24, comma 2, lettera d), nella formulazione dell’originaria della legge 241/1990, ad opera della legge n. 15/2005, si ritiene superata ogni possibilità di distinguere tra le due modalità di accesso che non si ravvisano più separabili
(TAR Puglia-Bari, Sez. I, sentenza 05.02.2007 n. 337 - link a www.altalex.com).

APPALTIPresenza alla seduta di gara e decorrenza dei termini di impugnazione.
Secondo l'orientamento meno recente, la presenza di un rappresentante della ditta partecipante alla gara d'appalto nel corso della quale la commissione giudicatrice ha ritenuto di escludere la ditta medesima dalla gara non comporta ex se piena conoscenza dell'atto di esclusione ai fini della decorrenza del termine di impugnazione, qualora non risulti che il rappresentante fosse effettivamente tale perché munito di mandato ad hoc ovvero in base alla carica rivestita e che quindi la conoscenza dal medesimo avuta fosse riferibile alla società. Tale orientamento è stato però oggetto di rielaborazione, non essendosi potuto condividere che il rappresentante debba necessariamente essere munito di mandato ad hoc.
Diverso è invece l’attuale orientamento.
Ai fini del decorso del termine per l'impugnazione in tema di contratti della pubblica amministrazione, la presenza di rappresentanti delle imprese concorrenti alle sedute di gara integra gli estremi della piena conoscenza in capo alle imprese medesime degli atti che vengono adottati durante le sedute, essendo sufficiente la presenza di un soggetto che si qualifichi e sia indicato nel verbale come rappresentante della ditta partecipante, tanto più quando tale partecipazione si giustifichi con il compito di adottare specifiche iniziative per tutelare le ragioni dell'impresa nell'immediatezza dello svolgimento delle singole fasi di gara, attraverso la presentazione di osservazioni o di contestazioni rispetto a specifiche determinazioni assunte dall'organo di gara
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 31.01.2007 n. 400 - link a www.altalex.com).

EDILIZIA PRIVATABeni culturali e ambientali - Cave e torbiere - Piano Paesaggistico Ambientale Regionale Marche (P.P.A.R.) - Attività estrattive - Trasformazione del territorio Compatibilità paesistico-ambientale.
L’art. 45 delle norme tecniche di attuazione (N.T.A.) del Piano Paesaggistico Ambientale Regionale (P.P.A.R.), approvato con Delibera del Consiglio Regionale delle Marche n. 198 del 03.11.1989, ha ricompreso le attività estrattive e le opere connesse tra gli interventi di rilevante trasformazione del territorio la cui realizzazione è subordinata alla preventiva dichiarazione di compatibilità paesistico-ambientale da parte della Giunta regionale, ai sensi di quanto espressamente stabilito dall’art. 63-ter dello stesso P.P.A.R.. Peraltro, con la stessa disposizione è precisato che non sono da considerarsi interventi di rilevante trasformazione del territorio, quelli di modesta entità, tali da non modificare i caratteri costitutivi del contesto paesistico ambientale o della singola risorsa.
Valutazione impatto ambientale - Rinnovazione del giudizio di compatibilità - Intervento in più fasi - Intervento significativamente diverso - Necessità.
La rinnovazione del giudizio di compatibilità ambientale si impone allorché le varianti progettuali determinino la costruzione di un intervento significativamente diverso da quello già esaminato.
Nel caso di un’autorizzazione alla realizzazione di un intervento in più fasi, è necessaria una valutazione dell’impatto ambientale se nel corso della seconda fase (e, quindi, anche in sede di variante) il progetto può avere un impatto ambientale importante, in particolare per la sua natura, le sue dimensioni o la sua ubicazione (in tal senso, Cons. Stato, VI, n. 2694/2006; principio conforme a Corte Giust., 04.05.2006, C-290/2003).
Cave - Zona agricola con attività estrattiva - Fascia di tutela fluviale - Soluzione tecnica migliorativa - Incremento del materiale ghiaioso-sabbioso - Pretesto per esercitare un’attività estrattiva - Illegittimità.
Necessita della rinnovazione del giudizio di compatibilità ambientale, anche l’introduzione significativa di una soluzione tecnica migliorativa, in quanto non può costituire il pretesto per ottenere l’incremento del materiale ghiaioso-sabbioso da asportare all’interno della fascia di tutela fluviale con il conseguente abbassamento del piano di campagna.
A nulla rilevando il fatto che il Piano regolatore comunale avesse dato ai terreni interessati dall’area di cava una destinazione di zona agricola con attività estrattiva, perché è comunque necessario il rispetto dei regimi di vincolo paesaggistico ed ambientale presenti nella zona ed imposti dal P.P.A.R..
Nella specie, il progetto interessava porzioni della fascia di rispetto fluviale sottoposta a vincolo di tutela integrale, con un notevole incremento delle asportazioni di materiale ghiaioso e sabbioso all’interno della fascia di tutela, in conseguenza del previsto rimodellamento morfologico dell’area, attraverso la realizzazione di un’unica scarpata (Consiglio di Stato, Sez. VI,
sentenza 31.01.2007 n. 370 - link a www.ambientediritto.it).

APPALTI: Sull'impugnazione delle clausole illegittime di un bando di gara.
Una stazione appaltante può stabilire autonomamente criteri di valutazione delle offerte diversi da quelli previsti dall'art. 23, c. 1, d.lvo 157/1995.
Le clausole illegittime degli atti regolatori di una gara vanno impugnate unitamente al provvedimento di aggiudicazione, salve le ipotesi in cui impediscano o rendano difficoltosa la partecipazione del ricorrente, provocando una lesione immediata per la sua posizione di interesse.
In relazione al criterio di aggiudicazione dell'offerta economicamente più vantaggiosa ex art. 23 comma 1 d.lgs 157/1995, tale norma indica, a titolo esemplificativo, alcuni dei parametri che possono essere presi in considerazione ai fini della valutazione qualitativa delle offerte, ma non esclude che la singola amministrazione possa autonomamente stabilire, per ogni singola gara, parametri per la valutazione delle offerte, sempre che questi rimangano riferiti alle specifiche caratteristiche oggettive dell'offerta e delle modalità attraverso le quali viene reso il servizio, e non alla complessiva organizzazione imprenditoriale del soggetto partecipante (C.G.A. per la Regione Siciliana, Sez. giurisdizionale,
sentenza 29.01.2007 n. 6 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

COMPETENZE GESTIONALIRAPPRESENTANZA IN GIUDIZIO DEL COMUNE ESCLUSIVAMENTE DEL SINDACO.
In base all'ordinamento degli Enti locali (v. gli artt. 6, 50 e 107 del d.lgs. 18.08.2000 n. 267), la rappresentanza in giudizio del Comune compete esclusivamente al Sindaco, quale rappresentante dell'ente e non già al dirigente, al quale è riservato unicamente il potere di promuovere le liti che interessano l'ente, con compiti di rappresentanza sostanziale.
In particolare il TAR salentino ha rilevato un vizio nella deliberazione di conferimento dell'incarico difensivo al difensore dell'Amministrazione comunale che, a dire del G.A., sarebbe stata rilasciata da soggetto incompetente, sì da determinare una pretesa irritualità della attività difensiva svolta dal difensore.
A parere di chi scrive trattasi di assunto che si discosta dai più recenti ed autorevolissimi arresti cui sono giunte le Sezioni Unite della Cassazione, le quali hanno ripetutamente affermato, con riferimento alla rappresentanza in giudizio dei comuni che "lo statuto del Comune (atto a contenuto normativo, rientrante nella diretta conoscenza del giudice) o anche i regolamenti municipali, nei limiti in cui ad essi espressamente rinvii lo stesso statuto, possono affidarla ai dirigenti, nell'ambito dei rispettivi settori di competenza, od anche, con riguardo all'intero contenzioso, al dirigente dell'ufficio legale, e possono altresì prevedere detta autorizzazione (della giunta o del competente dirigente), altrimenti non necessaria" (Cassazione civile, Sez. Un., 27.06.2005, n. 13710).
Tale è stata appunto la scelta effettuata dall'A.C. con gli artt. 58 e ss. dello Statuto comunale (che attribuiscono alla sfera dirigenziale tale competenza) che la determinazione 21/05/2001 n. 418 espressamente richiamava; così come richiamava la deliberazione 03/05/2001 della Giunta comunale, rispetto alla quale la già citata determinazione dirigenziale si dichiarava conforme (TAR Puglia-Lecce, Sez. I,
sentenza 25.01.2007 n. 161 - link a www.filodiritto.com).

CONSIGLIERI COMUNALI: Sulla revoca dell'incarico di assessore comunale: non è necessaria la comunicazione di avvio del procedimento.
Non è necessaria la previa comunicazione dell'avvio del procedimento per la revoca dell'incarico di assessore comunale in considerazione della specifica disciplina normativa vigente in materia.
Invero, le prerogative della partecipazione possono essere invocate quando l'ordinamento prende in qualche modo in considerazione gli interessi privati in quanto ritenuti idonei ad incidere sull'esito finale per il migliore perseguimento dell'interesse pubblico, mentre tale partecipazione diventa indifferente in un contesto normativo nel quale la valutazione degli interessi coinvolti è rimessa in modo esclusivo al Sindaco, cui compete in via autonoma la scelta e la responsabilità della compagine di cui avvalersi per l'amministrazione del Comune nell'interesse della comunità locale, con sottopozione del merito del relativo operato unicamente alla valutazione del consiglio comunale.
Il relativo procedimento è perciò semplificato al massimo per consentire un'immediata soluzione della crisi intervenuta nell'ambito del governo locale, articolandosi nei seguenti passaggi: valutazione della situazione da parte del sindaco, scelta sindacale di modificare la composizione della giunta nell'interesse della comunità locale e comunicazione motivata di ciò al consiglio comunale, senza l'interposizione della comunicazione dell'avvio del procedimento all'assessore assoggettato alla revoca, la cui opinione è irrilevante per la normativa attuale salvo che non venga fatta propria dal consiglio comunale (Consiglio di Stato, Sez. V,
sentenza 23.01.2007 n. 209 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

EDILIZIA PRIVATA: Beni culturali e ambientali - Imposizione del vincolo anche su aree di gran lunga eccedenti la superficie - Illegittimità.
L’inscindibilità di un unitario complesso archeologico, la cui parte più rilevante, si trova su aree pacificamente estranee all’area sottoposta a vincolo, e l’esigenza di preservarlo nella sua globalità, non giustificano l’imposizione del vincolo anche su aree di gran lunga eccedenti la superficie, risultando in assunto, proprio nell’impostazione motivazionale prescelta dall’amministrazione e nelle giustificazioni fattuali da questa addotte, che il sacrificio imposto alla proprietà privata, risulta sproporzionato, irragionevole e immotivato.
Beni culturali e ambientali - C.d. tutela del “vuoto strutturale” - Mancanza assoluta del ritrovamento di reperti significativi - Estensione del vincolo - Esclusione.
L’esigenza di tutela del “vuoto strutturale” legato all’esistenza di “horti” e giardini ipotizzati come “continuum” rispetto ad una Villa romana, collegabili alla struttura viaria localizzata in un’area delimitata, in mancanza assoluta del ritrovamento di reperti significativi, si rivela sprovvista dei caratteri della ragionevolezza, adeguatezza e, in specie, proporzionalità che escluderebbero la natura del tutto contraddittoria e immotivata dell’estensione del vincolo a tutta l’area interessata.
Beni culturali e ambientali - Imposizione del vincolo diretto - Effettiva esistenza delle cose da tutelare - Necessità - Fondamento - Artt. 1 e 3 L. n. 1089/1939.
Per l’imposizione del vincolo diretto di cui agli artt. 1 e 3 della legge n. 1089 del 1939 imprescindibile presupposto è la dimostrata, effettiva esistenza delle cose da tutelare; con la conseguenza che il relativo provvedimento si deve considerare illegittimo, per carenza o errore nei presupposti, ove sia stato acclarato che in un’area non irrilevante della zona vincolata in realtà non esiste alcun bene archeologico suscettibile di protezione.
Ciò in quanto la legge in esame, dove consente l’imposizione del vincolo diretto sulle cose di interesse artistico, storico o archeologico, incide, comprimendolo, sul diritto di proprietà.
Se ne trae la conseguenza che, al fine di evitarne un’inutile limitazione, è consentito all’amministrazione di adottare il relativo provvedimento soltanto nel presupposto della già acquisita certezza dell’esistenza delle cose oggetto di tutela e previa rigorosa delimitazione della zona da proteggere (C. Stato, sez. VI, 09.05.2002, n. 2525).
Beni culturali e ambientali - Ruderi archeologici - Vincolo ad intere aree - Complesso unitario ed inscindibile - Limitazione proporzionata alla finalità di pubblico interesse. Tutela di beni archeologici.
In materia di tutela di beni archeologici, l’amministrazione può estendere il vincolo ad intere aree in cui siano disseminati ruderi archeologici particolarmente importanti, tuttavia, in tal caso è necessario, non solo che i ruderi stessi costituiscano un complesso unitario ed inscindibile, ma anche che il sacrificio totale degli interessi dei proprietari sia reso indispensabile e che non sussista la possibilità di adottare soluzioni meno radicali, evitandosi, in ogni caso, che l’imposizione della limitazione sia sproporzionata rispetto alla finalità di pubblico interesse cui è preordinata (Consiglio di Stato, Sez. VI,
sentenza 19.01.2007 n. 120 - link a www.ambientediritto.it).

APPALTI: Sulla nozione di appalto pubblico di lavori e sulla modalità di calcolo del valore dell'appalto.
L'amministrazione aggiudicatrice non è esonerata dal fare ricorso alla gara ai sensi della direttiva 93/37, per il fatto che la normativa nazionale limita la conclusione della convenzione solo con determinate persone giuridiche.
Una convenzione con cui una prima amministrazione aggiudicatrice affida ad una seconda amministrazione aggiudicatrice la realizzazione di un'opera costituisce un appalto pubblico di lavori ai sensi dell'art. 1, lett. a), della direttiva del Consiglio 14.06.1993, 93/37/CEE, che coordina le procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, come modificata dalla direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 13.10.1997, 97/52/CE, indipendentemente dal fatto che sia previsto o no che la prima amministrazione aggiudicatrice sia o divenga proprietaria, in tutto o in parte, di tale opera.
Per determinare il valore di un appalto ai fini dell'art. 6 della direttiva 93/37, come modificata dalla direttiva 97/52, occorre prendere in considerazione il valore totale dell'appalto di lavori dal punto di vista di un potenziale offerente, il che include non soltanto l'insieme degli importi che l'amministrazione aggiudicatrice dovrà pagare, ma anche tutti gli introiti che proverranno da terzi.
Un'amministrazione aggiudicatrice non è dispensata dal fare ricorso alle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori previste dalla direttiva 93/37, come modificata dalla direttiva 97/52, per il fatto che, in conformità al diritto nazionale, tale convenzione può essere conclusa soltanto con determinate persone giuridiche, che abbiano esse stesse lo status di amministrazione aggiudicatrice e che saranno tenute, a loro volta, ad applicare le dette procedure per aggiudicare eventuali appalti susseguenti (Corte di giustizia europea, Sez. I,
sentenza 18.01.2007 n. C-220/05 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

EDILIZIA PRIVATAL'art. 9 dm n. 1444 del 1968, relativo all’obbligo di rispettare una distanza minima di 10 metri tra pareti finestrate (e quindi munite di luci e/o vedute, secondo la definizione contenuta nell’art. 900 cod. civ.) ed edifici antistanti, è volto ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico sanitario: ha, pertanto, carattere tassativo ed inderogabile, non eludibile da parte dello strumento urbanistico comunale, il quale può solo prescrivere distanze maggiori, ma non limitarne l’applicazione.
L’adozione, da parte dell’ente locale, di una prescrizione contenuta nello strumento urbanistico contrastante con la citata norma, anche in senso meramente limitativo, comporta l’obbligo di applicare direttamente la disposizione del menzionato art. 9 divenuta, per inserzione automatica, parte integrante del piano regolatore, in sostituzione della norma illegittima, che deve essere disapplicata ovvero annullata.

E' evidente la fondatezza del ricorso, che denuncia la violazione dell’art. 9 dm n. 1444 del 1968, relativo all’obbligo di rispettare una distanza minima di 10 metri tra pareti finestrate (e quindi munite di luci e/o vedute, secondo la definizione contenuta nell’art. 900 cod. civ.) ed edifici antistanti, obbligo che, essendo volto ad impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico sanitario, ha pertanto carattere tassativo ed inderogabile, non eludibile da parte dello strumento urbanistico comunale, il quale può solo prescrivere distanze maggiori, ma non limitarne l’applicazione (per tutte, Cons. Stato, sez. IV, 05.12.2005, n. 6909; Cass. civ., sez. II, 10.01.2006, n. 145).
Ne deriva che l’adozione, da parte dell’ente locale, di una prescrizione contenuta nello strumento urbanistico contrastante con la citata norma, anche in senso meramente limitativo, comporta l’obbligo di applicare direttamente la disposizione del menzionato art. 9, divenuta, per inserzione automatica, parte integrante del piano regolatore, in sostituzione della norma illegittima che, deve essere disapplicata (per tutte, Cass. Civ., sez. II, 30.03.2006, n. 7563 e 29.05.2006, n. 12741) ovvero annullata, ove (come nella specie) impugnata.
Lla suddetta prescrizione, data la finalità che intende perseguire, che è, come si è detto, di natura igienico–sanitaria, vale anche per la distanza da edificio adibito ad autorimessa, come nel caso di specie (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 17.01.2007 n. 22 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Ordinanza contingibile ed urgente - Materie di competenza esclusiva del Sindaco - C.d. potere "extra ordinem" - Art. 54, comma 2, D.L.vo 267/2000 - Art. 38 comma 2 L. n. 142/1990.
Ai sensi dell'art. 38, comma 2, l. 08.06.1990 n. 142 (al pari del vigente art. 54 comma 2 del D.L.vo 267/2000 cit.), è demandato esclusivamente al sindaco il potere "extra ordinem" di emanare i provvedimenti contingibili e urgenti in materia di sanità e igiene, edilizia e polizia locale, individuando tale potere come una prerogativa tipica del sindaco, quale Ufficiale di Governo, non delegabile ad altri (cfr. ad es. TAR Abruzzo-L'Aquila, 03.10.2003, n. 835, TAR Campania-Napoli, 03.05.2006 n. 3905, Consiglio Stato sez. IV 24.03.2006 n. 1537) (TAR Campania-Napoli, Sez. V,
sentenza 15.01.2007 n. 276 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATABeni culturali e ambientali - Condono edilizio e condono paesaggistico - Differenza - C.d. "Minicondono" paesaggistico - Reati edilizi - Esclusione - L. n. 308/2004 - Art. 181 D. L.vo n. 42/2004.
In mancanza di esplicita norma di coordinamento, tra la Legge n. 308/2004 e l’art. 181 decreto legislativo n. 42 del 2004, non è possibile estendere la sanatoria anche al reato edilizio, (specialmente se commesso dopo il 31.03.2003 e prima del 30.09.2004), giacché il condono edilizio e quello paesaggistico si fondano su presupposti diversi quanto ai paramenti di valutazione della compatibilità dell’opera.
Invero, per la condonabilità dell’abuso edilizio, è richiesta la conformità agli strumenti urbanistici vigenti; per quella dell’abuso paesaggistico la conformità agli strumenti di pianificazione paesaggistica ove vigenti, o, altrimenti, al cosiddetto contesto paesaggistico.
Sicché, un’opera può essere conforme ai piani paesaggistici ma non agli strumenti urbanistici e viceversa, giacché l’interesse paesaggistico è diverso da quello urbanistico, anche se si sta imponendo la tendenza a fare coincidere i due interessi (ad esempio l’articolo 145 del codice Urbani).
Beni culturali e ambientali - Condono - C.d. "Minicondono" paesaggistico - Reati edilizi - Esclusione.
Per espressa disposizione della norma, la prevista sanatoria contenuta nella Legge n. 308 del 2004 è limitata al reato di cui all'articolo 181 decreto legislativo n. 42 del 2004 e comunque ai reati paesaggistici come ad esempio a quello previsto dall'articolo 734 codice penale, ma non si estende al reato edilizio per la mancanza di norme di coordinamento.
Condono - Demolizione del manufatto illecitamente realizzato - Rapporto tra urbanistica e paesaggio - Differenza.
Il rapporto tra urbanistica e paesaggio, va distinto tenuto conto del diverso interesse pubblico tutelato: l’urbanistica ha infatti come scopo il raggiungimento di un ordinato assetto del territorio, il paesaggio tende invece alla conservazione della funzione estetico culturale del bene-valore, tra l’altro direttamente ed autonomamente tutelato dalla Costituzione (Cfr Cons. Stato, sez. VI 14.01.1995 n 29, Cass. Sez. III 09.02.1998 n. 1492).
Quindi, quand’anche si dovesse ottenere la compatibilità paesaggistica per l’abuso paesaggistico commesso, non si potrebbe evitare la condanna per l’abuso edilizio e la conseguente demolizione del manufatto illecitamente realizzato.
Illeciti edilizi - Opera non condonabile - Domanda di condono - Sospensione del procedimento in pendenza dei termini - Esclusione.
In tema di illeciti edilizi, non è possibile la sospensione del procedimento in pendenza dei termini per la presentazione della domanda di condono allorché si tratta di opera non condonabile (Cass. Sez. III 09.07.2004 n 38694; Cass. sez. III 06.04.2004 n. 21679, Cass. 3762 del 2000).
Il comma 27 dell’articolo 32 della legge n. 326 del 2003 (Misure Urgenti per favorire lo sviluppo e per la Correzione dell’andamento dei conti pubblici) prescrive, fermo restando quanto disposto dagli artt. 32 e 33 della legge n. 47 del 1985, le opere abusive non sono suscettibili di sanatoria qualora: “a)...b)...c)...d) siano state realizzate su immobili soggetti a vincoli imposti sulla base di leggi statali e regionali a tutela degli interessi idrogeologici e delle falde acquifere, dei beni ambientali e paesistici... qualora istituiti prima dell’esecuzione di dette opere”.
Abusivismo - Sentenza di condanna - Sospensione condizionale della pena subordinata alla demolizione del manufatto - Legittimità.
In materia edilizia legittimamente il giudice, nel concedere con la sentenza di condanna la sospensione condizionale della pena, può subordinare detto beneficio alla eliminazione delle conseguenze dannose del reato mediante la demolizione dell’opera abusiva disposta con la stessa condanna ai sensi dell’an (cfr. Cass. Sez. Un. n. 714 del 1997; Cass. 15.06.1998, n. 7148 Dionisi; Cass. 30.09.1998, 10309 Licata; Cass. 07.04.2000, 4086, Pagano; Cass. n. 18304 del 2003) (Corte di Cassazione, Sez. III penale,
sentenza 12.01.2007 n. 451 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: Autorizzazione paesaggistica - Diniego della sanatoria - Annullamento ministeriale - Declaratoria di irricevibilità - Legittimità - Potere ordinatorio del giudice amministrativo - Esame dei presupposti e delle condizioni dell’azione.
Il potere ordinatorio del giudice amministrativo, di disporre in ordine al processo e al suo andamento deve rispondere a precise regole di ordine logico sostanziale, oltre che giuridico formali; nella corretta osservanza di tali regole, l’esame dell’eventuale pregiudizialità (non necessaria) di altro giudizio -su un differente atto connesso a quello impugnato- deve seguire (e non precedere) l’esame dei presupposti e delle condizioni dell’azione e fra questi, quello in ordine alla tempestività dell’impugnazione, il cui esito negativo preclude al giudice ogni ulteriore accertamento di tipo sostanziale e di merito, ivi compreso quello sulla connessione delle cause e sulla pregiudizialità del giudizio sull’atto presupposto.
Non è, dunque, sindacabile in appello la mancata sospensione di un’impugnazione palesemente irricevibile, in attesa della decisione del ricorso giurisdizionale sull’atto presupposto -pendente davanti a differente giudice dello stesso ordine e grado- in quanto (indipendentemente da ogni altra considerazione) la decisione sulla validità di tale atto sarebbe stata del tutto irrilevante, in quanto non in grado di risolvere (in favore del ricorrente) il problema processuale della inoppugnabilità del provvedimento consequenziale.
Nella specie, non inficia la declaratoria di irricevibilità, l’avere deciso la causa e non averla, al contrario sospesa in attesa della decisione di altro ricorso, proposto dallo stesso attuale appellante, avverso l’annullamento ministeriale dell’autorizzazione paesaggistica (presupposto del diniego della sanatoria richiesta dall’originario proprietario e da questi non impugnato) (Consiglio di Stato, Sez. V,
sentenza 10.01.2007 n. 40 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: Inottemperanza all'ordine di demolizione - Acquisizione gratuita delle opere abusive e dell'area di sedime - Provvedimento di accertamento - Trascrizione della acquisizione dell’area al patrimonio comunale - Atti consequenziali - Impugnazione autonoma - Esclusione.
Il provvedimento di accertamento dell'inottemperanza all'ordine di demolizione e quello successivo di acquisizione gratuita delle opere abusive e dell'area di sedime (ed il provvedimento che dispone, come quello in esame, l’occupazione dell’opera abusiva e dell’area di sedime in vista della trascrizione della acquisizione dell’area al patrimonio comunale) debbono considerarsi consequenziali, connessi e conseguenti all'ordine di demolizione delle opere e ripristino dello stato primitivo dei luoghi, con la conseguenza che non sono autonomamente impugnabili, in mancanza di impugnazione dell'atto con cui si ingiunge la demolizione (o come, nella specie, nel caso di irricevibilità dell’impugnazione tardivamente proposta avverso tale atto) (Cons. Stato, Sez. V, 26.05.2003, n. 2850) (Consiglio di Stato, Sez. V,
sentenza 10.01.2007 n. 40 - link a www.ambientediritto.it).

APPALTILettera di invito a gara di appalto: i canoni interpretativi dei contenuti.
I canoni di interpretazione di una lettera di invito, così come delle clausole dei bandi di concorso, non sono quelli delle fonti indicate negli artt. 12 e segg. delle disposizioni sulla legge in generale (preliminari al codice civile), bensì quelli desunti dagli artt. 1362 e segg. del codice anzidetto, attesa la natura della volontà espressa, assumibile nella nozione generale del negozio giuridico, cui le norme anzidette trovano applicazione.
Invero non trova applicazione, alla clausola in questione, neppure la c.d. interpretazione autentica (quale, nella specie, derivante dalla precisazione postuma dell’Azienda, secondo cui la clausola doveva essere interpretata alla lettera e cioè nel senso che la copertura assicurativa doveva essere posseduta da ciascun offerente al momento dell’offerta e che non fosse equivalente l’impegno a costituirla in caso di aggiudicazione).
Soccorrono, dunque, specificamente, gli artt. 1362, 1366, 1367, 1368 , 1369, 1370, 1371 c.c., in ciascuno dei quali sono da rinvenire, analiticamente, i canoni interpretativi ai quali è stato fatto ricorso, con la decisione di accoglimento, che deve essere interamente condivisa.
Ecco, dunque, la necessità di attribuire alla clausola il significato “più conveniente alla natura e all'oggetto del contratto” (art. 1369 c.c.)
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 10.01.2007 n. 37 - link a www.altalex.com).

EDILIZIA PRIVATA: Beni culturali e ambientali - Annullamento del nulla-osta paesaggistico - Comunicazione dell’avvio del procedimento - Obbligo.
Sussiste l’obbligo dell’autorità statale di dare notizia all’interessato anche nell’ipotesi dell’avvio del procedimento preordinato all’eventuale annullamento del nulla-osta paesaggistico come sopra rilasciato. (cfr., tra le tante, Cons. Stato, VI sez., 25.03.2004, n. 1626; 20.01.2003, n. 203; 17.09.2002 n. 4709, 29.03.2002 n. 1790).
Beni culturali e ambientali - Nulla-osta paesaggistico - Avvio del procedimento - Comunicazione - Necessità - Fase procedimentale “diversa” - Esercizio del potere di controllo - Diversa autorità - Diverso responsabile del procedimento - D.M. 19/06/2002 n. 165 mod. l’art. 4, D.M. 13/06/1994 n. 495 - L. n. 241/1990.
Il nulla-osta paesaggistico, deve essere preceduto dalla comunicazione dell’avvio del procedimento da parte dell’Amministrazione statale. Non potendosi attribuire rilevanza, al fine di fondare un diverso avviso, alla circostanza che l’ente autorizzante abbia già dato notizia alla parte della trasmissione del nulla-osta all’autorità statale per l’esercizio del potere di controllo (Cons. Stato, Sez. VI, ord. 09.05.2003 n. 1806; 26.10.2006, n. 6418; 13.02.2003 n. 790; 17.10.2003 n. 6342).
Beni culturali e ambientali - Nulla-osta paesaggistico - Annullamento - Provvedimento statale - Avviso del procedimento - Necessità - Eccezione - L. n. 241/1990.
Il provvedimento statale di annullamento del nulla-osta paesaggistico, salvo che la conoscenza dell’inizio del medesimo procedimento sia avvenuta aliunde, deve essere preceduto necessariamente dall’avviso del procedimento, (Cons. Stato, Sez. VI, 17.10. 2003 n. 6342; 29.04.2003 n. 2176; 10.04. 2003 n. 1909; 26.10.2006, n. 6418).
In definitiva, l’onere di cui all’art. 7, comma 1, della L. n. 241/1990, viene soddisfatto soltanto dalla formale comunicazione ad opera dell’autorità statale competente a pronunciare l’eventuale annullamento dell’autorizzazione paesaggistica, così come, del resto, esplicitamente previsto dalla normativa regolamentare attuativa della L. 241/1990 appositamente dettata dal Ministero dei beni culturali ed ambientali, con D.M. n. 495 del 13.06.1994, art. 4 e Tabella A punto 4 (Consiglio di Stato, Sez. VI,
sentenza 10.01.2007 n. 28 - link a www.ambientediritto.it).

APPALTI SERVIZI: Sui requisiti che devono sussistere affinché l'affidamento in house di un servizio pubblico possa considerarsi legittimo.
E' legittimo l'affidamento di un servizio in house providing purché l'ente territoriale affidante eserciti sul soggetto gestore un controllo analogo a quello che esercita sui propri servizi e che, allo stesso tempo, quest'ultimo svolga la parte essenziale della propria attività insieme con l'ente o gli enti territoriali che lo controllano.
Circa il concetto di "controllo analogo", la Corte di Giustizia delle Comunità europee aveva avvertito che deve trattarsi di "un rapporto che determina da parte dell'amministrazione controllante un assoluto potere di direzione, coordinamento e supervisione dell'attività del soggetto partecipato e che riguarda l'insieme dei più importanti atti di gestione".
Questa conclusione è stata ribadita, tra gli altri, dall'arresto della Corte di giustizia europea, I, 13.10.2005, n. c-458/03, secondo il quale, in particolare: "[…..] deve risultare che l'ente concessionario in questione è soggetto ad un controllo che consente all'autorità pubblica concedente di influenzarne le decisioni. Deve trattarsi di una possibilità di influenza determinante sia sugli obiettivi strategici che sulle decisioni importanti. […..].
Nel solco di questo indirizzo giurisprudenziale la Commissione europea, sin dalla nota del 16.06.2002, sottolineava che non era sufficiente, al fine di individuare il presupposto del "controllo analogo", il semplice esercizio degli strumenti di cui dispone il socio di maggioranza secondo le regole del diritto societario, posto che il soggetto partecipato, in relazione ai più importanti atti di gestione, deve configurarsi solo formalmente come entità distinta dall'amministrazione, dovendo, invece, essere concretamente parte della stessa. In ambito nazionale, sia pure con sfumature diverse, ovviamente dettate dalla particolarità delle fattispecie (anche in relazione alla specifica legislazione domestica) la giurisprudenza ha seguito e confermato l'indirizzo europeo.
In questo contesto è stato puntualizzato che il soggetto gestore si atteggia ad una sorta di longa manus dell'affidante, pur conservando natura distinta ed autonoma rispetto all'apparato organizzativo di questo; deve, in altri termini, trattarsi di una sorta di amministrazione "indiretta", nella quale la gestione del servizio resta saldamente nelle mani dell'ente concedente attraverso un controllo gestionale e finanziario stringente sull'attività della società affidataria: la quale, a sua volta, è istituzionalmente destinata in modo assorbente ad operare in favore di questo (TAR Friuli Venezia Giulia,
sentenza 10.01.2007 n. 13 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

AMBIENTE-ECOLOGIARifiuti - Gestione di rifiuti - Abbandono di rifiuti o deposito incontrollato di rifiuti - Responsabilità proprietario terreno - Condotta omissiva.
In tema di gestione di rifiuti, la consapevolezza da parte del proprietario del fondo dell'abbandono sul medesimo di rifiuti da parte di terzi non è sufficiente ad integrare il concorso nel reato di cui all'art. 51, comma secondo, del decreto legislativo 05.02.1997 n. 22, (abbandono o deposito incontrollato di rifiuti), atteso che la condotta omissiva può dare luogo ad ipotesi di responsabilità solo nel caso in cui ricorrano gli estremi del comma secondo dell'art. 40 c.p., ovvero sussista l'obbligo giuridico di impedire l'evento (Cassazione Sezione III, n. 32158/2002; 01/07/2002 - 26/09/2002, Ponzio, RV. 222420).
Rifiuti - Smaltimento di rifiuti - Abbandono o deposito incontrollato di rifiuti - Responsabilità proprietario terreno - Comportamento omissivo - Specifico obbligo giuridico di impedire l'evento - Necessità - Fattispecie.
Anche in materia ambientale un dato comportamento omissivo acquista il connotato dell'antigiuridicità solamente in funzione di una norma che imponga al soggetto di attivarsi per impedire l'evento naturalistico di lesione dell'interesse tutelato.
Tale posizione è configurabile nei confronti del produttore dei rifiuti il quale è tenuto a vigilare che propri dipendenti o altri sottoposti o delegati osservino le norme ambientalistiche, dovendosi intendere produttore di rifiuti, ai sensi dell'art. 6, comma 1, lett. b), del d.lgs. 05.02.1997 n. 22, non soltanto il soggetto dalla cui attività materiale sia derivata la produzione dei rifiuti, ma anche il soggetto al quale sia giuridicamente riferibile detta produzione ed a carico del quale sia quindi configurabile, quale titolare di una posizione definibile come di garanzia, l'obbligo, sancito dall'art. 10, comma 1, del citato decreto, di provvedere allo smaltimento dei detti rifiuti nei modi prescritti.
Nella specie, non è stato ravvisato concorso nel reato, potendosi, quello esterno materiale, realizzare con condotta commissiva mediante cogestione di fatto o morale (istigazione, rafforzamento, agevolazione) ovvero con condotta omissiva ma sempre che il non agere s'innesti in uno specifico obbligo giuridico di impedire l'evento [Cass. Sez. I, n. 12431/1995, 17/11/1995-15/12/1995, Insinna, RV. 203332], sicché erroneamente è stato ritenuto che integri il reato contestato la condotta del proprietario di un terreno che abbia omesso d'impedire che sul proprio fondo non recintato terzi realizzassero un deposito incontrollato di rifiuti (Corte di Cassazione, Sez. III penale,
sentenza 09.01.2007 n. 137 - link a www.ambientediritto.it).

APPALTI SERVIZI: Sull'affidamento diretto di un servizio pubblico locale. Interesse a ricorrere e requisiti del controllo analogo.
Deve essere riconosciuto l'interesse strumentale a ricorrere in capo a qualsiasi imprenditore del settore e potenziale concorrente, che contesti il modulo organizzativo di affidamento diretto di un servizio pubblico o di individuazione di un partner in società miste, in assenza di gara.
In base all'art. 113, V c., lett. c), del D. Lgs. n. 267 del 2000, anche la gestione dei servizi di rilevanza economica può essere affidata senza gara "a società a capitale interamente pubblico", pur se a "a condizione che l'ente o gli enti pubblici titolari del capitale sociale esercitino sulla società un controllo analogo a quello esercitato sui propri servizi e che la società realizzi la parte più importante della propria attività con l'ente o gli enti pubblici che la controllano" (c.d. affidamento "in house providing").
In caso di servizio gestito col metodo del c.d. "in house providing", è quindi preliminarmente necessario stabilire con precisione cosa si intenda per controllo analogo. Per "controllo analogo" deve intendersi, un rapporto equivalente, ai fini degli effetti pratici, ad una relazione di subordinazione gerarchica; tale situazione si verifica quando sussiste un controllo gestionale e finanziario stringente dell'ente pubblico sull'ente societario, che non può sussistere, in particolare, quando la partecipazione dell'Ente pubblico alla società sia meramente simbolica.
Nel caso di specie, al momento dell'affidamento diretto del servizio di nettezza urbana il comune deteneva solo l'1 % del capitale sociale, e la partecipazione non può che ritenersi simbolica, con impossibilità di esercizio di un controllo equivalente a quello di subordinazione gerarchica (TAR Lazio-Roma, Sez. II-ter,
sentenza 09.01.2007 n. 72 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

APPALTI SERVIZI: L'affidamento del servizio illuminazione elettrica votiva aree cimiteriali è una concessione di un pubblico servizio.
Non possono partecipare alle gare per l'affidamento del servizio di illuminazione votiva le società di persone.

L'affidamento del servizio illuminazione elettrica votiva aree cimiteriali è una concessione di un pubblico servizio come riconosciuto dal Consiglio Stato che, con sentenza 07.04.2006, n. 1893, ha espressamente affermato che tra i servizi pubblici locali, "rientra pacificamente quello diretto ad assicurare la illuminazione votiva dei cimiteri".
Poiché, infatti, il servizio di cui si tratta è a carico degli utenti, si applica nella specie la differenza elaborata fra appalto e concessione di pubblici servizi e consistente nel fatto che mentre nel primo si prevede un corrispettivo che è pagato direttamente dall'amministrazione aggiudicatrice al prestatore di servizi; nella concessione la remunerazione del prestatore di servizi proviene non già dall'autorità pubblica interessata, bensì dagli importi versati dai terzi per l'utilizzo del servizio, con la conseguenza che il prestatore assume il rischio della gestione dei servizi in questione;
Peraltro, in tal caso, ai sensi dell'art. 113, c. 5, lett. a), del d.lgs. n. 267 del 2000. il "conferimento della titolarità del [pubblico] servizio può avvenire esclusivamente:
a) a società di capitali individuate attraverso l'espletamento di gare con procedure ad evidenza pubblica;
b) a società a capitale misto pubblico privato nelle quali il socio privato venga scelto attraverso l'espletamento di gare con procedure ad evidenza pubblica che abbiano dato garanzia di rispetto delle norme interne e comunitarie in materia di concorrenza secondo le linee di indirizzo emanate dalle autorità competenti attraverso provvedimenti o circolari specifiche;
c) a società a capitale interamente pubblico a condizione che l'ente o gli enti pubblici titolari del capitale sociale esercitino sulla società un controllo analogo a quello esercitato sui propri servizi e che la società realizzi la parte più importante della propria attività con l'ente o gli enti pubblici che la controllano"
.
Nella caso di specie la ricorrente, essendo una società di persone, non rientrava in alcuna delle tre ipotesi previste dal richiamato comma 5, lett. a), dell'art. 113 del d.lgs. n. 267 del 2000 e, conseguentemente non avrebbe potuto essere ammessa alla gara (TAR Lombardia-Milano, Sez. I,
sentenza 09.01.2007 n. 4 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

APPALTI: Carenza di interesse alla decisione del ricorso - Dichiarazione d’ufficio - Presupposti.
La carenza di interesse alla decisione del ricorso, proposto contro l’atto di aggiudicazione di una gara di appalto, può essere dichiarata d’ufficio quando il ricorrente non potrebbe, comunque, risultare aggiudicatario dell’appalto, anche nel caso di annullamento degli atti di gara (cfr. Cons. St., sez. V, 15.04.2004, n. 2138; Cons. St., sez. VI, 30.05.2003, n. 2994; Cons. St., sez. V, 25.01.2003, n. 355; Cons. St., sez. IV, 11.12.1998, n. 1629; Cons. St., sez. VI, 07.07.1995, n. 661).
Impresa priva di requisito - Esclusione - Clausole del bando - Requisiti finanziari e professionali - Par condicio tra i concorrenti.
Deve essere esclusa dalla selezione l’impresa priva del requisito, relativo al “possesso dei requisiti finanziari e professionali necessari per potere essere ammessa alla fase concorrenziale di attribuzione dei punteggi”, requisito richiesto dal bando a pena di esclusione (Cons. St., sez. IV, 12.06.2003, n. 3310).
La P.A. è, vincolata a dare attuazione alle clausole del bando, né nella specie poteva venire, comunque, in considerazione la possibilità di una successiva integrazione della dichiarazione, stanti, appunto, la dichiarazione resa dalla impresa e la previsione del bando a pena di esclusione.
Assenza dei requisiti di partecipazione - Soggetto legittimamente escluso - Interesse all’impugnazione - Annullamento degli atti di gara - Esclusione.
In materia di appalti, il soggetto legittimamente escluso o non ammesso ad una pubblica gara per l’assenza dei requisiti di partecipazione, non ha interesse all’impugnazione, in quanto non ha interesse a contestare l’aggiudicazione, non potendo trarre alcun vantaggio o beneficio dall’annullamento degli atti di gara e, pertanto, dedurre vizi attinenti la posizione dell’aggiudicatario (cfr. Cons. St., sez. VI; 10.10.2002, n. 5442; Cons. St., sez. V, 21.06.2002, n. 3391; Cons. St., sez. V, 17.04.2002, n. 2017; Cons. St., sez. V, n. 3166/2005) (Consiglio di Stato, Sez. V,
sentenza 08.01.2007 n. 16 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATABeni culturali e ambientali - Acqua - Tutela paesaggistica dei torrenti - Fascia di 150 m - Verifica di compatibilità dell'opera - Necessità - Art. 142, n. 1 codice dei beni culturali e del paesaggio.
Nell’ambito della tutela paesaggistica, l’assoggettamento alle disposizioni contenute nel codice dei beni culturali e del paesaggio dei torrenti "per una fascia di 150 mt.", di cui all'articolo 142, n. 1, del medesimo non implica l’inedificabilità assoluta, ma solo l'assoggettamento dell'intervento alla verifica di compatibilità dell'opera in relazione alla tutela del paesaggio (Consiglio di Stato, Sez. V,
sentenza 08.01.2007 n. 13 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA - LAVORI PUBBLICIRotatorie - Nozione - Soluzione per inconvenienti di visibilità e intersezioni stradale - Assimilazioni in via analogica agli incroci - Art. 24 c.d.s. D.L.vo n. 285/1992 e art. 60 reg. att..
Le rotatorie costituiscono una soluzione tecnica per ovviare proprio agli inconvenienti dalle intersezioni stradali e da quelle condizioni che ostacolano la visibilità da parte degli utenti della strada.
Tale diversa natura, pertanto, impedisce che, ai fini dell’applicazione delle regole sulla costruzione e sicurezza delle strade, le rotatorie vengano assimilate, in via di applicazione analogica, agli incroci (Consiglio di Stato, Sez. V,
sentenza 08.01.2007 n. 13 - link a www.ambientediritto.it).

