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dossier ABUSI EDILIZI
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dicembre 2012

EDILIZIA PRIVATA: A. Cernelli, PUNTI FERMI SU STATO DI NECESSITÀ E REATI EDILIZI (Gazzetta Amministrativa n. 4/2012).

EDILIZIA PRIVATAE' illegittima l'acquisizione gratuita al patrimonio comunale del manufatto abusivo, e relativa area di pertinenza per quanto disposto dall'art. 31, commi 3 e 4, dpr 380/2001, qualora l'ingiunzione di demolizione sia stata notificata solo ad alcuni dei comproprietari.
Invero, dalla documentazione depositata in giudizio, a seguito di ordinanza istruttoria, si evince che l’amministrazione ha acquisito gratuitamente al proprio patrimonio le particelle catastali n. 24 e n. 292 del foglio 19 dopo aver notificato l’ingiunzione di demolizione solo ai sig.ri Articolare Giovanni e Giuseppe (anch’essi proprietari pro quota oltre che committenti dei lavori) e non anche a tutti i restanti comproprietari (in virtù dei titoli esibiti dai ricorrenti, indicati anche nelle allegate visure storiche catastali, i cui estremi sono stati già precisati nella narrativa in fatto), risultati estranei alla realizzazione dell’attività edilizia abusiva. Analogamente, non risulta loro notificato neppure il verbale con cui, in data 15.04.2009, è stata accertata l’inottemperanza all’ingiunzione di ripristino dello stato dei luoghi.
Rileva il Collegio che il descritto modus procedendi dell’ente locale si pone in contrasto con l’art. 31, commi 3 e 4, del D.P.R. n. 380/2001, che così testualmente recita: “3. Se il responsabile dell'abuso non provvede alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi nel termine di novanta giorni dall'ingiunzione, il bene e l'area di sedime, nonché quella necessaria, secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizzazione di opere analoghe a quelle abusive sono acquisiti di diritto gratuitamente al patrimonio del comune. L'area acquisita non può comunque essere superiore a dieci volte la complessiva superficie utile abusivamente costruita.
4. L'accertamento dell'inottemperanza alla ingiunzione a demolire, nel termine di cui al comma 3, previa notifica all'interessato, costituisce titolo per l'immissione nel possesso e per la trascrizione nei registri immobiliari, che deve essere eseguita gratuitamente
.”
Difatti, come si è già anticipato, nel caso di specie non risultano notificati agli instanti, oltre che il provvedimento conclusivo del procedimento sanzionatorio dell’abuso edilizio, neanche i sottesi atti coi quali è stata ingiunta la demolizione delle opere ed accertata l’inottemperanza all’ordine di ripristino dello stato dei luoghi, talché i ricorrenti sono stati privati della possibilità di esercitare le facoltà previste dalla legge onde evitare l’acquisizione dei suoli alla mano pubblica, ivi compresa quella dell’abbattimento spontaneo dei manufatti insistenti sui medesimi fondi.
Si palesa fondata anche la censura di violazione del già citato art. 31, comma 3, del T.U. sull’edilizia, atteso che l’ente ha acquisito l’intera consistenza delle suddette particelle –la cui superficie complessiva è di 7.900 mq.– ben oltre il limite stabilito dalla norma, pari “a dieci volte la complessiva superficie utile abusivamente costruita” (nel caso di specie pari a 130 mq.).
In definitiva, entro i limiti sopra precisati, il ricorso va accolto, restando assorbite le ulteriori doglianze non esaminate, con salvezza peraltro degli ulteriori provvedimenti dell’amministrazione nei sensi appena chiariti (TAR Campania-Napoli, Sez. II, sentenza 29.12.2012 n. 5384 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATANello schema giuridico delineato dall'art. 31 del d.P.R. n. 380/2001 non vi è spazio per apprezzamenti discrezionali, atteso che l'esercizio del potere repressivo dell’abuso edilizio costituisce atto dovuto, per il quale è in re ipsa l'interesse pubblico alla sua rimozione, soprattutto quando, come nella specie, è decorso un breve periodo di tempo tra la realizzazione delle opere e l’emissione dei provvedimenti sanzionatori.
In definitiva, l’ingiunzione di demolizione può ritenersi sufficientemente motivata per effetto della stessa descrizione dell'abuso accertato, presupposto giustificativo necessario e sufficiente a fondare la spedizione della misura sanzionatoria.