LAVORI PUBBLICI: Partecipanti alla gara - Errore da fatto imputabile alla stazione appaltante - Condizione del bando o del disciplinare di gara - Processo di eterointegrazione - Attestazione SOA - Fattispecie - Lavori di urbanizzazione primaria - Art. 30 L. n. 109/1994.
In materia di appalti è illegittima l’esclusione quando l’errore in cui incorrono alcuni partecipanti alla gara non deriva da incuria dei medesimi ma da fatto imputabile alla stazione appaltante che non ha indicato quest’ultima condizione nel bando o nel disciplinare di gara.
Nella specie, l’onere che grava sulla stazione appaltante di indicare con chiarezza i termini e le condizione per la partecipazione alla gara non consente di pervenire ad una interpretazione del bando secondo la quale l’omissione sarebbe colmata, mediante un processo di eterointegrazione, con rinvio alla norma di legge (art. 30 della legge n. 109 del 1994) che circoscrive la facoltà di rilascio di cauzioni, nell’ambito delle procedure di affidamento di lavori pubblici, ai soli intermediari finanziari autorizzati.
L’omissione, semmai, rende illegittimo il bando di gara per violazione di una norma imperativa di legge. Ed è appunto a tale illegittimità che l’Amministrazione intimata ha inteso rimediare con un atto che, sia pur sotto la veste formale della richiesta di integrazione documentale, in realtà ha la sostanza di un atto di annullamento d’ufficio, che ha investito solo parzialmente gli atti di gara, cui, nel rispetto dei principi di economia procedimentale e di conservazione dei valori giuridici, è seguito l’invito a produrre la documentazione inizialmente non richiesta. Fattispecie: aggiudicazione della gara per la realizzazione dei lavori di urbanizzazione primaria (Consiglio di Stato, Sez. V,
sentenza 08.01.2007 n. 12 - link a www.ambientediritto.it).

APPALTI: Sulla facoltà della stazione appaltante di richiedere una integrazione documentale ai partecipanti alla gara non in regola.
L'Amministrazione può invitare le imprese con la documentazione non in regola (nel caso di specie, una polizza fideiussoria), a produrre una nuova e diversa cauzione, nel caso in cui l'omissione dei partecipanti alla gara ( presentazione di cauzione rilasciata da un intermediario finanziario iscritto nell'elenco speciale di cui all'art. 107 del d.lgs. 01.09.1993, n. 385, ma non autorizzato dal Ministero dell'Economia e delle Finanze) non è dovuta da incuria dei medesimi ma da fatto imputabile alla stazione appaltante che non aveva indicato quest'ultima condizione nel bando o nel disciplinare di gara.
Peraltro, l'onere che grava sulla stazione appaltante di indicare con chiarezza i termini e le condizione per la partecipazione alla gara non consente di pervenire ad una interpretazione del bando secondo la quale l'omissione sarebbe colmata, mediante un processo di eterointegrazione, con rinvio alla norma di legge (art. 30 della legge n. 109 del 1994) che circoscrive la facoltà di rilascio di cauzioni, nell'ambito delle procedure di affidamento di lavori pubblici, ai soli intermediari finanziari autorizzati.
L'omissione, semmai, rende illegittimo il bando di gara per violazione di una norma imperativa di legge (Consiglio di Stato, Sez. V,
sentenza 08.01.2007 n. 12 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

EDILIZIA PRIVATAMarciapiede - Vicolo chiuso - Nuovo assetto viario - Distanza - Eliminazione dei marciapiedi - Illegittimità - Parte integrante della strada - Pertinenza d’esercizio - Proprietà - Art. 24 D. L.vo 1992 n. 285 - Fattispecie.
Il marciapiede è una pertinenza d’esercizio della strada (articolo 24 del codice della strada emanato con decreto legislativo 30.04.1992 n. 285), che ne costituisce parte integrante.
Nella specie, l’apertura al transito di un vicolo chiuso realizza senz’altro, ai fini dell’applicazione della norma di piano regolatore sulla larghezza delle nuove strade, un nuovo assetto viario. Nel merito, è stata ritenuta palesemente irrazionale ed illegittima la scelta, di aprire al traffico un vicolo chiuso a prezzo dell’eliminazione dei marciapiedi e con la carreggiata rasente alle case.
Marciapiede - Parte integrante della strada - Pertinenza d’esercizio - Proprietà - Ente proprietario della strada - Art. 24 C.d.S..
Il marciapiede costituisce parte integrante della strada ed è una pertinenza d’esercizio (articolo 24 del codice della strada emanato con decreto legislativo 30.04.1992 n. 285), che pertanto si presume di proprietà dell’ente proprietario della strada (Consiglio di Stato, Sez. V,
sentenza 08.01.2007 n. 7 - link a www.ambientediritto.it).

APPALTI SERVIZI: Sull'illegittimità di un affidamento in house del servizio di raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti solidi urbani ad una spa intercomunale per la mancanza del requisito del controllo analogo.
E' illegittimo l'affidamento in house del servizio di raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti solidi urbani ad una spa intercomunale per violazione dell'articolo 113, c. 5, alinea "c" del tuel emanato con d.lvo 18.08.2000 n. 267, perché la suddetta spa non era una società sulla quale il comune esercita il "controllo analogo", previsto dalla disposizione di legge come una delle condizione per poterle affidare, senza gara, il servizio pubblico.
Lo statuto è quello di una normale società per azioni, nella quale i poteri appartengono agli organi sociali, e non è previsto nessun raccordo tra gli enti pubblici territoriali e la costituzione degli anzidetti organi: il presidente del Consiglio d'amministrazione e il direttore sono eletti dal Consiglio d'amministrazione, il quale a sua volta è nominato dall'assemblea senza vincoli di provenienza o di proposta, e la stessa assemblea è composta "dai soci" senza ulteriori specificazioni; del collegio sindacale è previsto solo che si compone di tre sindaci elettivi e due supplenti, che durano in carica tre anni e sono rieleggibili.
Gli enti pubblici soci, non sono neppur menzionati, e anzi una disposizione stabilisce che "Il Consiglio di Amministrazione è investito dei più ampi poteri per la gestione ordinaria e straordinaria della società ed ha facoltà di compiere tutti gli atti che ritenga opportuni per l'attuazione ed il raggiungimento degli scopi sociali, fatta eccezione soltanto per gli atti che a norma di legge e del presente statuto sono di competenza dell'Assemblea" (Consiglio di Stato, Sez. V,
sentenza 08.01.2007 n. 5 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

PUBBLICO IMPIEGOConcorsi pubblici: non occorre verbalizzare le risposte fornite nelle prove orali.
La Commissione esaminatrice, anche alla luce dell’art. 3 della legge 07.08.1990, n. 241, che prevede un obbligo di motivazione in occasione della valutazione dei pubblici concorsi, non è tenuta a trascrivere le risposte fornite dai candidati nelle prove orali, essendo sufficiente la verbalizzazione della concreta modalità di espletamento della prova, che può essere assolta anche con la semplice annotazione delle domande formulate al candidato (TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 03.01.2007 n. 14 - link a www.altalex.com).

EDILIZIA PRIVATA: Abusi edilizi - Condono - Rilascio della concessione in sanatoria - Non pregiudica i diritti dei terzi - Rilascio della concessione in presenza di una sentenza passata in giudicato che ordina la demolizione – Carattere eccezionale - Sentenza emessa in favore di terzi i cui diritti siano stati violati - Non consente il rilascio della concessione in sanatoria - Osservanza distanze legali tra le costruzioni – Necessità.
Il condono di un’opera eseguita abusivamente, o comunque in modo contrario alle norme urbanistiche, non fa sorgere alcun diritto nei confronti dei terzi in colui che ha ottenuto detto condono; pertanto, se l'opera è contraria a norme urbanistiche e lede diritti soggettivi di terzi, questi ultimi ben possono farli valere giudizialmente. Tale interpretazione trova conferma nella modificazione apportata all’originario testo dell’art. 39 della L. n. 724/1994, dalla L. n. 662/1996, che ha espressamente previsto che il rilascio della concessione in sanatoria non pregiudica i diritti del terzo, né comporta per esso alcuna limitazione.
In caso di opere abusive, l’art. 12-bis D.L. 12 n. 2/1988, convertito nella L. n. 68/1988, quale disposizione di interpretazione autentica, costituisce una norma del tutto singolare rispetto a quanto statuito dall’art. 43 della L. n. 47/1985, con la conseguenza che, non essendo quest’ultima applicabile per analogia, in quanto anch’essa norma eccezionale, non risulta richiamata nell’art. 39 comma 1, L. n. 724/1994, riferibile esclusivamente alla L. n. 47/1985, e quindi non può essere invocata per istanze e procedure in sanatoria presentate esclusivamente ai sensi della L. n. 724/1994.
Il giudicato in materia edilizia, con la quale si accerti la violazione di norme edilizie (nella fattispecie norme sulle distanze tra costruzioni), non può essere superato tramite una domanda di condono quando la sentenza passata in giudicato costituisca proprio lo strumento di tutela con il quale i terzi abbiano fatto valere le loro posizioni. Infatti, l’obbligo di rispettare le distanze legali deve essere osservato a maggior ragione nel caso di costruzioni abusive: pertanto, il proprietario del fondo contiguo, leso dalla violazione delle norme urbanistiche o dalla violazione delle distanze, ha il diritto di chiedere ed ottenere l'abbattimento o la riduzione a distanza legale della costruzione illegittima nonostante sia intervenuto il condono edilizio (Consiglio di Stato, Sez. VI,
sentenza 30.12.2006 n. 8262 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Sul requisito della regolarità contributiva ai fini della partecipazione alle gare.
Il requisito della regolarità contributiva, indispensabile per la partecipazione alle gare ad evidenza pubblica, può essere dimostrato dal cd. DURC, oltre che dai dati in possesso dell'Osservatorio sui LL.PP..
Peraltro, in base a quanto statuito dalla Corte di Giustizia nella decisione del 09.02.2006 (in cause C-226/04 e C-228/04), l'inadempimento agli obblighi di contribuzione in favore dei lavoratori deve essere stato "definitivamente accertato" in base alle procedure previste dal singolo Stato membro.
Inoltre, in base al combinato disposto fra l'art. 75 del DPR n. 554/1999 e l'art. 17 del DPR n. 34/2000 l'inadempimento deve altresì essere connotato da "gravità", per cui la semplice menzione nel DURC dell'assenza della regolarità contributiva non può condurre di per sé all'esclusione dell'impresa risultata non in regola (anche perché il documento di che trattasi non specifica nulla a proposito della definitività dell'accertamento) (TAR Puglia-Lecce, Sez. II,
sentenza 30.12.2006 n. 6103 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

APPALTI FORNITURE E SERVIZI: Sull'inapplicabilità della disciplina della revisione dei prezzi ai contratti della p.a. ad esecuzione periodica stipulati anteriormente all'entrata in vigore della l. n. 724/1994.
La disciplina della revisione dei prezzi dei contratti delle amministrazioni pubbliche ad esecuzione periodica o continuativa introdotta dall'art. 44, c. 4 della l. 23.12.1994, n. 724 (Misure per la razionalizzazione della finanza pubblica), non si applica ai contratti stipulati anteriormente all'entrata in vigore della legge.
L'intento del legislatore, con le regole del 1993-1994, è stato quello, con il divieto di rinnovo tacito dei contratti, di introdurre un controllo della utilità dei contratti di durata, in modo che si mantenessero conformi, nel tempo, ai parametri di spesa di riferimento.
Tanto che la norma in questione venne, appunto, inizialmente, accompagnata dalla facoltà di recesso della parte pubblica.
Una siffatta prescrizione in quanto comportante effetti sfavorevoli per il privato contraente non poteva che essere operante per i soli contratti da stipulare, nei quali il medesimo era reso avvertito della possibilità di un mutamento dei patti originari, ove alla revisione avesse voluto dar corso (Consiglio di Stato, Sez. V,
sentenza 28.12.2006 n. 8069 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

EDILIZIA PRIVATA: Autorizzazioni paesaggistiche - Annullamento dell’autorizzazione in sanatoria e del nulla osta paesaggistico – Mancanza della comunicazione dell’avvio del procedimento - Illegittimità della procedura.
La violazione dell’obbligo di comunicazione dell’avvio del procedimento sancito dagli artt. 7 e 11 della L. n. 241 del 1990 e, nel caso di specie, previsto per l’annullamento delle autorizzazioni paesaggistiche anche dal D.M. 13.06.1994 n. 495, rende illegittimo l’atto di annullamento dell’autorizzazione in sanatoria (della Soprintendenza), non contenendo né la notizia della trasmissione della pratica al Ministero dei beni e delle attività culturali, né la ricezione di una richiesta istruttoria ai fini del controllo.
Il soggetto interessato dal provvedimento di diniego non è stato messo nella condizione di far valere i propri diritti di accesso e di partecipazione. L’amministrazione, infatti, non ha predisposto nessun meccanismo procedurale o atto equipollente alla formale comunicazione dell’avvio del procedimento, che potesse consentire all’interessato la chiara percezione dell’avvio della fase del procedimento di annullamento del nulla osta paesaggistico (Consiglio di Stato, Sez. VI,
sentenza 27.12.2006 n. 7960 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Beni culturali e ambientali - Nullaosta paesaggistico per la realizzazione delle opere di urbanizzazione inerenti ad un piano di lottizzazione - Motivazione deducibile negli atti istruttori - Legittimità - Annullamento della Soprintendenza - Illegittimità.
E' legittimo il rilascio del nulla osta, confortato da un’adeguata istruttoria idoneamente esternata che rinvia espressamente agli atti allegati, in cui si rileva correttamente valutata la compatibilità paesaggistica dell’intervento, sia rispetto al vincolo precedentemente imposto e sia in generale.
Beni culturali e ambientali - Opere assentibili in “quadri naturali di particolare bellezza” - Limiti - Vincolo paesistico - Permanente immobilità del paesaggio - Esclusione - Teoria dello sviluppo controllato del territorio - Codice in materia di beni culturali e paesaggistici.
In materia di tutela paesistica, sono assentibili le opere che non interdicono con “quadri naturali di particolare bellezza” che hanno giustificato l’imposizione del vincolo paesistico di cui al D.M. del 1967.
In tale quadro si inserisce il potere ministeriale di cui alla legge n. 431 del 1985 (ora abrogata e penetrata nel nuovo codice in materia di beni culturali e paesaggistici), che l’ordinamento ha voluto porre ad estrema tutela e difesa dei vincoli paesaggistici, nonostante i valori paesaggistici fossero stati valutati nel procedimento di autorizzazione regionale.
Inoltre, nel caso in specie, sia i diversi provvedimenti di rilascio dei nullaosta per le opere realizzate nella zona vincolata, sia l’approvazione regionale del piano di lottizzazione integrano non solo l’originario provvedimento di vincolo, ma individuano, nell’ambito della cornice così delineata, quali sono le compatibilità per le ulteriori trasformazioni e per le ulteriori opere.
Questo è conforme al sistema della legge che in materia di tutela del paesaggio non è ispirato ad una permanente immobilità, quanto all’idea di favorire uno sviluppo controllato del territorio (Consiglio di Stato, Sez. VI,
sentenza 27.12.2006 n. 7945 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: Strada - Servitù di passaggio - Presupposti - Limiti - Dicatio ad patriam - Fattispecie.
Affinché una strada possa ricondursi fra quelle gravate da servitù anche di solo passaggio, è necessario che l’uso risponda alla necessità o alla utilità di una collettività di persone (C.d.S. Sezione V, 28.01.1998, n. 102).
Nella specie, il carattere “interno” dell’area esclude il presupposto in esame facendo concludere per una utilità limitata ai soli proprietari frontisti (quando l’uso avvenga in favore di soggetti considerati uti singuli, e non uti cives, non può darsi uso pubblico di passaggio né per usucapione di servitù, né per dicatio ad patriam: Cass. 21.05.2001, n. 6924; 13.02.2006, n. 3075) (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 18.12.2006 n. 7601 - link a www.ambientediritto.it).

APPALTI: La commissione di gara non deve motivare le ragioni del punteggio numerico attribuito.
Il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa, come disciplinato dalla normativa comunitaria e nazionale, non presuppone inderogabilmente una puntualizzazione dei criteri di valutazione delle offerte a tal punto dettagliati da predeterminare in maniera rigida e stringente il giudizio sulle singole voci, quasi a trasformarsi, anche con riferimento alla valutazione del merito tecnico, in un criterio automatico di selezione.
Il fatto che i criteri di valutazione siano stabiliti in maniera più o meno dettagliata non può avere alcuna interferenza con la modalità dell'espressione della motivazione, dato che il valore dei punteggi numerici non può variare a seconda della maggiore o minore specificità dei criteri di selezione adottati.
Ne consegue che la commissione di gara non deve motivare le ragioni del punteggio numerico attribuito (Consiglio di Stato, Sez. VI,
sentenza 18.12.2006 n. 7578 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

EDILIZIA PRIVATA: Beni culturali e ambientali - Tutela dei beni vincolati - Natura del reato - Art. 181, comma l, del D.Lgs. n. 42/2004 - Art. 161 D.Lgs. n. 490/1999.
In materia di tutela dei beni culturali e ambientali, il reato di cui all’art. 161 D.Lgs. n. 490/1999 (attualmente art. 181, comma l, del D.Lgs. n. 42/2004) non è un "reato proprio” e non ha come destinatari soltanto i proprietari del bene vincolato ed i soggetti a questi equiparati, ovvero i committenti di "lavori di qualsiasi genere su beni paesaggistici".
Esso può essere anche commesso, invece, da qualsiasi altro soggetto che, pur non essendo titolare di poteri o facoltà sul bene protetto, può di fatto, con il proprio comportamento, modificare la condizione materiale o giuridica dello stesso nel senso vietato dalla norma.
Questa, infatti, è rivolta a "chiunque" trasgredisca le disposizioni poste a tutela degli immobili vincolati e, quindi, anche al terzo che non si ponga in rapporto qualificato (sia pure di mero possesso) con la cosa.
Beni culturali e ambientali - Condono Edilizio - Presupposti inesistenti - Sanatoria - Sospensione del procedimento penale - Esclusione - Art. 101 del D.P.R. n. 380/2001 (già art. 26 L. n. 64/1974).
Quando non sussistano i presupposti del condono edilizio, non solo non può essere applicata la sanatoria ma neppure può ritenersi la sospensione del procedimento penale (con le ovvie conseguenze con riguardo alla prescrizione del reato) e ciò indipendentemente dal fatto che il giudice abbia disposto o negato la sospensione del procedimento dovendosi nel primo caso ritenere la sospensione inesistente (Ric. Sadini. Corte di Cassazione Sezioni Unite 24.11.1999, sentenza n. 22) (Corte di cassazione, Sez. III penale,
sentenza 12.12.2006 n. 40434 - link a www.ambientediritto.it).

APPALTIL’esclusione negli appalti pubblici per errore grave.
La normativa avente ad oggetto l’errore grave ha la finalità di voler assicurare all’amministrazione appaltante garanzie sulla piena affidabilità dell’impresa.
La sentenza in commento rileva che tale profilo deve essere accertato in maniera particolarmente rigorosa tramite un giudizio complessivo che valuti l’affidabilità e la capacità tecnica dell’impresa.
Tale giudizio deve essere validamente motivato, poiché la partecipazione alle gare rientra tra le fattispecie inerenti a diritti garantiti la cui compressione può avvenire solamente limitando la discrezionalità dell’amministrazione, conseguentemente per tale ragione è richiesta una motivazione adeguata ed appropriata ... (
TAR Lazio-Roma, Sez. I-ter, sentenza 12.12.2006 n. 14212 - link a www.altalex.com).

APPALTI: Ha valenza di vizio procedimentale insanabile l'apertura delle buste contenenti la offerta tecnica prima della fissazione dei criteri di valutazione.
Ha valenza di vizio procedimentale insanabile (anche a prescindere dall'esame delle ricadute concrete sull'attribuzione del punteggio alle ditte offerenti, salva la prova della resistenza) la interversione delle operazioni di apertura delle buste contenenti la offerta tecnica rispetto alla fissazione dei criteri o subcriteri valutativi da parte dell'Organo tecnico chiamato ad elaborarli.
In tale evenienza, infatti, è fin troppo evidente che nella formulazione dei criteri valutativi i membri del Seggio di gara possono essere influenzati dalla conoscenza previa delle effettiva consistenza delle offerte delle ditte, sì da orientare la selezione e la stessa graduazione dei subcriteri tra i partecipanti in funzione della differente modulazione di ciascuna offerta, in modo da condizionare l'esito della gara (TAR Puglia-Lecce, Sez. II,
sentenza 11.12.2006 n. 5845 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

APPALTI: Sull'avvalimento negli appalti pubblici: allegazioni necessarie in sede di gara.
Negli appalti pubblici, al fine di dimostrare il requisito richiesto in sede di gara, è possibile l'avvalimento soltanto qualora l'impresa alleghi le dichiarazioni previste dalle disposizioni di cui alla direttiva CE-18/2004 e alla Direttiva CE-17/2004.
In ogni caso, in un appalto di fornitura l'avvalimento avrebbe ragione di essere nei confronti di una ditta ausiliaria che abbia svolto in passato attività di fornitura (e non di intermediazione fra produttore e utilizzatore finale) non nei confronti di una ditta ausiliaria produttrice (TAR Puglia-Lecce, Sez. II,
sentenza 11.12.2006 n. 5841 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

PUBBLICO IMPIEGOMobilità tra pubbliche amministrazioni e trattamento economico accessorio.
Il trattamento economico accessorio, avente carattere precario ed accidentale e non connotato dal carattere di fissità e continuità, non può essere mantenuto nel passaggio in mobilità tra pubbliche amministrazioni (Consiglio di Stato, adunanza plenaria, decisione 11.12.2006 n. 14 - link a www.altalex.com).

EDILIZIA PRIVATA: Esecuzione ordine di demolizione e sanatoria - Procedura di sanatoria e rilascio della concessione - Revoca in sede esecutiva - Giudice dell’esecuzione - Controllo della legittimità dell’atto concessorio - Necessità - Requisiti di forma e di sostanza - Verifica. Art. 7, L. n. 47/1985.
In materia di abusivismo edilizio e relativa sanatoria, l’esecutività dell’ordine di ripristino adottato ai sensi dell’art. 7, ultimo comma, della legge 28.02.1985, n. 47, e la vincolatività del relativo comando imposto al soggetto destinatario vengono meno una volta che sia stata definita la procedura di sanatoria con il rilascio della concessione, la quale, comportando la regolarizzazione dal punto di vista amministrativo dell’opera abusiva, rende incompatibile la sopravvivenza della misura sanzionatoria e ne giustifica la revoca in sede esecutiva.
Tuttavia, tale revoca non è, automatica giacché, prima di disporla, il giudice dell’esecuzione è tenuto a controllare la legittimità dell’atto concessorio sotto il duplice profilo della sussistenza dei presupposti per la sua emanazione e dei requisiti di forma e di sostanza richiesti dalla legge per il corretto esercizio del potere di rilascio.
Domanda di condono - Soggetto legittimato alla proposizione della domanda - Limiti ex Art. 39, L. 724/1994 - Concedibilità della sanatoria - Considerazione delle singole parti dell’edificio in luogo dell’intero complesso edificatorio - Esclusione.
Ai fini della individuazione dei limiti stabiliti dall’art. 39 della legge 23.12.1994, n. 724, per la concedibilità della sanatoria, ogni edificio va inteso quale complesso unitario che fa capo ad unico soggetto legittimato alla proposizione della domanda di condono, con la conseguenza che le eventuali singole istanze presentate in relazione alle singole unità che compongono tale edificio devono riferirsi ad un’unica concessione in sanatoria, che riguarda l’edificio nella sua totalità, e ciò in quanto la ratio della norma è di non consentire l’elusione del limite legale (750 mc.) di consistenza dell’opera per la concedibilità della sanatoria, attraverso la considerazione delle singole parti in luogo dell’intero complesso edificatorio (cfr. Cass. Sez. III, 26.04.1999, La Mantia, m. 214.280; Sez. III, 19.04.2005, Merra, m. 231.643).
Domanda di sanatoria - Principio della considerazione unitaria dell'opera - Concetto normativo di ultimazione ai fini della sanatoria.
Il principio della considerazione unitaria dell'opera cui si riferisce la sanatoria, al quale si uniforma la disciplina dettata sotto il profilo soggettivo dall’art. 39 legge 23.12.1994, n. 724 in relazione all’art. 38, comma 2, ultima parte, e 5, legge 28.02.1985, n. 47, si trova già affermato, sotto il profilo oggettivo, nell’art. 31, comma 2, della stessa legge 28.02.1985, n. 47, laddove si fa riferimento ai concetti paralleli di esecuzione del rustico e di completamento della copertura per gli edifici destinati alla residenza (vale a dire, ad abitazione) e di completamento funzionale per le opere interne agli edifici suddetti, già esistenti, e per quelle non destinate alla residenza per escludere la possibilità di scindere l'edificio negli elementi che lo compongono (rispettivamente, piani, appartamenti e singole opere nell’ambito di un complesso funzionale in corso di realizzazione) in rapporto al concetto normativo di ultimazione ai fini della sanatoria di singole parti dell’immobile completate entro il termine utile di legge (Corte di cassazione, Sez. III penale,
sentenza 06.12.2006 n. 40183 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ristrutturazione attuata attraverso demolizione e ricostruzione - Manufatto nuovo e diverso rispetto al precedente in assenza del prescritto titolo abilitante - Demolizione delle opere abusive - Difformità totale e parziale - Art. 10, 1° c. - lett. c), del T.U. n. 380/2001, mod. dal D.Lgs. n. 301/2002.
La difformità totale si verifica, allorché si costruisca «aliud pro alio e ciò è riscontrabile allorché i lavori eseguiti portino alla realizzazione di opere non rientranti tra quelle consentite, che presentino, nel rapporto proporzionale, una difformità quantitativa tale da acquistare una sostanziale autonomia rispetto ad esse.
Mentre, la difformità parziale si riferisce, ad ipotesi tra le quali possono farsi rientrare gli aumenti di cubatura o di superficie di scarsa consistenza, nonché le variazioni relative a parti accessorie che non abbiano specifica rilevanza e non siano suscettibili di utilizzazione autonoma.
Opere eseguite in totale difformità dal titolo abilitante - Art. 31 del T.U. n. 380/2001 - L. n. 47/1985.
A norma dell’art. 31 del T.U. n. 380/2001 (e già dell’art. 7 della legge n. 47/1985), devono ritenersi eseguite in totale difformità dal titolo abilitante quelle opere “che comportano la realizzazione di un organismo edilizio integralmente diverso per caratteristiche tipologiche, planovolumetriche o di utilizzazione da quello oggetto del permesso stesso, ovvero l’esecuzione di volumi edilizi oltre i limiti indicati nel progetto e tali da costituire un organismo edilizio o parte di esso con specifica rilevanza ed autonomamente utilizzabile”.
Ristrutturazioni edilizie - Denunzia di inizio attività - Variazione del carico urbanistico - Esclusione - Edificio esistente - Interventi di ristrutturazione edilizia che comportino integrazioni funzionali o strutturali - Modifiche del volume - Permesso di costruire.
Le ristrutturazioni edilizie di portata minore, sono sempre realizzabili previa mera denunzia di inizio attività, cioè quelle, che determinano una semplice modifica dell’ordine in cui sono disposte le diverse parti che compongono la costruzione, in modo che, pur risultando complessivamente innovata, questa conserva la sua iniziale consistenza urbanistica (diverse da quelle, descritte dall’art. 10, 1° comma - lett. c), che comportano invece una variazione del carico urbanistico).
Inoltre, sono realizzabili, in seguito a permesso di costruire ovvero (a scelta dell‘interessato) previa mera denunzia di inizio attività interventi di ristrutturazione edilizia che comportino integrazioni funzionali o strutturali dell’edificio esistente, pure con incrementi limitati di superficie e di volume. Pertanto, le «modifiche del volume” previste dall’art. 10 possono consistere, in diminuzioni o trasformazioni dei volumi preesistenti ed in incrementi volumetrici modesti (tali da non configurare apprezzabili aumenti di volumetria) poiché, qualora si ammettesse la possibilità di un sostanziale ampliamento dell’edificio, verrebbe meno la linea di distinzione tra “ristrutturazione edilizia» e "nuova Costruzione”.
Nozione di "ristrutturazione edilizia" - Fattispecie.
L’art. 3, 1° comma, lett. d), del TU. a 380/2001, come modificato dal D.Lgs. a 301/2002, ha esteso, la nozione di "ristrutturazione edilizia" ricomprendendovi pure gli interventi ricostruttivi “consistenti nella demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria e sagoma di quello preesistente fatte salve le sole innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica”.
Volumetria e sagoma, debbono rimanere identiche nei casi di ristrutturazione attuata attraverso demolizione e ricostruzione mentre non si pongono come limiti per gli interventi di ristrutturazione che non comportino la previa demolizione. Nella specie, il risultato finale dell’attività demolitoria-ricostruttiva non coincideva nella volumetria e nella sagoma con l’edificio precedente (Corte di Cassazione, Sez. III penale,
sentenza 06.12.2006 n. 40173 - link a www.ambientediritto.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Rifiuti – Bonifiche - Siti inquinati - Ordinanza ingiunzione ex art. 14, D.Lgs. n. 22/1997 – Competenza del Dirigente – Obbligo dell’Amministrazione di dar conto della reale sussistenza della colpa in capo al soggetto corresponsabile dell’illecito - Ordinanza ingiunzione nei confronti del proprietario del terreno per colpevole omessa vigilanza in pendenza del contratto di affitto – Illegittimità per carenza di motivazione.
In ordine all’emissione dell'ordinanza con la quale l'amministrazione comunale ingiunge di provvedere alla bonifica di un sito inquinato sussiste la competenza del Dirigente, e non del Sindaco, in applicazione dei poteri di cui all'art. 14, D.Lgs. n. 22/1997, poiché tale norma va coordinata con le successive disposizioni sul riparto di competenze tra organi di indirizzo politico e organi burocratici, e in particolare con l’art. 107, commi 2 e 5, del D.Lgs. n. 267/2000.
In tema di ingiunzione a provvedere alla bonifica di un sito inquinato, spetta in ogni caso all’Amministrazione dare adeguato conto della reale sussistenza della colpa in capo al soggetto che si assume corresponsabile dell’illecito, evidenziandone gli aspetti in tal senso significativi.
Ne consegue che è illegittima l’ordinanza ingiunzione emessa nei confronti del proprietario di un terreno, per colpevole omessa vigilanza in ordine a quanto avvenuto su di esso, in pendenza di un contratto di affitto, laddove resta indeterminato come il locatore –ove anche a conoscenza della reale natura delle operazioni ivi compiute– potesse concretamente intervenire sulle modalità di esercizio dell’attività o comunque impedirne la prosecuzione (TAR Emilia Romagna-Parma,
sentenza 06.12.2006 n. 587 - link a www.giustizia-amministrativa.it)..

AMBIENTE-ECOLOGIA: Aria - Inquinamento acustico - Ordinanza di contenimento e riduzione delle emissioni sonore - Natura - Provvedimento contingibile e urgente - Art. 9 L. 447/1995 - Competenza del Sindaco – Ammissibilità dell’ordinanza nei casi in cui il rumore minacci la salute pubblica - Criterio dei valori limite differenziali di immissione - Operatività anche nei Comuni privi della “zonizzazione acustica”.
Le ordinanze con le quali viene esercitato il potere di disporre temporaneamente speciali forme di contenimento e riduzione delle emissioni sonore inquinanti hanno natura di provvedimenti contingibili e urgenti, sia per l’ontologica temporaneità delle misure adottabili, sia per il carattere innominato ed atipico delle misure stesse, e sono riservate alla competenza del Sindaco, nei casi di inquinamento acustico che riguardano aree ricadenti nel territorio comunale.
L’art. 9 primo comma della legge quadro sull’inquinamento acustico n. 447 del 1995 non può essere riduttivamente inteso come una mera riproduzione del generale potere di ordinanza contingibile ed urgente tradizionalmente riconosciuto dal nostro ordinamento giuridico al Sindaco in materia di sanità ed igiene pubblica.
L’utilizzo del particolare potere di ordinanza contingibile ed urgente è consentito allorquando, secondo gli appositi accertamenti tecnici effettuati, sussista una minaccia per la salute pubblica, non presupponendo necessariamente che la situazione di pericolo coinvolga l’intera collettività, bensì anche laddove sia in discussione la salute di una singola famiglia o di una sola persona.
Il criterio dei valori limite differenziali di immissione è pienamente operativo anche nei Comuni privi della “zonizzazione acustica”, in perfetta rispondenza allo spirito della vigente normativa in tema di inquinamento acustico, oltre che ai principi costituzionali ed alla ragionevolezza (TAR Puglia-Lecce, Sez. I,
sentenza 04.12.2006 n. 5639 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA - LAVORI PUBBLICIStrada vicinale: circostanze e requisiti per l’attribuzione del carattere pubblico.
La iscrizione di una strada vicinale nell’elenco delle strade di uso pubblico del Comune comporta una presunzione di pubblicità della strada stessa che può essere superata solo con l’accertamento in sede giudiziaria civile della sua natura privata.
In primo luogo si deve precisare che l’utilizzo della strada sia per il transito pedonale che con mezzi a motore, anche se si ritiene che sia necessario percorrerla con fuoristrada o con mezzi agricoli, non esclude la transitabilità e anche se la strada, ove sottoposta ad idonei interventi di manutenzione, potrebbe consentire il suo utilizzo anche con autoveicoli ordinari.
In secondo luogo, la strada vicinale consente un collegamento più breve, anche se al momento come si è detto non agevole ma pur sempre alternativo.
La circostanza che alcuni appezzamenti di terreno di proprietà di terzi siano raggiungibili con la vicinale depone ulteriormente per il suo carattere pubblico
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 01.12.2006 n. 7081 - link a www.altalex.com).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Acque – Scarichi - Reflui depurati - Autorizzazione – Ammissibilità di metodologie finalizzate alla prevenzione del rischio ambientale - Prescrizione che imponga la sospensione dell’attività per il caso di mancato funzionamento degli strumenti di controllo - Illegittimità -Sospensione dell'autorizzazione - Preventiva diffida al titolare dello scarico - Necessità.
Le prescrizioni contenute nell’autorizzazione allo scarico dei reflui depurati rientrano nell’esercizio del potere tecnico discrezionale dell’Amministrazione, che può essere oggetto di sindacato giurisdizionale solo sotto il profilo dell’erroneità, illogicità o contraddittorietà manifesta. Le condizioni e le prescrizioni in linea con le finalità perseguite dal D.Lgs. n. 152/1999 (ora D.Lgs. n. 152/2006), che richiedano l’attivazione di metodologie finalizzate alla prevenzione del rischio ambientale, di fronte alla potenziale pericolosità dei reflui della produzione industriale dell’azienda interessata, sfuggono ai vizi sopraindicati.
Il pericolo di danno all’ambiente e alla salute non è correlato alle avarie degli strumenti e delle apparecchiature di controllo, bensì al funzionamento dell’impianto di depurazione, in ordine al quale l’Amministrazione può effettuare i relativi controlli.
E’ pertanto illegittima la prescrizione che imponga la sospensione dell’attività industriale nel caso di mancato funzionamento degli strumenti e delle apparecchiature di controllo dei reflui.
È illegittimo il provvedimento di sospensione del rinnovo dell’autorizzazione allo scarico adottato dal Comune in difetto di una preventiva diffida ad eliminare le irregolarità riscontrate, in quanto essa è esplicitamente richiesta dall’art. 51 del D.Lgs. n. 152/1999 (TAR Sicilia-Palermo, Sez. I,
sentenza 01.12.2006 n. 3254 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

VARI: La vendita del fondo comporta anche il trasferimento dell’edificio ivi presente.
La compravendita di un terreno su cui insistano delle costruzioni comporta, per il principio della accessione, il trasferimento anche dei suddetti immobili, anche se non espressamente menzionati nell’atto, salvo che il venditore, contestualmente alla cessione o meno, non costituisca su di essi un diritto di superficie a favore proprio o di terzi (Corte di Cassazione, Sez. II civile, sentenza 24.11.2006 n. 24679 - link a www.altalex.com).

EDILIZIA PRIVATA: Accertamento di conformità: legittimazione a proporre istanza.
Ai sensi dell’art. 13 della legge n. 47/1985, la dichiarazione di conformità disciplinata dalla norma e della cui applicazione è stata fatta questione nella specie prevede che la sanatoria ivi disciplinata sia accordata al "responsabile dell’abuso".
La norma, quindi, a differenza di quanto previsto dall’art. 4 della legge n. 10 del 1977 (invocato dai primi giudici) non trova applicazione solo in presenza di una domanda avanzata dal proprietario o da altro titolare di diritto reale in quanto l’abuso sia al medesimo ascrivibile, ma anche in presenza della domanda avanzata da colui che, dell’abuso, è comunque responsabile in quanto, sanato l’abuso, non potrebbe essere più chiamato a rispondere sul piano sanzionatorio penale e/o amministrativo.
Responsabile dell’abuso può essere non solo il proprietario o altro soggetto che vanti, sull’area, un diritto reale o obbligatorio, ma anche, ad esempio, il titolare o altro responsabile dell’impresa realizzatrice dei lavori, come anche altri soggetti che, in relazione al loro rapporto privilegiato o comunque qualificato con il bene (in quanto, ad esempio, legittimi detentori o possessori dello stesso), possano avere avuto la possibilità di realizzare l’abuso, così assumendosene la responsabilità
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 23.11.2006 n. 6909 - link a www.altalex.com).

EDILIZIA PRIVATA: Accertamento di conformità: legittimazione a proporre istanza.
Ai sensi dell’art. 13 della legge n. 47/1985, la dichiarazione di conformità disciplinata dalla norma e della cui applicazione è stata fatta questione nella specie prevede che la sanatoria ivi disciplinata sia accordata al "responsabile dell’abuso".
La norma, quindi, a differenza di quanto previsto dall’art. 4 della legge n. 10 del 1977 (invocato dai primi giudici) non trova applicazione solo in presenza di una domanda avanzata dal proprietario o da altro titolare di diritto reale in quanto l’abuso sia al medesimo ascrivibile, ma anche in presenza della domanda avanzata da colui che, dell’abuso, è comunque responsabile in quanto, sanato l’abuso, non potrebbe essere più chiamato a rispondere sul piano sanzionatorio penale e/o amministrativo.
Responsabile dell’abuso può essere non solo il proprietario o altro soggetto che vanti, sull’area, un diritto reale o obbligatorio, ma anche, ad esempio, il titolare o altro responsabile dell’impresa realizzatrice dei lavori, come anche altri soggetti che, in relazione al loro rapporto privilegiato o comunque qualificato con il bene (in quanto, ad esempio, legittimi detentori o possessori dello stesso), possano avere avuto la possibilità di realizzare l’abuso, così assumendosene la responsabilità
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 23.11.2006 n. 6906 - link a www.altalex.com).

EDILIZIA PRIVATASui mutamenti di destinazione d’uso di fabbricati in zona agricola.
Le particelle interessate da un intervento di cambiamento dell’uso di una porzione di immobile su di esse insistente (da residenza civile ad attività artigianale, gommista) ed inserite in zona "E1 agricola" (nella quale è prevista la realizzazione di immobili ad uso di residenza o di servizi strettamente legati al fondo agricolo) vedono preclusa la realizzazione di immobili per lo svolgimento di attività artigianale, per cui la stessa destinazione non può essere ottenuta in sede di cambio d’uso (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 17.11.2006 n. 2059 - link a www.altelex.com).

CONSIGLIERI COMUNALI: Consigliere comunale non può impugnare gli atti emessi dall’ente di appartenenza.
Va esclusa la legittimazione dei consiglieri comunali a impugnare in sede giurisdizionale un atto emesso da un organo dello stesso ente al quale appartengono i ricorrenti (Sindaco, Giunta comunale e Consiglio comunale), a eccezione dei casi in cui le censure proposte siano rivolte a contestare lesioni della propria sfera giuridica o della propria posizione all’interno dell’organo o dell’ente medesimo, ovvero a contestare la modifica della composizione dell’organo e il relativo funzionamento ma sempre in relazione a un interesse connesso alla propria sfera giuridica o alla propria posizione all’interno dell’organo o dell’ente (TAR Veneto, Sez. I, sentenza 08.11.2006 n. 3749 - link a www.altalex.com).

EDILIZIA PRIVATA: Concessione edilizia: quali sono i termini per impugnarla?
In primo luogo, ai fini della decorrenza del termine per l’impugnazione di una concessione edilizia occorre la sua piena conoscenza, che si verifica con la consapevolezza del contenuto specifico della concessione o del progetto edilizio, ovvero quando la costruzione realizzata rivela in modo certo ed in equivoco le essenziali caratteristiche dell’opera e l’eventuale non conformità della stessa alla disciplina urbanistica.
In secondo luogo, la prova della piena ed effettiva conoscenza della concessione edilizia può essere desunta anche da elementi presuntivi, come l’intervenuta ultimazione dei lavori o almeno quando questi siano giunti ad un punto tale che non si possa avere più alcun dubbio sulla consistenza, entità e sulla reale portata dell’intervento edilizio assentito
In ogni caso, la individuazione della data in cui i terzi hanno avuto piena conoscenza dell’esistenza delle violazioni della disciplina urbanistica costituisce oggetto di un accertamento di fatto da compiersi caso per caso, per cui può ben ammettersi che la data della piena conoscenza possa risalire ad un momento anteriore a quello dell’ultimazione dei lavori, ogni qualvolta, dalle circostanze del caso di specie, emerga effettivamente una conoscenza anticipata
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 31.10.2006 n. 6465 - link a www.altalex.com).

EDILIZIA PRIVATA: Mutamento di destinazione con concessione se aumenta il carico urbanistico.
Trattandosi di lavori di "ristrutturazione" incidenti sui volumi preesistenti e sul carico urbanistico, la concessione edilizia era necessaria, non esistendo nell’ordinamento alcuna norma di "liberalizzazione" delle opere di "ristrutturazione edilizia".
Del resto -trattandosi nel caso specifico, della trasformazione di un edificio originariamente destinato a scopi agricoli e a deposito di acqua in un complesso commerciale destinato alla vendita all’ingrosso del legname- non si vede come l’anzidetta attività commerciale di pezzi ingombranti, trasportabili solo con mezzi pesanti, possa non incidere sul traffico cittadino (e quindi sul carico urbanistico) in una zona assai delicata della città, qual è quella del "centro storico"
(C.G.A., Sez. Giurisdizionale, sentenza 27.10.2006 n. 667 - link a www.altalex.com).

ATTI AMMINISTRATIVI: Annullabilità del provvedimento esclusa se il contenuto non poteva esser diverso.
Ai sensi dell’art. 21-octies della legge n. 241/1990 (modificata dalla legge n. 15/2005), il provvedimento viziato nella forma o nel procedimento, ovvero per mancato avviso di avvio del procedimento stesso, che non avrebbe potuto avere contenuto diverso, non è assoggettato a un regime di invalidità o irregolarità diverso da quello ordinario, ma è considerato dalla legge non annullabile (Consiglio di Stato, Sez. VI, decisione 17.10.2006 n. 6194 - link a www.altalex.com).

CONSIGLIERI COMUNALI: Dimissioni dei consiglieri comunali e scioglimento del consiglio.
Il legislatore ha inteso prevalentemente garantire che l’atto di dimissioni, destinato a produrre lo scioglimento, sia sorretto effettivamente da una volontà tipica, quella, appunto, di pervenire alla dissoluzione dell’organo rappresentativo, e, a tal fine ha imposto l’obbligo della contestualità se le dimissioni sono raccolte in un documento unico, o della contemporaneità, se sono stati redatti più documenti (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 09.10.2006 n. 6006 - link a www.altalex.com).

ENTI LOCALI: Difensore civico regionale ed intervento sostitutivo.
Un difensore civico regionale qualora un comune ritardi nella nomina del difensore civico comunale può legittimamente esercitare il potere sostitutivo provvedendo esso stesso, dopo aver assegnato un termine al comune, alla nomina del difensore civico locale (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 02.10.2006 n. 5706 - link a www.altalex.com).

EDILIZIA PRIVATA: Beni culturali e ambientali - Vincolo di rimboschimento - Obbligo di rimboschimento - Assimilazione ai boschi.
L’assimilazione ai boschi dei fondi gravati dall’obbligo di rimboschimento richiede la sola presenza del provvedimento amministrativo o della disposizione normativa che abbia imposto il vincolo di rimboschimento.
E’ da escludersi il concorso apparente di norme e, conseguentemente, l’applicazione del principio di specialità tra la violazione paesaggistica di cui all’articolo 181 D.Lv. 42/2004 e il DL 3267/1923 artt. 26 e 54 in tema di vincolo idrogeologico e tra la medesima violazione penale e la legge 950/1956 art. 1 in materia di polizia forestale.
Beni culturali e ambientali - Vincoli idrogeologici - Danneggiamento o taglio di piante - Art. 26 D.l. n. 3267/1923 e Art. 181 d.lgs. n. 42/2004 - Finalità di salvaguardia - Differenza del bene protetto.
L'art. 26 del d.l. 30.12.1923, n. 3267, è dettato a protezione del vincolo idrogeologico e di altri simili interessi (difesa dalla caduta di valanghe, sassi, furia dei venti, oltre che difesa delle condizioni igieniche locali e difesa militare) e sanziona il fatto di chi danneggi piante o comunque arrechi altri danni nei boschi vincolati per scopi idrogeologici o per gli altri scopi indicati e ciò in violazione delle prescrizioni impartite dalle competenti autorità.
Mentre, l'art. 163 del d.lgs. 29.10.1999, n. 490 (ora art. 181 d.lgs. 22.01.2004, n. 42), è dettato a tutela degli interessi paesaggistici ed ambientali, e segnatamente alla salvaguardia del bosco nel suo valore estetico-ambientale, e sanziona il fatto di chi esegua lavori di qualsiasi genere su beni ambientali senza la prescritta autorizzazione o in difformità di essa, a prescindere dal fatto che arrechi o meno un danno o un pregiudizio.
Agricoltura - Vincoli idrogeologici - Terreni rimboschiti - Art. 54 D.l. n. 3267/1923 - Finalità di salvaguardia - Operazioni di governo boschivo in difformità del piano di coltura e conservazione approvato - Pascoli - Sanzioni.
L'art. 54 del d.l. 30.12.1923, n. 3267, persegue la finalità di salvaguardare il vincolo idrogeologico (o gli altri interessi indicati) e sanziona proprietario dei terreni rimboschiti per effetto dello stesso decreto legge che effettui sugli stessi la coltura agraria o effettui il pascolo secondo modalità diverse da quelle previste o comunque compia le operazioni di governo boschivo in difformità del piano di coltura e conservazione approvato.
Taglio di boschi - Fondi gravati dall'obbligo di rimboschimento - D.Lgs. n. 227/2001 - Definizione di bosco - Requisiti minimi - Esclusione - Fattispecie.
La disposizione dell’art. 2, comma 6, del d.lgs. 18.05.2001, n. 227, riferisce i requisiti «estensione non inferiore a 2.000 metri quadrati e larghezza media non inferiore a 20 metri e copertura non inferiore al 20 per cento, con misurazione effettuata dalla base esterna dei fusti», soltanto alle formazioni vegetali ed ai terreni su cui esse sorgono al fine della loro qualificazione come boschi e non anche ai fondi gravati dall'obbligo di rimboschimento, per la cui assimilazione ai boschi non occorre anche la presenza dei detti requisiti, essendo sufficiente la presenza del provvedimento amministrativo o della disposizione normativa che abbia imposto il vincolo di rimboschimento per una delle finalità indicate.
Nella specie, appare assolutamente inverosimile ed illogico il comportamento del proprietario di un terreno che, avvertito delle distruzione delle piantine di sua proprietà e pur a conoscenza del vincolo gravante sul terreno, non sporga immediatamente denuncia all'organo competente al quale sa bene di dover rendere conto della piantagione.
Taglio di boschi - Terreno sottoposto a vincolo di rimboschimento - Violazione delle norme di polizia forestale - L. n. 950/1956 - Art. D.L. n. 3267/1923 - Fattispecie.
L'art. 1 della legge 09.10.1956, n. 950, sanziona la violazione delle norme di polizia forestale contenute nei regolamenti di cui all'art. 10 del d.l. 30.12.1923, n. 3267. Nella specie, è stato ritenuto che sussiste il vincolo ambientale non perché si tratta di un bosco (in senso stretto) bensì perché si tratta di terreno sottoposto a vincolo di rimboschimento.
Ai sensi, dell'art. 146 del d.lgs. 29.10.1999, n. 490 (ora art. 142 del d.lgs. 22.01.2004, n. 42), alla lett. G), inserisce tra i beni ambientali tutelati per legge, oltre i territori coperti da foreste e da boschi, anche quelli sottoposti a vincolo di rimboschimento.
L'art. 142 del d.lgs. 22.01.2004, n. 42, alla lett. G) che sono soggetti a tutela ambientale «i territori coperti da foreste e da boschi, ancorché percorsi o danneggiati dal fuoco, e quelli sottoposti a vincolo di rimboschimento, come definiti dall'articolo 2, commi 2 e 6, del decreto legislativo 18.05.2001, n. 227».
L'art. 2 del d.lgs. 18.05.2001, n. 227, poi, prevede nel comma 2 che entro dodici mesi le regioni stabiliscano per il territorio di loro competenza la definizione di bosco (ed in particolare i valori minimi di larghezza, estensione e copertura), e nel comma 3 che sono assimilati al bosco, tra gli altri, «i fondi gravati dall'obbligo di rimboschimento per le finalità di difesa idrogeologica del territorio, qualità dell'aria, salvaguardia del patrimonio idrico, conservazione della biodiversità, protezione del paesaggio e dell'ambiente in generale» (Corte di cassazione, Sez. III penale,
sentenza 29.09.2006 n. 32542 - link a www.ambientediritto.it).

CONSIGLIERI COMUNALI: Dimissioni del consigliere comunale e surroga.
L’art. 38, comma 8, del Testo Unico degli Enti Locali (D.lgs. n. 267/2000) prescrive che le dimissioni dalla carica di consigliere comunale “sono irrevocabili, non necessitano di presa d'atto e sono immediatamente efficaci. Il consiglio, entro e non oltre dieci giorni, deve procedere alla surroga dei consiglieri dimissionari (TAR Calabria-Reggio Calabria, sentenza 29.09.2006 n. 1595 - link a www.altalex.com).

APPALTILesività della determina e termine per impugnare l'aggiudicazione.
Alla seduta in cui è stata effettuata la aggiudicazione provvisoria era presente il rappresentante del Consorzio ricorrente e tale aggiudicazione era stata effettuata fatte salve le risultanze della verifica di anomalia riguardante le prime due classificate e non era quindi ancora efficace.
Tale verifica era stata poi completata nella stessa giornata, con esito positivo per entrambe le concorrenti classificatesi per prime: non risulta però che quest’ultima fase della seduta fossero presenti i rappresentanti delle concorrenti o che le ditte stesse abbiano avuto in seguito conoscenza della operatività della aggiudicazione provvisoria.
Oltre tutto avverso la aggiudicazione provvisoria, era stato proposto reclamo da altra concorrente, sicché in conclusione, nella specie, l’atto concretamente lesivo risulta essere la determina, con la quale il Dirigente del Comune aveva preso atto del verbale della seduta ed aveva disposto l’aggiudicazione definitiva dell’appalto alla costituenda ATI
(C.G.A., Sez. giurisdizionale, sentenza 21.09.2006 n. 519 - link a www.altalex.com).

ATTI AMMINISTRATIVI: Diritto di accesso agli atti del gestore del servizio pubblico.
Anche nei confronti dei gestori dei pubblici servizi l’accesso agli atti deve ritenersi sempre consentito, tranne le eccezioni tassativamente previste dalla legge, giacché per tutti gli atti dell’amministrazione sussistono le esigenze della trasparenza, che agevola il concreto perseguimento dei valori costituzionali (Consiglio di Stato, Sez. V, decisione 19.09.2006 n. 5467 - link a www.altalex.com).

EDILIZIA PRIVATAPertinenza: la nozione in diritto urbanistico è più ristretta che nel diritto comune.
La nozione di pertinenza dettata dal diritto civile è più ampia di quella che regola la materia urbanistica, per cui beni che, secondo la normativa privatistica, assumono senz'altro natura pertinenziale, non sono tali ai fini dell'applicazione delle regole che governano l'attività edilizia, perlomeno in tutti quei casi in cui gli stessi assumano una funzione autonoma rispetto ad altra costruzione, con conseguente loro assoggettamento al regime concessorio.
Ne consegue che non può ritenersi pertinenza un intervento edilizio che non sia coessenziale al bene principale e che possa essere successivamente utilizzato in modo autonomo e separato; in ogni caso un'opera pertinenziale è tale soltanto se sia effettivamente strumentale rispetto all'opera principale, senza che possa essere utilizzata in modo diverso dal dominus ed a prescindere dalla destinazione impressa da quest'ultimo.
In materia di reati edilizi, la nozione di pertinenza urbanistica, sottratta al regime della concessione edilizia e assoggettata a quello dell'autorizzazione gratuita, ha peculiarità proprie e distinte dalla nozione civilistica, giacché deve avere una propria identità fisica ed una propria conformazione strutturale ed essere preordinata ad un'esigenza effettiva dell'edificio principale, al cui servizio deve essere posta in via funzionale ed oggettiva, mentre non deve possedere un autonomo valore di mercato, nel senso che il suo volume non deve consentire una sua destinazione autonoma e diversa da quella a servizio dell'immobile cui accede
(TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. II, sentenza 13.09.2006 n. 2029 - link a www.altalex.com).

VARIConducente responsabile delle lesioni se il trasportato non si allaccia le cinture.
I giudici di legittimità nella sentenza in rassegna statuiscono che il conducente di un autoveicolo ha l’obbligo di controllare se i trasportati abbiano o meno allacciato le cinture di sicurezza.
In caso affermativo, nulla quaestio. Pertanto, se da un eventuale sinistro i trasportati subiscono lesioni personali, il conducente risponderà solo secondo le norme regolamentatrici della materia, avendo cioè riguardo alle prescrizioni in merito ad una eventuale o meno responsabilità del trasportante nella causazione de quo
(Corte di Cassazione, Sez. IV penale, sentenza 12.09.2006 n. 30065 - link a www.altalex.com).

COMPETENZE GESTIONALICompetenza del Sindaco ad emanare provvedimenti in luogo del dirigente.
E' da escludere che il sindaco, quale organo di governo al quale spettano, perciò, poteri di indirizzo e di controllo politico-amministrativo, possa porre in essere atti, quale quello di revoca di un alloggio popolare, che rientrano nell’ambito della gestione amministrativa, finanziaria e tecnica (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 30.08.2006 n. 5073 - link a www.altalex.com).

PUBBLICO IMPIEGOPubblico impiego: i presupposti per il pagamento del lavoro straordinario.
Non ha diritto ad alcun compenso il pubblico dipendente che effettua lavoro straordinario in assenza di una preventiva e formale autorizzazione da parte della pubblica amministrazione, datrice di lavoro, poiché solo in questo modo è possibile verificare nel rispetto dell’articolo 97 della Costituzione, la reale esistenza delle ragioni di pubblico interesse che rendono opportuno il ricorso a prestazioni lavorative eccezionali (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 29.08.2006 n. 5057 - link a www.altalex.com).

ATTI AMMINISTRATIVICriteri applicativi delle disposizioni di cui all’art. 21-octies l. n. 241/1990.
Con la prima parte del comma 2 dell’art. 21-octies, da ritenere riferibile anche ai casi di inadempimento dell’obbligo di cui all’art. 7 della legge n. 241/1990 in quanto "norma sul procedimento", il legislatore ha sostanzialmente recepito l’orientamento giurisprudenziale in base al quale sussiste l’obbligo di comunicazione dell’avvio del procedimento in caso di attività vincolata.
Il legislatore, quindi, non ha inciso sull’art. 7 della legge n. 241/1990, esentando dall’obbligo di comunicazione dell’avvio del procedimento gli atti vincolati e, dunque, rendendo legittimi gli atti vincolati non preceduti da detta comunicazione, ma ha semplicemente escluso la possibilità per il giudice di annullare provvedimenti "vincolati" nell’ipotesi in cui il contenuto dispositivo "non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato", rendendo così necessaria una specifica valutazione al riguardo.
Quanto alla seconda parte del medesimo comma 2, il legislatore introduce un’ulteriore limitazione all’"annullabilità del provvedimento" con riferimento specifico alla mancata comunicazione dell’avvio del procedimento, escludendola "comunque" per i casi in cui "l’Amministrazione dimostri in giudizio che il contenuto del provvedimento non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato".
In tal modo il legislatore sembra aver fondamentalmente condiviso il principio dell’utile partecipazione al procedimento, invertendo, però, l’onere della prova: mentre in precedenza, secondo un orientamento assunto in ambito giurisprudenziale, l’interessato doveva far constare circostanze ed elementi idonei ad un’esatta valutazione sulla rilevanza del provvedimento adottato ed eventualmente a far recedere l’Amministrazione dal provvedere, con l’introduzione dell’art. 21-octies, comma 2, grava sull’Amministrazione dimostrare che, anche in caso di partecipazione del privato, non avrebbe potuto adottare un provvedimento con contenuti diversi da quelli del provvedimento in concreto adottato
(TAR Lazio-Roma, Sez. I-quater, sentenza 01.08.2006 n. 6693 - link a www.altalex.com).

PUBBLICO IMPIEGOMobbing: disegno persecutorio e specifica finalità vessatoria.
La responsabilità del datore di lavoro per mobbing –invocabile anche in assenza della violazione di specifiche norme attinenti alla tutela del lavoratore subordinato– presuppone la prova, ricavabile anche da una serie di elementi sintomatici, di un complessivo e perdurante disegno persecutorio e di una specifica finalità vessatoria, ovvero della volontà, da parte del datore di lavoro, di emarginare e svilire il lavoratore (Tribunale Civitavecchia, sentenza 20.07.2006 - link a www.altalex.com).

EDILIZIA PRIVATALimite alla superficie minima degli alloggi è illegittimo.
La prescrizione di superficie minima dell’alloggio imposta dal Comune si risolve, in buona sostanza, in una limitazione dello jus aedificandi, che potrebbe trovare la propria giustificazione solo in motivi di ordine igienico e sanitario che, nel caso di specie, difettano.
Inoltre una tale limitazione inerisce ad un aspetto che non appare suscettibile di essere disciplinato, oltre certi limiti, dal potere dell’ente locale, potendo semmai trovare la propria definizione nella legislazione statale o regionale, anche al fine di evitare difformità di regolamentazioni. Nel rispetto della disciplina urbanistico edilizia rientra nella libertà di iniziativa costituzionalmente garantita dell’imprenditore, la scelta di edificare tipologie edilizie per una, due o più persone.
Tale libertà non può essere limitata o compressa ove non sussistono, come nella specie non sussistono, prevalenti e pregnanti ragioni di interesse pubblico.
Tali ragioni non possono evidentemente identificarsi in quelle igienico- sanitarie, che non sono affatto compromesse da alloggi di 45 mq., o nella esigenza di salvaguardare gli interessi dei residenti e di evitare uno scompenso del mercato, come dimostra la disciplina statale e regionale che ammette superfici inferiori.
Non si può non rilevare che sono le regole del libero mercato e la domanda di alloggi con superficie inferiore ai 45 mq. a determinare la scelta dell’imprenditore di realizzare abitazioni adeguate alle necessità sociali degli acquirenti, mentre un’eventuale inadeguatezza degli alloggi rispetto alle richieste del mercato, comporta un naturale squilibrio nell’offerta delle tipologie edilizie (
TAR Lombardia-Brescia, sentenza 08.04.2005 n. 301 - link a www.altalex.com).

EDILIZIA PRIVATALa ratio che ispira la specifica esenzione del contributo di costruzione -per gli edifici unifamigliari- è di derivazione sociale: l’edificio unifamiliare, nell’accezione socio economica assunta dalla norma, coincide con la piccola proprietà immobiliare, tale da meritare per gli interventi di ristrutturazione un trattamento differenziato rispetto alle altre tipologie edilizie.
Si vogliono incentivare le opere atte ad adeguare le case unifamiliari alle necessità abitative del nucleo familiare, senza estendere l’esenzione ad altre tipologie di intervento che prescindano dall’entità strutturale e dalla dimensione spaziale dell’immobile comparata con il suo valore economico.

L’intervento edilizio descritto in dettaglio nella relazione tecnica allegata alla richiesta di concessione consiste: nell’accorpamento dei due appartamenti di cui è composta la villa da ristrutturare; nell’abbassamento della soletta tra il primo piano ed il rifacimento del sottotetto con il recupero abitativo dello stesso; e nell’allargamento del piano interrato; ed infine nella modifica del prospetto posteriore ivi inclusa il sistema distributivo al piano terra con la realizzazione di uno studio professionale.
E’ indiscusso pertanto che la villa originariamente a due piani, divisa in due distinti appartamenti, dopo l’intervento di ristrutturazione è stata ricondotta ad un’unica unità immobiliare.
Per tale tipologia di intervento di ristrutturazione non trova applicazione l’esenzione dai contributi di urbanizzazione prevista dall’ art. 9, lett. d), l. n. 10/1977.
Mette conto infatti rilevare che la norma espressamente subordina l’esenzione agli interventi di ristrutturazione e di ampliamento in misura non superiore al 20% di edifici unifamiliari.
Il manufatto oggetto dell’intervento deve essere, fin dall’origine, ante opera, unifamiliare.
E ciò in conformità ad una serie di concorrenti elementi univocamente convergenti con il dato letterale.
Sotto quest’ultimo profilo non va passato sotto silenzio l’orientamento giurisprudenziale consolidato che considera tassativa l’elencazione dei casi di concessione edilizia gratuita, escludendo l’applicazione di essi in via analogica (Cons. St., sez. V, 14.10.1992 n. 987; Tar Lazio, sez. Latina, 01.08.1994 n. 752; Tar Lombardia; sez. II, 05.06.1995 n. 800).
La ratio che ispira la specifica esenzione è di derivazione sociale: l’edificio unifamiliare, nell’accezione socio economica assunta dalla norma, coincide con la piccola proprietà immobiliare, tale da meritare per gli interventi di ristrutturazione un trattamento differenziato rispetto alle altre tipologie edilizie (cfr. Tar Lombardia Milano, sez. II, 10.10.1996 n. 1480).
Pertanto l’esenzione è strettamente connessa con gli immobili di piccole dimensioni, per l’appunto unifamiliari, che già in origine prima dell’intervento di ristrutturazione siano tali (cfr. Tar Marche 12.02.1998 n. 250).
In definitiva si vogliono incentivare le opere atte ad adeguare le case unifamiliari alle necessità abitative del nucleo familiare, senza estendere l’esenzione ad altre tipologie di intervento che prescindano dall’entità strutturale e dalla dimensione spaziale dell’immobile comparata con il suo valore economico.
Nel caso che ne occupa la villa (si vedano le planimetrie e la documentazione fotografica in atti), oltre ad essere di notevole pregio, era composta da due separate e distinte unità immobiliari, che per dimensione delle superfici occupate e caratteristiche strutturali non è assimilabile all’edificio unifamiliare preso in considerazione dalla norma (TAR Lombardia-Brescia, sentenza 28.01.2002 n. 100 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AGGIORNAMENTO AL 28.06.2010

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UTILITA'

SICUREZZA LAVORO: M. Fabrizio, Modello Organizzativo ex D.lgs. n. 231/2001 e sicurezza sui luoghi di lavoro - Spunti di riflessione per la certificazione del Sistema di Gestione Sicurezza - ottobre 2009 (link a www.b2b24.ilsole24ore.com).

EDILIZIA PRIVATA: ANCE nuova «Guida alle agevolazioni fiscali per le ristrutturazioni edilizie».
L'ANCE in base alle disposizioni contenute nella Legge Finanziaria 2010 (L. 191/2009) che proroga sino al 2012 le agevolazioni fiscali per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio abitativo, ha provveduto ad aggiornare la «Guida alle agevolazioni fiscali per le ristrutturazioni edilizie».
La Guida è un riepilogo delle modalità applicative del beneficio, dei casi particolari incentivati e degli adempimenti necessari per l`accesso alla detrazione.
Le Legge 191/2009, Finanziaria 2010, ha previsto:
- la proroga al 31.12.2012 della detrazione IRPEF per una quota pari al 36% delle spese di recupero del patrimonio edilizio abitativo, nel limite di € 48.000 per unità immobiliare;
- l'applicazione a regime dell'aliquota IVA ridotta al 10% per gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria di immobili ad uso abitativo.
È stata, inoltre, prorogata per un ulteriore anno anche la detrazione IRPEF del 36%, sempre nei limiti di € 48.000, per l'acquisto di abitazioni ricadenti in complessi edilizi ristrutturati, restaurati o recuperati da imprese e cooperative edilizie, che provvedano alla successiva alienazione o assegnazione dell'immobile (art. 1, comma 17, lett. b, Legge 244/2007).
In questo particolare caso la detrazione spetta a condizione che: ... (link a www.acca.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA - EDILIZIA PRIVATA: Campi Elettromagnetici: Effetti sulla salute e distrurbi.
ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), ISCTI (Istituto Superiore delle Comunicazioni e delle Tecnologie dell'Informazione) e ISS (Istituto Superiore di Sanità) hanno realizzato una breve pubblicazione dal titolo "Campi Elettromagnetici - Effetti sull'uomo e sulle apparecchiature".
La pubblicazione, di carattere divulgativo, può essere utilizzata anche come supporto per la formazione del personale.
Ecco alcuni degli argomenti trattati: ... (link a www.acca.it).

GURI - GUUE - BURL (e anteprima)

AMBIENTE-ECOLOGIA - ENTI LOCALI: G.U. 25.06.2010, suppl. ord. n. 138/L, "Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee - Legge comunitaria 2009" (Legge 04.06.2010 n. 96).

LAVORI PUBBLICI: G.U. 22.06.2010 n. 143 "Determinazione, per il periodo 01.01.2010-31.12.2010, della misura del tasso d’interesse di mora da applicare ai sensi dell’articolo 30 del Capitolato generale d’appalto dei lavori pubblici" (Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, decreto 14.06.2010).

EDILIZIA PRIVATA: G.U.U.E. 18.06.2010 n. L/153 "DIRETTIVA 2010/31/UE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 19.05.2010 sulla prestazione energetica nell’edilizia" (link a http://eur-lex.europa.eu).
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Pubblicata la Direttiva europea 2010/31/CE sul miglioramento delle prestazioni energetiche degli edifici: sostituirà la Direttiva 2002/91/CE.
È stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale Europea (L 153/13 del 18.06.2010) la nuova Direttiva 2010/31/CE sulla prestazione energetica nell'edilizia.
La Direttiva 2010/31/CE, in vigore dal prossimo 09.07.2010, abroga, con effetto dal 1° febbraio 2012, la Direttiva 2002/91/CE.
La Direttiva, come specifica l'art. 1, "promuove il miglioramento della prestazione energetica degli edifici all'interno dell'Unione, tenendo conto delle condizioni locali e climatiche esterne, nonché delle prescrizioni relative al clima degli ambienti interni e all'efficacia sotto il profilo dei costi".
In particolare la nuova normativa europea fornisce disposizioni su:
- metodologia per il calcolo della prestazione energetica integrata degli edifici e delle unità immobiliari;
- applicazione di requisiti minimi alla prestazione energetica di edifici e unità immobiliari;
- certificazione energetica degli edifici o delle unità immobiliari;
- sistemi di controllo indipendenti per gli attestati di prestazione energetica e i rapporti di ispezione;
- piani nazionali destinati ad aumentare il numero di "edifici a energia quasi zero";
- ispezione periodica degli impianti di riscaldamento e condizionamento d'aria negli edifici.
I paesi membri dell'Unione Europea devono definire una metodologia di calcolo della prestazione energetica degli edifici secondo i criteri contenuti all'allegato I "Quadro comune generale per il calcolo della prestazione energetica degli edifici".
La direttiva prevede, inoltre, che per contenere il fabbisogno energetico, gli Stati membri stabiliscano requisiti degli impianti tecnici per l'edilizia relativamente:
- al rendimento energetico globale;
- alla corretta installazione e alle dimensioni;
- alla regolazione e al controllo adeguati.
Tali requisiti, stabiliti per il caso di nuova installazione, sostituzione o miglioramento di sistemi tecnici per l'edilizia, si applicano almeno per i seguenti impianti:
1- impianti di riscaldamento;
2- impianti di produzione di acqua calda;
3- impianti di condizionamento d'aria;
4- grandi impianti di ventilazione.
Entro il 31.12.2020 è previsto, infine, che tutti gli edifici di nuova costruzione siano «edifici a energia quasi zero». Un «edificio a energia quasi zero» è un edificio ad altissima prestazione energetica, determinata conformemente all'allegato I, il cui fabbisogno energetico (molto basso o quasi nullo) dovrebbe essere coperto in misura molto significativa da energia da fonti rinnovabili (commento tratto da www.acca.it).

DOTTRINA E CONTRIBUTI

EDILIZIA PRIVATA: M. Lavatelli, Le distanze tra i fabbricati e dai confini in materia edilizia (link a www.lavatellilatorraca.it).

APPALTI: L. Bellagamba, LA VALIDITÀ TEMPORALE DEL DURC NEGLI APPALTI PUBBLICI È DI TRE MESI – LA RESIDUALE INEVITABILITÀ PRATICA DI DOVER FAR RIFERIMENTO ALLA DATA DEL RILASCIO DEL DOCUMENTO – L’ESSENZIALITÀ DELLA VERIFICA DELL’EFFETTIVA EQUIVALENZA DELLE DIVERSE TIPOLOGIE DI DURC – L’APPOSIZIONE DI UN TERMINE MENSILE SUL DURC [aggiornamento a TAR Lazio-Roma, Sez. III-ter, 03.12.2009 n. 12411] (link a www.linobellagamba.it).

EDILIZIA PRIVATA: A. Calabria, Lo sportello unico per le attività produttive alla luce del recente recepimento della direttiva Bolkestein – il difficile ruolo della giurisprudenza Che cosa cambierà (link a www.diritto.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: A. M. Basso, Pubblica amministrazione ed illegittimità: la tutela tra annullamento e risarcibilità del danno (link a www.diritto.it).

PUBBLICO IMPIEGO: E. Soraci, Le nuove decorrenze pensionistiche per il pubblico impiego del decreto legge n. 78 del 31.05.2010 (link a www.diritto.it).

APPALTI SERVIZI: S. Di Giovanni e R. Favoino, L’art. 23-bis, c. 9, non si applica alle società miste pubblico-private costituite ai sensi del c. 2, lett. b - Nota a Tar Calabria-Reggio Calabria 16.06.2010 n. 561 (link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Come si coordina l'art. 844 del codice civile con le normative pubblicistiche in materia di rumore? (link a http://venetoius.myblog.it).
Sul tema si legga anche un contributo dell'Avv. Rocco vaccari (link a http://venetoius.myblog.it).

EDILIZIA PRIVATA: F. Saitta, Danni al paesaggio e diritto al risarcimento (link a www.pausania.it).

QUESITI & PARERI

PUBBLICO IMPIEGO: Attribuzione responsabilità di servizio (posizione organizzativa) a dipendente di categoria “C”.
Il Comune di (omissis), Ente con popolazione inferiore ai tremila abitanti, chiede se sia possibile attribuire la responsabilità del servizio per l’area amministrativa-tributi ad un dipendente di categoria “C” in presenza di titolari di posizioni organizzative, in altre aree, di personale di categoria “D” in convenzione con altri Comuni, e non dipendente in senso proprio dal Comune di (omissis) (Regione Piemonte, parere n. 57/2010 - link a www.regione.piemonte.it).

EDILIZIA PRIVATA: Vincolo convenzionale del prezzo di cessione di alloggi di edilizia economico-popolare. Caducazione.
Vengono posti al Servizio scrivente diversi quesiti in ordine alla caducazione del vincolo convenzionale relativo alla determinazione del prezzo di cessione di alloggi di edilizia economica e popolare (Regione Piemonte, parere n. 55/2010 - link a www.regione.piemonte.it).

EDILIZIA PRIVATA: Installazione di pannelli fotovoltaici su terreno agricolo. Disciplina generale.
Viene posto un quesito in merito alla possibilità, per un Comune, di ricondurre l’installazione di un impianto di pannelli fotovoltaici su un terreno agricolo nell’alveo delle opere di urbanizzazione a rete, tenuto conto che l’intervento è previsto in cooperazione tra Ente e privato, sulla base di un accordo disciplinato da idonea convenzione (Regione Piemonte, parere n. 54/2010 - link a www.regione.piemonte.it).

SINDACATI

PUBBLICO IMPIEGO: Assegno per il nucleo familiare 2010/2011 (CISL di Bergamo, nota giugno 2010).

PUBBLICO IMPIEGO: Riteniamo utile intervenire ancora una volta sulla portata applicativa della norma contenuta nell’art. 9, comma 4, del D.L. 78/2010, che dispone che i rinnovi contrattuali per il biennio 2008-2009 non possono determinare aumenti retributivi superiori al 3,2% ... (CISL-FPS di Bergamo, nota 23.06.2010).

PUBBLICO IMPIEGO: La Manovra sulle pensioni (INCA-CGIL di Bergamo, nota 14.06.2010).

NEWS

URBANISTICA: Ambiente, il controllore va separato dal controllato. Tar Lombardia, principi in materia di valutazione strategica.
Il controllore non può essere allo stesso tempo anche il controllato. Si tratta di un principio di elementare civiltà giuridica che il Tar Lombardia ha desunto da una corretta interpretazione del dlgs 4/2008, che ha innovato le procedure Vas (Valutazione ambientale strategica) nel territorio nazionale, e che ha ora sancito nella sentenza della seconda sezione n. 1526/2010 depositata lo scorso 18.05.2010.

Con questa sentenza – presidente M. Arosio, estensore G. Zucchini – la prima emessa in Italia in tema di Vas – il Tar della Lombardia assume una chiara posizione nei confronti della problematica della definizione dell'autorità competente nei procedimenti di valutazione ambientale strategica Vas relativi allo sviluppo urbanistico ed edilizio sul territorio.
Per effetto di questa anomalia riscontrata, il Tar ha annullato il Pgt del Comune di Cermenate (dove addirittura il tecnico comunale era anche co-firmatario del Pgt), ma i principi enunciati da questa sentenza –ricordiamo la prima in Italia in materia- valgono in tutto il territorio della Regione Lombardia ed anche italiano. A rischio di annullamento, quindi, si trovano ora tutti i Piano di governo del territorio o i Programmi integrati di intervento approvati senza rispettare la regola della terzietà dell'autorità competente Vas o anche in fase di approvazione, tra cui Milano, Como e moltissimi altri comuni.
Come noto nei procedimenti Vas –che per legge debbono precedere le scelte pianificatorie dei Pii e dei Pgt– l'autorità competente esercita una funzione di controllo sulle proposte pianificatorie, che l'autorità procedente intende portare ad approvazione.
Nel caso in esame, dove addirittura il tecnico comunale aveva insieme firmato il Pgt, firmato il parere relativo alla delibera approvativa del Pgt e aveva assunto il ruolo di autorità competente per la Vas, il Pgt di Cermenate è stato completamente annullato perché preceduto da un procedimento Vas illegittimo.
Così i giudici amministrativi lombardi di primo grado, nel rispetto della regola generale dell'imparzialità amministrativa ex art. 97 della Costituzione, hanno stabilito che autorità competente ed autorità procedente non possono appartenere alla medesima amministrazione comunale, ma debbono appartenere a due diverse e distinte amministrazioni pubbliche.
«Questa sentenza è una pietra miliare nella definizione del corretto procedimento Vas» commenta a ItaliaOggi l'avv. Umberto Sgrella, difensore della parte ricorrente e vincitrice in primo grado. «Le amministrazioni comunali dovranno rivolgersi ad altri enti pubblici esperti in materia ambientale per il ruolo di autorità competente, ponendo fine alla prassi illegittima della c.d. Vas fatte in casa che spesso si risolvevano solo in un mero passaggio burocratico interno, laddove i funzionari preposti si trovavano in una situazione difficile per l'esercizio delle loro potestà, in quanto dipendenti della stessa amministrazione che desiderava far approvare lo strumento urbanistico sottoposto a Vas» (articolo ItaliaOggi del 24.06.2010, pag. 43).

APPALTI: Appalti, il ricorso va comunicato. Le nuove norme sul processo amministrativo prevedono la riduzione a 30 giorni del termine per opporsi. L'impugnazione blocca la firma del contratto fino alla sentenza.
Il recepimento della «direttiva ricorsi»: le nuove norme sul processo amministrativo (II parte). Il decreto legislativo 20.03.2010 n. 53 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 84 del 12.04.2010 (in vigore dal 27.04.2010) attuativo della legge delega modifica anche le norme processuali.
Preliminarmente, la parte che intende proporre un ricorso giurisdizionale nelle materie relative alle controversie nelle procedure di affidamento di lavori, servizi e forniture, svolte da soggetti tenuti nella scelta del contraente o socio all'applicazione della normativa comunitaria o al rispetto dei procedimenti ad evidenza pubblica, deve informarne il responsabile del procedimento.
L'informativa ai sensi dell'art. 243-bis del dlgs 163/2006 deve essere effettuata mediante comunicazione scritta o espressa oralmente nel corso di una seduta della commissione di gara e inserita nel verbale. Essa deve contenere i motivi di ricorso che si intendono articolare in giudizio, salva in ogni caso la facoltà di proporre motivi diversi o ulteriori ... (articolo ItaliaOggi del 23.06.2010 - link a www.corteconti.it).

ENTI LOCALI - PUBBLICO IMPIEGO: Le visite fiscali? Le paga chi le ordina. Nuova stangata per i bilanci delle scuole. La Consulta ha bocciato il trasferimento degli oneri sulle Asl.
Brutte notizie per i bilanci del ministero dell'istruzione e delle scuole: le spese delle visite fiscali ritornano a carico di chi le ha richieste, non possono gravare né sulle aziende sanitarie locali né sulle regioni da cui dipendono.
La Consulta, infatti, con sentenza 10.06.2010 n. 207 ha dichiarato l'illegittimità costituzionale delle norme che stabiliscono che gli accertamenti medico-legali sui dipendenti pubblici assenti per malattia, incentivati dalla riforma della pa del ministro Renato Brunetta, rientrano nei compiti istituzionali del servizio sanitario nazionale con oneri a carico delle aziende sanitarie che li hanno eseguiti e che in sede di riparto del risorse deve essere individuata una quota di finanziamento da destinare agli accertamenti, infine che questi ultimi si possono effettuare nell'ambito di tali risorse (art. 71, commi 5-bis e ter, del d.l. 133/2008, convertito nella l. 133/2008).
La Corte costituzionale si è pronunciata su un ricorso della regione Toscana, che aveva promosso la questione per violazione degli artt. 117 e 119 della Costituzione. A meno di un improponibile intervento di revisione della nostra carta fondamentale, porre le spese delle visite di controllo a carico dei fondi sanitari regionali senza prevederne il rimborso, significa intervenire illegittimamente sull'autonomia finanziaria delle regioni, costringendole, per non ridurre i servizi assistenziali obbligatoriamente e gratuitamente dovuti a tutti i cittadini, ad aumentare di un corrispondente importo le risorse destinate alla sanità. Sarebbe, inoltre, violata la competenza legislativa concorrente della regione in materia di tutela della salute e di organizzazione del servizio sanitario, in relazione alla quale l'intervento dello stato si deve limitare alla sola determinazione dei principi fondamentali e quello delle regioni alle scelte organizzative (art. 117, terzo comma, Cost.).
Le norme contestate non sono una normativa di principio, perché i due commi dichiarati incostituzionali non lascerebbero alcuno spazio legislativo alle regioni, nemmeno di carattere esecutivo, e vincolerebbero risorse per l'effettuazione di una prestazione estranea anche alla competenza esclusiva dello stato (art. 117, secondo comma, Costituzione). Anche se il legislatore, commettendo un errore nominalistico, ha voluto ricomprendervi gli accertamenti medici (art. 74, primo comma, del decreto legislativo 150/2009). Non basta, infatti, dichiarare che si tratta di materia di competenza esclusiva dello stato, occorre che lo sia effettivamente e oggettivamente.
L'accertamento medico–legale sui dipendenti pubblici assenti per malattia non è una prestazione sanitaria essenziale, che deve essere garantita dalla legislazione dello stato, per evitare che gli utenti ne usufruiscano in modi differenziati, per qualità e quantità, a seconda della regione di residenza.
Essa «è un'attività strumentale al controllo di regolarità», svolta nell'interesse del datore di lavoro, pubblico o privato che sia. Le amministrazioni pubbliche, così, dovranno cercare altrove le risorse necessarie a proseguire i controlli sulle malattie dei propri dipendenti, «anche nel caso di assenza di un solo giorno» (articolo ItaliaOggi del 22.06.2010, pag. 45).

PUBBLICO IMPIEGO: L'assenteista ringrazia, la crisi allenta le visite fiscali. Le visite fiscali rimangono senza soldi. 
Torna ad incepparsi sul nodo dei costi il meccanismo dei controlli a tappeto anti-assenteismo nel pubblico impiego, introdotti con la manovra di due anni fa ... (articolo Il Sole 24 Ore del 22.06.2010 - link a www.corteconti.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: CONSIGLIO DEI MINISTRI/ Oggi previsto il via alla riforma del processo amministrativo. Chi perde paga, anche al Tar. Il giudice individuerà le spese dovute alla controparte.
Il Codice del processo amministrativo, oggi all'esame del consiglio dei ministri, ridisegna le regole dei giudizi che si svolgono davanti ai tribunali amministrativi regionali e al consiglio di stato. In molte parti il codice completa il percorso di adeguamento alle regole del processo civile: ad esempio in relazione alla disciplina delle prove e alla disciplina delle spese. Il codice avrà una vacatio legis breve, visto che entrerà in vigore il 16.09.2010.
Alcune novità relative a particolari processi sono state anticipate da recenti provvedimenti legislativi e sono stati confermati dal codice amministrativo: ci si riferisce alle regole speciali del processo sugli appalti già previste dal decreto legislativo 53/2010.
Sul piano della gestione del processo sia per la parte privata sia per l'amministrazione un particolare rilievo assume la disciplina delle spese di soccombenza.
Il decreto prevede che quando emette una decisione, il giudice deve provvedere anche sulle spese di giudizio, secondo quanto previsto dal codice di procedura civile.
In sostanza si passa da una prassi in cui non era insolita la cosiddetta compensazione delle spese (ogni parte pagava il compenso del suo avvocato) alla introduzione di un regime in cui la regola è esattamente l'opposto, e cioè che chi perde (privato o amministrazione che sia) paga le spese legali sostenute da controparte.
Il richiamo all'articolo 91 del codice di procedura civile, inserito all'articolo 26, significa anche che le spese potranno essere accollate tenendo conto dell'ingiustificato rifiuto a una soluzione bonaria. Anzi può essere condannato alle spese chi vince la causa, ma nei limiti di una proposta transattiva formulata da controparte e rifiutata senza motivo.
Inoltre il codice prevede che il giudice, nel pronunciare sulle spese, può anche condannare, anche d'ufficio (e quindi senza richiesta), la parte soccombente al pagamento in favore dell'altra parte di una somma di denaro equitativamente determinata, quando la decisione è fondata su ragioni manifeste o orientamenti giurisprudenziali consolidati. Questo vale sia per il privato che fa un ricorso temerario sia per l'amministrazione, che resiste in giudizio senza ricorrere all'autotutela.
Ma vediamo gli altri punti salienti del codice.
In attuazione della delega (articolo 44 della legge n. 69 del 2009 il codice, introduce il principio della pluralità delle azioni: questo significa che si abbandona lo schema classico dell'azione solo per l'annullamento di un atto, inserendo le azioni di condanna, al fine di garantire, si legge nella relazione, ogni più ampia possibilità di tutela, compresa quella risarcitoria, anche per le posizioni giuridiche (interessi legittimi in particolare) devolute alla giurisdizione del giudice amministrativo.
Il processo viene sostanzialmente allineato al processo civile, inserendo tutti i mezzi di prova utilizzabili: prove testimoniali e consulenze tecniche d'ufficio.
Il codice recepisce, poi, la disciplina del trasferimento del giudizio (cosiddetta translatio judicii) introdotta dalla legge n. 69 del 2009 così da rendere comunicabili le diverse giurisdizioni amministrativa e ordinaria.
Il codice prende posizione sulla cosiddetta pregiudiziale amministrativa: e cioè la questione se si possa chiedere il risarcimento dei danni autonomamente rispetto alla richiesta di annullamento degli atti, che hanno causato il danno. Sulla materia ci sono state sentenza contrastanti con una presa di posizione del giudice amministrativo sfavorevole alla autonomia della azione risarcitoria (e quindi si può chiedere il risarcimento solo se è stato impugnato l'atto nel termine di sessanta giorni, altrimenti si è decaduti) e una diversa opinione della cassazione.
Il codice sceglie l'autonoma esperibilità della tutela risarcitoria per la lesione delle posizioni di interesse legittimo e prevede per l'esercizio di tale azione un termine di decadenza di quattro mesi: insomma davanti al giudice amministrativo c'è il codice sceglie una terza via, come spiega la relazione, sul presupposto che la previsione di termini decadenziali non è estranea alla tutela risarcitoria (e quindi si possono prevedere senza limitarsi alla previsione del termine quinquennale di prescrizione).
L'esigenza del termine di decadenza è dell'amministrazione, che deve sapere se per un proprio atto è chiamata a effettuare risarcimenti senza dover aspettare anni e anni.
Il codice tiene conto delle esigenze dell'amministrazione, in quanto afferma l'applicazione di principi analoghi a quelli espressi dall'articolo 1227 codice civile per quanto riguarda i danni che avrebbero potuto essere evitati mediante il tempestivo esperimento dell'azione di annullamento. In sostanza se il privato non chiede l'annullamento dell'atto potrà sempre chiedere il risarcimento danno con una azione autonoma, ma da esperire entro un termine di decadenza; tuttavia il fatto di non avere presentato un ricorso per l'annullamento dell'atto non è senza conseguenze, in quanto il giudice potrà decurtare il risarcimento, in quanto il privato avrebbe potuto evitare un incremento del danno se avesse diligentemente esperito l'azione di annullamento.
Anche impugnazioni sono state adeguate a quelle previste dal codice di procedura civile: è stata per la prima volta prevista una disciplina positiva del rimedio dell'opposizione di terzo nel processo amministrativo, introdotto da una sentenza della Corte costituzionale (articolo ItaliaOggi del 24.06.2010, pag. 21).