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L'individuazione dell'area di pertinenza della "res abusiva" non deve necessariamente compiersi al momento dell'emanazione dell'ingiunzione di demolizione, bensì nel provvedimento successivo con il quale viene accertata l'inottemperanza e si procede all'acquisizione gratuita del bene al patrimonio del comune, ai sensi dell'art. 31, comma 3, del d.P.R. n. 380 del 2001.
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L’ordinanza di sospensione dei lavori ha contenuto equipollente alla comunicazione di avvio del procedimento sanzionatorio.
Inoltre, alla luce della documentazione depositata in giudizio, il contenuto dell’ingiunzione finale di demolizione non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato, sicché la partecipazione degli interessati non sarebbe stata comunque utile a determinare un diverso esito del procedimento sanzionatorio, secondo il disposto dall’art. 21-octies della L. n. 241/1990, introdotto dalla L. n. 15/2005.

Circa il presunto difetto di motivazione, va osservato che nello schema giuridico delineato dall'art. 31 del d.P.R. n. 380/2001 non vi è spazio per apprezzamenti discrezionali, atteso che l'esercizio del potere repressivo dell’abuso edilizio costituisce atto dovuto, per il quale è in re ipsa l'interesse pubblico alla sua rimozione, soprattutto quando, come nella specie, è decorso un breve periodo di tempo tra la realizzazione delle opere e l’emissione dei provvedimenti sanzionatori (cfr. TAR Campania, Sezione II, 23.04.2007 n. 4229; Sezione IV, 24.09.2002, n. 5556; Consiglio Stato, Sezione IV, 27.04.2004, n. 2529). In definitiva, l’ingiunzione di demolizione può ritenersi sufficientemente motivata per effetto della stessa descrizione dell'abuso accertato, presupposto giustificativo necessario e sufficiente a fondare la spedizione della misura sanzionatoria.
Anche l’ulteriore censura è destituita di fondamento, atteso che, come chiarito pacificamente in giurisprudenza, l'individuazione dell'area di pertinenza della "res abusiva" non deve necessariamente compiersi al momento dell'emanazione dell'ingiunzione di demolizione, bensì nel provvedimento successivo con il quale viene accertata l'inottemperanza e si procede all'acquisizione gratuita del bene al patrimonio del comune, ai sensi dell'art. 31, comma 3, del d.P.R. n. 380 del 2001 (cfr., per tutte, TAR Campania, Sezione III, 08.09.2006, n. 7986).
Le considerazioni fin qui svolte permettono di superare anche la residua censura, ove è dedotta la violazione dell’art. 7 della L. n. 241/1990, per l’omessa comunicazione dell’avvio del procedimento.
Invero, il Collegio osserva che l’ordinanza di sospensione dei lavori (nel caso di specie spedita il 02.03.2005) ha contenuto equipollente alla comunicazione di avvio del procedimento sanzionatorio. Inoltre, alla luce della documentazione depositata in giudizio, il contenuto dell’ingiunzione finale di demolizione non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato, sicché la partecipazione degli interessati non sarebbe stata comunque utile a determinare un diverso esito del procedimento sanzionatorio, secondo il disposto dall’art. 21-octies della L. n. 241/1990, introdotto dalla L. n. 15/2005 (TAR Campania-Napoli, Sez. II, sentenza 29.12.2012 n. 5382 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La presentazione di domanda di accertamento di conformità in pendenza del ricorso avverso l’ordinanza di demolizione di un immobile ritenuto abusivo comporta improcedibilità per sopravvenuta carenza di interesse del ricorso stesso, dato che l’originaria ordinanza sanzionatoria è comunque superata dal nuovo provvedimento, favorevole o contrario alla sanatoria, che l’amministrazione deve emettere, e che nella specie è stato impugnato con motivi aggiunti.
E’ invece fondata l’eccezione di improcedibilità in dipendenza dalla intervenuta domanda di accertamento di conformità, relativa alla sola domanda di annullamento proposta nello stesso ricorso principale.