CORTE DEI CONTI

EDILIZIA PRIVATA: Sulla responsabilità erariale del responsabile Ufficio Tecnico per non aver riscosso la sanzione pecuniaria per danno ambientale in relazione ad un abuso edilizio realizzato in zona paesaggisticamente vincolata e sul termine dal quale decorre l'eventuale prescrizione al relativo versamento.
Dalla documentazione in atti risulta chiaro che il Corsinovi, legato da un rapporto di servizio con il Comune di Tavarnelle Val di Pesa in qualità di funzionario responsabile del Servizio Assetto del Territorio, ha tenuto una condotta dannosa per l’Amministrazione di appartenenza, consistente nella mancata richiesta (recte, riscossione) dell’indennità risarcitoria per danno ambientale. Condotta, questa, qualificata dall’elemento soggettivo della colpa grave, poiché consistente nella violazione di norme che il convenuto –data la sua posizione funzionale ed il suo livello culturale- era tenuto a conoscere, applicare e rispettare.
Qualora avesse avuto un dubbio interpretativo –circostanza che la difesa adduce a totale discolpa del convenuto-, ciò non lo avrebbe esonerato dal rispetto della norma: nel dubbio, Corsinovi avrebbe dovuto, comunque, richiedere il pagamento della sanzione, ciò anche al fine di produrre un effetto interruttivo della prescrizione a giovamento delle ragioni del Comune nel caso fosse sorto un contenzioso con gli interessati, e con la finalità di evitare anche il rischio di dover pagare di tasca propria.
Nella sua posizione non avrebbe dovuto sua sponte decidere di non richiedere il versamento della sanzione. Solo in tal modo si sarebbe liberato dalle responsabilità che oggi gli si contesta.
In altri termini, per quanto riguarda l’incertezza interpretativa su cui tanto si è soffermata la difesa, il Collegio ritiene che la stessa non possa assurgere a scriminante, poiché –al di là degli orientamenti giurisprudenziali formatisi in materia- ciò che rilevava era la necessità di applicare la sanzione de qua anche nel caso di fattispecie di condono, obbligo che il convenuto non ha affatto osservato. Nonostante la giurisprudenza fosse oscillante, non può essere ignorato che tale necessità era ormai acclarata con l’entrata in vigore della norma interpretativa di cui all’art. 2, comma 46, della legge 662/1996. Del resto, il successivo DM 26.09.1997 era solo una fonte secondaria applicativa del dettato normativo, alla cui adozione il convenuto poteva rinviare (non per richiedere la sanzione ma) solo per l’effettiva liquidazione della stessa, e la delibera n. 62/1998 del Consiglio Comunale era un atto di natura interna all’ente, non certo prevalente sulla norma primaria del ’96.
Peraltro, poiché l’esame della condotta responsabile del convenuto si ferma ai danni causati (rectius, alla sanzioni lasciate prescrivere) a decorrere dal 06.03.2001, si rammenta che a quella data la giurisprudenza in materia aveva ormai trovato un approdo definitivo nella sentenza n. 3184 del 02.06.2000 della V Sezione del Consiglio di Stato, richiamata anche dalla difesa, nella quale era stato definitivamente chiarito che, ai sensi dell'art. 2, co. 46 cit., l’indennità suddetta, avendo natura giuridica di sanzione amministrativa pecuniaria per le violazioni in materia paesaggistica, è dovuta in caso di condono edilizio anche se vi sia stato parere favorevole al condono da parte dell'Autorità preposta alla tutela del paesaggio, ed è dovuta anche in assenza di danno ambientale.
Accertato l’an, è necessario esaminare il quantum debeatur, che la Procura determina in € 56.405,93 complessivi (oltre accessori e spese di giudizio), sulla base del prospetto predisposto dall’Amministrazione (all. D 3) delle pratiche di condono gestite dal convenuto sino al suo collocamento a riposo.
A tal proposito il Collegio ritiene che il danno risulti di entità sensibilmente inferiore a quella contestata nella domanda, per due ordini di motivi:
a) per il compimento della prescrizione con riferimento a quei danni prodottisi nel periodo anteriore al 06.03.2001;
b) per il diverso accertamento del dies a quo di decorrenza della prescrizione quinquennale di cui all’art. 28, l. 689/1981, della sanzione ambientale, rispetto ai criteri seguiti dal Comune per la compilazione del citato all. 3D, in cui si quantifica il danno erariale.
Si è già argomentato diffusamente sulla prescrizione dell’azione risarcitoria per il periodo anteriore al 06.03.2001. Ciò esonera il Collegio dall’approfondimento degli altri profili controversi affrontati dalle parti, riguardanti aspetti della condotta del convenuto nel periodo precedente a tale data.
Determinante è, poi, l’accertamento del dies a quo di decorrenza della prescrizione quinquennale di cui all’art. 28, legge n. 689/1981, della richiamata sanzione ambientale nel procedimento di condono edilizio.
La soluzione data al quesito permette di individuare con chiarezza quando le sanzioni che avrebbe dovuto richiedere il convenuto si sono prescritte e, quando, pertanto, deve considerarsi prodotto il danno erariale e quando, infine, è iniziata a decorrere la prescrizione dell’azione risarcitoria.
Il Collegio non ignora che sulla materia si sono registrati diversi orientamenti dei giudici amministrativi, dovuti alla peculiarità della fattispecie in esame, caratterizzata dalla compresenza di un illecito paesaggistico e di un illecito edilizio in relazione ad uno stesso bene nell’ambito del procedimento di condono edilizio.
Il Collegio, peraltro, non ignora neppure che l’interpretazione resa nella varie sentenze del Consiglio di Stato (sovrapponibili per taluni aspetti, ma anche variegate, sebbene compatibili nelle conclusioni), che hanno riformato sistematicamente le opzioni difformi dei giudici di prime cure, giunge in definitiva a dare una soluzione univoca al problema della prescrizione nell’affermare che il termine de quo inizia a decorrere dal rilascio della concessione in sanatoria nell’ipotesi in cui il responsabile della violazione, avendo realizzato opere edili in zona sottoposta a vincolo paesaggistico, abbia poi ottenuto la concessione in sanatoria.
Si tratta di una soluzione autorevole, frutto di un tortuoso percorso argomentativo, che merita di essere condivisa e, pertanto, di non essere ignorata dal Collegio nella formazione del suo convincimento.
Considerata la rilevanza ai fini della determinazione del danno erariale, non si può evitare di accennare alla giurisprudenza amministrativa sull’argomento.
Come detto, la norma di riferimento è l’art. 32 della legge 28.02.1985, n. 47, e s.m.i., secondo cui gli abusi edilizi realizzati in aree vincolate, al di fuori dei casi in cui il successivo art. 33 prevede espressamente l’insanabilità, sono suscettibili di sanatoria subordinatamente al rilascio del parere favorevole da parte dell’autorità preposta al vincolo. La stessa disposizione aggiunge che il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria estingue anche il reato derivante dalla violazione del vincolo.
Innanzi tutto, bisogna evidenziare che in materia si sono formati i seguenti principi consolidati (ex multis, Cds, IV, 13/08.03.2007 n. 1585, 04.02.2004 n. 395; 12.11.2002 n. 6279; Sez. V, 08.06.1994 n. 614, 02.06.2000 n. 3184 del 02.06.2000 e 09.10.2000 n. 5373):
a) l’art. 15 della L. 29.06.1939 n. 1497 va interpretato nel senso che l’indennità prevista per abusi edilizi in zone soggette a vincoli paesaggistici costituisce una vera e propria sanzione amministrativa che prescinde dalla sussistenza effettiva di un danno ambientale, non rappresentando una forma di risarcimento del danno;
b) condonabilità degli abusi commessi in zone soggette a tutela ambientale purché sia intervenuto il parere favorevole dell’autorità competente, ai sensi dell’art. 32 della L. n. 47 del 28.02.1985;
c) applicabilità della sanzione di cui al predetto art. 15 anche nel caso in cui sia intervenuto il previsto nulla osta, come precisato dall’art. 2, comma 46, della L. n. 662 del 23.12.1996, norma di natura chiaramente interpretativa;
d) applicabilità, per espresso dettato legislativo, dell’art. 28, primo comma, della L. n. 689 del 24.11.1981, il quale espressamente dispone che il “diritto a riscuotere le somme dovute per le violazioni indicate dalla presente legge si prescrive nel termine di cinque anni dal giorno in cui è stata commessa la violazione”, sia pure con i temperamenti necessari attesa la particolare natura dell’illecito sanzionato dal ricordato art. 15. La regola della prescrizione quinquennale, decorrente dal giorno della commissione della violazione, infatti, trova in astratto applicazione anche in materia di illeciti amministrativi puniti con la pena pecuniaria di cui alla normativa di tutela urbanistica-edilizia e di tutela del paesaggio (Cass., 1° Sez. civ. n. 6967 del 25.07.1997).
e) natura permanente degli illeciti in materia urbanistica edilizia e paesistica (cfr. C.d.S., Sez. VI, 02.06.2000, n. 3184; 05.08.2003 n. 4482), da cui è possibile trarre che gli stessi, ove consistano nella realizzazione di opere senza le prescritte concessioni e autorizzazioni, hanno carattere di illeciti permanenti, di talché la commissione degli illeciti medesimi si protrae nel tempo, e viene meno solo con il cessare della situazione di illiceità, vale a dire con il conseguimento delle prescritte autorizzazioni.
Sulla base di tali principi –per quanto qui occupa- si è formato un autorevole e consolidato orientamento dei giudici di Palazzo Spada, secondo cui non è esatto assumere a parametro di riferimento ai fini della individuazione del termine iniziale della prescrizione della sanzione, come hanno fatto più volte i giudici di primo grado, il parere favorevole dell’autorità preposta alla tutela del vincolo in relazione al provvedimento di rilascio della concessione edilizia in sanatoria.
Questo, perché siffatto parere, in mancanza di una qualsiasi norma positiva in tal senso, è da ritenersi privo di un’autonoma rilevanza in quanto concorre a consentire il rilascio della concessione edilizia (o autorizzazione) in sanatoria inserendosi, secondo le previsioni contenute nell’art. 32 della L. n. 47 del 1985, nel diverso procedimento volto a sanare solo ed esclusivamente illeciti di natura edilizia-urbanistica in relazione ad immobili soggetti a vincoli paesaggistici e/o ambientali e non è, quindi, atto idoneo a far decorrere il termine di prescrizione previsto dall’art. 28 della legge n. 689/1981.
La stessa giurisprudenza aveva osservato anche che il provvedimento sanzionatorio trova la sua disciplina in una normativa diversa da quella prevista nella cd. legge di sanatoria, disciplina che delinea un autonomo procedimento in cui intervengono altre Amministrazioni in quanto titolari di interessi finalizzati alla tutela dell’ambiente, del paesaggio e del territorio, nonché alla repressione di eventuali abusi. Ne è conferma l’art. 2, comma 46, della L. n. 662 del 23.12.1996 in base al quale il “versamento dell’oblazione non esime dall’applicazione dell’indennità risarcitoria di cui all’art. 15 della L. n. 1457 del 1939”, attesa la peculiarità della sua funzione di riparare alla lesione di uno specifico interesse pubblico violato, lesione che perdura fintanto che esso non sia risarcito per equivalente. Infatti, oblazione ed indennità risarcitoria hanno finalità diverse, perché diversi sono i profili su cui vanno ad incidere, così che il pagamento dell’una non fa venir meno il dovere di agire per la riscossione dell’altra (Cds, IV, 04.02.2004 n. 395; IV, 13/08.03.2007 n. 1585).
Pertanto, un primo passo del Consiglio di Stato è stato quello di negare categoricamente –e ciò è rilevante ai fini dell’esame dell’odierna fattispecie– che dal parere o autorizzazione paesaggistica, emessi in occasione del condono edilizio, non possa decorrere la prescrizione della sanzione, dovendo la stessa decorrere dal conseguimento delle prescritte autorizzazioni (già in questo senso, CdS, V, 02.06.2000 n. 3184).
E tali autorizzazioni, quando riferite al procedimento di condono edilizio, lungi dall’essere i pareri endoprocedimentali di cui all’art. 32, l. 47/1985, si identificano, appunto, con la concessione in sanatoria. E’ questa la logica soluzione a cui è approdata la giurisprudenza amministrativa in definitiva e che il Consiglio di Stato ha di recente ribadito con la decisione n. 1564/2009.
In quest’ultima pronuncia, il supremo consesso evidenzia che laddove risulti che il responsabile della violazione non si sia limitato a munirsi del predetto parere endoprocedimentale, ma abbia concluso positivamente la procedura di condono, il provvedimento di concessione in sanatoria non può non determinare la cessazione delle permanenza anche dell’illecito paesaggistico (v. Cons. Stato, sez. II, 09.04.2008, nr. 708/2005; Cons. Stato, sez. IV, 11.04.2007, nr. 1585; Cons. Stato, sez. V, 13.07.2006, nr. 4420; C.g.a.r.s., 02.03.2006, nr. 79).
Ha negato, peraltro, –questa è l’unica frattura, ma solo apparente perché conciliabile, con le prime decisioni sopra richiamate– che il parere favorevole reso dall’autorità preposta al vincolo nell’ambito del procedimento per la sanatoria di abusi edilizi realizzati in zona vincolata costituisca un atto meramente interno a tale procedimento, privo di ogni riflesso sulla diversa violazione paesaggistica. Ciò si ricaverebbe dalla già richiamata disposizione ex art. 32 della legge n. 47 del 1985, secondo cui, una volta ottenuto il predetto parere (da cui non può prescindersi per il conseguimento del condono nella fattispecie), la successiva concessione in sanatoria determina l’estinzione non solo del reato edilizio, ma anche del reato “per la violazione del vincolo”.
Nonostante la rilevanza penale di tale disposizione, appare, peraltro, evidente –questo è il punto di contatto che unifica gli orientamenti della giurisprudenza negli anni- che essa depone chiaramente nel senso di una convergenza, all’interno di un unico procedimento di sanatoria, tra il parere dell’autorità preposta al vincolo e quello specificamente urbanistico-edilizio del Comune, ai fini dell’eliminazione contestuale di entrambi gli illeciti, quello edilizio e quello paesaggistico.
Opinare diversamente implicherebbe l’obbligo del responsabile dell’abuso, il quale abbia ottenuto il condono e intenda rimuovere anche la violazione paesaggistica, di richiedere alla Soprintendenza un nuovo parere di compatibilità destinato a “duplicare” quello già rilasciato nel procedimento di sanatoria edilizia. Poiché, però, un tale aggravio procedimentale non trova alcun riscontro nella normativa vigente in materia, l’alternativa sarebbe ritenere che la permanenza della violazione paesaggistica, in un’ipotesi del genere, sia destinata a perdurare indefinitamente, con conseguente sostanziale imprescrittibilità della sanzione pecuniaria, ovvero che l’unico modo che il responsabile avrebbe a disposizione per sottrarsi alla potestà sanzionatoria dell’Amministrazione sarebbe quello di demolire le opere realizzate: il che –precisa il Consiglio di Stato- non solo è palesemente assurdo a fronte di opere ormai in possesso di regolari titoli abilitativi, anche sotto il profilo della compatibilità paesaggistica, ma probabilmente comporta la violazione del principio della alternatività tra sanzioni ripristinatorie e sanzioni pecuniarie che lo stesso art. 164 del d.lgs. n. 490/1999 ha recepito.
In conclusione, il principio di autonomia delle due tipologie di violazioni già elaborato nelle prime decisioni, va rettamente inteso nel senso che <<l’intervenuta sanatoria dell’abuso edilizio non fa ex se venir meno la potestà sanzionatoria per la diversa violazione paesaggistica, ma non anche che essa non spiega alcuna influenza sulla permanenza di quest’ultima; ne consegue che proprio il momento del rilascio della sanatoria costituisce il dies a quo della prescrizione della sanzione pecuniaria, ai sensi dell’art. 28 della legge nr. 689 del 1981>>.
Per mero tuziorismo, piace al Collegio rammentare che tale orientamento costituisce la conferma di una tesi già espressa dal TAR Toscana con sentenza 11.08.2005 n. 4017, di cui appare utile riportare alcuni passaggi argomentativi, in quanto riguardanti la realtà normativa della regione Toscana.
In detta sentenza si affermava già che la prescrizione decorre dal momento dell’accertamento dell’illecito, accertamento che può avvenire o d’ufficio ovvero in esito al procedimento di sanatoria edilizia.
A tal proposito, si evidenziava che <<in Toscana le funzioni c.d. paesaggistiche, già delegate alle regioni ai sensi dell’art. 82 del d.p.r. n. 616/1977, sono state subdelegate ai Comuni fin dal 1979 con l’art. 2 della legge regionale n. 52; trattasi in particolare, ai fini che qui interessano, delle funzioni di cui agli artt. 7 e 15 della legge n. 1497/1939; il Comune detiene inoltre in via propria le funzioni di controllo, repressione e sanatoria degli abusi edilizi.
Il procedimento di sanatoria, in particolare, si compone dunque di due procedure, autonome e distinte, quanto all’ambito degli interessi sottesi (di carattere ambientale che coinvolgono anche l’autorità statale e cioè la Sovrintendenza, e di carattere urbanistico-edilizio propri del Comune), ma che confluiscono nel provvedimento finale di rilascio della concessione edilizia in sanatoria. In quel momento, come già precedentemente affermato da questo Tribunale (III, n. 2662/2005), sono da ritenersi accertati gli abusi commessi (sia edilizi che ambientali), essendo stata valutata la possibilità di rilasciare il titolo che legittima quanto sino a quel momento illegittimamente realizzato…In proposito la giurisprudenza ha riconosciuto non solo che il parere dell’autorità preposta alla tutela del vincolo è “pregiudiziale ad ogni altra valutazione” (CdS, V, n. 177/2000), ma ha anche rilevato che il “parere” previsto dall’art. 32 cit. ai fini del rilascio della sanatoria ha natura e funzioni identiche all’ “autorizzazione paesaggistica” ex art. 7 della legge n. 1497/1939, in quanto entrambi gli atti costituiscono il presupposto per l’assentimento del titolo che legittima la trasformazione urbanistico-edilizia dell’area protetta (Cons. Stato, VI, n. 114/1998), il quale deve ritenersi realizzato, quindi, solo con la conclusione della procedura di regolarizzazione (dal momento che l’autorizzazione paesaggistica –che in Toscana è di competenza del Comune– deve essere inviata alla Sovrintendenza per l’esercizio dei suoi poteri e per l’eventuale annullamento entro 60 giorni).
In definitiva il momento dell’accertamento dell’illecito deve individuarsi con quello di rilascio della sanatoria edilizia compiuto e che determina altresì il venir meno della sua permanenza; ragionando diversamente, si dovrebbe giungere ad affermare che, anche dopo il rilascio della concessione in sanatoria, l’immobile potrebbe essere demolito perché non compatibile con gli interessi ambientali, non decorrendo mai il termine della p.a. per esercitare i poteri sanzionatori ai fini ambientali; ma ciò si porrebbe in contraddizione logica col rilascio del titolo a sanatoria che a sua volta presuppone la compatibilità “ambientale” dell’opera
.>>.
Alla luce dell’autorevole giurisprudenza amministrativa summenzionata, da cui il Collegio non ha motivo di discostarsi, consegue che non è esatto far coincidere il termine iniziale della prescrizione della sanzione ambientale con la data del parere emesso dall’autorità investita della tutela del vincolo, in relazione al provvedimento rilascio della concessione edilizia in sanatoria.
La prescrizione decorre –e doveva decorrere anche all’epoca dei fatti de quibus– dal rilascio del provvedimento di condono edilizio (recte, concessione edilizia in sanatoria), come, peraltro, sembrerebbe avere affermato anche la stessa Procura quando nella citazione chiarisce che il momento del rilascio della concessione in sanatoria segna la cessazione dello stato di illiceità della situazione ed anche il momento di avvio del termine di prescrizione quinquennale entro cui la detta sanzione si deve (e si sarebbe dovuta) riscuotere (Corte dei Conti, Sez. giurdiz. Toscana, sentenza 13.05.2010 n. 179 - link a http://bddweb.corteconti.it).

INCARICHI PROFESSIONALI: L'attività della P.A. deve, di regola, essere svolta dai propri organi e uffici, per cui il ricorso a soggetti esterni è consentito soltanto nei casi previsti dalla legge o in casi eccezionali, da motivare idoneamente per far fronte a situazioni non sopperibili con la struttura burocratica esistente, ovvero in presenza di esigenze occasionali che determinano “la necessità di fruire della specificità ed infungibilità della prestazione esterna”.
Sono stati pertanto individuati dalla giurisprudenza le seguenti condizioni che possono legittimare il conferimento di incarichi a soggetti esterni alla P.A.:
a) rispondenza degli incarichi agli obiettivi dell’Amministrazione conferente;
b) impossibilità di procurarsi le utilità all’interno dell’organizzazione burocratica dell’ente, implicando conoscenze non riscontrabili, in assoluto, nell’apparato amministrativo;
c) esistenza di un’adeguata motivazione delle scelte, al fine di rendere ostensiva la ricorrenza dei requisiti prescritti;
d) specificità e temporaneità dell’incarico;
e) proporzione tra compensi ed utilità conseguite.
Appare utile ricordare che -sebbene appartenga alla discrezionalità insindacabile dell’Amministrazione di procedere all’affidamento di incarichi in presenza di particolari esigenze che determinano la necessità di fruire della specificità ed infungibilità della prestazione esterna per l’espresso disposto dell’art. 3, primo comma, del D.L. 23.01.1996, n. 543 convertito nella legge 20.12.1996, n. 639– rimane tuttavia integro il potere-dovere del giudice di verificare la sussistenza dei presupposti legittimanti del ricorso a tale eccezionale strumento di soddisfacimento degli interessi dell’ente.
Ciò in quanto la valutazione del giudice non attiene al merito della scelta adottata dagli organi dell’amministrazione bensì al rispetto dei principi costituzionali di ragionevolezza del loro operato e dell’economicità e del buon andamento dell’Amministrazione sancito dall’art. 97 della Costituzione (cfr, ex plurimis, SS. RR. 01.03.1999, n. 4/A; Sez. III centrale d’appello, 16.12.2002 - 08.01.2003, n. 9).
Va soggiunto che -come affermato dalla Suprema Corte anche recentemente- il limite della discrezionalità amministrativa va escluso icto oculi in presenza di comportamenti contra legem dell’amministratore o del dirigente pubblico, “non potendo essi costituire esercizio di scelta discrezionale insindacabile” (cfr. Cass. civ. Sez. Unite civili, sent. n. 7024/ 2006; n. 5083/2008; n.5288/2009 e Ord. n. 6410 del 02.03.2010).
Alla stregua delle precisazioni innanzi formulate, il Collegio, dato per scontato che il giudizio contabile non attiene al potere riservato in via esclusiva alla P.A. di scegliere discrezionalmente le modalità di perseguimento dell’interesse pubblico, osserva che il sindacato giurisdizionale riguarda invece la legittimità e la ragionevolezza dei mezzi prescelti; sicché non possono ritenersi conformi a legge i provvedimenti che collidano con tali principi o che contrastino con le regole di efficienza, efficacia ed economicità dell’azione amministrativa.

Secondo un principio generale costantemente affermato dalla Corte dei conti sia in sede di controllo che di giurisdizione contabile, l’attività della P.A. deve, di regola, essere svolta dai propri organi e uffici, per cui il ricorso a soggetti esterni è consentito soltanto nei casi previsti dalla legge o in casi eccezionali, da motivare idoneamente per far fronte a situazioni non sopperibili con la struttura burocratica esistente, ovvero in presenza di esigenze occasionali che determinano “la necessità di fruire della specificità ed infungibilità della prestazione esterna” (cfr. ex plurimis, Sez. d’Appello Reg. Sicilia, 04.06.2001, n. 105/A; Sez. III centrale, 07.06.2001, n. 133/A; Sez. Emilia Romagna, 07.06.2002, n. 1703; Sez. Lombardia, 08.06.2002, n. 1255).
Sono stati pertanto individuati dalla giurisprudenza le seguenti condizioni che possono legittimare il conferimento di incarichi a soggetti esterni alla P.A.:
a) rispondenza degli incarichi agli obiettivi dell’Amministrazione conferente;
b) impossibilità di procurarsi le utilità all’interno dell’organizzazione burocratica dell’ente, implicando conoscenze non riscontrabili, in assoluto, nell’apparato amministrativo;
c) esistenza di un’adeguata motivazione delle scelte, al fine di rendere ostensiva la ricorrenza dei requisiti prescritti;
d) specificità e temporaneità dell’incarico;
e) proporzione tra compensi ed utilità conseguite.
La giurisprudenza di questa Corte ha infatti riconosciuto la possibilità di ricorrere ad incarichi esterni in presenza di eccezionali eventi o situazioni straordinarie, quali la carenza di specifiche professionalità interne, casi di necessità e urgenza, straordinarietà della situazione, lavori di particolare complessità, accertata difficoltà del competente ufficio di svolgere le funzioni d’istituto, affermando peraltro, costantemente, che le spese sostenute per incarichi professionali esterni, riguardanti lo svolgimento di prestazioni proprie delle qualifiche del personale dipendente, all’infuori delle eccezionali ipotesi innanzi specificate, configurano oneri posti indebitamente a carico dell’ente pubblico e costituiscono perciò causa di danno erariale (cfr, ex plurimis, SS.RR., 23.06.1992, n. 792/A; Corte dei conti, Sez. I,13.06.1994, n. 3).
I principi di cui trattasi sono stati frequentemente richiamati dalla Corte in decisioni relative a casi simili a quelli in esame (cfr. ex plurimis, Sez. Sicilia, 06.09.1995, n. 302; Sez. Veneto, 04.12.1996, n. 471; Sez. Emilia Romagna, 15.10.1996, n. 612; Sez. Abruzzo, 19.11.1997, n. 300) e sono stati ribaditi in circolari della Presidenza del Consiglio dei ministri e dei Ministeri vigilanti, per cui la loro disapplicazione da parte delle Amministrazioni pubbliche costituisce evidente indice di sviamento di potere e di grave colpevolezza.
Tali indirizzi giurisprudenziali trovano puntuale riscontro, per gli enti locali, nell’art. 51, settimo comma, della legge n. 142/1990, poi trasfuso nell’art. 110, comma 6, del D.lgs n. 267/2000, il quale prevede che “per obbiettivi determinati e con convenzione a termine il regolamento può prevedere collaborazioni esterne ad alto contenuto di professionalità”.
Analogamente (cioè con la medesima espressione terminologica) dispone l’art. 41 del Testo unico delle leggi regionali sull’ordinamento del personale dei Comuni della Regione Autonoma Del Trentino-Alto Adige, approvato con D.P.Reg. 10.02.2005, n. 2/L.
Per quanto riguarda, in particolare, le opere pubbliche, la L.P. 10.09.1993 n. 26, recante norme in materia di lavori pubblici di interesse provinciale e per la trasparenza negli appalti, riserva la priorità alla progettazione interna (artt. 19 e 20, comma 2), limitando la progettazione esterna ai casi di “soluzioni di complesse questioni tecniche, pluralità di competenze specialistiche, carenze, anche temporanee di organico..” ( art. 20, comma 3 e segg).
Per gli altri enti pubblici l’art.7, del D.l.vo n. 29/1993, come modificato dall’art. 5 del D.l.vo n. 546/1993 riprodotto nell’art. 7, comma 6, del D.l.vo 30.03.2001, n. 165, dispone che: ”per esigenze cui non possono far fronte con personale in servizio, le amministrazioni pubbliche possono conferire incarichi individuali ad esperti di provata competenza”, individuando, ai commi 6-bis e 6-ter, i presupposti indispensabili per il ricorso all’attività di liberi professionisti -qualora sia obiettivamente impossibile utilizzare risorse interne- nella temporaneità dell’incarico, nell’elevata qualificazione della prestazione e nella preventiva fissazione della durata, luogo, oggetto e compenso pattuito.
Le disposizioni di cui innanzi (integrate successivamente ai fatti di causa dall’art. 32 del Decreto Legge n. 223 del 2006, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 248/2006 e dal comma 76 dell’art. 3 della legge 24.12.2007, n. 244) contenute nei commi 6, 6-bis e 6-ter dell’articolo 7 del D.Lgs. n. 165/2001, sono da ritenersi di carattere generale ed applicabili, salvo deroghe particolari, nell’intero settore dei pubblici poteri (cfr. Sez. II centrale, 26.08.2008, n. 263/A).
Come già accennato innanzi, l’obbligo per le amministrazioni pubbliche di far fronte alle competenze istituzionali mediante il migliore e più proficuo e produttivo utilizzo delle risorse professionali esistenti nell’ambito della propria struttura organizzativa e di ricorrere ad incarichi esterni soltanto nei cari previsti dalla legge o in relazione ad eventi straordinari o in casi eccezionali trova il proprio fondamento nel principio del buon andamento dell’amministrazione sancito dall’art. 97 della Costituzione
(Corte dei Conti, Sez. giurdiz. Trento, sentenza 21.04.2010 n. 11 - link a http://bddweb.corteconti.it).

GIURISPRUDENZA

URBANISTICA: Lottizzazione negoziale - Elementi - Frazionamento e attribuzione ad una pluralità di soggetti - Destinazione a scopo edificatorio abusivo.
Ai fini della configurazione di una lottizzazione cd. negoziale non è sufficiente che il terreno sia frazionato e venduto o comunque attribuito ad una pluralità di soggetti, in quanto la norma richiede un terzo requisito ossia la non equivocità -emergente anche da un solo indizio- della destinazione a scopo edificatorio abusivo sia del frazionamento che della vendita (cfr. Consiglio Stato, Sezione V, 20.10.2004, n. 6810; TAR Campania, Sezione VI, 20.01.2005, n. 261) (TAR Campania-Napoli, Sez. II, sentenza 23.06.2010 n. 15773 - link a www.ambientediritto.it).

APPALTI: Commissione di gara - Organi ordinari dell’amministrazione appaltante - Competenza - Discrimine - Principi generali - Formale chiusura della gara pubblica.
In difetto di una disposizione normativa ovvero di una espressa previsione della lex specialis della gara che disponga in senso contrario la questione della competenza della Commissione di gara va risolta in base ai principi generali che ne regolano i compiti, per cui il discrimine tra la competenza della commissione di gara e quella degli organi ordinari dell'amministrazione appaltante è segnato dalla formale chiusura della gara pubblica e che, pertanto, prima di tale momento, è il suddetto organo temporaneo e straordinario a dover provvedere a tutti gli adempimenti necessari, ivi compresa la verifica delle offerte sospette di anomalia.
Il momento della formale chiusura della gara può identificarsi con quello in cui la stazione appaltante, appropriandosi degli atti posti in essere, ne suggella gli esiti con l'approvazione e con l'aggiudicazione definitiva (Cons. Giust. Amm. Sicilia, Sez. giurisd, n. 413/2000; Consiglio di Stato, Sezione V, n. 661/2000; Tar Campania, Napoli, sez. II, n. 5891/2007; Tar Trentino Alto-Adige, Bolzano, n. 146/2009) (TAR Lazio-Roma, Sez. III, sentenza 22.06.2010 n. 19954 - link a www.ambientediritto.it).

APPALTI SERVIZI: Nelle gare per l'affidamento del servizio di distribuzione del gas naturale, spetta alla p.a. un'ampia discrezionalità nel determinare gli elementi di valutazione dell'offerta economicamente più vantaggiosa.
Sulla legittimità dell'indizione di una gara anche in assenza dei criteri di gara e di valutazione dell'offerta e della previa identificazione dei bacini ottimali di utenza di cui all'art. 46-bis del d. l. 01.10.2007, n. 159. E' legittima la composizione di una commissione giudicatrice presieduta dallo stesso soggetto che poi ha approvato gli atti di gara.

Nelle gare per l'affidamento del servizio di distribuzione del gas naturale, spetta alla pubblica amministrazione un'ampia discrezionalità nel determinare gli elementi di valutazione dell'offerta economicamente più vantaggiosa alla luce degli interessi da perseguire e delle circostanze specifiche della singola procedura in relazione alle condizioni della rete, salvo macroscopica irragionevolezza dei relativi criteri. Alla luce del combinato disposto degli artt. 14 del D. L.vo n. 164/2000 e 83 del D. L.vo n. 163/2000, si desume che il legislatore non ha inteso predeterminare il valore ponderale da attribuire, rispettivamente, all'elemento qualità ed all'elemento prezzo delle offerte per l'affidamento del servizio di distribuzione del gas naturale, lasciando spazio alla discrezionalità della pubblica amministrazione da esplicare alla luce degli interessi da perseguire e delle circostanze specifiche della singola procedura in relazione alle condizioni della rete. In tal senso del resto depone anche il "considerando" 46 della direttiva CEE 2004/18, il quale con riguardo all'aggiudicazione con il criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa espressamente riconosce che la concreta determinazione dei relativi criteri economici e qualitativi "dipende dall'oggetto dell'appalto".
Un singolo comune può legittimamente bandire isolatamente la propria procedura ad evidenza pubblica di affidamento del servizio anche in assenza dei criteri di gara e di valutazione dell'offerta e della previa identificazione dei bacini ottimali di utenza di cui all'art. 46-bis del d.l. 01.10.2007, n. 159, convertito dalla l. 29.11.2007 n. 222.
Nell'ambito degli enti locali non sussiste un rigido divieto di partecipazione dei dirigenti alle commissioni di gara. Infatti, il rafforzamento del modello della responsabilità dirigenziale innescato dal processo di privatizzazione del pubblico impiego, sottolinea l'opposta esigenza che il dirigente segua direttamente le procedure del cui risultato è tenuto a rispondere. In questa logica va annoverato il disposto dell'art. 107 del D. L.vo n. 267/2000, che prevede tra le attribuzioni di competenza dirigenziale il potere di presiedere le commissioni di gara e di stipulare i contratti in correlazione con la responsabilità per l'esito delle gare medesime.
Così come non vi è incompatibilità tra le funzioni di presidente della commissione di gara e quella di responsabile del procedimento, analogamente deve ritenersi nel caso in cui al dirigente di un ente locale che ha svolto le funzioni di presidente del seggio e di responsabile del procedimento sia stato anche attribuito il compito di approvare gli atti della commissione di gara, atteso che detta approvazione non può essere ricompresa nella nozione di controllo in senso stretto, ma si risolve in una revisione interna della correttezza del procedimento connessa alla responsabilità unitaria del procedimento spettante alla figura dirigenziale (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 22.06.2010 n. 3890 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Natura giuridica delle circolari amministrative.
Le circolari amministrativi sono atti diretti agli organi ed uffici periferici, ovvero sottordinati, e non hanno di per sé valore normativo o provvedimentale o, comunque, vincolante per i soggetti estranei all’amministrazione, onde i soggetti destinatari degli atti applicativi di esse non hanno alcun onere di impugnativa, ma possono limitarsi a contestarne la legittimità al solo scopo di sostenere che gli atti applicativi sono illegittimi perché scaturiscono da una circolare illegittima che avrebbe, invece, dovuto essere disapplicata (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 30.05.2005, nr. 2768).
Ne discende che una circolare amministrativa contra legem può essere disapplicata anche d’ufficio dal giudice investito dell’impugnazione dell’atto applicativo di essa (cfr. Cons. Stato, sez. VI, 10.04.2003, n. 1894) (massima tratta da www.entilocali.provincia.le.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 21.06.2010 n. 3877 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: BENI CULTURALI E AMBIENTALI - Vincolo paesaggistico sopravvenuto - Opponibilità - Esclusione- Ipotesi - Artt. 139 e 146 d.lgs. n. 42/2004 - Inizio dei lavori - Factum principis.
Nell’esegesi degli artt. 139 e 146, d.lgs. n. 42/2004, si deve ritenere che il sopravvenuto vincolo paesaggistico non è opponibile, e dunque non impone la richiesta di autorizzazione paesaggistica:
a) per interventi edilizi che siano già stati autorizzati sotto il solo profilo edilizio o anche sotto quello paesaggistico in virtù di un precedente regime, e di cui sia già iniziata l’esecuzione;
b) per interventi edilizi che siano già stati autorizzati sotto il solo profilo edilizio o anche sotto quello paesaggistico in virtù di un precedente regime, e per i quali l’esecuzione non sia iniziata nei termini assegnati per fatto non imputabile al soggetto autorizzato.
Invece, il sopravvenuto vincolo paesaggistico è opponibile, e dunque impone la richiesta di autorizzazione paesaggistica:
a) per interventi edilizi che non siano stati ancora autorizzati nemmeno sotto il profilo edilizio;
b) per interventi edilizi che siano già stati autorizzati sotto il solo profilo edilizio o anche sotto quello paesaggistico in virtù di un precedente regime, e per i quali l’esecuzione non sia iniziata nei termini assegnati per fatto imputabile al soggetto autorizzato.
All’ipotesi di inizio dei lavori deve assimilarsi quella in cui l’inizio non vi sia stato per factum principis non imputabile all’interessato, ove risulti che i lavori sarebbero potuti legittimamente e tempestivamente iniziare (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 17.06.2010 n. 3851 - link a www.ambientediritto.it).

URBANISTICA: TERMINI DI IMPUGNAZIONE DEL P.R.G..
1. Piani urbanistici - Regolatore generale - Adozione - Impugnazione - Termini - Decorrenza.
2. Atto amministrativo - Tipologia - Parere - Natura - Effetti.

1. Pur non essendo, in generale, richiesta la notificazione individuale degli strumenti urbanistici non puntuali, affinché decorra il termine per la loro impugnazione (Cons. Stato, sez. VI, 07-10-2008 n. 4823), è principio e prassi pacifica quella per cui il termine per impugnare la deliberazione di adozione del P.R.G. o di una sua variante, decorre dal momento in cui essa risulti portata a conoscenza dell'interessato, e non invece dalla sua pubblicazione, se anteriore (Cfr. Cons. Stato, sez. V, 24-10-2002 n. 5856; TAR Campania Napoli, sez. VIII, 17-09-2009 n. 4977; TAR Liguria, sez. I, 19-01-2007 n. 69).
2. La deliberazione che non reitera l'adozione della variante, ma si limita ad esaminare le osservazioni successivamente presentate, fornendo il parere del Comune sulle stesse, è un atto endoprocedimentale, il quale non ha contenuto lesivo (Cons. Stato, sez. IV, 08-08-2008 n. 3925), come invece da un canto il provvedimento comunale di adozione, e, dall'altro, quello regionale di approvazione (massima tratta da
http://mondolegale.it - TAR Veneto, Sez. II, sentenza 17.06.2010 n. 2681 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Strumenti urbanistici - Osservazioni dei privati - Natura - Mero apporto collaborativo - Rigetto - Specifica motivazione - Necessità - Esclusione.
Le osservazioni dei privati sui progetti sono un mero apporto collaborativo alla formazione degli strumenti urbanistici e non danno luogo a peculiari aspettative, con la conseguenza che il loro rigetto non richiede una specifica motivazione, essendo sufficiente che esse siano state esaminate e ritenute in contrasto con gli interessi e le considerazioni generali poste a base della formazione del piano (Cons. Stato, sez. IV, 07.07.2008, n. 3358; in senso conforme Tar Puglia, Bari, 22.10.2008, n. 2357; Tar Piemonte, sez. I, 29.09.2008, n. 2080; Tar Campania, Napoli, sez. VIII, 30.07.2008, n. 9582).
Piano di recupero - Finalità - Interventi edilizi ammissibili - Recupero cd. pesante - Demolizione e ricostruzione.
Il piano di recupero è per sua natura finalizzato ad organizzare razionalmente ed esteticamente il patrimonio edilizio esistente, eliminando situazioni di degrado e di disarmonia: pertanto può tradursi in interventi edilizi diretti, di volta in volta, alla conservazione, al risanamento, alla ricostruzione o comunque ad una migliore utilizzazione di un preesistente immobile e può consistere in sole opere di manutenzione ordinaria e straordinaria o di restauro, in opere di ristrutturazione più o meno ampia, sino a giungere ad un recupero cosiddetto pesante, costituito dalla demolizione e ricostruzione di un edificio: ne consegue che dette opere di ristrutturazione possono legittimamente tradursi, ancorché entro certi limiti, in un organismo che per consistenza e caratteristiche tipologiche rechi persino connotazioni di novità rispetto all'edificio preesistente (Tar Toscana, I, 2831/2003).
Piano di recupero - Strumento urbanistico attuativo - Rapporto con il piano particolareggiato - Introduzione di vincoli nuovi rispetto a quelli esistenti nello strumento urbanistico generale - Eliminazione di vincoli esistenti - Possibilità - Esclusione.
Il piano di recupero è notoriamente, sotto il profilo giuridico, uno strumento urbanistico sostanzialmente attuativo delle scelte urbanistiche primarie contenute nel piano regolatore generale ed è quindi equivalente al piano particolareggiato, dal quale si differenzia in quanto finalizzato piuttosto che alla complessiva trasformazione del territorio al recupero del patrimonio edilizio ed urbanistico esistente con interventi rivolti alla conservazione, ricostruzione e alla migliore utilizzazione del patrimonio stesso,così che in sede di sua modifica non possono essere introdotti, logicamente oltre che giuridicamente, vincoli nuovi ed ulteriori rispetto a quelli esistenti nello strumento urbanistico generale in vigore, neppure quanto tale modifica trovi la sua giustificazione in una richiesta del privato; allo stesso modo, non possono essere eliminati vincoli esistenti (CdS, IV, 05.03.2008, n. 922).
Piano di recupero - Approvazione - Passaggi - L.R. Lombardia n. 23/1997 - Procedura semplificata - Applicabilità al piano di recupero - Limiti.
I passaggi di cui si compone l’approvazione di un piano di recupero sono tre:
1) individuazione delle zone dove per le condizioni di degrado esistente si rende opportuno il recupero del patrimonio edilizio ed urbanistico esistente;
2) individuazione degli immobili, situati all’interno delle zone di cui al punto 1, per i quali il rilascio della concessione è subordinato alla formazione di piano di recupero;
3) approvazione del piano di recupero che detta i parametri concreti dell’edificazione.
Non tutte queste tre operazioni possono essere realizzate con la procedura semplificata della l.r. Lombardia n. 23/1997.
L’art. 2, co. 2, lett. f), ammette infatti con tale procedura soltanto le “varianti finalizzate alla individuazione delle zone di recupero del patrimonio edilizio esistente, di cui all’ art. 27 l. 457/1978”, e cioè soltanto il primo dei tre passaggi logici di cui consta l’approvazione del piano di recupero (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 17.06.2010 n. 2329 - link a www.ambientediritto.it).

ATTI AMMINISTRATIVIOgni soggetto deve poter conoscere con precisione i contenuti e gli autori di segnalazioni, esposti o denunce che, fondatamente o meno, possano costituire le basi per l'avvio di un procedimento ispettivo o sanzionatorio, non potendo la p.a. procedente opporre all'interessato esigenze di riservatezza.
La tutela dell'accesso prevale sulla tutela della riservatezza qualora il primo sia strumentale alla cura o alla difesa dei propri interessi giuridici, salvo che vengano in considerazione dati sensibili o sensibilissimi.
Il diritto alla riservatezza, pure costituzionalmente rilevante, non può dunque essere ricostruito in termini di "diritto all'anonimato" dell’autore di una dichiarazione rilevante nell'ambito di un procedimento destinato ad incidere sfavorevolmente nella sfera giuridica di altro soggetto.

Come più volte rilevato in giurisprudenza, “.. nell'ordinamento delineato dalla legge n. 241/1990, ispirato ai principi della trasparenza, del diritto di difesa e della dialettica democratica, ogni soggetto deve poter conoscere con precisione i contenuti e gli autori di segnalazioni, esposti o denunce che, fondatamente o meno, possano costituire le basi per l'avvio di un procedimento ispettivo o sanzionatorio, non potendo la p.a. procedente opporre all'interessato esigenze di riservatezza” (così TAR Lombardia Brescia, sez. I, 29.10.2008, n. 1469, nello stesso senso cfr., Cons. Stato Sez. V, 27.05.2008 n. 2511; Sez. VI, 23.10.2007 n. 5569; Sez. VI, 25.06.2007 n. 3601; Sez. VI, 12.04.2007, n. 1699).
Deve essere, infatti, rilevato che l’art. 22 della legge 241/1990 disciplina l’accesso come principio generale dell’attività amministrativa e che il successivo art. 24, al comma 7, stabilisce che "deve comunque essere garantito ai richiedenti l'accesso ai documenti amministrativi la cui conoscenza sia necessaria per curare o per difendere i propri interessi giuridici. Nel caso di documenti contenenti dati sensibili e giudiziari, l'accesso è consentito nei limiti in cui sia strettamente indispensabile e nei termini previsti dall'art. 60 del decreto legislativo 30.06.2003, n. 196, in caso di dati idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale".
In sostanza nell’attuale sistema la tutela dell'accesso prevale sulla tutela della riservatezza qualora il primo sia strumentale alla cura o alla difesa dei propri interessi giuridici, salvo che vengano in considerazione dati sensibili o sensibilissimi (cfr. ex multis, Consiglio Stato, sez. VI, 23.10.2007, n. 5569).
La denuncia e l'esposto, del resto, non possono essere considerati un fatto circoscritto al solo autore, all'Amministrazione competente al suo esame e all'apertura dell'eventuale procedimento, ma riguardano direttamente anche i soggetti "denunciati", i quali ne risultano comunque incisi (così, TAR Lombardia, Brescia, 1469/2008, cit.).
In conclusione il diritto alla riservatezza, pure costituzionalmente rilevante, non può dunque essere ricostruito in termini di "diritto all'anonimato" dell’autore di una dichiarazione rilevante nell'ambito di un procedimento destinato ad incidere sfavorevolmente nella sfera giuridica di altro soggetto (TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 16.06.2010 n. 14859 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: BENI CULTURALI E AMBIENTALI - Provvedimento vincolistico - Efficacia - Trascrizione nei registri immobiliari - Notificazione nei confronti di tutti i comproprietari - Necessità - Esclusione.
L’efficacia del provvedimento vincolistico di cui al d.lgs. n. 42/2004 non è subordinata alla notificazione dell’atto, bensì alla sua trascrizione nei registri immobiliari; in ogni caso, è sufficiente la notificazione dello stesso anche a uno solo dei comproprietari o possessori dell’immobile avendo detta dichiarazione d’interesse natura reale (v. Cons. Stato, sez. IV, 7/11/2002 n. 6067; TAR Emilia Romagna, Bologna, Sez. II, 13/09/2006) (TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. II, sentenza 16.06.2010 n. 5717 - link a www.ambientediritto.it).

URBANISTICA: TAR Lombardia: gara per l'affidamento del PGT e rinnovazione delle procedure.
Con sentenza 16.06.2010 n. 1853 la Sez. I del TAR Lombardia, Milano, ha fissato alcuni importanti principi in tema di affidamento di incarichi per la redazione dei Piano di Governo del Territorio (PGT).
In primo luogo:
- l'onere di indicare in una procedura selettiva i criteri di valutazione dell’offerta dei partecipanti, con riferimento alle prestazioni che formano oggetto specifico della gara, costituisce applicazione di un inderogabile principio di trasparenza amministrativa oramai affermatosi con la L. n. 241/1990, la cui inosservanza vizia irrimediabilmente l’azione della p.a..
Di conseguenza, vanno annullati gli atti di gara se risulta inequivocabilmente che la Commissione giudicatrice non ha formulato criteri di massima per l’assegnazione dei punteggi.
In secondo luogo:
- in caso di annullamento in sede giurisdizionale dell'aggiudicazione in pubbliche competizioni, l'operare congiunto dei principi di segretezza delle offerte nei procedimenti di aggiudicazione e del principio di conservazione dell'atto amministrativo fa sì che la rinnovazione della gara conseguente all’annullamento dell’aggiudicazione debba retroagire in modo diverso a seconda del criterio previsto per l'aggiudicazione; infatti, nel caso in cui l'aggiudicazione sia effettuata in base a criteri oggettivi e vincolati, è sufficiente rinnovare la fase di valutazione delle offerte mentre, nel caso, di aggiudicazione basata su apprezzamenti discrezionali, è necessario rinnovare l'intero procedimento di gara, a partire dalla stessa fase della presentazione delle offerte.
Ne consegue che la decisione del Comune di procedere all’annullamento in autotutela dell’intera procedura, all’esito dei profili di illegittimità evidenziati dal Tribunale nell’ordinanza cautelare, appare immune da vizi logici e correttamente motivata sia sotto il profilo sostanziale che in relazione all’interesse pubblico sotteso all’annullamento.
In terzo luogo:
- l'art. 10-bis, l. n. 241 del 1990 ed il connesso obbligo procedimentale di comunicazione dei motivi ostativi all'accoglimento dell'istanza a carico dell'amministrazione non opera con riferimento ai procedimenti di riesame finalizzati al controllo di legittimità, da parte dell'amministrazione, del provvedimento di primo grado sospeso, come nel caso di specie, da un’ordinanza cautelare del giudice amministrativo.
In quarto luogo:
- l’avvenuta riedizione della selezione senza che i ricorrenti vi abbiano partecipato, esclude, vieppiù, che gli stessi possano vantare un diritto al risarcimento del danno anche per la sola perdita di chance.
Non sussiste, infatti, danno da perdita di chance risarcibile allorché l'amministrazione conservi, come nel caso di specie, anche dopo l'annullamento dell'atto illegittimo, significativi spazi di discrezionalità amministrativa circa il rinnovo della gara (link a http://studiospallino.blogspot.com).

APPALTI SERVIZI: Il divieto di cui al c. 9 dell'art. 23-bis del D.L. n. 112/2008, convertito con L. n. 133/2008 e ss.mm., non si applica alle società miste previste dal c. 2, lett. b), del medesimo articolo.
L'affidamento a società mista costituita con le modalità indicate dal c. 2, lett. b), dell'art. 23-bis del D.L. n. 112/2008, convertito con Legge n. 133/2008 e ss.mm., si appalesa, ai fini della tutela della concorrenza e del mercato, del tutto equivalente a quello mediante pubblica gara, sicché risulterebbe irragionevole ed immotivata -anche alla luce dei principi dettati dall'Unione Europea in materia di partenariato pubblico privato (v. Comunicazione interpretativa della Commissione sull'applicazione del diritto comunitario degli appalti pubblici e delle concessioni ai partenariati pubblico-privati istituzionalizzati (PPPI) 2008/C91/02 in G.U.C.E. del 12.04.2008- l'applicazione nei confronti di società della specie del divieto di partecipazione alla gare bandite per l'affidamento di servizi diversi da quelli in esecuzione.
Va dunque preferita l'interpretazione della disposizione -pure consentita dalla sua lettera- nel senso che il divieto in parola si applica solamente alle società che già gestiscono servizi pubblici locali a seguito di affidamento diretto o comunque a seguito di procedura non ad evidenza pubblica, con la precisazione che rientrano nel concetto di evidenza pubblica ("ovvero") anche le società previste dal c. 2, lett. b), dell'art. 23-bis, cit. (TAR Calabria-Reggio Calabria, sentenza 16.06.2010 n. 561 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

APPALTI: Sulla legittimità dell'iscrizione nel casellario informatico, relativa al provvedimento di esclusione di un concorrente, per asserito collegamento sostanziale con altra impresa.
Sulla necessità di assicurare garanzie partecipative in ordine al procedimento di iscrizione presso il casellario informatico.

La notizia relativa all'esclusione di alcune imprese, in quanto legate da un collegamento sostanziale che rivela l'imputazione delle relative offerte ad un unico centro decisionale, merita di essere annotata e pubblicata, per mezzo della sua iscrizione, ex art. 27, d.P.R. n. 34/2000, nel casellario informatico in quanto idonea a segnalare una circostanza di estrema rilevanza per la corretta conduzione delle procedure di affidamento dei lavori pubblici. L'esclusione di due o più imprese per collegamento sostanziale è oggetto di interesse ai fini dell'inserimento di tali dati nel casellario informatico, ai sensi dell'art. 27, c. 2, lett. t), d.P.R. n. 34/2000, in quanto consente alle stazioni appaltanti di escludere, in via di autotutela, dalle proprie gare, le imprese oggetto di annotazione, qualora ricorrano oggettivi dubbi sulla serietà e indipendenza delle offerte, valutazione che, ovviamente, non può che essere effettuata a posteriori. La soluzione a cui è pervenuta in via esegetica la giurisprudenza amministrativa, in applicazione dell'art. 27, d.P.R. n. 34/2000, trova conferma nello schema di regolamento, che, nell'indicare i dati da iscrivere nel casellario informatico, sia per le imprese qualificate con il sistema SOA, sia per le altre imprese, menziona i <provvedimenti di esclusione dalle gare, ai sensi delle vigenti disposizioni in materia>, senza alcuna distinzione di tipologia (art. 8, c. 2, lett. r, schema di regolamento).
In tema di garanzie partecipative quanto al procedimento di iscrizione nel casellario informatico, la giurisprudenza ha affermato che esse sono, in linea di principio, sempre dovute, salvo ad ammettere equipollenti quando la segnalazione da parte della stazione appaltante e la conseguente iscrizione sono un atto dovuto. Si è infatti affermato che dell'avvio del procedimento di iscrizione di dati nel casellario informatico presso l'Autorità di vigilanza deve essere notiziato l'interessato, anche quando la trasmissione di atti al casellario, da parte delle stazioni appaltanti, è dovuta in adempimento di disposizioni di legge, attese le conseguenze rilevanti che derivano da tale iscrizione e l'indubbio interesse del soggetto all'esattezza delle iscrizioni. Invero, né dalla l. n. 241/1990, né dal sistema della legislazione sui pubblici appalti, si desume una deroga al principio generale dell'avviso di avvio del procedimento, quanto allo specifico procedimento di iscrizione dei dati nel casellario informatico presso l'Osservatorio. Anzi, una conferma della necessità di garantire la partecipazione (mediante avviso di avvio del procedimento e mediante contraddittorio) nel procedimento di iscrizione di dati e notizie nel casellario informatico si desume proprio dalla determinazione n. 1/2008 dell'Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, che ha istituito il casellario informatico per servizi e forniture (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 15.06.2010 n. 3754 - link a www.dirittodeiservizipubblici.it).

URBANISTICA: Piani di lottizzazione - Varianti - Regione Piemonte - P.E.C. - Necessario coinvolgimento di tutti i proprietari interessati - Necessità dell’unanimità - Esclusione.
Le varianti ai piani di lottizzazione, a cui possono essere apparentati in Piemonte i P.E.C., richiedono “il necessario coinvolgimento di tutti i proprietari interessati al piano, che abbiano sottoscritto la convenzione” (Consiglio di Stato, Sez. IV, 27.06.2008, n. 3255).
Il principio della partecipazione di tutti i privati interessati dal PEC “non implica affatto la necessità sempre e comunque dell’unanimità dei proprietari, essendo sufficiente il rispetto della partecipazione procedimentale e contemplando l’ordinamento gli strumenti per superare l‘eventuale dissenso di singoli interessati” (TAR Piemonte n. 4741/2009) (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 15.06.2010 n. 2847 - link a www.ambientediritto.it).

CONSIGLIERI COMUNALI - URBANISTICA: Adozione di piani urbanistici - Consiglieri comunali - Obbligo di astensione - Limiti ed estensione - Art. 78, c. 2 TUEL.
L’art. 78, comma 2 del TUEL dispone che “Gli amministratori di cui all'art. 77, comma 2, devono astenersi dal prendere parte alla discussione ed alla votazione di delibere riguardanti interessi propri o di loro parenti o affini sino al quarto grado”.
La norma prosegue escludendo dall’obbligo di astensione l’adozione dei piani urbanistici, stabilendo all’uopo che “L'obbligo di astensione non si applica ai provvedimenti normativi o di carattere generale, quali i piani urbanistici, se non nei casi in cui sussista una correlazione immediata e diretta fra il contenuto della deliberazione e specifici interessi dell'amministratore o di parenti o affini fino al quarto grado”.
Nella dizione “piani urbanistici” rientrino sicuramente i piani di lottizzazione e i piani esecutivi convenzionati, rispetto ai quali, dunque, ai fini di predicare l’obbligo di astensione dei consiglieri comunali occorre appurare l’emergenza di un nesso particolare, dato da una correlazione diretta e immediata tra il contenuto della delibera e specifici interessi dell’amministratore o di suoi parenti o affini fino al quarto grado (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 15.06.2010 n. 2847 - link a www.ambientediritto.it).

APPALTI: ESCLUSIONE PER MANCANZA DEL REQUISITO DELLA REGOLARITA' FISCALE: QUANDO E' LEGITTIMA?
1. Giudizio amministrativo - Procedura - Ricorso - Inammissibilità - In caso di petitum generico - Insussistenza - Ragioni.
2. Appalto di lavori - Partecipazione e qualificazione - Interpretazione art. 75, co. 1, lett e), D.P.R. 21.12.1999 n. 554 - Conseguenze - Esclusione - Gara - Solo se le infrazioni sono accertate in modo definitivo - Ragioni.

1. Alla stregua dell'art. 6, co. 1, n. 3, R.D. 642/1907 (richiamato dall'art. 19 della L. TAR) che impone precisi oneri formali nella redazione del ricorso, e delle disposizioni di cui agli artt. 21-septies e nonies, L. n. 241/1990 che distinguono i vizi comportanti la "nullità" da quelli causa di "annullabilità", non può essere qualificato inammissibile il gravame redatto con un petitum ampio nel quale si chieda genericamente al giudice di accertare l'invalidità (quale categoria generale) dell'atto impugnato, disponendone contestualmente la rimozione dal mondo giuridico, senza specificare se l'effetto demolitivo della sentenza debba essere ricondotto alla sussistenza di cause di "nullità" o di "annullabilità" dell'atto stesso.
2. Le infrazioni agli obblighi derivanti dalle norme a disciplina dei rapporti di lavoro -come a quelli sulla sicurezza o in materia di imposte e tasse- possono giustificare l'esclusione da una gara d'appalto sole se accertate in modo "definitivo", tale dovendosi intendersi l'espressione "debitamente accertate" di cui all'art. 75, co. 1, lett. e), D.P.R. 21.12.1999 n. 554, dovendosi altrimenti dubitare della conformità della disposizione in esame ai principi di cui agli art. 3 e 97, Cost., sia perché inspiegabilmente diversa dall'ipotesi, sostanzialmente identica, di cui alla successiva lett. d), sia per violazione del principio di legalità ed imparzialità dell'azione amministrativa, dal momento che sarebbero sottoposti a "preventiva" esclusione comportamenti che ben possono, poi, risultare non solo affatto illeciti, ma anche "indebitamente" accertati (TAR Marche Ancona n. 292/2005; TAR Campania Salerno n. 2176/2008; TAR Lazio Roma n. 7842/2008) (massima tratta da
http://mondolegale.it - TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 11.06.2010 n. 2285 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Permesso di costruire in lotto intercluso. Spetta in ogni caso al Comune una valutazione discrezionale per accertare la necessità della pianificazione urbanistica di dettaglio.
Il Consiglio di Stato ha fornito il proprio orientamento sui requisiti per il rilascio del permesso di costruire per un «lotto intercluso», senza l’approvazione dello strumento urbanistico attuativo previsto dalle NTA del PRG.
Ai sensi dell’art. 9 del D.P.R. 380/2001 costituisce regola generale ed imperativa, in materia di governo del territorio, il rispetto delle previsioni del PRG che impongano, per una determinata zona, la pianificazione di dettaglio. Tali prescrizioni, di solito contenute nelle NTA, sono vincolanti e idonee ad inibire l’intervento diretto costruttivo.
A fronte di tale principio fondamentale e dei suoi corollari, la prassi giurisprudenziale ha coniato una deroga eccezionale, dagli incerti confini, in presenza di una peculiare situazione di fatto che ha preso il nome di «lotto intercluso». Tale fattispecie si realizza, secondo una preferibile rigorosa impostazione, allorquando l’area edificabile di proprietà del richiedente:
• sia l’unica a non essere stata ancora edificata;
• si trovi in una zona integralmente interessata da costruzioni;
• sia dotata di tutte le opere di urbanizzazione (primarie e secondarie), previste dagli strumenti urbanistici;
• sia valorizzata da un progetto edilizio del tutto conforme al PRG.
In sintesi si consente l’intervento costruttivo diretto purché si accerti la sussistenza di una situazione di fatto perfettamente corrispondente a quella derivante dall’attuazione del piano esecutivo, allo scopo di evitare defatiganti attese per il privato ed inutili dispendi di attività procedimentale per l’ente pubblico.
Stante la natura eccezionale della regola sopra illustrata la Corte ha chiarito che ai fini del rilascio di un permesso di costruire per un «lotto intercluso», senza l’approvazione dello strumento urbanistico attuativo previsto dalle NTA del PRG, occorre in ogni caso:
• una valutazione circa la congruità del grado di urbanizzazione della zona, rimessa alla valutazione discrezionale ed esclusiva del Comune;
• una completa istruttoria volta ad accertare che la pianificazione esecutiva non conservi una qualche utile funzione, anche in relazione a situazioni di degrado che possano recuperare margini di efficienza abitativa, riordino e completamento razionale, ovvero non sia in grado di esprimere scelte programmatorie distinte rispetto a quelle contenute nel PRG. (commento tratto da www.legislazionetecnica.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 10.06.2010 n. 3699 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: LE IMPRESE PARTECIPANTI A UNA GARA DEVONO SAPERE PRIMA COME SARA' VALUTATA LA LORO OFFERTA?
Appalto pubblico (in generale) - Criteri e principi - Necessaria predeterminazione dei criteri selettivi ex art. 30, co. 3, D.Lgs. n. 163/2006 - Interpretazione - Relativi sia alla qualificazione dell'offerente che alla valutazione della relativa offerta - Ragioni.
L'articolo 30, co. 3, del D.Lgs. n. 163/2006, che ribadisce la necessaria predeterminazione dei criteri selettivi, va inteso nel senso che essi sono non solo quelli relativi alla qualificazione dell'offerente, ma anche alla valutazione della relativa offerta, trattandosi pur sempre di attività selettiva.
In ordine ai poteri di cui dispone, al riguardo, la commissione aggiudicatrice, occorre evidenziare che il diritto comunitario non osta a che una commissione aggiudicatrice attribuisca un peso relativo ai sub elementi di un criterio di aggiudicazione, purché tale criterio sia stato stabilito precedentemente, effettuando una ripartizione tra questi ultimi del numero di punti già previsti per il detto criterio dall'amministrazione aggiudicatrice al momento della redazione del capitolato d'oneri o del bando di gara (Cfr. C.G.E., sez. II, 24-11-2005 in C-331/04; C.G.E., sez. I, 06-04-2006 n. 410; vedi anche TAR Lombardia Brescia, sez. I, 18-10-2007 n. 908) (nel caso di specie, il Collegio ha ritenuto che, mancando ogni predeterminazione (in sede di bando) dei punteggi relativi ai criteri di valutazione, è evidente la violazione del principio di trasparenza, contenendo, l'atto della Commissione, elementi che, se fossero stati noti al momento della preparazione delle offerte, avrebbero sicuramente influenzato dette offerte) (massima tratta da
http://mondolegale.it - TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 10.06.2010 n. 2751 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

CONSIGLIERI COMUNALI: ASSESSORE ILLEGITTIMAMENTE REVOCATO: SE LA REINTEGRA NON E' PIU' POSSIBILE, CI SI ACCONTENTA DEL RISARCIMENTO MORALE!
1. Comune e provincia - Organi - Assessori - Revoca dell'incarico - Interesse all'impugnazione - Permane anche se la reintegra non e' più possibile.
2. Comune e provincia - Organi - Assessori - Atti di nomina e revoca - Non rientrano nella categoria degli atti politici.
3. Comune e provincia - Organi - Giunta Comunale - Funzioni - Atti del sindaco - Natura - Sindacabilita' - Limiti - Ragioni.

1. L'interesse al ricorso proposto dall'assessore revocato permane anche quando la reintegra nella carica non e' più' possibile, ad esempio perché la coalizione che allora governava e' passata all'opposizione, e ciò sotto una duplice prospettiva.
In primo luogo, non vi e' dubbio che l'assessore revocato potrebbe agire per ottenere gli arretrati delle indennità pertinenti alla carica illegittimamente revocata. In secondo luogo, non e' da escludere l'attualità dell'interesse morale volto ad ottenere una pronuncia che, qualora fosse riconosciuta l'illegittimità del comportamento del Sindaco, renderebbe giustizia del discredito subito all'epoca dei fatti a causa della circostanza di essere stato revocato, specie se tale interesse morale e' evincibile da quanto argomentato nel ricorso.
2. Gli atti di nomina e di revoca degli assessori comunali non possono farsi rientrare nella nozione degli atti politici per i quali l'articolo 31, Regio Decreto n. 1054/1924 -a norma del quale il ricorso giurisdizionale non e' ammesso se trattasi di atti o provvedimenti emanati dal Governo nell'esercizio del potere politico- non consente l'impugnazione giurisdizionale (cfr. Cons. Stato, sez. V, dec. n. 209/2007) atteso che non possono essere definiti come espressione della libertà politica commessa dalla Costituzione ai supremi organi decisionali dello Stato per la soddisfazione di esigenze unitarie ed indivisibili a questo inerenti (cfr. Cons. Stato cit.).
Ed invero non si tratta di atti liberi nei fini, caratteristica propria degli atti politici bensì di veri e propri atti amministrativi, pur espressione di ampia discrezionalità, i quali sono funzionalizzati ai fini previsti dalla legge.
3. In base all'art. 48, Decreto Legislativo n. 267/2000, la Giunta comunale presieduta dal Sindaco ha una competenza di carattere residuale, rientrando nella sua sfera di attribuzioni tutti gli atti che non siano riservati dalla legge al Consiglio comunale o che non ricadano nelle competenze, previste dalle leggi o dallo statuto, del Sindaco o di altri organi di decentramento e che essa quindi, non risulta abilitata alla direzione al massimo livello dell'amministrazione comunale, spettando alla competenza del Consiglio comunale le funzioni di indirizzo e di controllo politico-amministrativo nonché il compimento degli atti fondamentali concernenti l'amministrazione ed in generale, la vita dell'Ente locale (cfr.Cons. Stato, sez. IV, n. 6358/2007; Cons. Stato, sez. V, n. 7058/2005).
Ne discende che gli atti posti in essere dal Sindaco, tra cui gli atti di nomina e di revoca degli assessori comunali, non possono essere considerati liberi nei fini e per ci0' solo, sottratti al sindacato giurisdizionale di legittimità in quanto mantengono la natura di atti amministrativi pur essendo denotati da ampia discrezionalità, non diversamente dai cosiddetti atti di alta amministrazione.
Essi sono quindi sottoponibili al sindacato giurisdizionale in ossequio alla norma generale di cui all'art. 113, Costituzione, quantomeno entro gli stretti ambiti di un giudizio di non manifesta irragionevolezza o arbitrarietà (cfr. Cons. Stato, sez. V, n. 3646/2009; TAR Campania Napoli, sez. I, n. 2890/2009) (massima tratta da
http://mondolegale.it - TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 10.06.2010 n. 2741 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: OFFERTA TECNICA: ESCLUSIONE PER CARENZE DOCUMENTALI?
1. Verifica della documentazione amministrativa e verifica della documentazione tecnica: differenze e conseguenze.
2. Appalto di servizi - Documentazione - Sommaria verifica sulla presenza o meno della documentazione tecnica - Rende illegittimo il provvedimento di esclusione.

1. La commissione di gara ha indubbiamente la facoltà di escludere da una licitazione privata una società per aver ritenuto che l'offerta tecnica presentata dalla medesima fosse mancante della documentazione che specifichi il sistema organizzativo di erogazione del servizio per tutte le tipologie di aree e gli indici di rischio, quando sia concretamente riscontrabile una carenza essenziale del contenuto o delle modalità di presentazione dell'offerta tecnica.
L'esclusione tuttavia presuppone necessariamente un'approfondita e diffusa valutazione dell'offerta, nella sua globalità, al fine di accertare l'effettiva insussistenza di quei requisiti minimi di valutabilità, che non la rendono meritevole di partecipare al procedimento concorsuale atteso che la decisione, rimessa alla discrezionalità tecnica della commissione, richiede un accertamento diverso e ben più approfondito di quello che di norma, è necessario per verificare il possesso o meno in capo ai candidati che hanno presentato offerta dei requisiti soggettivi di partecipazione.
Le operazioni di verifica della documentazione amministrativa si sostanziano infatti, in mero accertamento di carattere vincolato. Al contrario, quelle di verifica della documentazione tecnica, al fine di riscontrarne la completezza del contenuto e di conseguenza la sua rispondenza ai requisiti della lex specialis, implicano valutazioni che pur non essendo ancora mirate ad apprezzarne la qualità, si sostanziano tuttavia in operazioni tecniche preordinate a collocare il progetto proposto al di sopra o al di sotto di una soglia minima di idoneità tecnica.
Tali valutazioni sono quindi connotate dal requisito della opinabilità e censurabili in sede giurisdizionale per irragionevolezza, illogicità, incongruità ed erroneità dei presupposti di fatto.
2. In sede di gara per l'aggiudicazione di un appalto di servizi, la decisione di escludere un'impresa per carenza essenziale del contenuto dell'offerta non può essere sbrigativamente emessa all'esito di una sommaria e superficiale verifica della presenza o meno nella busta contente la documentazione tecnica, della relazione tecnica sul sistema organizzativo di erogazione del servizio.
Il provvedimento di esclusione implica invece l'integrale lettura di tutta la documentazione ivi contenuta, viepiù quando le modalità della sua composizione non sono tassativamente stabilite a pena d'esclusione, ma unicamente indicate onde facilitarne l'esame e la valutazione da parte della commissione (massima tratta da
http://mondolegale.it - TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 10.06.2010 n. 2740 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Regolarità contributiva - Esclusione dalla procedura - Termine entro cui va dimostrato il possesso dei requisiti prescritti - Individuazione - Scadenza del termine di presentazione delle domande.
E’ legittimo il provvedimento di esclusione dalla procedura, quando risulta, attraverso la verifica delle attestazioni rese in sede di gara che -contrariamente a quanto dichiarato- alla scadenza del termine previsto dal bando per la presentazione delle offerte la ricorrente non possedeva il prescritto requisito della regolarità contributiva.
Secondo la normativa nazionale vigente, il termine ultimo entro il quale le ditte invitate a partecipare alla gara hanno l’obbligo di dimostrare il possesso dei requisiti prescritti (tra cui quello della regolarità contributiva), va fatto coincidere con la scadenza del termine di presentazione delle domande (cfr. TAR Lazio Roma, sez. III-quater - 14/08/2008 n. 7842; si veda anche TAR Sardegna, Sez. I - 13/03/2008 n. 458).
Regolarità contributiva - Violazioni - Esclusione automatica - Inconfigurabilità - Canone teleologico - Principio di concorrenza.
In presenza di violazioni, definitivamente accertate, rispetto agli obblighi relativi al pagamento delle imposte e tasse secondo la legislazione italiana, non è integrata una fattispecie di esclusione automatica dell’impresa concorrente che le ha commesse, a prescindere dalla loro valutazione in concreto.
La posizione tributaria deve essere valutata alla stregua della del canone teleologico, che esclude che, in presenza di violazioni di scarso rilievo, sia inciso il generalissimo principio di concorrenza, quale principio fondante dell’ordinamento comunitario; soltanto l’esistenza, quindi, di una globale situazione, quale risultato finale dell’apprezzamento da compiersi con l’applicazione del principio di proporzionalità, integra quella situazione di obiettiva inaffidabilità dell’impresa, la cui determinazione anche in sede giurisdizionale è imposta dall’art. 2 comma 1 del D. Lgs. 163/2006 sia per gli appalti “sopra” che “sotto” soglia comunitaria (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 10.06.2010 n. 2305 - link a www.ambientediritto.it).

APPALTI: Documentazione prodotta - Integrazione ammissibile - Limiti.
L’integrazione ammissibile in sede di gara su richiesta della stazione appaltante -allo scopo di far prevalere la sostanza sulla forma- si rivela finalizzata unicamente ad ottenere precisazioni in ordine alla documentazione prodotta, in vista della sanatoria di eventuali irregolarità formali; una tale facoltà non può estendersi al caso in cui l’incompletezza o la non conformità alle prescrizioni di gara riguardi l’offerta tecnica ed economica, perché altrimenti verrebbe ad essere violato il principio della par condicio dei concorrenti mediante la modificazione postuma dell’offerta, con conseguente inammissibile incidenza sulla sostanza e non più solo sulla forma (TAR Emilia Romagna Parma, sez. I - 06/02/2008 n. 90; Consiglio di Stato, sez. V - 11/12/2007 n. 6403) (TAR Lombardia-Brescia, Sez. II, sentenza 10.06.2010 n. 2305 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATAIl mutamento della destinazione del fabbricato da residenziale a terziario, realizzato senza opere edilizie, non è soggetto a concessione edilizia ma resta pur sempre subordinato al pagamento dei maggiori oneri di urbanizzazione.
In ipotesi di variazione di destinazione d'uso di un immobile non accompagnata dalla realizzazione di opere, non sussiste il presupposto per il pagamento della parte di contributo afferente al costo di costruzione, da riferire al dato oggettivo della realizzazione dell'edificio
(ndr: fattispecie ante L.R. n. 12/2005).
Questo Tribunale (TAR Lombardia, Milano, sez. II, 17.02.1999 n. 611) ha escluso che sia soggetto al rilascio della concessione in sanatoria il cambio di destinazione d’uso in assenza di opere edilizie (c.d. cambio di destinazione d’uso funzionale).
E’ infatti noto che, secondo giurisprudenza consolidata, il mutamento di destinazione d’uso degli immobili non accompagnato da lavori edili costituisce espressione dello ius utendi e non dello ius aedificandi ed è pertanto escluso dall’ambito delle attività soggette a concessione edilizia (cfr., ex pluribus, CdS V 18/01/1988 n. 8; id., IV 23/11/1985 n. 551; id., 01/10/1993 n. 818; TAR Lombardia I n. 1782/1996, II nn. 66/88, 596/1993, 439/1995, 664/96, 127/1997, 1184/1998, III n. 441/1993).
La fattispecie non si presta quindi ad essere disciplinata dall’art. 13 della l. n. 47/1985, così come ha disposto il Comune.
Il mutamento della destinazione del fabbricato da residenziale a terziario, realizzato senza opere edilizie, non è quindi soggetto a concessione, ma resta pur sempre subordinato al pagamento dei maggiori oneri contributivi.
Infatti non esiste un collegamento necessario tra il rilascio di un titolo concessorio in sanatoria ed il pagamento degli oneri di urbanizzazione. La giurisprudenza (TAR Lombardia, Brescia, 10.03.2005, n. 145) ha chiarito che il fondamento del contributo di urbanizzazione non consiste nell'atto amministrativo in sé bensì nella necessità di ridistribuire i costi sociali delle opere di urbanizzazione, facendoli gravare sugli interessati che beneficiano delle utilità derivanti dalla presenza delle medesime, secondo modalità eque per la comunità (cfr. TAR Veneto, sez. II – 13/11/2001 n. 3699).
Pertanto, anche nel caso della modificazione della destinazione d'uso cui si correla un maggior carico urbanistico, è integrato il presupposto che giustifica l’imposizione al titolare del pagamento della differenza tra gli oneri di urbanizzazione dovuti per la destinazione originaria e quelli, se più elevati, dovuti per la nuova destinazione impressa: il mutamento è rilevante allorquando sussiste un passaggio tra due categorie funzionalmente autonome dal punto di vista urbanistico, qualificate sotto il profilo della differenza del regime contributivo in ragione di diversi carichi urbanistici, cosicché la circostanza che le modifiche di destinazione d’uso senza opere non sono soggette a preventiva concessione o autorizzazione sindacale non comporta ipso jure l’esenzione dagli oneri di urbanizzazione e quindi la gratuità dell’operazione (cfr., in tal senso, TAR Lombardia, Brescia 23/01/1998 n. 34).
Analogamente l’art. 5 c. 2 della L.R. 60/1977 stabilisce che le modificazioni delle destinazioni d'uso comportano, per quanto attiene all'incidenza degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, un contributo commisurato sia alla eventuale maggior somma determinata in relazione alla nuova destinazione rispetto a quella che sarebbe dovuta per la destinazione precedente.
Tuttavia, a differenza di quanto effettuato dal Comune, non può applicarsi la quantificazione degli oneri prevista dall’art. 13 della L. 47/1985, che prevede il raddoppio degli oneri di urbanizzazione, in quanto il pagamento di tale contributo prescinde dal rilascio del titolo abilitativo in sanatoria.
Ne consegue che il provvedimento comunale deve essere annullato con riferimento alle somme pagate a titolo di oneri di urbanizzazione in quanto l’amministrazione ha provveduto alla quantificazione secondo disposizioni non applicabili al caso di specie e dovrà provvedere ad una nuova determinazione conformandosi a quanto previsto dall’art. 5, c. 2, della L.R. 60/1977.
Deve inoltre accogliersi il motivo di ricorso nella parte in cui contesta il pagamento del contributo di costruzione.
Questa sezione ha infatti stabilito che in ipotesi di variazione di destinazione d'uso di un immobile non accompagnata dalla realizzazione di opere, “non sussiste il presupposto per il pagamento della parte di contributo afferente al costo di costruzione, da riferire al dato oggettivo della realizzazione dell'edificio” (TAR Lombardia, Milano, sez. IV, 04.05.2009 n. 3604; TAR Lazio Roma, sez. II, 17.05.2005, n. 3844).
Infatti, il contributo relativo al costo di costruzione (art. 6 L. 28.01.1977 n. 10) è riconducibile all'attività costruttiva ex se considerata e, correlandosi direttamente all'uso edificatorio del suolo e ai potenziali vantaggi economici che ne discendono, è sostanzialmente configurabile alla stregua dei prelievi di natura paratributaria ed è dovuto solo in presenza di una trasformazione edilizia del territorio e in conseguenza della produzione di ricchezza connessa alla sua utilizzazione.
Avendo nel caso in questione la ricorrente provveduto, verosimilmente, al pagamento del costo di costruzione al momento del rilascio della concessione con destinazione residenziale si deve escludere la debenza di questa voce contribuitiva per il cambiamento di destinazione d’uso senza opere (TAR Lombardia-Milano, Sez. IV, sentenza 10.06.2010 n. 1787 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: INQUINAMENTO - Mancata individuazione del responsabile - Adozione delle misure necessarie alla decontaminazione del sito - Legittimità - Piano di caratterizzazione - Obiettivi.
La circostanza che la pubblica amministrazione non sia riuscita a determinare l’effettiva responsabilità dell’inquinamento non può valere ad impedire e rendere illegittima l’adozione delle misure necessarie per procedere alla decontaminazione del sito, impregiudicata la questione relativa al definitivo accollo delle relative spese.
Tra l’altro, tra gli obiettivi del piano di caratterizzazione vi è anche l’accurata definizione della situazione di inquinamento, da cui è possibile trarre dati che consentano di determinarne le cause precise e quindi di individuare il soggetto al quale va addossata la relativa responsabilità.
INQUINAMENTO - Piano di caratterizzazione - Valutazioni in ordine all’idoneità - Discrezionalità tecnica - Sindacato giurisdizionale - Limiti.
Qualsiasi valutazione in ordine alla idoneità del piano di caratterizzazione approvato e del suo crono programma impinge nel merito di valutazioni tecnico-discrezionali rimesse ai competenti organi tecnici dell’amministrazione e sottratte al sindacato giurisdizionale di legittimità se non per macroscopica irragionevolezza.
INQUINAMENTO - Situazione di inquinamento storico - Art. 242 d.lgs. n. 152/2006 - Procedure - Comune territorialmente competente - Realizzazione d’ufficio - Art. 250 d.lgs. n. 152/2006.
Rilevata una situazione di inquinamento storico, come previsto dall’art. 242 c.1. del d.lgs. 152/2006, devono necessariamente essere effettuati gli adempimenti che la stessa norma elenca per porre rimedio alla rilevata contaminazione del sito; pertanto, in caso in cui i responsabili della situazione di inquinamento non siano individuabili e non provvedano né il proprietario del sito né altri soggetti interessati, le procedure e gli interventi di cui all'articolo 242 devono essere realizzati d'ufficio dal comune territorialmente competente, come previsto dall’art. 250 dello stesso d.lgs..
INQUINAMENTO - Proprietario dell’area - Messa in sicurezza - Affermata disponibilità a realizzare gli interventi - Insufficienza - Iter procedimentale ex art. 242 d.lgs. n. 152/2006 - Attivazione d’ufficio.
L’affermata “disponibilità” del proprietario dell’area inquinata a mettere in sicurezza l’area, non risponde, neanche come sequenza procedimentale, agli adempimenti richiesti dall’art. 242 del d.lgs. n. 152/2006 (che prevedono, nell’ordine: caratterizzazione del sito, analisi di rischio e infine la definizione definitiva del progetto operativo di intervento, salva, la necessità di adottare misure di messa in sicurezza del sito inquinato) e non può pertanto bastare ad evitare la necessità di un’attivazione d’ufficio del Comune.
INQUINAMENTO - Apporto collaborativo del privato - Confronto tecnico - Principio del giusto procedimento.
Il principio del giusto procedimento non esclude la facoltà dell’amministrazione di limitare l’apporto collaborativo del privato ad un confronto sul piano tecnico nel momento in cui deve avvenire l’acquisizione di tutti gli elementi, riservandosi, invece, il momento valutativo ai fini della decisione (TAR Friuli Venezia Giulia, Sez. I, sentenza 10.06.2010 n. 387 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: Annullamento dell'autorizzazione paesaggistica. Il Consiglio di Stato tratteggia i limiti del potere di controllo in sede statale.
Sul potere di annullamento del nulla osta paesaggistico da parte della Soprintendenza statale il Consiglio di Stato ha chiarito che esso non comporta un riesame complessivo delle valutazioni discrezionali compiute dalla Regione e da un ente sub-delegato, tale da consentire la sovrapposizione o sostituzione di una propria valutazione di merito a quella compiuta in sede di rilascio dell'autorizzazione, ma si estrinseca in un controllo di mera legittimità che si estende a tutte le ipotesi riconducibili all'eccesso di potere per difetto di istruttoria e di motivazione.
Si è espresso in tal senso il Consiglio di Stato, Sez. VI, con la sentenza 08.06.2010 n. 3643.
Ne consegue che laddove in sede di controllo statale sul nulla-osta paesaggistico rilasciato in sede regionale, la Soprintendenza ravvisi una carenza motivazionale o istruttoria nell’atto oggetto del suo scrutinio, (costituente vizio di legittimità), essa è chiamata ad evidenziare tali vizi con motivazione che deve necessariamente riportare, per risultare a sua volta immune da vizi di legittimità, ad una valutazione della non compatibilità dell’intervento edilizio programmato rispetto ai valori paesaggistici compendiati nel vincolo.
Ne consegue altresì che qualora a supporto dell'autorizzazione paesaggistica risulti un'istruttoria adeguata che nella relativa motivazione è puntualmente richiamata, risulta illegittimo l’annullamento in sede statale disposto per asserito difetto di motivazione del nulla osta (commento tratto da www.legislazionetecnica.it).

APPALTI: Eventuali comunanze a livello strutturale sono di per sé insufficienti a determinare la riconducibilità delle offerte ad un unico centro decisionale, essendo necessario verificare se tale comunanza abbia avuto un impatto concreto sul rispettivo comportamento nell'ambito della gara.
Eventuali comunanze a livello strutturale sono di per sé insufficienti a determinare la riconducibilità delle offerte ad un unico centro decisionale, essendo necessario verificare se tale comunanza abbia avuto un impatto concreto sul rispettivo comportamento nell’ambito della gara.
Pertanto, difettano gli elementi univoci per ritenere sussistente un rapporto di collegamento sostanziale tra le due società, e in particolare per ritenere che le offerte fossero espressione di un unico centro decisionale, cosa che può essere accertata mediante un attento esame del contenuto delle offerte (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 08.06.2010 n. 3637 - link a
www.mediagraphic.it).