Così come ritenuto da costante giurisprudenza, per tutte C.d.S. sez. IV 16.09.2011 n. 5228, la presentazione di domanda di accertamento di conformità in pendenza del ricorso avverso l’ordinanza di demolizione di un immobile ritenuto abusivo comporta infatti improcedibilità per sopravvenuta carenza di interesse del ricorso stesso, dato che l’originaria ordinanza sanzionatoria è comunque superata dal nuovo provvedimento, favorevole o contrario alla sanatoria, che l’amministrazione deve emettere, e che nella specie è stato impugnato con motivi aggiunti (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 28.12.2012 n. 2022 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il fatto che un proprietario risulti estraneo agli abusi edilizi commessi sul bene da altro soggetto che ne abbia la piena ed esclusiva disponibilità implica non l'illegittimità dell'ordinanza di demolizione o di riduzione in pristino dello stato dei luoghi, emessa nei suoi confronti, ma solo l'inidoneità della stessa a costituire titolo per l'acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell'area di sedime sulla quale insiste il bene.
Nemmeno la individuazione esatta dell’area da acquisire, poi, è requisito di legittimità dell’ordinanza di demolizione, essendo invece richiesta solo in caso di inottemperanza alla stessa, ove si tratti di emettere il distinto e diverso provvedimento di acquisizione gratuita.

In primo luogo, così come chiarito da ultimo da TAR Campania Napoli sez. VII 17.09.2012 n. 3879, il fatto che un proprietario risulti estraneo agli abusi edilizi commessi sul bene da altro soggetto che ne abbia la piena ed esclusiva disponibilità implica non l'illegittimità dell'ordinanza di demolizione o di riduzione in pristino dello stato dei luoghi, emessa nei suoi confronti, ma solo l'inidoneità della stessa a costituire titolo per l'acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell'area di sedime sulla quale insiste il bene.
Nemmeno la individuazione esatta dell’area da acquisire, poi, è requisito di legittimità dell’ordinanza di demolizione, essendo invece richiesta solo in caso di inottemperanza alla stessa, ove si tratti di emettere il distinto e diverso provvedimento di acquisizione gratuita: così da ultimo TAR Liguria sez. I 26.11.2012 n. 1503
(TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 28.12.2012 n. 2022 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In base all’espressa disciplina di cui all'art. 35 della legge n. 47/1985, la presentazione della domanda di condono non comporta in linea di principio, un potere-obbligo del Comune di provvedervi, quando la domanda sia mancante delle produzioni e degli allegati necessari.
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Priva di fondamento è l’eccezione –sollevata dal ricorrente- della prescrizione decennale degli oneri di urbanizzazione, dovuti ai sensi della legge 1977 n. 10: il compimento del termine prescrizionale postulerebbe l’inerzia del Comune, talché esso non può decorrere nel periodo in cui l’ente abbia svolto attività istruttorie, ai fini della concessione della sanatoria.

E’ orientamento di un’autorevole giurisprudenza ritenere che, in base all’espressa disciplina di cui al citato art. 35 della legge n. 47/1985, la presentazione della domanda di condono non comporti, in linea di principio, un potere-obbligo del Comune di provvedervi, quando la domanda sia mancante, come nel caso di specie, delle produzioni e degli allegati necessari (cfr.: Cons. Stato IV, 20.11.2012 n. 5884; idem V, 25.06.2002 n. 3441; idem V, 14.10.1998 n. 1468).
Se è vero che la richiesta d’integrazione documentale datata 28.08.1997, a firma del dirigente dell’Ufficio tecnico comunale, è rimasta parzialmente inevasa, l’inutile decorso del tempo è attribuibile principalmente all’inerzia e alla negligenza del ricorrente. Non si può, per contro, assumere che il Comune abbia serbato sull’istanza di condono un colpevole silenzio protrattosi fino al febbraio 2004.
Vi è di più: lo stesso art. 35, comma 17, stabilisce che <<la domanda s’intende accolta, ove l’interessato provveda al pagamento di tutte le somme eventualmente dovute a conguaglio e alla presentazione all’Ufficio tecnico erariale della documentazione necessaria all’accatastamento>>. Si può anche affermare che il diritto al conguaglio si prescriva nei 36 mesi successivi, come prevede la normativa in esame, sennonché il ricorrente non fornisce alcuna prova della presentazione all’U.t.e. della documentazione necessaria all’accatastamento, limitandosi invece ad esibire al Comune la ricevuta di accatastamento del fabbricato preesistente (assentito con la c.e. 6/82). Tale circostanza costituisce ulteriore ragione per il mancato decorso del termine di maturazione del silenzio assenso e per la sospensione della prescrizione del diritto al conguaglio delle somme dovute.
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Priva di fondamento è, altresì, l’eccezione –sollevata dal ricorrente- della prescrizione decennale degli oneri di urbanizzazione, dovuti ai sensi della legge 1977 n. 10: il compimento del termine prescrizionale postulerebbe l’inerzia del Comune, talché esso non può decorrere nel periodo in cui l’ente abbia svolto attività istruttorie, ai fini della concessione della sanatoria (cfr.: Cons. Stato IV, 03.10.2012 n. 5201; Tar Calabria I, 26.10.2012 n. 641).
Il primo periodo di nove anni è stato interrotto dall’attività istruttoria del 1997; anche il secondo periodo prescrizionale di sei anni è stato interrotto dall’attività del Comune, nel 2004
(TAR Molise, sentenza 27.12.2012 n. 779 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ai sensi degli artt. 33, l. 28.02.1985 n. 47 e 32, comma 27, lett. c), d.l. 30.09.2003 n. 269, non sono condonabili le opere edilizie abusivamente realizzate in aree sottoposte a vincoli idrogeologico, paesaggistico e ambientale, risultando ininfluente che gli stessi siano stati apposti successivamente alla presentazione dell'istanza di condono, atteso che, in sede di rilascio della concessione edilizia in sanatoria per opere ricadenti in zona sottoposta a vincolo previsto dall'art. 32, cit. l. n. 47 del 1985, l'obbligo di acquisire il parere da parte della autorità preposta alla tutela del vincolo sussiste in relazione alla esistenza del vincolo stesso al momento in cui deve essere valutata la domanda di condono.
L’appello deve essere accolto, non potendosi in ogni caso consentire la sanatoria in zone sottoposte a stringenti vincoli di inedificabilità assoluta.
Come rimarca l’appellante Comune, la zona in questione è situata nel Parco Nazionale del Circeo, è soggetta a vincolo paesaggistico-ambientale e dal 1983 è zona I/d a tutela integrale ed inedificabilità assoluta; ricade in zona a Protezione speciale (ZPS) e in sito di importanza comunitaria (SIC); sia soggetta a vincolo idrogeologico.
E’ quindi giuridicamente impossibile, senza alterare l’equilibrio ambientale della zona, il completamento degli insediamenti abitativi e la realizzazione di un piano di lottizzazione.
Si è ritenuto, proprio su questioni riguardanti aree comprese all’interno del Parco Nazionale del Circeo, che, atteso che in sede di rilascio della concessione edilizia in sanatoria per opere ricadenti in zona sottoposta a vincolo previsto dall'art. 32, l. n. 47 del 1985, l’obbligo di acquisire il parere dell'autorità preposta alla tutela del vincolo sussiste in relazione alla esistenza del vincolo stesso al momento in cui deve essere valutata la domanda di condono, e che, in applicazione degli art. 33 l. n. 47 del 1985 e 32, comma 27, del d.l. n. 269 del 2003, sussiste l’assoluta inedificabilità alle condizioni ivi previste degli interventi abusivi realizzati su immobili sottoposti a vincolo paesaggistico, deve ritenersi corretto l’operato dell'autorità preposta alla tutela del vincolo -nella specie l’Ente parco nazionale del Circeo (nella specie si verte sul diniego comunale)- che non abbia svolto accertamenti sulle caratteristiche dell'immobile oggetto dell'istanza di condono che insiste in area sottoposta a vincolo idrogeologico, al fine di valutare la sua eventuale compatibilità con le ragioni del vincolo stesso (così, Consiglio Stato sez. VI, 17.05.2010, n. 3064).
Si è ritenuto nel su indicato precedente quindi che l’amministrazione non dispone di alcun potere discrezionale in merito al rilascio del nulla-osta, stante l’assoluta preclusione normativa, di tal che va dichiarato improcedibile per carenza di legittimazione e interesse a ricorrere il ricorso per la declaratoria di illegittimità o annullamento del silenzio-rifiuto determinato dalla mancata formulazione del parere da parte dell'organo tutorio nel termine di 180 giorni dalla richiesta.
Anche nella fattispecie, può ritenersi che l’acquisizione del parere era addirittura superflua, stante la preclusione di sanatoria e quindi l’impossibilità di un esito favorevole.