APPALTI: Regolarità contributiva - Bando di gara - Mancata previsione dell’obbligo, per l’impresa aggiudicataria, di presentare il DURC - Norma imperativa inderogabile - Integrazione - Art. 2, D.L. 25.09.2002.
A causa della inderogabilità e imperatività della disciplina in materia di regolarità contributiva, nel caso in cui un bando di gara di appalto pubblico non preveda l’obbligo per l’impresa che risulti aggiudicataria di presentare alla stazione appaltante la certificazione relativa alla regolarità contributiva, il medesimo bando deve intendersi integrato dalla prescrizione di tale obbligo di cui all’articolo 2 del D.L. 25.09.2002 (cfr. Consiglio di Stato, IV, 12.03.2009 n. 1458).
Regolarità contributiva - Partecipazione alla gara - Stipulazione del contratto - Art. 38, c. 1, d.lgs. n. 163/2006.
A norma dell’articolo 38, comma 1, lettera i), del d.lgs. n. 163/2006 il requisito della regolarità contributiva è requisito indispensabile non solo per la stipulazione del contratto, bensì per la stessa partecipazione alla gara: è conseguentemente necessario che l'impresa sia in regola con i relativi obblighi fin dalla presentazione della domanda e che conservi tale regolarità per tutto lo svolgimento della procedura, essendo tale requisito indice rivelatore della correttezza dell'impresa nei rapporti con le proprie maestranze.
Regolarità contributiva - Dichiarazione in sede di richiesta di partecipazione - Produzione del DURC all’atto dell’aggiudicazione - Mancata allegazione del DURC all’offerta - Esclusione - Illegittimità.
A fronte della dichiarazione di essere in regola con i relativi adempimenti in materia di contributi resa dai concorrenti in sede di richiesta di partecipazione alla gara e in presenza dell’impegno a produrre il DURC all’atto dell’aggiudicazione, la mancata allegazione del DURC all’offerta non può costituire legittima causa di esclusione (cfr. Consiglio di Stato, VI, 04.08.2009 n. 4906) (TAR Emilia Romagna-Bologna, Sez. I, sentenza 07.06.2010 n. 5425 - link a www.ambientediritto.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: Il nomen juris del provvedimento non vincola il giudice. L'ordinanza contingibile e urgente non può essere usata per tutelare il riposo di un singolo cittadino.
Secondo il TAR Toscana, Sez. I, sentenza 07.06.2010 n. 1704, l’ordinanza contingibile ed urgente spiccata dal sindaco di un comune nell’intento di “salvaguardare la quiete e la privacy in un contesto architettonico specifico”, è viziata da “sviamento di potere” qualora non sia immediatamente evidenti il pericolo generale che si intende fronteggiare.
Nel caso di specie, il Sindaco di un comune, esercitando i poteri di cui all’articolo 50, comma 7, del d.Lgs. n. 267 del 2000, in materia di regolamentazione degli orari dei pubblici esercizi, aveva ingiunto ad un esercente l’attività di somministrazione al pubblico una limitazione negli orari di utilizzo dell’area pertinenziale esterna all’esercizio medesimo, sul presupposto che “i confinanti hanno più volte lamentato numerosi inconvenienti derivanti dalla gestione dell’attività, con particolare riferimento alla rumorosità indotta dall’attività di somministrazione esercitata sulla terrazza […]”.
Il Giudice Amministrativo, dopo avere richiamato il principio in forza del quale, al fine di determinare la natura del potere esercitato dall’Amministrazione, non è sufficiente il mero riferimento al nomen juris dell’atto e neppure quello alle norme di cui si asserisce avere fatto applicazione, dovendosi, al contrario, operare una “ricostruzione ermeneutica che si basi, oltre che sulla parte dispositiva dell’atto, sulla motivazione e sul procedimento che ne costituisce il presupposto”, riconduce il provvedimento oggetto di sindacato nell’alveo dei poteri che scaturiscono dall’articolo 54, comma 6, del d.Lgs. n. 267 del 2000, ai sensi del quale “in casi di emergenza, connessi con il traffico o con l’inquinamento atmosferico o acustico, ovvero quando a causa di circostanze straordinarie si verifichino particolari necessità dell’utenza o per motivi di sicurezza urbana, il sindaco può modificare gli orari degli esercizi commerciali, dei pubblici esercizi e dei servizi pubblici, nonché, d’intesa con i responsabili territorialmente competenti delle amministrazioni interessate, gli orari di apertura al pubblico degli uffici localizzati nel territorio, adottando i provvedimenti di cui al comma 4”.
Prosegue, poi, il Tar evidenziando che, dalla lettura della norma, “il provvedimento contingibile e urgente ha per suo presupposto il pericolo di grave danno che minacci il pubblico interesse a causa di una situazione di carattere eccezionale alla quale non si può far fronte con i normali mezzi predisposti dall’ordinamento giuridico, ovvero situazioni di emergenza, non altrimenti fronteggiabili connesse con il traffico o con l’inquinamento atmosferico o acustico, ovvero per altri motivi riconducibili alla sicurezza urbana”, pericolo che, in ogni caso, deve minacciare “un interesse di natura generale, in qualche modo diffuso, o che comunque trascende la posizione del singolo nominativamente individuato cittadino”.
Il Giudice, quindi, pronuncia l’annullamento dell’ordinanza sindacale sul presupposto che, “attesa la natura privata dell’area e degli interessi in questione non potrebbe essere più evidente lo sviamento del potere esercitato”, sottolineando come l’ordinamento offra, peraltro, nella fattispecie in esame, “la tutela privatistica del codice civile in tema di immissioni” (link a http://venetoius.myblog.it).

INCARICHI PROFESSIONALI: No all'affidamento diretto della consulenza legale.
È illegittimo l'affidamento diretto e senza gara, in favore di un avvocato, di un incarico professionale di consulenza legale, a supporto dello svolgimento delle ordinarie attività amministrative dell'ente.
Lo ha sancito il Consiglio di Stato, Sez. V, con la sentenza 28.05.2010 n. 3405.
Nel caso in esame un Consorzio di bonifica toscano aveva deciso di affidare direttamente ad un avvocato l'incarico di consulenza legale per la durata di un anno, in considerazione della sua comprovata professionalità e della specifica competenza amministrativa già sperimentata nel corso di una collaborazione da lui prestata nell'anno precedente.
Un altro professionista, però, consultando il sito internet del Consorzio e riscontrando l'avvenuta assegnazione diretta del sopra citato incarico di consulenza di tipo normativo-legale, aveva deciso di impugnare la determina di affidamento, chiedendone l'annullamento, al fine di tutelare il proprio interesse allo svolgimento di una procedura selettiva pubblica alla quale avrebbe potuto partecipare, in quanto cultore di diritto amministrativo e specialista nel settore degli appalti e dei contratti pubblici.
Il Tar aveva dichiarato inammissibile il ricorso. Il ricorrente, in appello, aveva perseverato nel segnalare l'illegittimità della decisione assunta dal Consorzio violando non solo le proprie norme regolamentari in materia di affidamento di incarichi professionali, ma anche i principi più volte affermati dai giudici amministrativi e contabili secondo cui l'affidamento di incarichi di consulenza e/o di collaborazione da conferire a soggetti esterni alla p.a. non può prescindere dal preventivo svolgimento di una selezione comparativa adeguatamente pubblicizzata.
Il Consiglio di stato accoglie il ricorso. Il collegio, infatti, accertato che la comparazione pubblica è prevista dalle stesse norme del Regolamento del Consorzio, in armonia con le norme di legge vigenti in materia, ritiene che questa debba essere considerata la regola da applicare in via generale. E sebbene all'art. 6 del Regolamento consortile, in materia di incarichi di particolare rilevanza, sia stata prevista la possibilità dell'affidamento diretto di un incarico fiduciario derogando al normale criterio fissato dal Regolamento, nel caso in esame la norma risulta palesemente violata.
Nella stessa delibera impugnata, infatti, viene precisato testualmente che l'incarico in questione doveva essere conferito 'non già per la cura di una speciale e particolarmente rilevante esigenza dell'Ente, ma al solo fine di supportare lo svolgimento delle ordinarie attività amministrative dell'Ente stesso.
Dovendosi, dunque, far fronte alle «ordinarie» attività amministrative del Consorzio, è evidente che l'amministrazione non poteva, in questo caso, avvalersi della predetta disposizione di carattere eccezionale ed evitare di affidare lo stesso incarico a mezzo di una pubblica selezione (articolo ItaliaOggi del 24.06.2010, pag. 44).

AMBIENTE-ECOLOGIA: RIFIUTI - Abbandono - Ordinanza di rimozione - Competenza - Individuazione - Art. 14 d.lgs. n. 22/1997 - Art. 107, c. 5, d.lgs. n. 267/2000 - Art. 192 d.lgs. n. 152/2006.
La competenza sindacale, pur formalmente riconosciuta dall’art. 14, comma 4 del d. lgs. 05.02.1997, n. 22, è stata successivamente traslata in capo al dirigente del settore competente in forza della generale previsione di cui all’art. 107, comma 5, del d.lgs. 267 del 2000 che ha disciplinato il riparto di competenze fra organi di indirizzo politico e organi burocratici.
L’art. 192, comma 3, del d.lgs. n. 152/2006, norma speciale sopravvenuta rispetto al menzionato art. 107, ha quindi attribuito in favore del sindaco la competenza a disporre con ordinanza le operazioni necessarie alla rimozione ed allo smaltimento dei rifiuti previste dal comma 2.
RIFIUTI - Abbandono - Ordine di rimozione - Proprietario del fondo - Corresponsabilità a titolo di dolo o colpa - Art. 192 d.lgs. n. 152/2006.
L’ordine di rimozione dei rifiuti presenti sul fondo può essere rivolto al proprietario solo quando ne sia dimostrata almeno la corresponsabilità con gli autori dell’illecito, per avere cioè posto in essere un comportamento, omissivo o commissivo, a titolo doloso o colposo, dovendosi escludere che la norma configuri un’ipotesi legale di responsabilità oggettiva; ne discende la illegittimità degli ordini di smaltimento dei rifiuti indiscriminatamente rivolti al proprietario di un fondo in ragione della sua mera qualità ma in mancanza di adeguata dimostrazione da parte dell’amministrazione procedente, sulla base di un’istruttoria completa e di un’esauriente motivazione, dell’imputabilità soggettiva della condotta (Cons. Stato, V, 25.01.2005, n. 136).
Tale orientamento va confermato anche con riferimento al disposto di cui all’art. 192 del d. lgs. 152/2006 (cfr. Cons. Stato, V, 25.08.2008, n. 4061 e Cons. Stato, V, 19.03.2009, n. 1612).
RIFIUTI - Abbandono - Obbligo di pulizia delle strade - Ente proprietario o gestore - Art. 14 codice della strada - Attribuzione del potere di ordinanza al Sindaco - Esclusione - Ragioni.
L’art. 14 del codice della strada non può essere invocato per superare il criterio della imputabilità solidale a titolo di dolo o colpa del proprietario dell’area con l’autore dell’abbandono dei rifiuti.
Il fatto che la norma in questione imponga uno speciale obbligo di pulizia delle strade in capo all’ente proprietario o gestore della strada, non può comportare infatti la simmetrica attribuzione di un potere autoritativo in capo ad un ente terzo (il Comune) al fine di imporne coercitivamente il rispetto, nell’ambito peraltro di un settore che esula dalle competenze istituzionali dell’ente medesimo; a ciò osta il principio di legalità e quello connesso di tipicità di tutti i poteri amministrativi: nessuna norma di legge nel settore specifico della viabilità, attribuisce infatti ai comuni il potere di assicurare la pulizia delle strade imponendo autoritativamente obblighi di facere al gestore, al fine di garantire “la sicurezza e la fluidità della circolazione”; né un tal potere può desumersi implicitamente dalla natura del Comune quale ente locale a fini generali atteso che tra gli interessi pubblici affidati alla cura dei comuni non v’è anche quello di garantire la sicurezza e la fluidità della circolazione delle strade statali.
RIFIUTI - Ordine di rimozione - Obbligo di comunicazione dell’avvio del procedimento - Art. 192 d.lgs. n. 152/2006.
L’obbligo di comunicazione dell’avvio del procedimento è ora espressamente riconosciuto dall’art. 192 del d. lgs. 152/2006 (cfr. Cons. Stato, V, 25.08.2008, n. 4061) (TAR Molise, sentenza 28.05.2010 n. 227 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ordine di demolizione opera abusiva e sopralluogo effettuato a posteriori.
E' illegittimo, per carenza di motivazione, l'ordine di demolizione di un’opera abusiva adottato sulla base di un sopralluogo effettuato in epoca successiva all'emissione del provvedimento stesso ed in totale assenza di contraddittorio (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 27.05.2010 n. 3377 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl potere amministrativo repressivo, in materia di abusi edilizi, può essere esercitato senza limiti di tempo e senza necessità di motivazione in ordine al ritardo nell'esercizio del potere.
L'avviso di avvio del procedimento non è dovuto nel caso di procedimento volto all'irrogazione della sanzione della demolizione edilizia, in ragione del carattere doveroso e del contenuto vincolato di tale atto.

Gli illeciti in materia urbanistica, edilizia e paesistica, ove consistano nella realizzazione di opere senza le prescritte concessioni e autorizzazioni, hanno carattere di illeciti permanenti, che si protraggono nel tempo e vengono meno solo con il cessare della situazione di illiceità, vale a dire con il conseguimento delle prescritte autorizzazioni, pertanto il potere amministrativo repressivo può essere esercitato senza limiti di tempo e senza necessità di motivazione in ordine al ritardo nell'esercizio del potere.
In altri termini, l'Autorità non emana un atto "a distanza di tempo" dall'abuso, ma reprime una situazione antigiuridica ancora sussistente (cfr. Cons. Stato sez. IV, 16.04.2010 n. 2160).
In via generale, la giurisprudenza prevalente si è assestata nell’affermare che l'avviso di avvio del procedimento non è dovuto nel caso di procedimento volto all'irrogazione della sanzione della demolizione edilizia, in ragione del carattere doveroso e del contenuto vincolato di tale atto (cfr. Cons. St., Sez. IV, 26.9.2008 n. 4659, T.A.R. Napoli, sez. VII, 13.10.2009 n. 5411), tanto più in considerazione della consequenziale sua intangibilità ai sensi dell'art. 21-octies L. 241/1990 introdotta dalla L. n. 15 del 2005 (cfr. Cons. St., Sez. IV, 10.4.2009 n. 2227, Sez. V, 19.9.2008 n 4530, T.A.R. Piemonte 16.3.2009 n. 752) (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 25.05.2010 n. 2143 -  link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa facoltà di recingere il fondo ex art. 841 c.c. è pur sempre legittimamente sacrificabile (ad esempio individuando particolari modalità costruttive da adottare e disponendo l'uso di specifici materiali) da parte del PRG in funzione di superiori interessi pubblici, sempre che ciò avvenga mediante una congrua motivazione e nel rispetto del principio generale di buona amministrazione, sancito dall'art. 97 della Carta costituzionale, e dei canoni di logicità, equità, imparzialità ed economicità.
La facoltà di recingere il fondo ex art. 841 c.c. è pur sempre legittimamente sacrificabile (ad esempio individuando particolari modalità costruttive da adottare e disponendo l'uso di specifici materiali) da parte del PRG in funzione di superiori interessi pubblici, sempre che ciò avvenga mediante una congrua motivazione e nel rispetto del principio generale di buona amministrazione, sancito dall'art. 97 della Carta costituzionale, e dei canoni di logicità, equità, imparzialità ed economicità, nonché delle norme di diritto positivo di carattere inderogabile (cfr. TAR Friuli Venezia Giulia 23.07.2001 n. 421) (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 25.05.2010 n. 2143 -  link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAUna tettoia per essere definita "pertinenza" urbanistica deve essere preordinata ad un'oggettiva esigenza dell'edificio principale, funzionalmente ed oggettivamente inserita al servizio dello stesso, sfornita di un autonomo valore di mercato, non valutabile in termini di cubatura o comunque dotata di un volume minimo tale da non consentire, in relazione anche alle caratteristiche dell'edificio principale, una sua destinazione autonoma e diversa da quella a servizio dell'immobile cui accede.
In merito all’asserita natura pertinenziale delle tettoie:
- (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 05.03.2010 n. 1277) per poter essere definita pertinenza dal punto di vista urbanistico, la res deve essere preordinata ad un'oggettiva esigenza dell'edificio principale, funzionalmente ed oggettivamente inserita al servizio dello stesso, sfornita di un autonomo valore di mercato, non valutabile in termini di cubatura o comunque dotata di un volume minimo tale da non consentire, in relazione anche alle caratteristiche dell'edificio principale, una sua destinazione autonoma e diversa da quella a servizio dell'immobile cui accede;
- nella fattispecie, le tettoie non accedono ad alcun edificio principale;
- in ogni caso, la realizzazione di una tettoia, ancorché avente natura pertinenziale, è configurabile come intervento di ristrutturazione edilizia ai sensi dell'articolo 3, comma 1°, lettera d), del D.P.R. n. 380/2001, nella misura in cui realizza <<l'inserimento di nuovi elementi ed impianti>>, ed è quindi subordinata al regime del permesso di costruire, ai sensi dell'articolo 10, comma primo, lettera c), dello stesso D.P.R. laddove comporti, una modifica della sagoma o del prospetto del fabbricato cui inerisce (cfr. TAR Campania, sez. IV, 28.12.2009 n. 9605, idem 21.12.2007, n. 16493);
- la nozione di costruzione, ai fini della necessità della concessione edilizia, si configura in presenza di opere che attuino una trasformazione del tessuto urbanistico ed edilizio, anche se esse non consistano in opere murarie, essendo realizzate in metallo, in laminati di plastica, in legno od altro materiale, in presenza di trasformazioni preordinate a soddisfare esigenze non precarie del costruttore (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 06.06.2008)
(TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 25.05.2010 n. 2143 -  link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIALa norma, ai fini dell’imputabilità della condotta del divieto di abbandono e di deposito incontrollato di rifiuti sul suolo, richiede -a carico del proprietario o dei titolari di diritti reali o personali sul bene- un comportamento titolato di dolo o colpa, così come richiesto per l’autore materiale, mentre le conseguenze sanzionatorie connesse alla violazione del divieto di abbandono incontrollato di rifiuti sul suolo o nel suolo sono accollate anche al proprietario dell’area, ma ciò solo nel caso in cui la violazione sia a lui imputabile a titolo di dolo o di colpa.
L'art. 192, comma 3, del D.lgs. n. 152/2006, che è norma speciale sopravvenuta rispetto all'art. 107, comma 5, del D.lgs. n. 267/2000, attribuisce espressamente al Sindaco la competenza a disporre con ordinanza le operazioni necessarie alla rimozione ed allo smaltimento dei rifiuti previste dal comma 2. Tale previsione, sulla base degli ordinari criteri preposti alla soluzione delle antinomie normative (criterio della specialità e criterio cronologico), prevale sul disposto dell'art. 107, comma 5, del D.lgs. n. 267/2000.

In via generale va rilevato (cfr. TAR, Napoli, Sez. V - 15.12.2009, n. 8739) che la fattispecie normativa di cui all’art. 192 del d.lgs. n. 152/20006 ha introdotto una sanzione amministrativa di tipo reintegratorio, potendo essere adottata anche in assenza di una situazione in cui sussista l’urgente necessità di provvedere con efficacia e immediatezza (cfr. TAR Veneto, III, 29.09.2009, n. 2454) e avente a contenuto l’obbligo di rimozione, di recupero o di smaltimento e di ripristino a carico del responsabile del fatto di discarica o immissione abusiva, a carico, cioè, di “chiunque viola i divieti di abbandono e di deposito incontrollato di rifiuti sul suolo”, in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull’area ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o di colpa.
La norma, pertanto, ai fini dell’imputabilità della condotta del divieto di abbandono e di deposito incontrollato di rifiuti sul suolo, richiede, a carico del proprietario o dei titolari di diritti reali o personali sul bene, un comportamento titolato di dolo o colpa, così come richiesto per l’autore materiale, mentre le conseguenze sanzionatorie connesse alla violazione del divieto di abbandono incontrollato di rifiuti sul suolo o nel suolo sono accollate anche al proprietario dell’area, ma ciò solo nel caso in cui la violazione sia a lui imputabile a titolo di dolo o di colpa (ex multis, TAR Catanzaro, I, 20.10.2009, n.1118; Cons. Stato, V, 19.03.2009, n. 1612; TAR Sardegna, 18.05.2007, n. 975; 19.09.2004, n. 1076; TAR Puglia, 27.02.2003, n. 872; TAR Lombardia, Milano, I, 26.01.2000, n. 292).
In relazione alla
prima censura, va osservato che l'art. 192, comma 3, del D.lgs. n. 152/2006, che è norma speciale sopravvenuta rispetto all'art. 107, comma 5, del D.lgs. n. 267/2000, attribuisce espressamente al Sindaco la competenza a disporre con ordinanza le operazioni necessarie alla rimozione ed allo smaltimento dei rifiuti previste dal comma 2. Tale previsione, sulla base degli ordinari criteri preposti alla soluzione delle antinomie normative (criterio della specialità e criterio cronologico), prevale sul disposto dell'art. 107, comma 5, del D.lgs. n. 267/2000 (cfr. C.S. Sez. V 25.08.2008 n. 4061, TAR Veneto, Sez. III, 20.10.2009 n. 2623 e 29.09.2009 n. 2454).
In relazione al
secondo motivo, va rilevato che la comunicazione di avvio del procedimento risulta regolarmente inviata, anche se pervenuta al ricorrente tre giorni prima dell’adozione dell’atto. In ogni caso va annotato che la fattispecie all’esame si caratterizza per la circostanza che il tecnico comunale aveva contattato, nell’immediatezza del fatto, il presunto responsabile il quale aveva dichiarato di voler proseguire nell’attività di versamento del materiale al fine di consolidare il passaggio.
Lo stesso ricorrente non contesta tale circostanza ed evidenzia che tale operazione è stata posta in essere nell’esercizio delle facoltà ad esso spettanti quale asserito titolare della servitù di passaggio sul fondo di proprietà del Figaroli.
In siffatto contesto, va rilevato, in assonanza con quanto dalla Sezione già affermato (cfr. le sentenze n. n. 1258 del 13.10.2008 e n. 260 del 13.02.2009) che la violazione delle garanzie procedimentali non può condurre da sola all’annullamento del provvedimento finale, dato che le suddette garanzie hanno lo scopo di permettere un effettivo confronto tra l’amministrazione e i soggetti interessati anteriormente all’adozione di un provvedimento, in modo che non siano trascurati elementi istruttori utili per la decisione finale.
Inoltre, anche se è vero che il sopralluogo del tecnico comunale non è avvenuto in contraddittorio con l’interessato, tale circostanza non può costituire violazione dell’art. 192, c. 3, del D.Lgs. 03.04.2006 n. 152, che richiede gli accertamenti siano effettuati in contraddittorio con i soggetti interessati, posto che il contatto tra l’Amministrazione e il presunto responsabile si è instaurato, per via telefonica, nell’immediatezza del fatto e quest’ultimo ha affermato di voler continuare nello sversamento dei materiali di demolizione.
Parimenti infondato è il
terzo motivo, con il quale il ricorrente contesta, sotto un profilo sostanziale, la riconducibilità dei materiali in questione alla nozione di rifiuti.
Infatti, l’art. 184 del D.Lgs. n. 152/2006 definisce (c. 3, lett. B) rifiuti speciali quelli derivanti dall’attività di demolizione, costruzione, nonché i rifiuti che derivano dalle attività di scavo, salvo quanto disposto dall’art. 186, in tema di terre e rocce da scavo.
Invero, le argomentazioni difensive svolte al riguardo dal ricorrente, circa la riconducibilità alla nozione di sottoprodotti, non sono condivisibili, posto che il riutilizzo del materiale proveniente dall'attività di costruzione non può prescindere dalla preventiva attività di separazione e cernita.
I materiali da demolizione, infine, non possono neppure rientrare nella nozione di materie prime secondarie di cui all'art. 181-bis del decreto legislativo, introdotto dall'art. 2, comma 18-bis, del D.Lgs 16.01.2008 n. 4, richiedendosi anche in tal caso che l'operazione di recupero dei rifiuti risponda a requisiti di qualità ambientale (primo comma, lett. d), che deve essere accertata ai sensi dei DM 05.02.1998, 12.06.2002 n. 161 e 17.11.2005 n. 269 (comma 3) fino alla emanazione del decreto di cui al comma 2 (cfr. Cassazione Penale, Sez. III, 24-03-2010 n. 11260) (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 25.05.2010 n. 2140 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: TAR Lombardia: rapporti tra pianificazione urbanistica e vincoli paesaggistici.
Con sentenza 24.05.2010 n. 1654 la Sez. IV del TAR Lombardia, Milano, ha ribadito alcuni importanti principi in materia di rapporti tra pianificazione urbanistica e vincoli paesaggistici, di particolare interesse nel momento in cui le amministrazioni lombarde si accingono a rilasciare i nuovi strumenti urbanistici (PGT), anche alla luce del recente Piano Territoriale Paesistico Regionale.
E precisamente:
- "in presenza di prescrizioni derivanti dall'approvazione di regimi speciali di tutela, il principio di coerente svolgimento dell'azione amministrativa impone che la pianificazione urbanistica si indirizzi verso scelte il più possibile armoniche con i vincoli imposti dalle amministrazioni, nell'esercizio delle loro specifiche competenze (nella specie vincoli paesistici)", senza che nulla impedisca "che le prescrizioni di piano, oltre che essere compatibili con il vincolo speciale, si prefiggano di valorizzare in funzione urbanistica lo stesso bene";
- benché effettivamente il vincolo paesistico non comporti l’inedificabilità assoluta dell’area, rientra nelle scelte discrezionali dell’amministrazione, non sindacabili se non sotto il profilo del travisamento dei fatti e della macroscopica illogicità, l’apposizione di una destinazione urbanistica a zona agricola al fine di conservare i caratteri propri della zona;
- con riferimento ai caratteri propri dell’area, "la vicinanza ad una zona già edificata non rende illogica la destinazione rurale quando l’amministrazione intenda indirizzare l’edificazione verso altre aree e l’area in questione non sia edificata e sia adiacente ad aree ugualmente non edificate" (link a http://studiospallino.blogspot.com).

EDILIZIA PRIVATA: In materia di demolizione e ricostruzione, un ampliamento fuori sagoma in sede di ricostruzione delinea la fattispecie della nuova costruzione e non della ristrutturazione edilizia, per configurare la quale, pur non occorrendo più la "fedele ricostruzione", occorre, comunque, rispettare sagoma, volume e superficie della costruzione preesistente.
La ristrutturazione edilizia si sostanzia in una attività di riedificazione che rispetti la piena conformità di sagoma, volume e superficie tra il vecchio e il nuovo manufatto ed escludendo, di conseguenza, che in sede di riedificazione si possa procedere ad un ampliamento di cubatura dell'edificio in applicazione di una norma tecnica di attuazione del piano regolatore comunale che consenta di procedere ad ampliamenti degli edifici esistenti.

Va ricordato l’orientamento costante della giurisprudenza del Consiglio di Stato, condiviso dal Collegio, secondo il quale in materia di demolizione e ricostruzione, un ampliamento fuori sagoma in sede di ricostruzione delinea la fattispecie della nuova costruzione e non della ristrutturazione edilizia, per configurare la quale, pur non occorrendo più la "fedele ricostruzione", occorre, comunque, rispettare sagoma, volume e superficie della costruzione preesistente (principio pacifico: cfr. Consiglio di Stato, IV, 28.07.2005, n. 4011; VI, 09.09.2005, n. 4668; V, 29.05.2006, n. 3229; V, 30.08.2006, n. 5061; IV, 26.02.2008, n. 681; V, 04.03.2008, n. 918; IV, 16.06.2008, n. 2981; VI, 16.12.2008, n. 6214; IV, 30.12.2008, n. 6613).
Dubbio è se le norme tecniche di attuazione dello strumento urbanistico comunale possano consentire un ampliamento di volumetria in sede di ristrutturazione.
Il Consiglio di Stato, sul punto, si è pronunciato prevalentemente in senso negativo, ricordando che ai sensi dell'art. 3 del D.P.R. 06.06.2001, n. 380, la ristrutturazione edilizia si sostanzia in una attività di riedificazione che rispetti la piena conformità di sagoma, volume e superficie tra il vecchio e il nuovo manufatto ed escludendo, di conseguenza, che in sede di riedificazione si possa procedere ad un ampliamento di cubatura dell'edificio in applicazione di una norma tecnica di attuazione del piano regolatore comunale che consenta di procedere ad ampliamenti degli edifici esistenti (Cons. Stato, IV, 10.04.2008, n. 1550) (TAR Sicilia-Palermo, Sez. III, sentenza 21.05.2010 n. 6968 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'ingiunzione di demolizione di un'opera abusivamente realizzata perde di efficacia qualora l'interessato abbia attivato il procedimento per ottenere la concessione edilizia in sanatoria dell'opera stessa ai sensi dell’art. 13 della legge n. 47 del 1985.
Per costante giurisprudenza, anche di questo Tribunale, dalla quale non vi è ragione di discostarsi nel caso in esame, l'ingiunzione di demolizione di un'opera abusivamente realizzata perde di efficacia qualora l'interessato abbia attivato il procedimento per ottenere la concessione edilizia in sanatoria dell'opera stessa ai sensi dell’art. 13 della legge n. 47 del 1985.
Ciò, in quanto il riesame del carattere abusivo dell'opera, al fine di verificarne l'eventuale sanabilità, comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento, di accoglimento o di diniego (o anche di rigetto implicito, nei casi previsti di silenzio-rigetto), che vale, comunque, a superare il provvedimento sanzionatorio originariamente adottato dall'Amministrazione; sicché, in caso di mancato accoglimento, l'interesse del responsabile dell'abuso edilizio "si sposta" dall'annullamento del provvedimento sanzionatorio già adottato a quello del nuovo provvedimento, esplicito o implicito, di rigetto dell'istanza di sanatoria (ex multis, TAR Sicilia, Palermo, III, 04.09.2008, 1102; TAR Lazio, Roma, 27.11.2008, n. 166; TAR Sicilia, 24.07.2006, n. 1750; 16.03.2004, n. 499; id., 10.05.2001, n. 1242; id., 06.07.2001, n. 1929; TAR Lazio, Roma, II, 04.05.2007, n. 3873; TAR Liguria, II, 14.12.2000, n. 1310; TAR Toscana, III, 18.12.2001, n. 2024; TAR Puglia, II, 11.01.2002, n. 154; TAR Campania, Napoli, IV, 06.11.2007, n. 10675; VI, 03.05.2007, n. 4659; III, 02.03.2004, n. 2579; IV, 18.03.2005, n. 1835) (TAR Sicilia-Palermo, Sez. III, sentenza 21.05.2010 n. 6967 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il diritto allo scomputo degli oo.uu. dovuti va riconosciuto soltanto in relazione al valore delle opere di urbanizzazione, e solo fra opere omogenee (di urbanizzazione primaria o di urbanizzazione secondaria).
Il diritto allo scomputo va riconosciuto soltanto in relazione al valore delle opere di urbanizzazione, e solo fra opere omogenee (di urbanizzazione primaria o di urbanizzazione secondaria, come nel caso di specie).
La P.A. resistente, pertanto, in relazione a ciascuna concessione edilizia, considerato il tipo di opere di urbanizzazione cedute dalla ditta lottizzante, dovrà detrarne il valore dal contributo per oneri di urbanizzazione, con la conseguenza che, se già le somme inerenti agli stessi oneri di urbanizzazione siano state versate per intero, il comune medesimo dovrà restituire l‘importo relativo alle somme eccedenti, maggiorato degli interessi legali a decorrere dalla data del versamento, senza che possa accampare il diritto a un “controcredito”.
Infatti, ad avviso del Collegio, l’entità delle somme da versare, previo eventuale scomputo (se vi sia stata cessione di opere di urbanizzazione) va determinata singolarmente, in relazione a ciascuna concessione edilizia rilasciata in attuazione del piano di lottizzazione, come, del resto, espressamente statuito dal già richiamato art. 11 della L. 28.01.1977 n. 10 (TAR Veneto, Sez. I, n. 1378/2004) (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 21.05.2010 n. 2136 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sull'onere o meno del Comune di escutere la polizza fidejussoria a garanzia del versamento del contributo di costruzione scaduti i termini di legge.
Non può rimproverarsi alla p.a. resistente di avere aggravato la posizione del debitore principale, non potendo pretendersi che la stessa, per il fatto che è stata prestata un fideiussione “a prima richiesta”, debba subito attivarsi, scaduti i termini di legge, per l’escussione della polizza.
Deve, invero, ritenersi che l’amministrazione sia libera di scegliere il momento in cui agire, e che il maturare delle maggiorazioni ex art. 81 –legate al decorso del termine, per fasce temporali o classi di ritardo nell’assolvimento dell’obbligazione di pagamento- non possa che farsi risalire al comportamento del debitore, affatto libero di effettuare i versamenti con il maturare delle rate e dei termini cui sono legate le maggiorazioni per ritardato pagamento.
Lo stesso non può che dirsi, seguendo il medesimo filo logico, anche per quanto concerne il maturare degli interessi legali, pacificamente legati al decorso del tempo.
Né può seriamente sostenersi che, in forza dell’art. 1220 c.c., sia stata effettuata un’offerta reale con gli effetti che ne conseguono, in detta previsione normativa, sulla base dei solleciti o pressioni esercitati sull’amministrazione affinché accettasse i pagamenti.
Come eccepito dalla p.a. resistente, infatti, non è stata formalizzata alcuna offerta reale, e a ciò non ha replicato in alcun modo la difesa della ricorrente, che non aveva addotto, a conforto delle sua affermazioni, riscontri documentali (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 21.05.2010 n. 2133 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAGià prima della formulazione dell'art. 21-octies l. 07.08.1990 n. 241, un'ordinanza di demolizione di opere abusive, adottata in mancanza della comunicazione di avvio del procedimento, doveva ritenersi illegittima soltanto quando non fosse accertata in giudizio la sua superfluità.
Questo Collegio evidenzia che, proprio in considerazione della natura vincolata del provvedimento, già prima della formulazione dell'art. 21-octies l. 07.08.1990 n. 241, un'ordinanza di demolizione di opere abusive, adottata in mancanza della comunicazione di avvio del procedimento, doveva ritenersi illegittima soltanto quando non fosse accertata in giudizio la sua superfluità; nel caso di specie, una specifica comunicazione dell'avvio del procedimento era effettivamente superflua, poiché dagli atti di causa emerge, come di seguito si avrà modo di specificare, che l'emanazione dell'impugnato provvedimento ha costituito atto dovuto e che anche a seguito della comunicazione di avvio del procedimento il contenuto dell'atto non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato (cfr., ex multis, TAR Lazio Roma, sez. I, 11.12.2009, n. 12793)
(TAR Veneto, Sez. II, sentenza 21.05.2010 n. 2124 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa valutazione in ordine alla necessità della concessione edilizia per la realizzazione di opere di recinzione va effettuata sulla scorta dei seguenti due parametri: natura e dimensioni delle opere e loro destinazione e funzione.
Non è necessario il permesso per costruire per modeste recinzioni di fondi rustici senza opere murarie, e cioè per la mera recinzione con rete metallica sorretta da paletti di ferro o di legno senza muretto di sostegno.
La concessione edilizia (oggi permesso di costruire) è, invece, necessaria, quando la recinzione è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica, incidendo esso in modo permanente e non precario sull'assetto edilizio del territorio.

La valutazione in ordine alla necessità della concessione edilizia per la realizzazione di opere di recinzione va effettuata sulla scorta dei seguenti due parametri: natura e dimensioni delle opere e loro destinazione e funzione; in base a tale criterio, dunque, non è necessario il permesso per costruire per modeste recinzioni di fondi rustici senza opere murarie, e cioè per la mera recinzione con rete metallica sorretta da paletti di ferro o di legno senza muretto di sostegno, in quanto, entro tali limiti, la recinzione rientra solo tra le manifestazioni del diritto di proprietà, che comprende lo ius excludendi alios o comunque la delimitazione e l'assetto delle singole proprietà.
Alla stregua di tali coordinate, per giurisprudenza consolidata alla quale il Collegio aderisce, la concessione edilizia (oggi permesso di costruire) è, invece, necessaria, quando la recinzione è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica, incidendo esso in modo permanente e non precario sull'assetto edilizio del territorio.
Nel caso di specie, di conseguenza, non si può qualificare l'opera abusiva come meramente precaria, essendo invece stabilmente infissa al suolo attraverso il muro di calcestruzzo (cfr., TAR Lombardia, Milano, sez. IV, 29.12.2009, n. 6266)
(TAR Veneto, Sez. II, sentenza 21.05.2010 n. 2124 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl concetto di pertinenza, previsto dal diritto civile, va distinto dal più ristretto concetto di pertinenza inteso in senso edilizio e urbanistico, che non trova applicazione in relazione a quelle costruzioni che, pur potendo essere qualificate come beni pertinenziali secondo la normativa privatistica, assumono tuttavia una funzione autonoma rispetto ad altra costruzione, con conseguente loro assoggettamento al regime concessorio, come nel caso di un intervento edilizio che non sia coessenziale al bene principale e che possa essere utilizzato in modo autonomo e separato.
Per giurisprudenza costante, alla quale questo Collegio presta adesione, il concetto di pertinenza, previsto dal diritto civile, va distinto dal più ristretto concetto di pertinenza inteso in senso edilizio e urbanistico, che non trova applicazione in relazione a quelle costruzioni che, pur potendo essere qualificate come beni pertinenziali secondo la normativa privatistica, assumono tuttavia una funzione autonoma rispetto ad altra costruzione, con conseguente loro assoggettamento al regime concessorio, come nel caso di un intervento edilizio che non sia coessenziale al bene principale e che possa essere utilizzato in modo autonomo e separato (cfr., ex multis, TAR Campania Napoli, sez. IV, 01.09.2009, n. 4848).
Con specifico riferimento alle opere in contestazione deve essere rilevato che dalla documentazione versata in atti emerge che i manufatti prefabbricati oltre a non rivestire alcun carattere di precarietà strutturale sono stati, sotto il profilo funzionale, destinati ad uso permanente (servizi igienici, magazzini ed uffici) e non già preordinati a soddisfare esigenze contingenti e circoscritte nel tempo; ciò con la conseguenza che l'alterazione del territorio dagli stessi determinata non può essere considerata temporanea, precaria o irrilevante ed in relazione a tali opere era necessario il preventivo rilascio della concessione edilizia. (cfr., ex multis, TAR Lazio Roma, sez. II, 04.05.2007, n. 3973)
(TAR Veneto, Sez. II, sentenza 21.05.2010 n. 2124 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa giurisprudenza ha ammesso la rinuncia alla domanda di condono edilizio presentata a condizione però che la stessa sia anteriore alla conclusione del relativo procedimento da parte del Comune.
Bisogna prestare attenzione all’eventuale rinuncia del condono presentato, magari dopo il decorso di un lungo termine dalla presentazione della relativa istanza, poiché rischierebbe di assicurare all’autore dell’opera abusiva una sostanziale immunità penale, sfruttando, ad esempio, l’eventuale prescrizione del reato edilizio, oltre a garantirgli il recupero pecuniario delle somme già versate; mentre l’Amministrazione comunale potrebbe tutt’al più adottare un provvedimento di demolizione, contro il quale l’interessato potrebbe però proporre impugnazione davanti al giudice amministrativo, rinviando così indefinitamente la definizione dell’abuso, con grave pregiudizio per la certezza dei rapporti giuridici.

La giurisprudenza, affrontando la questione della rinuncia alla domanda di condono, l’ha ammessa, a condizione però che la stessa sia anteriore alla conclusione del relativo procedimento (cfr. TAR Toscana, sez. III, 21.12.2004 n. 6520), mentre nel caso di specie il procedimento deve reputarsi concluso, a nulla rilevando che il sig. Boer non abbia mai materialmente ritirato il titolo cartaceo depositato negli uffici comunali né abbia completamente versato le somme richieste.
Si aggiunga ancora che, in materia di condono per illeciti edilizi, la generalizzata ammissibilità di una rinuncia alla domanda di sanatoria con annessa richiesta di restituzione dei contributi versati, proponibile una volta conclusa l’istruttoria sulla medesima da parte dei competenti uffici, potrebbe portare a conclusioni contrastanti con i principi dell’ordinamento.
Il condono edilizio, infatti, è evidentemente volto alla celere definizione di illeciti avente ordinariamente natura non solo amministrativa ma anche penale (cfr. sul punto art. 38 della legge 47/1985), sicché l’eventuale rinuncia allo stesso, magari dopo il decorso di un lungo termine dalla presentazione della relativa istanza, rischierebbe di assicurare all’autore dell’opera abusiva una sostanziale immunità penale, sfruttando ad esempio l’eventuale prescrizione del reato edilizio, oltre a garantirgli il recupero pecuniario delle somme già versate; mentre l’Amministrazione comunale potrebbe tutt’al più adottare un provvedimento di demolizione, contro il quale l’interessato potrebbe però proporre impugnazione davanti al giudice amministrativo, rinviando così indefinitamente la definizione dell’abuso, con grave pregiudizio per la certezza dei rapporti giuridici.
Quanto sopra esposto non esclude, ovviamente, che l’autore dell’abuso possa contestare la misura dell’oblazione, ma tale ipotesi non deve essere confusa con quella, ricorrente nel caso di specie, di totale rinuncia al condono, accompagnata dalla pretesa di restituzione di tutte le somme versate.
Il Collegio vuole evidenziare ancora come la presente decisione non si ponga in contrasto con altre recenti sentenze della Sezione, fra cui in primo luogo quella depositata il 24.03.2010 n. 728.
Nel caso deciso in tale pronuncia, infatti, una parte dell’opera oggetto di concessione edilizia non era mai stata realizzata, per cui il Tribunale ha riconosciuto il diritto alla restituzione della quota di contributo concessorio per la parte dei lavori non eseguiti. La presente fattispecie è oggettivamente differente in quanto, trattandosi di abuso edilizio, l’intera opera oggetto della domanda di sanatoria è stata evidentemente realizzata.
Anche nella ulteriore sentenza di questa Sezione 19.01.2010 n. 75, è stata ammessa la rinuncia al titolo edilizio (nel caso, si trattava di DIA in variante), però le opere erano state oggetto di un ordine di sospensione lavori ed in ogni modo, come per la sentenza 728/2010, non si trattava di un’ipotesi di condono edilizio, ma di opere lecite ancora in fieri (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 18.05.2010 n. 1551 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl divieto di inedificabilità nella fascia di rispetto autostradale ha carattere assoluto e prescinde dalla caratteristica dell’opera realizzanda e risulta finalizzato a mantenere una fascia di rispetto, utilizzabile per l'esecuzione di lavori, l'impianto di cantieri, l'eventuale allargamento della sede stradale, nonché per evitare possibili pregiudizi alla percorribilità della via di comunicazione; per cui le relative distanze vanno rispettate anche con riferimento ad opere che non superino il livello della sede stradale.
Il Collegio osserva, in linea con la consolidata giurisprudenza (ex plurimis Tar Campania, Salerno, n. 1383/2009 e n. 89/2006) che:
a) l’esistenza di limiti di edificazione da rispettare con riferimento al nastro di autostrade e strade, tanto fuori del centro abitato che nell'ambito di quest'ultimo, deriva direttamente dalla normativa del Codice della Strada (artt. 16, 17 e 18 d.lvo 285/2002) e del suo Regolamento di attuazione, nonché per le sole autostrade dall'art. 9 della l. 729/1961: in particolare l'art. 28 del dpr 495/1992 fissa delle "fasce di rispetto per l'edificazione nei centri abitati" (mt. 30 per le strade di tipo A, cioè per le autostrade), mentre il comma 1 dell'art. 9 l. n. 729/1961 pone comunque il divieto di realizzare qualsivoglia edificazione a distanza inferiore a mt. 25 dal limite della zona di occupazione dell'autostrada;
b) la giurisprudenza ha in proposito precisato che il divieto di inedificabilità nella fascia di rispetto autostradale ha carattere assoluto e prescinde dalla caratteristica dell’opera realizzanda (CS, sez. IV, n. 4618/2008) e risulta finalizzato a mantenere una fascia di rispetto, utilizzabile per l'esecuzione di lavori, l'impianto di cantieri, l'eventuale allargamento della sede stradale, nonché per evitare possibili pregiudizi alla percorribilità della via di comunicazione; per cui le relative distanze vanno rispettate anche con riferimento ad opere che non superino il livello della sede stradale (cfr. Cass. n. 6118 dell'01-06-1995; Cons. Stato, IV, n. 7275/2002, n. 5716/2002, n. 3731/2000; TAR Calabria, Catanzaro, n. 130/2003; TAR Campania, Napoli, n. 5226/2001);
c) alla luce di quanto sopra deve escludersi che, con riferimento alla fascia di rispetto oggetto della presente controversia, possa trovare applicazione sia la speciale disciplina di cui all’art. 9 della L. n. 122/1989 sia quella regionale dettata dall'art. 6, comma 8, della L.R. Campania n. 19/2001, atteso che nelle suddette disposizioni è prevista la prevalenza rispetto alle sole disposizioni degli strumenti urbanistici e dei regolamenti edilizi comunali, con esclusione, quindi, delle previsioni che promanino direttamente da norme primarie anch'esse speciali (TAR Lazio-Roma, Sez. III, sentenza 17.05.2010 n. 11642 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl concetto di ristrutturazione edilizia di un edificio preesistente presuppone che, in conformità al disposto degli art. 9 e 26 l. 28.02.1985 n. 47, non si tratti di opere implicanti radicali interventi di adattamento delle strutture interne, eseguite per creare vani o volumi, giacché l'aumento di questi ultimi determina a sua volta un maggior carico urbanistico di cui la p.a. deve tener conto nella valutazione della vicenda.
Il Consiglio di Stato ha affermato che: “Il concetto di ristrutturazione edilizia di un edificio preesistente, presuppone che, in conformità al disposto degli art. 9 e 26 l. 28.02.1985 n. 47, non si tratti di opere implicanti radicali interventi di adattamento delle strutture interne, eseguite per creare vani o volumi, giacché l'aumento di questi ultimi determina a sua volta un maggior carico urbanistico di cui la p.a. deve tener conto nella valutazione della vicenda" (nella specie, s'è verificato l'intero rifacimento d'un vecchio fabbricato agricolo, con opere anche interne, finalizzate ad un radicale cambiamento della destinazione d'uso da rurale in civile abitazione) (Consiglio Stato, sez. V, 10.08.2000, n. 4397) (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 17.05.2010 n. 2751 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl risanamento conservativo e la ristrutturazione edilizia costituiscono interventi di recupero sul patrimonio edilizio esistente, onde i relativi concetti postulano necessariamente la preesistenza di un fabbricato da ristrutturare o risanare, ossia di un organismo edilizio dotato di mura perimetrali, strutture orizzontali e copertura, sicché la ricostruzione su ruderi o su di un edificio già da qualche tempo demolito o diruto costituisce nuova opera.
La giurisprudenza più recente ha affermato che “il risanamento conservativo e la ristrutturazione edilizia costituiscono interventi di recupero sul patrimonio edilizio esistente, onde i relativi concetti postulano necessariamente la preesistenza di un fabbricato da ristrutturare o risanare, ossia di un organismo edilizio dotato di mura perimetrali, strutture orizzontali e copertura, sicché la ricostruzione su ruderi o su di un edificio già da qualche tempo demolito o diruto costituisce nuova opera" (TAR Campania Salerno, sez. II, 26.09.2007, n. 1927; TAR Campania Napoli, sez. IV, 14.12.2006, n. 10553; Consiglio Stato, sez. V, 15.04.2004, n. 2142) (TAR Liguria, Sez. I, sentenza 17.05.2010 n. 2751 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: ANNULLAMENTO DELLA GARA E RISARCIMENTO DELLA LESIONE DELL'INTERESSE POSITIVO E DELL'INTERESSE NEGATIVO.
1. Giudizio amministrativo - Risarcimento danno - Prova - Della spettanza dell'aggiudicazione - Necessarietà - Al fine della tutela dell'interesse positivo - Ragioni.
2. Giudizio amministrativo - Risarcimento danno - Perdita di chance - Casi - Ragioni.
3. Responsabilità - Civile - Risarcimento danni - Responsabilità precontrattuale - Sussistenza - Ipotesi - Profili.
1.
Chi agisce a tutela del c.d. interesse positivo che assume leso dalla mancata aggiudicazione imputabile all'illegittimo svolgimento della procedura di gara da parte della stazione appaltante, deve fornire la prova circa la spettanza della aggiudicazione, nonché elementi sufficienti (rappresentati essenzialmente dai caratteri della proposta migliorativa) per consentire al giudice di formulare un giudizio di prognosi postuma favorevole in una fattispecie in cui il metodo di aggiudicazione prescelto -quello cioè dell'offerta economicamente più vantaggiosa- non consente al giudice di sostituire il proprio metro di valutazione delle offerte a quello proprio della stazione appaltante stante l'ampia opinabilità dei criteri tecnici da applicare nella formulazione dei giudizi in questione.
2. In relazione al c.d. interesse negativo, quello cioè a non vedersi coinvolta in una trattativa inutile per fatto illecito imputabile alla controparte con conseguente diritto al rimborso delle spese di partecipazione sostenute ed, eventualmente, delle mancate occasioni di guadagno, non può configurarsi un danno da perdita di chance quando l'alea oggettivamente connessa al metodo di aggiudicazione prescelto non consente di configurare in concreto alcuna ragionevole probabilità di aggiudicazione tale da assurgere a posta attiva del patrimonio dell'istante suscettibile di ristoro per equivalente in caso di sua lesione contra ius; si tratta, a ben vedere, di una mera possibilità di aggiudicazione che, in quanto statisticamente non rilevante, non assurge ad interesse meritevole di tutela per l'ordinamento ai fini della tutela aquiliana (Cass., SS.UU., n. 500/1999).
3. Meritevole di accoglimento è la domanda di risarcimento danni a titolo di responsabilità precontrattuale quando la stazione appaltante, con grave negligenza, ha posto in essere una sequenza procedimentale violativa di basilari principi di imparzialità e trasparenza, in tal modo rendendo vano l'investimento economico dell'impresa ricorrente che si è pertanto vista coinvolta in una procedura infruttuosa, con conseguente illecita lesione della propria libertà negoziale ai sensi e per gli effetti dell'art. 1337, Cod. Civ. (massima tratta da
http://mondolegale.it - TAR Molise, sentenza 12.05.2010 n. 208 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ESPROPRIAZIONE - ICI: Determinazione del valore di un'area fabbricabile. Ai fini della determinazione del valore di mercato occorre valutare l'area nel suo complesso.
La Sezione Tributaria della Corte di Cassazione, con l'importante sentenza 07.05.2010 n. 11176, ha chiarito le modalità per la determinazione del valore di un'area fabbricabile.
In particolare la Corte ha richiamato l'art. 5, comma 8, del D. Leg.vo 504/1992, il quale, nel prevedere che il valore dell'area edificabile è costituito da quello venale in comune commercio, fa riferimento all'intera area nel suo complesso.
Ne deriva che l'area edificabile deve essere considerata unitariamente, prescindendo dalla destinazione che ciascuna porzione di essa potrà avere in esito alla realizzazione del processo edificatorio.
D'altro canto non si può trascurare che l'esercizio concreto diritto ad edificare richiede che l'area sia urbanizzata, e quindi debbono esservi spazi riservati (secondo le prescrizioni dello strumento urbanistico attuativo) ad infrastrutture e servizi di interesse generale, quali parcheggi, strade, aiuole. Ne consegue ulteriormente che, ai fini della determinazione del valore dell'area nel suo complesso, deve tenersi in debito conto il differente livello di edificabilità delle parti che compongono l'area (commento tratto da www.legislazionetecnica.it).

URBANISTICA: 1. Disposizioni contenute nel PRG e nei piani attutivi - Prescrizioni che, in via immediata, stabiliscono le potenzialità edificatorie della porzione di territorio interessata - Onere di immediata impugnativa - Sussiste - Prescrizioni di dettaglio contenute nelle n.t.a. o nel regolamento edilizio che disciplinano più in dettaglio l'esercizio dell'attività edificatoria - Eventuale impugnativa - Va proposta in occasione dell'impugnazione dell'atto applicativo medesimo.
1.
In tema di disposizioni dirette a regolamentare l'uso del territorio per gli aspetti urbanistici ed edilizi, contenute nel piano regolatore, nei piani attuativi o in altro strumento generale individuato dalla normativa statale e regionale, la giurisprudenza distingue fra le prescrizioni che, in via immediata, stabiliscono le potenzialità edificatorie della porzione di territorio interessata (nel cui ambito rientrano le norme di c.d. "zonizzazione", di destinazione di aree a soddisfare gli standard urbanistici, di localizzazione di opere pubbliche o di interesse collettivo) dalle altre regole che più in dettaglio disciplinano l'esercizio dell'attività edificatoria, generalmente contenute nelle norme tecniche di attuazione del piano (n.t.a.) o nel regolamento edilizio.
Mentre per le prescrizioni di dettaglio contenute nelle n.t.a. -che, in ragione della loro natura regolamentare, sono suscettibili ripetuta applicazione ed esplicano effetto lesivo nel momento in cui è adottato l'atto applicativo- le eventuali censure vanno proposte in occasione dell'impugnazione dell'atto applicativo medesimo, al contrario, nei confronti delle disposizioni che stabiliscono le potenzialità edificatorie di un'area, a causa dell'immediato effetto conformativo dello ius aedificandi che ne deriva, si impone un onere di immediata impugnativa, in osservanza del termine decadenziale decorrente dalla pubblicazione dello strumento pianificatorio (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 31.03.2010 n. 845 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Disposizione normative previste dall'art. 164 D.Lgs n. 490/1999 - Mancata ottemperanza all'ordine di rimessione in pristino - Intervento d'ufficio della P.A. - Possibilità di procedere al rilascio di titoli edilizi che comportino il venir meno di tale obbligo - Non sussiste.
2. Autorizzazione paesaggistica - Mera comunicazione del rilascio in favore di un soggetto di un'autorizzazione paesaggistica - Piena conoscenza ai fini della decorrenza del termine per eventuale impugnativa - Non sussiste laddove la comunicazione non contenga riferimenti agli estremi e al contenuto dell'atto.
1.
L'esercizio del potere sanzionatorio in materia edilizia è doveroso e vincolato. In particolare, con riguardo all'art. 164 del D.Lgs. n. 490/1999, va rilevato che le disposizioni normative ivi contenute non lasciano all'Amministrazione alcun margine di discrezionalità, in quanto prevedono, in caso di inottemperanza all'ordine di rimessione in pristino, l'intervento d'ufficio della P.A. e non consentono il rilascio di titoli edilizi che comportino il venir meno di tale obbligo.
Conseguentemente, il rilascio di un titolo abilitativo edilizio che ha autorizzato la realizzazione di un assetto del territorio differente rispetto a quanto previsto dal provvedimento sanzionatorio, sebbene i lavori eseguiti siano conformi a tale titolo, non legittimano la decisione dell'Amministrazione di soprassedere al dovere, legislativamente previsto, di portare ad esecuzione l'ordine di messa in pristino, né può ritenersi che tali circostanze configurino una oggettiva impossibilità di ottemperare alla sanzione.
2. La mera comunicazione del rilascio, in favore di un soggetto, di un'autorizzazione paesaggistica è inidonea ad integrare quella piena conoscenza dell'effetto lesivo da cui inizia a decorrere il termine di decadenza per l'eventuale impugnativa, allorquando detta comunicazione non contiene alcun riferimento agli estremi ed al contenuto dell'atto (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 31.03.2010 n. 845 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: 1. Giustizia amministrativa - Tardività del ricorso - Deve essere provata in modo certo ed inequivocabile da parte di chi la eccepisce - Prospettazione di mere presunzioni - Sufficienza - Non sussiste.
2. Giustizia amministrativa - Risarcimento del danno - Responsabilità da fatto illecito - Necessità, oltre alla prova di un danno e di un nesso di causalità tra il danno e l'operato dell'Amministrazione, anche dell'imputazione dell'evento dannoso a titolo di dolo o colpa della P.A..
3. Giustizia amministrativa - Risarcimento del danno - Errori scusabili che non integrano il requisito soggettivo del dolo e della colpa della P.A. - Errori commessi dalla P.A. in relazione ad una situazione complessa e tale da escludere un comportamento negligente dell'Amministrazione - Sussiste.

1. La tardività del ricorso deve essere provata in modo certo ed inequivocabile da parte di chi eccepisce la tardività del medesimo ed il relativo onere non può ritenersi adempiuto sulla base della prospettazione di mere presunzioni che non assurgono a dignità di prova, atteso che non può ritenersi sufficiente la probabilità che l'interessato in un determinato momento abbia avuto cognizione dell'atto contro il quale ha prodotto il ricorso, altrimenti risulterebbero violati i principi costituzionali di cui agli artt. 24 e 113, secondo i quali tutti possono agire in giudizio contro gli atti della P.A. a tutela dei propri diritti ed interessi legittimi.
2. Costituisce principio cardine della responsabilità da fatto illecito, cui soggiace anche la P.A., il fatto che l'ingiustizia del fatto non è requisito sufficiente a fondare il diritto al risarcimento.
E' infatti necessaria, oltre alla prova di un danno e di un nesso di causalità tra il danno e l'operato dell'amministrazione, l'imputazione dell'evento dannoso a titolo di dolo o colpa della P.A., dovendo quindi verificarsi se l'adozione è l'esecuzione dell'atto impugnato sia avvenuta in violazione delle regole di imparzialità, di correttezza e di buona fede alle quali l'esercizio della funzione deve ispirarsi.
3. Gli errori commessi dalla P.A. possono considerarsi scusabili e, dunque, tali da non integrare il requisito soggettivo del dolo o della colpa necessario ai fini del risarcimento del danno, qualora la situazione di fatto sia complessa ed articolata e comunque tale da escludere un comportamento negligente da parte dell'Amministrazione, come avvenuto nel caso di specie in cui la P.A. ha compiuto ripetute ed approfondite attività istruttorie in occasione del rilascio dei titoli abilitativi in seguito annullati (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 31.03.2010 n. 845 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ingiunzione di demolizione - Permesso in sanatoria - Risarcimento del danno - Spese giudiziali - Danno da silenzio - Danno da ritardo - Inammissibilità.
Nel ricorso avverso ingiunzione di demolizione di un manufatto divenuto improcedibile per successivo rilascio di permesso di costruire in sanatoria, la ricorrente non può dolersi né delle spese sostenute per il ricorso giudiziale in quanto la presentazione dell'istanza di accertamento di conformità impedisce di ritenere che l'esponente non abbia commesso alcun abuso edilizio né del silenzio inizialmente serbato dall'Amministrazione sull'istanza nel caso in cui il gravame avverso il silenzio, ex art. 21-bis L. n. 1034/71, sia stato dichiarato inammissibile con compensazione delle spese.
Neppure risulta configurabile un danno da ritardo nel rilascio del titolo in sanatoria, visto che, nelle more del procedimento di accertamento di conformità, il manufatto non è stato rimosso, per cui non è stato cagionato alcun pregiudizio alla ricorrente che ha continuamente fruito dell'opera abusiva (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 31.03.2010 n. 844 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Permesso di costruire - Art. 35, comma 1, L.R. n. 12/2005 e art. 11, D.P.R. n. 380/2001 - Titolo per il rilascio del permesso di costruire - Diritto di proprietà e altri diritti reali o personali di godimento, purché con facoltà di attuare interventi sull'immobile - Necessità di accertamento del titolo da parte del Comune - Sussiste, limitatamente alla verifica di un titolo sostanziale idoneo a costituire la posizione legittimante.
Come noto, l'art. 35, comma 1, L.R. 12/2005 -riprendendo analoga formulazione dell'art. 11, D.P.R. n. 380/2001- stabilisce che il permesso di costruire venga rilasciato «al proprietario dell'immobile o a chi abbia titolo per richiederlo» e l'espressione legislativa «titolo per richiederlo» è stata intesa dalla giurisprudenza nel senso di posizione che civilisticamente costituisca titolo per esercitare sul fondo un'attività costruttiva.
Tale posizione soggettiva non coincide con il solo diritto di proprietà, ma anche con altri diritti reali o addirittura personali di godimento, purché attribuiscano al titolare la facoltà di attuare interventi sull'immobile.
Tenuto conto, pertanto, che la mancanza della proprietà o di altro titolo idoneo preclude il rilascio del permesso di costruire, l'Amministrazione comunale è chiamata allo svolgimento di un'attività istruttoria, per accertare la sussistenza del titolo legittimante.
Tuttavia, al Comune spetta soltanto la verifica, in capo al richiedente, di un titolo sostanziale idoneo a costituire la posizione legittimante, senza alcuna ulteriore e minuziosa indagine che si estenda fino alla ricerca di eventuali fattori limitativi, preclusivi o estintivi del titolo di disponibilità dell'immobile, allegato da chi presenta istanza edilizia (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 31.03.2010 n. 842 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Ingiunzione di ripristino stato dei luoghi - Concessione in sanatoria ex L. n. 47/1985 - Situazione dei luoghi difforme da quella sanata - Affidamento - Non sussiste.
2. Ingiunzione di ripristino stato dei luoghi - Concessione in sanatoria e certificato abitabilità ex L. n. 47/1985 - Situazione dei luoghi difforme da quella sanata - Diversità delle altezze e delle superfici - Inutilizzabilità del certificato di abitabilità - Legittimità.

1. Nessun affidamento può essere invocato da chi abbai conseguito un provvedimento favorevole in base ad una rappresentazione errata della realtà, ed il provvedimento di ripristino dello stato dei luoghi, non nello stato "condonato", ma in quello assentito con la licenza edilizia originaria (con implicito annullamento in autotutela della concessione in sanatoria) non richiede la presenza di un interesse pubblico attuale e concreto, a giustificazione del provvedimento in autotutela, quando il rilascio della concessione sia derivato da una erronea rappresentazione dei fatti (non importa se dolosa o colposa) da parte del privato richiedente.
2. Nessun rilievo può avere il certificato di abitabilità conseguito unitamente al condono nel caso di diversità delle altezze e delle superfici che incidono sulla volumetria, superficie e parametri urbanistico-edilizi dell'immobile, in quanto i requisiti di abitabilità dei sottotetti sono stabiliti da fonte primaria non derogabile neppure in sede di condono degli abusi edilizi, risultando conseguentemente legittima l'ingiunzione di ripristino dello stato dei luoghi in aderenza a quanto assentito con la licenza originaria (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 31.03.2010 n. 840 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA Ordine di non effettuare l'intervento notificato dopo 30 giorni dalla presentazione della d.i.a., ma emanato entro tale termine - Legittimità - Sussiste.
L'ordine di non effettuare l'intervento non è tardivo, se ancorché notificato dopo il decorso di 30 giorni dalla presentazione della d.i.a, è emanato entro detto termine; il termine di 30 giorni dalla presentazione della d.i.a. vale per l'emanazione dell'ordine di non effettuare l'intervento, e non anche per la notifica (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 30.03.2010 n. 839 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Recupero abitativo dei sottotetti - Monetizzazione dei parcheggi pubblici - Mancata previsione normativa reiterata dal Piano delle Regole -Legittimità.
2. Recupero abitativo dei sottotetti - Parcheggi privati - Natura pertinenziale - Sussiste.

1. In tema di recupero abitativo dei sottotetti la L.R. n. 12/2005 e s.m.i. non prevede la monetizzazione dei parcheggi pubblici, pertanto è legittima la previsione del piano delle regole in tal senso orientata.
2. In tema di recupero abitativo dei sottotetti, per quanto concerne i parcheggi pertinenziali privati, tutti i parcheggi costituenti la dotazione minima devono ritenersi gravati da vincolo pertinenziale ex lege, siano essi realizzati in base alla c.d. legge Tognoli (legge n. 122 del 1989), ovvero in base all'art. 41-sexies della legge urbanistica (legge n. 1150 del 1942), trattandosi di un vincolo di destinazione pubblicistico, inderogabile e permanente (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 30.03.2010 n. 839 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Illeciti commessi dagli amministratori di una società - Esimenti idonee a giustificare l'inadempimento delle obbligazioni assunte dalla società - Applicabilità al fine di evitare le sanzioni previste dall'art. 42 del D.P.R. n. 380/2001 - Non sussiste.
Gli illeciti -commissivi ed omissivi, penali, civili ed amministrativi- eventualmente commessi dagli amministratori sono fatti interni alla società e, sul piano giuridico, non costituiscono esimente idonea a giustificare l'inadempimento delle obbligazioni assunte e scriminare la responsabilità del debitore, quale causa non imputabile, ai sensi dell'art. 1218 c.c..
I predetti illeciti non costituiscono un'esimente anche ai fini dell'applicazione delle sanzioni di cui all'art. 42 del D.P.R. n. 380/2001 (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 30.03.2010 n. 838 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Permesso di costruire in sanatoria ex D.Lgs. n. 269/2003 - Contributo di urbanizzazione e costo di costruzione - Tariffe vigenti - Art. 6 L.R. n. 31/2004 - Legittimità costituzionale.
In relazione al fatto se gli oneri di urbanizzazione ed il costo di costruzione dovuti ai fini della sanatoria debbano essere commisurati alle tariffe vigenti al momento del deposito dell'istanza di sanatoria o a quelle vigenti al tempo del rilascio del titolo edilizio, dispone l'art. 4, c. 6, L.R. 03.11.2004 n. 31 nel senso che la determinazione deve effettuarsi tenendo conto del regime tariffario in vigore al momento di adozione del permesso di sanatoria, essendo stata tale soluzione interpretativa ritenuta costituzionalmente legittima (v. ordinanza Corte Cost. n. 105/2010) in quanto la scelta normativa della Regione Lombardia rappresenta "un bilanciamento di interessi che può solo essere effettuato dal legislatore" (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 30.03.2010 n. 833 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: 1. Requisiti generali - Moralità dell'impresa - Valutazione dei precedenti penali - Spetta all'amministrazione.
2. Requisiti generali - Precedenti penali risalenti nel tempo - Obbligo di dichiarazione - Sussiste.

1. Per giurisprudenza pacifica la valutazione di incidenza della fattispecie penale consumata sulla moralità professionale dell'impresa appartiene esclusivamente all'amministrazione appaltante, rientrando nella sua discrezionalità ritenere o meno sussistente siffatta incidenza (cfr. TAR Lombardia Milano, sez. I, 19.05.2009, n. 3768 e Cons. Stato, sez. V, 22.02.2007, n. 945).
2. In tema di verifica del possesso dei requisiti generali di partecipazione ad una gara di appalto pubblico, la risalenza nel tempo dei fatti e della condanna penale riportata non è idonea a precludere la valutazione della stazione appaltante (e il correlato obbligo di dichiarazione da parte dei concorrenti), attesa la ratio della verifica intesa ad un giudizio di affidabilità in ordine alla moralità professionale dell'aspirante contraente (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 19.10.2007, n. 5470) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 25.03.2010 n. 729 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Contributo di costruzione - Obbligo di restituzione, da parte della P.A. delle somme corrisposte - Sussiste laddove il privato rinunci al permesso di costruire o sia intervenuta la decadenza del titolo edilizio.
2. Contributo di costruzione - Obbligo di restituzione, da parte della P.A. delle somme corrisposte - In caso di utilizzo soltanto parziale del permesso di costruire per realizzazione di parte delle opere edilizie previste - Sussiste per la quota di contributo di costruzione che è stata calcolata con riferimento alle opere non realizzate.
3. Contributo di costruzione - Obbligo di restituzione, da parte della P.A. delle somme corrisposte - Decorrenza del termine di prescrizione - Dalla data in cui il titolare comunica all'Amministrazione la propria intenzione di rinunciare al titolo abilitativo o dalla data di adozione, da parte della P.A. del provvedimento che dichiara la decadenza del permesso di costruire.
4. Restituzione di somme indebitamente riscosse da parte della P.A. - Diritto del privato agli interessi legali - Sussiste.
5. Risarcimento del maggior danno rispetto agli interessi legali richiesto a colui che abbia ricevuto in buona fede un pagamento indebito - Va valutato con riguardo al periodo successivo alla presentazione della domanda di restituzione delle somme indebitamente pagate.

1. Quando il privato rinunci al permesso di costruire o anche quando sia intervenuta la decadenza del titolo edilizio -per scadenza dei termini iniziali o finali o per il sopravvenire di previsioni urbanistiche introdotte o dallo strumento urbanistico o da norme legislative o regolamentari, contrastanti con le opere autorizzate e non ancora realizzate- sorge in capo alla P.A. l'obbligo di restituzione delle somme corrisposte a titolo di contributo per oneri di urbanizzazione e costo di costruzione e, conseguentemente, il diritto del privato a pretenderne la restituzione, in quanto il contributo concessorio è strettamente connesso all'attività di trasformazione del territorio. Pertanto, ove tale circostanza non si verifichi, il relativo pagamento risulta privo di causa, cosicché l'importo versato va restituito.
2. Il diritto alla restituzione sorge non solamente nel caso in cui la mancata realizzazione delle opere sia totale, ma anche ove il permesso di costruire sia stato utilizzato soltanto parzialmente, tenuto conto che sia la quota degli oneri di urbanizzazione che la quota relativa al costo di costruzione sono correlati, sia pure sotto profili differenti, all'oggetto della costruzione.
L'avvalimento solo parziale delle facoltà edificatorie consentite da un permesso di costruire comporta dunque il sorgere, in capo al titolare, del diritto alla rideterminazione del contributo ed alla restituzione della quota di esso che è stata calcolata con riferimento alla porzione non realizzata.
3. Ai sensi dell'art. 2935 c.c. il termine di prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere e, dunque, dalla data in cui il titolare comunica all'Amministrazione la propria intenzione di rinunciare al titolo abilitativo o dalla data di adozione, da parte della P.A. del provvedimento che dichiara la decadenza del permesso di costruire per scadenza dei termini iniziali o finali o per l'entrata in vigore delle previsioni urbanistiche contrastanti.
4. Il privato, sulle somme indebitamente riscosse dalla P.A., ha diritto agli interessi legali i quali, qualora non vi siano elementi che escludano la buona fede dell'Amministrazione, spettano dalla data della domanda.
5. Il risarcimento del maggior danno, rispetto agli interessi legali, richiesto a colui che abbia ricevuto in buona fede un pagamento indebito ai sensi dell'art. 2033 c.c., riguarda il periodo successivo alla presentazione della domanda, essendo irrilevante l'allegazione e la dimostrazione di aver dovuto fare ricorso ad oneroso credito bancario in periodo precedente la presentazione della domanda di restituzione (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 24.03.2010 n. 728 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: 1. Annullamento degli atti di gara - Cognizione del Giudice amministrativo - Investe anche il contratto medio tempore stipulato.
La cognizione del Giudice amministrativo ha ad oggetto non soltanto la domanda di annullamento degli atti di gara e dell'aggiudicazione definitiva di un appalto pubblico ma si estende altresì alla domanda del contraente pretermesso illecitamente dalla gara, e quindi privato della possibilità di stipulare il relativo contratto con l'amministrazione, di essere reintegrato nella sua posizione, con la privazione di effetti del contratto medio tempore stipulato dalla stazione appaltante con altro concorrente (cfr. Cass. Civ., Sez. Un., ordinanza n. 2906 del 10.02.2010) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 23.03.2010 n. 708 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: 1. Annullamento dell'aggiudicazione provvisoria in autotutela - Avvio del procedimento - Non è necessario.
2. Annullamento dell'aggiudicazione provvisoria - Rinnovazione integrale della gara - E' legittimo ove sia stata riscontrata la violazione del principio di segretezza delle offerte.

1. Secondo orientamento costante, ove l'amministrazione intenda esercitare il proprio potere di autotutela rispetto all'aggiudicazione provvisoria (atto avente natura endoprocedimentale e non conclusivo del procedimento), non è tenuta a dare previa comunicazione dell'avvio del relativo procedimento versandosi ancora nell'unico procedimento iniziato con l'istanza di partecipazione alla gara, vantando l'aggiudicatario provvisorio una mera aspettativa di fatto alla conclusione del procedimento (cfr., per tutte, Cons. Stato, sez. V, 12.02.2010, n. 743).
2. E' legittimo il provvedimento con cui l'amministrazione, avendo espletato una gara d'appalto il cui vincitore è risultato illegittimamente ammesso, disponga la rinnovazione integrale della gara in conseguenza dall'accertamento del vizio radicale riscontrato in relazione alla violazione del principio della segretezza delle offerte durante lo svolgimento della procedura selettiva (cfr. Cons. Stato, sez. V, 06.03.2002, n. 1367) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 23.03.2010 n. 707 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: 1. Esclusione dalla procedura e contestuale aggiudicazione provvisoria ad altro concorrente - Impugnazione - Ricorso giurisdizionale - Deve essere notificato al controinteressato aggiudicatario provvisorio a pena di inammissibilità.
2. Appalti pubblici - Mancata notifica del ricorso principale al controinteressato - Inammissibilità - Proposizione di motivi aggiunti - improcedibilità per carenza d'interesse.

1. L'aggiudicatario provvisorio assume la veste di controinteressato nel ricorso proposto dal concorrente escluso dalla procedura ad evidenza pubblica quando l'esclusione e l'aggiudicazione siano avvenute contestualmente, ossia senza soluzione di continuità, potendo la ditta esclusa rendersi perfettamente conto che l'impugnativa incide sulla posizione, differenziata e giuridicamente protetta, di altro soggetto privato.
Di conseguenza la mancata notifica al medesimo del relativo gravame ne determina l'inammissibilità (Cons. Stato, Sez. VI 10.10.2002 n. 5453).
2. La mancata notifica del ricorso principale al controinteressato determina l'inammissibilità dello stesso e rende improcedibili per sopravvenuta carenza di interesse gli ulteriori motivi aggiunti (Consiglio Stato Sez. VI, 23.06.2006, n. 4012) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 23.03.2010 n. 706 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Società cessionaria del ramo d'azienda - Obbligo di produrre le dichiarazioni di moralità riferite anche degli amministratori dell'impresa cedente - Non sussiste se non previsto dal bando.
Laddove il bando di gara nulla prescriva, non sussiste in capo all'impresa cessionaria del ramo d'azienda necessario per la partecipazione alla gara, l'obbligo di presentare in sede di offerta le dichiarazioni di moralità di cui all'art. 38, co. 1, lett. c), anche relativamente agli amministratori e ai direttori generali dell'impresa cedente (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 23.03.2010 n. 705 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Piano di lottizzazione - Posizionamento recinzione - Ordinanze di demolizione inoppugnabili - Nuovi proprietari - riattivazione procedimento - Interesse pubblico - Ingiunzione di demolizione - Legittimità.
2. Piano di lottizzazione - Posizionamento recinzione - Ordinanza di demolizione - Assetto concordato tra privati - Natura giuridica della strada - Poteri repressivi del Comune - Legittimità.

1. In relazione ad una recinzione realizzata non in conformità alla determinazione dei punti fissi tra due comparti di lottizzazione per cui siano divenute inoppugnabili le ordinanze di demolizione adottate in seguito alla perenzione dei ricorsi, legittimamente il Comune può riattivare nei confronti dei nuovi proprietari il procedimento sanzionatorio intrapreso nei confronti della loro dante causa, corrispondente ad un interesse pubblico attuale che non richiede particolare motivazione posto che non è mutato il posizionamento della recinzione.
2. Poiché la determinazione dei punti fissi tra due comparti di lottizzazione è stata recepita e fatta propria dal Comune risulta conforme all'interesse pubblico il fatto che le costruzioni vengano realizzate secondo l'assetto concordato.
Peraltro risulta legittima l'ordinanza di rimozione impugnata posto che la natura giuridica della strada (di cui i ricorrenti contestano l'idoneità all'uso pubblico) e la titolarità della strada (di cui contestano la proprietà o almeno l'uso pubblico) parimenti non escludono il potere del Comune di adottare misure repressive in ordine a interventi edilizi non conformi alla normativa di settore o al titolo concessorio (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 17.03.2010 n. 659).

EDILIZIA PRIVATA Abuso edilizio - Ingiunzione di demolizione - Obbligazione solidale ad eseguire del proprietario e del responsabile dell'abuso - Sussiste - Acquisizione dell'area di sedime - Non si verifica se il proprietario abbia fornito alla P.A. procedente, prima dell'ingiunzione, ogni elemento utile all'identificazione del responsabile - Estraneità del proprietario alla realizzazione dell'abuso - Azione di regresso nei confronti del responsabile - Sussiste.
Il soggetto che riveste la sola qualifica di "proprietario" è tenuto in solido con il responsabile dell'abuso edilizio ad eseguire la sanzione demolitoria irrogata dall'autorità amministrativa, con la sola preclusione dell'acquisizione dell'area di sedime, allorquando il proprietario abbia avuto modo di fornire, prima dell'emanazione dell'ingiunzione, all'Amministrazione procedente ogni elemento utile all'identificazione del soggetto responsabile dell'abuso.
Anche l'estraneità alla realizzazione dell'abuso edilizio non esonera il proprietario dell'edificio dalla responsabilità per la sanzione, salva l'eventuale azione di regresso nei confronti dell'autore del medesimo  (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 16.03.2010 n. 656 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Piano di recupero - Permesso di costruire in sanatoria - Qualificazione dell'intervento - Demolizione con ricostruzione - Art. 33 e 37 D.P.R. n. 380/2001 - Varianti in sanatoria - Legittimità.
2. Permesso di costruire in sanatoria - Demolizione con ricostruzione - Art. 33 e 37 D.P.R. n. 380/2001 - Sanzioni amministrative - Ricalcolo contributo sull'intera volumetria - Legittimità.

1. Non possono ascriversi alla categoria delle varianti in corso d'opera le varianti che modificano, per giunta in aumento, superfici commerciali e volumetrie, e che alterano la tipologia dell'intervento.
Pertanto nel caso di realizzazione di un intervento, in luogo di quello previsto nel piano di recupero (in parte di ristrutturazione e di manutenzione ed in parte di risanamento conservativo), di totale demolizione e ricostruzione, per giunta non fedele rispetto all'organismo preesistente, risultano legittimi i permessi di costruire in sanatoria volti a sanare, il primo, la demolizione eseguita in difformità del titolo ex art. 37 D.P.R. n. 380/2001, il secondo, l'intervento abusivo di ricostruzione ex art. 33 D.P.R n. 380/2001.
2. Rispetto ad un piano che prevedeva un intervento unitario di recupero la demolizione totale dell'edificio e la sua ricostruzione realizzata con volumi, superfici e sagoma difformi configura, unitariamente, una difformità totale, tale da dare luogo al ricalcolo del contributo sanzionatorio sull'intera volumetria realizzata.
Tanto più ove si consideri che la stessa ricorrente ha chiesto, prima, la sanatoria della demolizione, poi, la sanatoria della ricostruzione, risulta legittimo che nel permesso di costruire in sanatoria per la ricostruzione del fabbricato il Comune abbia calcolato l'oblazione su tutta la volumetria realizzata, salvo lo scomputo di quanto già versato come contributo di costruzione in base alle pregresse D.I.A. (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 15.03.2010 n. 643 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Realizzazione di opere di recinzione - Permesso di costruire - Necessità - Limiti.
La valutazione in ordine alla necessità della concessione edilizia per la realizzazione di opere di recinzione va effettuata sulla scorta dei seguenti due parametri: natura e dimensioni delle opere e loro destinazione e funzione; in base a tale criterio, dunque, non è necessario il permesso per costruire per modeste recinzioni di fondi rustici senza opere murarie, e cioè per la mera recinzione con rete metallica sorretta da paletti di ferro o di legno senza muretto di sostegno, in quanto entro tali limiti la recinzione rientra solo tra le manifestazioni del diritto di proprietà, che comprende lo "ius excludendi alios" o comunque la delimitazione e l'assetto delle singole proprietà; occorre, invece, il permesso, quando la recinzione è costituita da un muretto di sostegno in calcestruzzo con sovrastante rete metallica, incidendo esso in modo permanente e non precario sull'assetto edilizio del territorio.
Per la posa in opera di una semplice recinzione con paletti in ferro, non infissi in muratura nel terreno, non è necessaria alcuna richiesta di provvedimento concessorio, trattandosi di installazione precaria e rientrando tale opera tra le attività di mera manutenzione (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 15.03.2010 n. 636 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Contratto di avvalimento - Oggetto - Non soltanto le referenze maturate ma anche il complesso di beni organizzato (azienda) per l'esercizio dell'attività di impresa da parte dell'impresa ausiliaria.
La finalità dell'istituto dell'avvalimento é quella di consentire la massima partecipazione alle gare ad evidenza pubblica permettendo alle imprese non in possesso dei requisiti tecnici, di sommare, unicamente per la gara in espletamento, le proprie capacità tecniche ed economico-finanziarie a quelle di altre imprese.
L'avvalimento non è dunque una modalità associativa ma uno strumento di utilizzo delle risorse altrui nell'esecuzione del contratto e per tale ragione oggetto del contratto di avvalimento non può pertanto essere soltanto la referenza maturata in passato dall'impresa ausiliaria ma l'azienda, vale a dire, il complesso di beni organizzato per l'esercizio delle attività di impresa (cfr. TAR Veneto Venezia, sez. I, 06.11.2008, n. 3451 e Autorità Vigilanza sui Contratti Pubblici, parere n. 155 del 20.12.2007) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 12.03.2010 n. 613 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Art. 21-octies, L. 241/1990 - Preavviso di rigetto - Ambito di applicazione - Rapporto con gli artt. 7 e 10-bis - Partecipazione del privato al procedimento amministrativo - Omessa comunicazione dei motivi ostativi all'accoglimento - Successiva dimostrazione in giudizio che il contenuto del provvedimento non poteva essere differente da quello adottato - Illegittimità.
L'art. 21-octies della legge n. 241 del 1990 è finalizzato a tradurre in concreto gli astratti principi di strumentalità delle forme rispetto al raggiungimento dello scopo e di conservazione degli effetti del provvedimento. Tuttavia, in virtù della valenza generale del principio del giusto procedimento, la norma deve, certamente, ricevere un'applicazione circoscritta, in relazione alle preminenti esigenze garantistiche da tutelare.
Non appare, infatti, condivisibile l'equiparazione del vizio di mancata comunicazione del preavviso di rigetto alla violazione delle altre norme sul contraddittorio procedimentale, atteso che gli artt. 7 e 21-octies da un lato e 10-bis dall'altro rispondono ad una funzione diversa, non assimilabile in alcun modo.
Mediante l'introduzione del preavviso di rigetto, il contraddittorio procedimentale tra amministrazione e destinatario dell'atto risulta più efficace, sia in relazione alla messa a nudo delle risultanze istruttorie in possesso dell'amministrazione, che alla formulazione di osservazioni del privato, potenzialmente rilevanti per l'emissione di un migliore provvedimento.
Mentre, infatti, la comunicazione di avvio del procedimento si colloca temporalmente nella preliminare fase istruttoria procedimentale, il preavviso di rigetto deve essere emesso e comunicato all'interessato in un momento successivo alla conclusione dell'istruttoria, nell'ambito, dunque, della fase decisoria del procedimento amministrativo, determinando un concreto apporto del destinatario al contenuto stesso del provvedimento.
Tanto premesso, in caso di omessa comunicazione dei motivi ostativi all'accoglimento dell'istanza ex art. 10-bis della legge 241/1990, l'amministrazione non può dimostrare in giudizio che il contenuto del provvedimento non sarebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato (cfr. TAR Liguria, sez. I, 31.12.2009, n. 4129) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 12.03.2010 n. 607 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Oneri di urbanizzazione - Contestazione vertente sulla quantificazione - Giurisdizione esclusiva del G.A. - Sussiste - Pretesa del privato diretta alla esatta determinazione del contributo dovuto - Si atteggia come diritto soggettivo.
Una contestazione che verta sulla quantificazione degli oneri di urbanizzazione, rientranti nella giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo ai sensi dell'art. 16 della L. n. 10/1977, e la pretesa del privato diretta alla esatta determinazione del contributo dovuto, si atteggia come diritto soggettivo, la cui azionabilità non è subordinata né all'impugnativa di un atto amministrativo formale, né all'osservanza del termine perentorio di decadenza, bensì di quello ordinario di prescrizione (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 11.03.2010 n. 584 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Valutazione di un intervento edilizio consistente in una pluralità di opere - Va effettuata globalmente.
2. Intervento edilizio di demolizione di una parte del fabbricato, con conseguente modifica della sagoma dell'edificio originario - Qualificazione come intervento di manutenzione - Non sussiste.
1. Nel valutare un intervento edilizio consistente in una pluralità di opere, deve effettuarsi una valutazione globale delle stesse, atteso che la considerazione atomistica dei singoli interventi non consente di comprendere l'effettiva portata dell'operazione.
2. La demolizione di una parte del fabbricato, con conseguente modifica della sagoma dell'edificio originario, porta ad escludere che l'intervento edilizio possa essere ricondotto alla semplice manutenzione ordinaria o straordinaria (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 11.03.2010 n. 584 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Varianti in corso d'opera - Individuazione - Criteri.
Rientrano nella categoria delle varianti in corso l'opera i soli interventi edilizi in lieve difformità dal progetto assentito, che si rendano necessari nel corso dell'edificazione per ragioni tecniche non previste o prevedibili al momento della redazione di detto progetto, mentre non rientrano in tale categoria di varianti c.d. "leggere" quelle che prevedono la demolizione di una parte dell'edificio originario o una serie di interventi interni (quali lo spostamento di tavolati e la creazione di volumi, la diversa ubicazione di scale e finestre) ed esterni (chiusura di finestre, diversa dimensione delle aperture, porte e finestre, la difformità di altezza e di forma del frontale) che, complessivamente considerate, comportano una modifica del progetto originario di entità non trascurabile (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 11.03.2010 n. 584 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Oneri di urbanizzazione - Contestazione vertente sulla quantificazione - Giurisdizione esclusiva del G.A. - Sussiste - Pretesa del privato diretta alla esatta determinazione del contributo dovuto - Si atteggia come diritto soggettivo.
2. Valutazione di un intervento edilizio consistente in una pluralità di opere - Va effettuata globalmente.
3. Intervento edilizio di demolizione di una parte del fabbricato, con conseguente modifica della sagoma dell'edificio originario - Qualificazione come intervento di manutenzione - Non sussiste.
4. Varianti in corso d'opera - Individuazione - Criteri.

1. Una contestazione che verta sulla quantificazione degli oneri di urbanizzazione, rientranti nella giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo ai sensi dell'art. 16 della L. n. 10/1977, e la pretesa del privato diretta alla esatta determinazione del contributo dovuto, si atteggia come diritto soggettivo, la cui azionabilità non è subordinata né all'impugnativa di un atto amministrativo formale, né all'osservanza del termine perentorio di decadenza, bensì di quello ordinario di prescrizione.
2. Nel valutare un intervento edilizio consistente in una pluralità di opere, deve effettuarsi una valutazione globale delle stesse, atteso che la considerazione atomistica dei singoli interventi non consente di comprendere l'effettiva portata dell'operazione.
3. La demolizione di una parte del fabbricato, con conseguente modifica della sagoma dell'edificio originario, porta ad escludere che l'intervento edilizio possa essere ricondotto alla semplice manutenzione ordinaria o straordinaria.
4. Rientrano nella categoria delle varianti in corso l'opera i soli interventi edilizi in lieve difformità dal progetto assentito, che si rendano necessari nel corso dell'edificazione per ragioni tecniche non previste o prevedibili al momento della redazione di detto progetto, mentre non rientrano in tale categoria di varianti c.d. "leggere" quelle che prevedono la demolizione di una parte dell'edificio originario o una serie di interventi interni (quali lo spostamento di tavolati e la creazione di volumi, la diversa ubicazione di scale e finestre) ed esterni (chiusura di finestre, diversa dimensione delle aperture, porte e finestre, la difformità di altezza e di forma del frontale) che, complessivamente considerate, comportano una modifica del progetto originario di entità non trascurabile (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 11.03.2010 n. 584 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA 1. Ordinanza di ripristino di un'area - Locazione ad altra società - Acquisizione gratuita al patrimonio del Comune - Non estraneità all'abuso - Disponibilità dell'area - Legittimità.
2. Ordinanza di ripristino di un'area - Posa di materiale inerte - Qualificazione come costruzione - Mancanza di permesso di costruire - Legittimità.
3. Ordinanza di ripristino di un'area - Acquisizione gratuita al patrimonio del Comune - Potere di controllo e sanzionatorio - Vetustà dell'abuso - Affidamento - Sanatoria - Non sussiste.

1. L'art. 31 D.P.R. n. 380/2001, nel caso di accertata esecuzione di interventi in assenza di permesso, prevede di ingiungere al proprietario dell'area, oltre che al responsabile dell'abuso, la rimozione o la demolizione, e posto che nel caso di specie non può ritenersi che la proprietaria ricorrente non abbia la disponibilità del bene o sia estranea alla commissione degli abusi, in quanto realizzati e contestati in un momento antecedente alla stipulazione del contratto di locazione dell'area ad altra società, risulta legittimamente adottata l'ordinanza di remissione in pristino dell'area e, conseguentemente, in ragione dell'inottemperanza all'ordine, l'acquisizione gratuita al patrimonio del Comune dell'area opera nei confronti della proprietaria.
2. In considerazione dell'entità del deposito dei materiali e della stabilità dell'utilizzazione dell'area come deposito, nonché dello spargimento di ghiaia sull'area preordinata a modificare la destinazione d'uso da zona per "attrezzature pubbliche" a deposito, è da ritenersi realizzata una trasformazione permanente dell'assetto edilizio del territorio necessitante permesso di costruire ai sensi dell'art. 3, lett. e), D.P.R. n. 380/2001, e conseguentemente legittimo l'ordine di ripristino dell'area impugnato.
3. Non esclude il carattere abusivo dell'opera il fatto che l'area fosse da decenni adibita a tale attività produttiva, poiché la vetustà dell'opera non esclude il potere di controllo ed il potere sanzionatorio del Comune in materia urbanistico-edilizia, perché l'esercizio di tale potere non è soggetto a prescrizione o decadenza; ne consegue che l'accertamento dell'illecito amministrativo e l'applicazione della relativa sanzione può intervenire anche a notevole distanza di tempo dalla commissione dell'abuso, senza che il ritardo nell'adozione di sanzione comporti sanatoria o il sorgere di affidamenti o di situazioni consolidate (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 11.03.2010 n. 583 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Decadenza della concessione edilizia - Effetti - Dichiarazione della P.A. - Necessità.
La decadenza della concessione edilizia per mancato inizio ed ultimazione dei lavori non è automatica e deve, pertanto, essere dichiarata con apposito provvedimento della P.A. che renda operanti gli effetti della decadenza accertata (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 11.03.2010 n. 582 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Manufatto tipo container - Qualora non risponda ad esigenze contingibili del proprietario - Necessità di apposito titolo abilitativo edilizio - Sussiste.
Un manufatto tipo container qualora non risponda ad esigenze contingibili del proprietario ma risulta destinato a soddisfare stabilmente esigenze di utilizzo necessita di apposito titolo abilitativo edilizio, trattandosi di nuova costruzione (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 08.03.2010 n. 558 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Rigetto di concessione edilizia in variante - Identità con progetti già respinti - Atto confermativo - Parere Commissione Edilizia - Non sussiste.
In merito ad una domanda di concessione in variante, deve escludersi, nonostante l'identità del progetto con quelli allegati a precedenti richieste in variante già respinte, che il rigetto del titolo edilizio rientri nella categoria degli atti meramente confermativi nel caso in cui lo stesso sia il risultato di una nuova istruttoria (con acquisizione del parere negativo della Commissione Edilizia) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 08.03.2010 n. 557 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Varianti urbanistiche - Obbligo di motivazione - Casi di affidamento qualificato del privato - Sussiste.
Le motivazioni delle varianti urbanistiche devono essere puntuali, in quanto lesive delle legittime aspettative edificatorie dei privati, solo in caso di affidamento qualificato di questi ultimi, rientrando in tale ipotesi le situazioni di chi ha ottenuto un giudicato di annullamento di una precedente destinazione di zona, ovvero di un diniego di titolo abilitativo edilizio,oppure ancora del silenzio-rifiuto formatosi su una domanda edilizia e infine di chi ha stipulato accordi vincolanti con la P.A., quale una convenzione di lottizzazione.
A fronte di aspettative di mero fatto, le scelte di natura tanto ambientale quanto urbanistica rimesse alla P.A. nell'interesse generale sono di regola sufficientemente motivate con l'indicazione dei profili generali e dei criteri che hanno sorretto la previsione di variante, senza necessità di una motivazione mirata (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 08.03.2010 n. 556 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: 1. Reiterazione di vincoli espropriativi - Lesione dell'interesse pretensivo - Risarcimento del danno - Necessità della prova della natura vincolata o sostanzialmente vincolata dell'attività amministrativa successiva alla rimozione dei vincoli espropriativi illegittimi - Sussiste.
2. Reiterazione di vincoli espropriativi - Pagamento dell'indennizzo - Art. 39 comma 1, d.P.R. n. 327 del 2001 - Giurisdizione - Appartiene al Giudice civile.

1. Il risarcimento del danno per lesione dell'interesse pretensivo ascrivibile all'illegittima reiterazione di vincoli espropriativi non può ridursi alla mera deduzione della pregressa impossibilità di utilizzare un terreno a fini edificatori per un determinato lasso temporale, ma deve poggiare sulla prova, seppur di tipo logico, della natura vincolata o sostanzialmente vincolata dell'attività amministrativa successiva alla rimozione dei vincoli espropriativi illegittimi.
2. I profili attinenti al pagamento dell'indennizzo per vincolo espropriativo scaduto e reiterato non attengono alla legittimità del procedimento espropriativo, ma riguardano questioni di carattere patrimoniale (che presuppongono la conclusione del procedimento di pianificazione), devolute alla cognizione della giurisdizione civile; tale principio è stato ora esplicitato dall'art. 39 comma 1 del testo unico sugli espropri, approvato col D.P.R. n. 327 del 2001 (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 05.03.2010 n. 552 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Piano di recupero - Variante al P.R.G. - Successione tra discipline - Provvedimento inibitorio dei lavori di cui alla D.I.A. - Clausola di salvezza - Illegittimità - Attività commerciale - Regolamento Regionale n. 3/2000 - Inapplicabile.
In relazione ad una media struttura di vendita già assentita in esecuzione di un piano di recupero, nel caso in cui la successiva variante al P.R.G. adottata, pur disponendo espressamente per tale piano di recupero l'esclusione dell'insediamento di nuove medie e grandi strutture, contenga una clausola di salvezza generale che esclude dal campo di applicazione delle nuove N.T.A. i provvedimenti edilizi relativi a progetti conformi a strumenti attuativi vigenti (ed anche le domande già solo approvate in Commissione Edilizia o le D.I.A. già depositate) si deve ritenere prevalente la preesistente disciplina del piano di recupero e conseguentemente illegittima la diffida comunale finalizzata ad inibire i lavori di cui alla D.I.A. in variante depositata dal ricorrente.
Similmente la generica destinazione commerciale indicata nel piano di recupero non può essere interpretata in base all'art. 6 del Regolamento Regionale n. 6/2000, secondo cui la generica previsione commerciale è da intendersi come previsione di esercizi di vicinato, in quanto tale regolamento è successivo all'approvazione del piano di recupero, risultando conseguentemente consentito l'insediamento di attività commerciale senza ulteriore specificazione (comprese le medie e grandi strutture di vendita di alimentari) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 04.03.2010 n. 536 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Provvedimento inibitorio dei lavori di cui alla D.I.A. - Tardività - Art. 23 D.P.R. n. 380/2001 - Non sussiste.
Non è tardivo il provvedimento di inibizione dei lavori di cui alla D.I.A. presentata dal ricorrente in quanto il rispetto del termine dei trenta giorni di cui all'art. 23, comma 6, D.P.R. n. 380/2001, per l'esercizio dell'attività inibitoria, va verificato con riferimento all'adozione del provvedimento e non all'avvenuta notifica dello stesso (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 04.03.2010 n. 536 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI Gara d'appalto - Concorrente legittimamente escluso - Ricorso per motivi aggiunti - Inammissibilità per carenza d'interesse - Mancanza dell'interesse alla riedizione della gara e alla partecipazione.
E' inammissibile la censura formulata con motivi aggiunti, da un soggetto escluso legittimamente dalla procedura di gara, riguardo ai successivi atti della procedura. Il problema che viene in esame è quello della sussistenza o meno di un interesse a ricorrere, in capo al concorrente legittimamente escluso da una procedura di evidenza pubblica, che chieda l'annullamento di atti successivi ed ulteriori rispetto alla propria esclusione.
Se di regola è sufficiente l'interesse strumentale del partecipante ad una gara pubblica di appalto, onde ottenere la riedizione della gara stessa, deve in ogni caso ritenersi che un tale interesse non sussista in capo al soggetto legittimamente escluso, dato che tale soggetto, per effetto dell'esclusione, rimane privo non soltanto del titolo legittimante a partecipare alla gara, ma anche a contestarne gli esiti e la legittimità delle distinte scansioni procedimentali (la fattispecie in esame è identica a quella affrontata da C.S. 26.11.2009 n. 7443, nella quale è stata affermata la compatibilità del predetto orientamento, con i principi scaturenti dalla pronuncia dell'Adunanza Plenaria n. 11 del 2008; vedi anche C.S. Sez. V 29.12.2009 n. 8969) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 03.03.2010 n. 514 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Valutazione dell'offerta anomala - Spese generali - Elemento ad incidenza variabile - Natura globale e sintetico del giudizio sull'anomalia dell'offerta - Necessità.
Ai fini della verifica dell'anomalia dell'offerta in una gara d'appalto le percentuali per spese generali non sono incomprimibili, trattandosi di elementi la cui incidenza è variabile da impresa ad impresa (TAR Liguria, Sez. II, 06.04.2009 n. 615, TAR Sicilia, Catania, Sez. III, 05.09.2007 n. 1393).
La giurisprudenza ha ritenuto anomale le offerte che prevedessero spese generali pari a zero (TAR Sicilia, Catania, Sez. III, 26.06.2007 n. 1098), diversamente dalla fattispecie concreta, in cui il loro valore medio non è irrilevante (6,8%). Costituisce principio consolidato quello secondo cui il giudizio di anomalia di un'offerta ha natura globale e sintetica e deve risultare da un'analisi di carattere tecnico delle singole componenti in cui l'offerta si scompone e della relativa incidenza sulla medesima offerta considerata nel suo insieme, al fine di valutare se l'anomalia delle dette componenti si traduca nell'inattendibilità dell'offerta complessiva stessa.
Il giudizio finale deve quindi essere un giudizio globale e sintetico dell'attendibilità dell'offerta nel suo insieme (TAR Lazio Roma, sez. III, 10.01.2007 n. 92), come risulta effettuato nella fattispecie concreta, a prescindere dall'esiguità, tuttavia non irrilevante, delle spese generali (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 03.03.2010 n. 511 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: 1. Art. 38, comma 3, DPR 445/2000 - Autodichiarazione - Non sussiste equiparazione tra dichiarazione originale e fotocopia della stessa.
2. Bando - Mancata produzione di un documento previsto a pena di esclusione - Produzione postuma del documento - Inammissibile.

1. L'art. 38, comma 3, del DPR n. 445/2000, in base al quale "le istanze e le dichiarazioni sostitutive di atto di notorietà da produrre agli organi della amministrazione pubblica o ai gestori o esercenti di pubblici servizi sono sottoscritte dall'interessato in presenza del dipendente addetto ovvero sottoscritte e presentate unitamente a copia fotostatica non autenticata di un documento di identità del sottoscrittore, la copia fotostatica del documento è inserita nel fascicolo", non possa essere interpretato nel senso di una sostanziale equivalenza della dichiarazione originale a quella in fotocopia.
La norma richiamata prevede una duplice modalità di formazione della autodichiarazione riconoscendo ad entrambe la medesima efficacia. In particolare, riconosce all'allegazione della fotocopia del documento di identità una funzione di attribuzione certa della paternità della sottoscrizione al pari della apposizione della medesima innanzi al pubblico ufficiale senza, con ciò, introdurre ulteriori possibilità quanto alla tipologia di sottoscrizione che deve, in entrambi i casi essere apposta in originale.
Nessun elemento testuale depone nel senso di una equiparazione fra la dichiarazione sottoscritta in originale e la fotocopia della sottoscrizione.
2. La mancata produzione di un documento previsto dal Bando a pena di esclusione determina l'esclusione del concorrente, senza possibilità di integrazione successiva poteva essere consentita in quanto, coma la giurisprudenza ha ripetutamente precisato, "la produzione postuma di un documento, come sempre avviene nelle pubbliche gare, non ha mai l'effetto di sanare retroattivamente la causa di esclusione giacché ciò darebbe luogo ad una non consentita disapplicazione di regole poste a garanzia dell'imparzialità del procedimento e finirebbe con lo snaturare la stessa fisionomia delle pubbliche gare" (Cons. stato, Sez. V, 31.10.2008, n. 5458) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 03.03.2010 n. 501 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Procedimento amministrativo - Violazione dell'art. 10-bis della l. n. 241/1990 - Interpretazione alla luce dell'art. 21-octies, comma 2 - Necessità - Annullamento del provvedimento finale - Non può essere disposto ove la violazione non abbia inciso sulla legittimità sostanziale.
La violazione dell'art. 10-bis della legge 07.08.1990 n. 241 non produce ex se l'illegittimità del provvedimento finale dovendo la disposizione sul preavviso di rigetto essere interpretata alla luce del successivo art. 21-octies, comma 2 della medesima legge, che impone al giudice di valutare il contenuto sostanziale del provvedimento e, quindi, di non annullare l'atto nel caso in cui le violazioni formali non abbiano inciso sulla legittimità sostanziale del medesimo, vale a dire, laddove il provvedimento non avrebbe potuto essere diverso da quello concretamente adottato (cfr. ex multis: Cons. Stato, sez. III, n. 7/2009) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 03.03.2010 n. 493 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ordine di demolizione di opere abusive - Illegittimità per carenza di istruttoria e di idonea motivazione - Sussiste allorquando risulti che era stata presentata domanda di rilascio del titolo edilizio che aveva avuto un riscontro positivo condizionato all'approvazione della nuova disciplina urbanistica e nel caso di affidamento ingenerato in capo al proprietario da parte della P.A. che nel corso degli anni aveva assentito interventi sull'immobile oggetto dell'ordine di demolizione.
E' illegittimo un ordine di demolizione di un manufatto abusivo carente di motivazione, da cui emerge che la P.A. non ha effettuato alcuna istruttoria che avrebbe invece consentito di appurare come in relazione al manufatto oggetto della domanda di demolizione fosse stata presentata a suo tempo una domanda di licenza di costruire che aveva avuto un riscontro positivo, condizionato tuttavia all'approvazione della nuova disciplina urbanistica e, inoltre, che l'Amministrazione aveva, nel corso degli anni, assentito ulteriori interventi sull'immobile oggetto dell'ordine di demolizione, circostanza questa che, sebbene non comporti ex se il riconoscimento della non abusività del manufatto, rivela tuttavia come si fosse ingenerata una posizione di affidamento nei proprietari che doveva portare l'Amministrazione ad esaminare con maggior cura i fatti contestati (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 02.03.2010 n. 489 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ingiunzione di demolizione - Qualificazione manufatto - Art. 27 L.R. n. 12/2005 - Assenza di rilevanza edilizia - Illegittimità.
E' illegittima l'ordinanza di ingiunzione di demolizione di un manufatto che non dà vita ad un nuovo volume (nella specie consistente in un'intelaiatura appoggiata al suolo di supporto ad una tenda) in quanto non rientrando tale opera nella tipologia di cui all'art. 27, comma 1, lett. e), n. 5, L.R. n. 12/2005 e risultando la stessa priva di rilevanza edilizia dal punto di vista sia strutturale sia funzionale, tale opera non necessita di un titolo edilizio (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 02.03.2010 n. 488 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Chiusura delle buste di gara - Mancanza della ceralacca - Altra modalità idonea a garantirne la riservatezza e la segretezza - Esclusione dalla gara - E' illegittima.
E' illegittimo il provvedimento di esclusione da una procedura ad evidenza pubblica disposta dalla stazione appaltante nei confronti di un'impresa per aver violato le prescrizioni del bando e della lex specialis di gara, laddove tali violazioni non abbiano inciso in alcun modo sull'interesse pubblico protetto dalle norme sull'evidenza pubblica (cfr. TAR Calabria Reggio Calabria, 22.02.2006 n. 326) (fattispecie nella quale il Collegio ha annullato il provvedimento di esclusione di un concorrente da una gara disposta dall'amministrazione sul rilievo che la busta contenente l'offerta economica non era sigillata con la ceralacca come prescriveva il bando di gara ma chiusa con modalità alternative tali comunque da garantirne la riservatezza e la segretezza) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 02.03.2010 n. 483 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Art. 16, comma 2, D.P.R. n. 380/2001 - Diritto allo scomputo per l'esecuzione diretta delle opere di urbanizzazione - Configurabilità nella misura e con le modalità previste dal Comune in via unilaterale o concordate con il privato.
Dal dettato dell'art. 16, comma 2, del D.P.R. n. 380/2001 si evince che un diritto allo scomputo, per l'esecuzione diretta delle opere di urbanizzazione, è configurabile non in modo indiscriminato, ma nella misura e "con le modalità" stabilite dal Comune in via unilaterale (in sede di rilascio della concessione, ora permesso di costruire), ovvero concordate tra le parti (in sede di stipula della convenzione urbanistica) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 01.03.2010 n. 482 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Permesso di costruire - Diniego - Indicazione dell'articolo delle NTA violato - Insufficienza.
2. Permesso di costruire - Diniego - Preavviso di rigetto - Necessità - Sussiste.

1. La semplice menzione della disposizione delle NTA presuntamente violata è insufficiente a motivare il diniego del permesso di costruire in quanto non indicato i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione negativa dell'Amministrazione.
2. E' illegittimo il diniego di permesso di costruire non preceduto dal preavviso di rigetto di cui all'art. 10-bis della Legge 241/1990 (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 26.02.2010 n. 477 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Contratti della P.A. - Appalto - Gara - Concorrenti - Art. 37, co. 4, D.Lgs. 163/2006 - Obbligo di indicare le parti del servizio che saranno assunte da ciascuna impresa - Sussiste sia per i raggruppamenti di tipo verticale che per quelli di tipo orizzontale.
La ratio dell'art. 37, co. 4, D.Lgs. 163/2006 deve rinvenirsi nella tendenza ad escludere, sin dalla fase di celebrazione della gara -e non solo nel suo momento esecutivo- partecipazioni fittizie o di comodo e, dunque, ad evitare che alla spendita dei requisiti di partecipazione non corrisponda un identico impegno in sede di esecuzione del servizio.
Di conseguenza, l'obbligo di indicare le parti del servizio che saranno assunte da ciascun componente sussiste sia nelle ipotesi di Ati verticali, che di Ati orizzontali, per la ragione essenziale che tale disposizione non distingue fra le due tipologie di associazioni e che non vale richiamare, in senso contrario, la regola della responsabilità solidale prevista per le sole Ati orizzontali (cfr. conf. TAR Lazio Roma, sez. III-ter, 04.12.2008, n. 11006; in senso contrario, si v. TAR Calabria Reggio Calabria, 27.02.2009, n. 113) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 18.02.2010 n. 417 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Procedura di gara - Diritto di accesso agli atti - Rapporto con il diritto riservatezza e alla tutela dei segreti industriali dell'impresa aggiudicataria - Prevalenza del diritto di accesso - Sussiste - Limiti e modalità.
Il diritto di accesso ai documenti amministrativi di una procedura di gara deve ritenersi prevalente rispetto all'interesse alla tutela della riservatezza e del segreto industriale dell'impresa aggiudicataria, con la precisazione che l'accesso in favore del partecipante alla gara risultato non aggiudicatario è limitato a quei documenti -o parti di essi- valutati dall'Amministrazione per l'ammissione alla procedura, per la verifica della sussistenza dei requisiti di partecipazione e per la valutazione, anche in punto di congruità, dell'offerta e l'attribuzione dei punteggi.
Spetta quindi alla stazione appaltante l'adozione di adeguate misure di tutela della riservatezza -quali, ad esempio, cancellature o omissis- in relazione alle eventuali parti del progetto idonee a rivelare i segreti industriali e che non siano state in alcun modo prese in considerazione in sede di gara (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 18.02.2010 n. 416 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Impianti di telefonia mobile - Atti di pianificazione urbanistica che stabiliscono il divieto generalizzato di installazione su ambiti territoriali comunali non interessato da obiettivi sensibili - Illegittimità.
Per giurisprudenza ormai consolidata, i Comuni non possono, attraverso atti regolamentari o di pianificazione urbanistica, introdurre divieti di localizzazione degli impianti di telefonia mobile che abbiano carattere generale per talune porzioni di territorio (tanto più per gli impianti di potenza inferiore ai 300 WATT, come è nel caso di specie), considerato che la potestà riconosciuta agli enti locali dall'art. 8 della legge n. 36/2001 in materia di "individuazione dei siti di trasmissione" non può tradursi in divieti assoluti di localizzazione su parti del territorio non interessate da obiettivi sensibili (cfr. ex multis: Consiglio di Stato, sez. VI, n. 3332/2006 e TAR Lombardia, Milano, Sez. IV, n. 1815/2008) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 18.02.2010 n. 415 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Abusi edilizi - Alienazione dell'immobile - Responsabilità in capo al titolare della concessione - Permane.
2. Abusi edilizi - Condono - Oneri di documentazione catastale - Scopo - Corrispondenza tra situazione reale e registri ufficiali.

1. L'alienazione del bene non sottrae il titolare della concessione, responsabile dell'abuso, alle sanzioni comminate dalla legge ed irrogate dall'Autorità amministrativa per l'inosservanza della normativa di settore, delle previsioni della concessione edilizia e delle modalità esecutive stabilite dalla medesima: ciò in forza di quanto previsto dall'art. 6 Legge n. 47/1985, oggi art. 29 DPR n. 380/2001.
2. La disciplina del condono, laddove prevede oneri di documentazione catastale, ha lo scopo di regolarizzare gli abusi anche sotto tale profilo, in modo che la situazione reale trovi corrispondenza nei relativi registri (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 16.02.2010 n. 412 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Opere eseguite senza autorizzazione - Sanzione demolitoria in luogo della sanzione pecuniaria - Illegittimità.
In caso di opere eseguite senza autorizzazione, risulta intrinsecamente contraddittoria, e dunque illegittima, l'ordinanza che, dopo avere contestato la realizzazione dell'opera in assenza di autorizzazione edilizia, anziché applicare l'art. 10 della Legge 47/1985, ovverossia la sanzione pecuniaria, che disciplina il caso delle opere eseguite senza autorizzazione, applichi invece la sanzione demolitoria, che è invece propria delle opere realizzate in assenza di concessione ex art. 7, secondo comma, Legge 47/1985 (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 15.02.2010 n. 411 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Abuso edilizio - Ricorso avverso ordine di demolizione - Accertamento in sede giurisdizionale dell'epoca di costruzione dell'opera edilizia - Onere in capo al privato di fornire un principio di prova in ordine al tempo dell'ultimazione - Sussiste - Fattispecie.
Il soggetto che contesti la legittimità dell'ordinanza sindacale di demolizione di un manufatto abusivo, ha l'onere di fornire un principio di prova in ordine al tempo dell'ultimazione di quest'ultimo (nel caso di specie il TAR ha accolto il gravame, avendo il ricorrente provato l'esistenza dell'immobile mediante la produzione di documentazione fotografica che lo ritraeva in tenera età dinnanzi all'immobile già ultimato) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 11.02.2010 n. 386 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: 1. Lottizzazione abusiva - Lottizzazione abusiva c.d. materiale - Presupposti.
2. Lottizzazione abusiva - Opere che comportino trasformazione urbanistica od edilizia dei terreni - Definizione.
3. Lottizzazione abusiva - Baracche precarie e recinzioni - Non costituiscono lottizzazione abusiva - Art. 30 DPR 380/2001 - Inapplicabilità - Ratio.

1. Ricorre la fattispecie della lottizzazione abusiva c.d. materiale in presenza di opere che comportino la trasformazione urbanistica ed edilizia dei terreni sia in violazione delle prescrizioni degli strumenti urbanistici, approvati o adottati, ovvero di quelle stabilite direttamente in leggi statali o regionali, sia in assenza della prescritta autorizzazione.
2. Il concetto di opere che comportino trasformazione urbanistica od edilizia dei terreni fa riferimento ad opere che in concreto stravolgono l'assetto del territorio preesistente, risultando idonee a realizzare un nuovo insediamento abitativo.
3. Nel caso di opere consistenti in una recinzione e in manufatti precari, facilmente rimovibili è errata l'applicazione dell'art. 30 DPR 380/2001, poiché difetta il presupposto necessario e imprescindibile per parlare di lottizzazione abusiva, costituito dalla trasformazione funzionale del terreno e dello stravolgimento dell'assetto dello stesso: non è infatti la semplice esistenza di più opere abusive a configurare ex se la lottizzazione abusiva, essendo richiesto un quid pluris, cioè che le opere comportino la trasformazione urbanistica ed edilizia del terreno: si deve escludere che possano rientrare in questa categoria baracche precarie e recinzioni, che non appaiono manifestazione di un intento edificatorio per lotti (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 11.02.2010 n. 385 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Accesso ai documenti amministrativi - Documenti di natura privatistica concernenti attività di pubblico interesse - Documenti attinenti alla fase di esecuzione di un contratto di appalto - Diritto di accesso - Sussiste.
In base alla disciplina contenuta negli artt. 22 e ss., L. 07.08.1990, n. 241, il diritto di accesso può esercitarsi anche rispetto a documenti di natura privatistica, purché concernenti attività di pubblico interesse.
Pertanto, i documenti attinenti alla fase di esecuzione di un contratto di appalto pubblico sono soggetti all'esercizio del diritto di accesso (Conf. TAR Lombardia Milano, sez. I, 08.08.2007, n. 209) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 11.02.2010 n. 373 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: Ordinanze contingibili e urgenti - Competenza - Adozione da parte del responsabile del servizio tecnico - Illegittima.
E' illegittimo l'utilizzo da parte del responsabile del servizio tecnico di un comune del potere di ordinanza di cui all'articolo 50, D.Lgs. 18.08.2000, n. 267, posto che tale disposizione disciplina il potere di ordinanza del sindaco (ipotesi in cui il responsabile del servizio tecnico aveva adottato un'ordinanza diretta alla rimozione della chiusura al transito della strada di uso pubblico) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 11.02.2010 n. 372 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Definizione dei requisiti di partecipazione - Ampia discrezionalità da parte dell'amministrazione - Limiti - Adeguatezza, non eccessività rispetto alla prestazione, ragionevolezza e principi comunitari.
La stazione appaltante gode di ampia discrezionalità nella fissazione dei requisiti di partecipazione ad una gara, purché tale operazione avvenga conformemente ai criteri di ragionevolezza, parità di trattamento ed efficienza della azione amministrativa. Ne deriva che possono essere previsti requisiti di partecipazione ristretti e selettivi solo quando tali criteri rispondano ad esigenze oggettive dell'amministrazione in relazione al tipo di prestazione oggetto dell'appalto.
Deve quindi trattarsi di requisiti adeguati, non eccessivi rispetto a dette esigenze e commisurati all'effettivo valore della prestazione, in base alla specificità del servizio oggetto dell'appalto ed alle speciali caratteristiche della prestazione e della struttura in cui deve svolgersi, nel rispetto dei principi di ragionevolezza ed imparzialità dell'azione amministrativa e nel rispetto dei principi, di derivazione comunitaria ed immanenti nell'ordinamento nazionale, di concorrenza ed apertura del mercato degli appalti pubblici (cfr. TAR Lombardia, Milano, Sez. I, 18.06.2007, n. 5269) (fattispecie nella quale il Collegio ha annullato il bando di gara laddove richiedeva ai concorrenti un fatturato globale, su base annuale, pari a circa 15 volte l'importo posto a base di gara, in quanto tale requisito è stato ritenuto sproporzionato in relazione alla funzione di garanzia e affidabilità che assolve il requisito di capacità economica e finanziaria di cui all'art. 41 del d.lgs. n. 163/2006) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 11.02.2010 n. 371 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Permesso di costruire - Atti interlocutori - Atti idonei ad arrestare il procedimento a tempo indefinito - Impugabilità - Sussiste - Ratio.
2. Permesso di costruire - Atti interlocutori - Atti idonei ad arrestare il procedimento a tempo indefinito - Interesse a ricorrere - Sussiste - Ratio.

1. Qualora la P.A. abbia, attraverso note, determinato un arresto procedimentale a tempo indefinito, subordinando la ripresa del procedimento per il rilascio del permesso di costruire ad un avvenimento futuro ed incerto, quale la presentazione di una proposta di variante al Piano di Recupero da parte del privato, fattispecie che rende quanto mai incerta la riattivazione del procedimento amministrativo, ne consegue che le suddette note, pur non prevedendo da un punto di vista strettamente formale un esplicito rigetto dell'istanza di titolo edilizio, sono però idonee ad arrestare il procedimento, rinviando sostanzialmente sine die ogni decisione sulla domanda del privato: è pertanto ammissibile, in tale ipotesi, l'immediata impugnabilità dei citati atti interlocutori, in quanto idonei a cagionare un arresto procedimentale capace di frustrare l'aspirazione dell'istante ad un celere soddisfacimento dell'interesse pretensivo prospettato, ovvero volti a rinviare ad un avvenimento futuro ed incerto nell'an e nel quando il soddisfacimento del suddetto interesse pretensivo, determinando un arresto del procedimento che il privato ha attivato con la sua istanza (cfr. TAR Catania, sent. n. 60/2009; Cons. di Stato, sent. nn. 1378/1999 e 1716/1999).
2. In caso di atti interlocutori della P.A. idonei ad arrestare sine die il procedimento volto all'ottenimento di permesso di costruire, sussiste l'interesse ad agire in capo all'esponente, dal momento che l'annullamento degli atti impugnati imporrà alla P.A. di pronunciarsi chiaramente sulla domanda di permesso di costruire (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 10.02.2010 n. 333 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Agibilità - Istanza di agibilità - Decorrenza del termine e attestazione dell'agibilità - Natura - E' legittimazione ex lege - Silenzio-assenso - Inconfigurabilità.
2. Agibilità - Diniego di agibilità - Presupposti.
3. Agibilità - Diniego di agibilità - Motivazioni - Riferimento a violazioni della normativa urbanistica o edilizia - E' sufficiente.
4. Agibilità - Agibilità parziale - Configurabilità - Presupposti normativi.

1. La previsione normativa secondo cui l'agibilità si intende attestata decorso il termine indicato, non configura una vera e propria ipotesi di silenzio assenso in senso tecnico ex art. 20 Legge 241/1990, bensì dà luogo ad una sorta di legittimazione ex lege, che prescinde dalla pronuncia della P.A. e che trova il suo fondamento nella effettiva sussistenza dei presupposti richiesti dalla legge per il rilascio del titolo (cfr. TAR Lazio, sent. n. 4129/2005).
2. L'agibilità può essere negata non solo in caso di mancanza di condizioni igieniche ma anche in caso di contrasto con gli strumenti urbanistici o con il titolo edilizio, come a titolo esemplificativo, il caso di assenza di idoneo progetto o di mancato pagamento degli oneri concessori (cfr. Cons. di Stato, sent. nn. 6174/2008 e 1542/2005; TAR Milano, sent. n. 4672/2009; TAR Lazio, sent. n. 4129/2005).
3. Il diniego di agibilità non può essere reputato illegittimo per la sola circostanza che sia motivato con riferimento a presunte violazioni della normativa urbanistica o edilizia: risulterebbe, infatti, assurdo il rilascio da parte del Comune dell'agibilità a fronte di un'opera magari palesemente abusiva e destinata quindi con certezza alla demolizione, apparendo tale comportamento della P.A. contraddittorio rispetto al perseguimento del pubblico interesse.
4. In materia di agibilità, non paiono sussistere ostacoli, sul piano normativo, al rilascio di agibilità per parti autonome di edifici, soprattutto in casi i cui gli interventi edilizi di recupero interessino una vasta area, ove sorgono distinte unità immobiliari: poiché infatti, ex art. 222 R.D. 1265/1934, può essere dichiarata inabitabile una casa o parte di essa, si riconosce così implicitamente l'ammissibilità di una agibilità parziale (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 10.02.2010 n. 332 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Permesso di costruire - Natura - E' atto irrevocabile -Conseguenze.
2. Giustizia amministrativa - Risarcimento del danno - Edilizia ed urbanistica - Sussiste - Fattispecie.

1. Il permesso di costruire è irrevocabile per espresso disposto normativo -art. 11, comma 2, DPR 380/2001 e art. 35, comma 2, LR 12/2005- : pertanto, un atto che voglia eliminare dal mondo giuridico tale titolo edilizio deve configurarsi necessariamente quale atto di annullamento (cfr. TAR Milano, sent. n. 4929/2009).
2. Va accolta la domanda di risarcimento del danno proposto dal ricorrente in relazione agli effetti lesivi provocati dal rilascio del titolo edilizio al controinteressato per il periodo in cui ha prodotto effetti, effetti lesivi che il provvedimento di revoca o di annullamento del titolo edilizio non è idoneo a rimuovere (nella fattispecie il TAR ha tuttavia limitato il risarcimento del danno alle sole spese tecniche sostenute dal ricorrente connesse alla fase difensiva del giudizio nel periodo intercorrente tra il rilascio del permesso di costruire e la sua revoca da parte del Comune, ritenendo i restanti danni richiesti -danni diretti alla struttura dell'immobile di proprietà, danni permanenti (limitazioni al legittimo godimento del loro diritto di proprietà) e danni derivanti dalla svalutazione del valore commerciale della proprietà dei ricorrenti- non diretta conseguenza del titolo edilizio rilasciato dal Comune) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 08.02.2010 n. 300 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: 1. Ricorso giurisdizionale - Improcedibilità del ricorso - Entrata in vigore nuove previsioni urbanistiche - Non sussiste.
2. Strumenti urbanistici e durata delle misure di salvaguardia - Art. 12, comma 3, DPR 380/2001 - Prevalenza su norme regionali previgenti di contenuto difforme - Sussiste - Ratio.
1. Va respinta l'eccezione con la quale l'Ente resistente ha eccepito l'improcedibilità del ricorso, per effetto dell'intervenuta approvazione del Piano di Governo del Territorio (PGT) che ha inserito in zona agricola l'area della ricorrente, dal momento che l'asserita modifica della destinazione dell'area, effettuata dal PGT non impugnato, non priva l'esponente dell'interesse ad agire in relazione alla domanda di risarcimento del danno proposta con il ricorso avverso il diniego di rilascio del permesso di costruire, anche per equivalente - cagionato dalla condotta illegittima della P.A. per avere impedito l'edificazione nel tempo anteriore all'approvazione del vigente PGT.
2. In materia di adozione di strumenti urbanistici e di durata delle relative misure di salvaguardia, l'art. 12, comma 3, DPR 380/2001 -in forza del quale in caso di contrasto dell'intervento oggetto della domanda di permesso di costruire con le previsioni di strumenti urbanistici adottati, è sospesa ogni determinazione in ordine alla domanda e tale misura di salvaguardia non ha efficacia decorsi tre anni dalla data di adozione dello strumento urbanistico ovvero cinque anni nell'ipotesi in cui lo strumento urbanistico sia stato sottoposto all'amministrazione competente all'approvazione entro un anno dalla conclusione della fase di pubblicazione- prevale su norme regionali previgenti di contenuto difforme, in quanto costituisce norma statale di principio, come tale prevalente sulle difformi norme regionali (cfr. Cons. di Stato, Ad. Plenaria, sent. n. 2/2008 e n. 5632/2009) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 08.02.2010 n. 298 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Permesso di costruire - Presupposti - Lettera di impegno del privato alla realizzazione o completamento di opere di urbanizzazione - E' sufficiente.
Il permesso di costruire è subordinato alla esistenza delle opere di urbanizzazione primaria o alla previsione, da parte del Comune, dell'attuazione delle stesse nel successivo triennio ovvero all'impegno degli interessati di procedere alla loro attuazione contemporaneamente all'intervento di cui al permesso: la P.A. deve pertanto tenere in considerazione eventuali lettere di impegno in tal senso da parte dei privati (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 08.02.2010 n. 298 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI: 1. Giustizia amministrativa - Risarcimento del danno - Presupposti - Colpa della P.A. - Nozione - Colpa del singolo funzionario - Non è sufficiente.
2. Giustizia amministrativa - Risarcimento del danno - Presupposti - Colpa della P.A. - Presupposti della colpa.

1. Il risarcimento del danno da parte della P.A. è subordinato alla prova della sussistenza dei requisiti ex art. 2043 c.c. -fra cui quello del dolo o della colpa in capo alla P.A.-, da intendersi non come colpa del singolo funzionario, bensì dell'apparato amministrativo preposto al procedimento sfociato nel provvedimento lesivo della posizione soggettiva del danneggiato (cfr. Cassaz. Civile, SS.UU., sent. n. 500/1999; Cons. di Giust. Amm. per la Regione Siciliana, sent. n. 730/2009).
2. In materia di accertamento dell'obbligo di risarcimento del danno in capo alla P.A., il necessario requisito della colpa implica la violazione delle regole di imparzialità, correttezza e buona amministrazione alle quali deve ispirarsi l'esercizio della funzione amministrativa e nella sua valutazione occorre tenere conto, fra l'altro, del grado di chiarezza della norma che si asserisce violata e dell'eventuale presenza di una giurisprudenza consolidata sulla questione in concreto esaminata e decisa dalla P.A. (cfr. TAR Milano, sent. nn. 1250/2008 e 6259/2007) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 08.02.2010 n. 298 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Gara - Offerte - Possibilità di modifica del progetto da parte dell'offerente - Non sussiste.
La determinazione delle caratteristiche qualitative e funzionali dei lavori e delle specifiche prestazioni da fornire da parte dell'offerente rientra nelle competenze della Stazione appaltante ed ogni modifica al progetto predisposto va necessariamente ad incidere sulle valutazioni tecniche di quest'ultima circa le modalità di realizzazione dell'opera medesima.
Ne deriva che il progetto esecutivo posto a base della gara non può essere alterato o modificato dal concorrente al quale è consentito unicamente individuare le modalità di realizzazione dello stesso (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 08.02.2010 n. 290 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

AMBIENTE-ECOLOGIA: 1. Inquinamento - Abbandono di rifiuti - Igiene e salute pubblica - Obbligo di smaltimento ex art. 14, D.Lgs. 05.02.1997, n. 22 - Soggetti destinatari - Condizioni - Potere di ordinanza del Sindaco in situazioni di urgenza - Sussiste.
2. Sindaco - Provvedimenti contingibili e urgenti ex art. 14, D.Lgs. 05.02.1997, n. 22 - Potere - Destinatari - Presupposti.

1. La previsione di cui all'art. 14, comma 3, D.Lgs. 05.02.1997, n. 22 -laddove impone un obbligo di procedere alla rimozione, all'avvio al recupero o allo smaltimento dei rifiuti, nonché, al ripristino dello stato dei luoghi «in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull'area» cui «tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa»- esprime un principio di massima, escludendo qualsiasi forma di imputazione oggettiva in capo al proprietario o al gestore.
Nondimeno, tenuto conto della rilevanza degli interessi pubblici coinvolti e delle precise responsabilità che incombono sulle Amministrazioni locali in materia di igiene e salute pubblica, non può escludersi a priori la possibilità, in situazioni di indifferibilità ed urgenza, che il Sindaco possa imporre specifici comportamenti anche a carico del soggetto incolpevole, senza alcun intento sanzionatorio ma al solo scopo di neutralizzare una situazione di pericolo e prevenire ulteriori danni all'ambiente circostante e alla salute pubblica.
2. Il soggetto destinatario del provvedimento contingibile ed urgente -emesso dal Sindaco in materia di smaltimento di rifiuti ai sensi dell'art. 14, comma 3, D.Lgs. 05.02.1997, n. 22- può essere individuato in colui con il bene si trovi in rapporto tale da consentirgli di eseguire con celerità gli interventi ordinati ritenuti necessari, posto che la ricerca dell'obbligato di diritto, presupponendo accertamenti complessi e laboriosi, potrebbe risultare incompatibile con l'intrinseca natura dei provvedimenti contingibili e urgenti (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 08.02.2010 n. 287 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Garanzia provvisoria - Deve essere prestata dagli intermediari abilitati di cui all'art. 107 del d.lgs. n. 385/1993 - Violazione - Illegittimità - Equipollenza della garanzia prestata dagli intermediari di cui all'art. 107 del d.lgs. n. 385/1993 - Esclusione.
Laddove la lex specialis richiede espressamente che la garanzia provvisoria sia presentata, a pena di esclusione, ai sensi dell'art. 75 del D.Lgs. n. 163/2006, vale a dire "dagli intermediari finanziari iscritti nell'elenco speciale di cui all'articolo 107 del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, che svolgono in via esclusiva o prevalente attività di rilascio di garanzie, a ciò autorizzati dal Ministero dell'economia e delle finanze", la violazione di tale disposizione determina l'immediata esclusione dalla procedura selettiva senza che venga in rilievo il dato che la garanzia provenga da un diverso intermediario finanziario (Nella fattispecie il ricorrente aveva invece presentato una fideiussione proveniente da un soggetto iscritto nell'elenco di cui all'art. 106 del d.lgs. n. 385/1993 e non nell'elenco di cui all'art. 107, con ciò contravvenendo l'art. 75 del D.Lgs. n. 163/2006, la cui osservanza era richiesta a pena di esclusione da parte della lex specialis) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 08.02.2010 n. 286 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

APPALTI: Requisiti di partecipazione più rigorosi di quelli previsti dalla legge - legittimità - Limiti.
Per giurisprudenza ormai consolidata, l'amministrazione aggiudicatrice gode di un ampio potere discrezionale nella fissazione dei requisiti di partecipazione ad una singola gara, con la conseguenza che la stessa può legittimamente prevedere requisiti di partecipazione anche più rigorosi di quelli indicati dalla legge, purché essi non siano discriminanti ed abnormi rispetto alle regole proprie del settore (cfr. ex multis: Cons. Stato, sez. V, 19.11.2009, n. 7247) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. I, sentenza 08.02.2010 n. 285 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA Principio di autoresponsabilità - Attività edilizia contra legem - Conseguenze - Responsabilità della P.A. - Non sussiste.
In forza del principio di autoresponsabilità non è possibile che la P.A. venga condannata a rifondere il danno che un soggetto abbia procurato a se stesso edificando contra legem (cfr. TAR Milano, sent. n. 1924/2009) (massima tratta da www.solom.it - TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 05.02.2010 n. 279 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: 1. Pertinenza urbanistica - Nozione.
2. Pertinenza urbanistica - Elementi costitutivi.
3. Pertinenza urbanistica - Sopraelevazione perfettamente inserita nell'edificio e priva di autonomia - Carattere di pertinen