Inoltre, come ha osservato la sentenza su richiamata su immobili situati nella medesima area dell’immobile oggetto della presente controversia, in punto di fatto l'immobile è stato realizzato negli anni settanta, nel quadro di una lottizzazione di fatto, ed è pacifico che insista in un'area sottoposta a vincolo idrogeologico nota del 24 marzo 2000 del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali richiamata nel precedente citato).
Basterebbero i richiamati vincoli per ostacolare il perfezionamento della istanza di condono per ragioni relative alla pubblica incolumità.
Inoltre, l'immobile insiste nel Parco Nazionale del Circeo, istituito dalla legge n. 285 del 1934.
Nell'ambito del Parco, ai sensi dell'art. 5 della legge citata sono vietati la manomissione e l'alterazione delle bellezze naturali e delle formazioni geologiche, da determinarsi con regolamento, per le quali non sia applicabile la legge 11.06.1922 n. 778 abrogata e sostituita dalla legge n. 1479 del 1939.
Né può dirsi che tale richiamo comporterebbe la possibilità di valutare la compatibilità di quanto realizzato abusivamente con il vincolo.
L'area su cui insiste l'immobile in termini (sentenza della sesta sezione di questo consesso su richiamata) ricade nel PTP della Regione Lazio nella zona destinata a tutela integrale (I /d) per la quale non è ammesso alcun tipo di intervento se non a tutela della zona stessa (nota del Ministero del 03.10.2000).
Ai sensi dell'art. 33 della legge n. 47 del 1985: "Le opere di cui all'articolo 31 non sono suscettibili di sanatoria quando siano in contrasto con i seguenti vincoli, qualora questi comportino inedificabilità e siano stati imposti prima della esecuzione delle opere stesse:
a) vincoli imposti da leggi statali e regionali nonché dagli strumenti urbanistici a tutela di interessi storici, artistici, architettonici, archeologici, paesistici, ambientali, idrogeologici;
b) vincoli imposti da norme statali e regionali a difesa delle coste marine, lacuali e fluviali;
c) vincoli imposti a tutela di interessi della difesa militare e della sicurezza interna;
d) ogni altro vincolo che comporti la inedificabilità delle aree.
Sono altresì escluse dalla sanatoria le opere realizzate su edifici ed immobili assoggettati alla tutela della L. 01.06.1939, n. 1089, e che non siano compatibili con la tutela medesima.
Per le opere non suscettibili di sanatoria ai sensi del presente articolo si applicano le sanzioni previste dal capo I
."
Inoltre nel caso di specie rileva anche quanto previsto dall'art. 32, comma 27, lett. d), del d.l. n. 269 del 2003 convertito in legge n. 326 del 2003 che, in particolare, si riferisce a vincoli preesistenti le opere abusive e chiarisce meglio le condizioni di applicabilità dell'art. 33, specificandole: "Fermo restando quanto previsto dagli articoli 32 e 33 della legge 28.02.1985, n. 47, le opere abusive non sono comunque suscettibili di sanatoria, qualora:
d) siano state realizzate su immobili soggetti a vincoli imposti sulla base di leggi statali e regionali a tutela degli interessi idrogeologici e delle falde acquifere, dei beni ambientali e paesistici, nonché dei parchi e delle aree protette nazionali, regionali e provinciali qualora istituiti prima della esecuzione di dette opere, in assenza o in difformità del titolo abilitativo edilizio e non conformi alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici
".
Nella specie: 1) i vincoli paesaggistici ed idrogeologici preesistevano all'intervento; 2) l'intervento concretava una lottizzazione di fatto per la quale erano state annullate le licenze concesse dallo stesso Comune che le aveva rilasciate e quindi in assenza del titolo (dovendo a tale ipotesi equipararsi quella del titolo posto nel nulla in autotutela); 3) la realizzazione dei manufatti era avvenuta in assenza delle opere di urbanizzazione e di un piano di lottizzazione (e quindi in assenza delle prescrizioni urbanistiche); 4) le valutazioni che si pretende di invocare a tutela dell'intervento abusivo da condonare sono superate dall'avvenuto annullamento in autotutela delle licenze, che imporrebbe, in sede di condono, ove non sussistesse (come invece sussiste) l'insanabilità assoluta del manufatto, un nuovo apprezzamento sulla compatibilità degli interventi.
In proposito si è ribadito con rigore nella giurisprudenza del Consiglio di Stato che ai sensi degli artt. 33, l. 28.02.1985 n. 47 e 32, comma 27, lett. c), d.l. 30.09.2003 n. 269, non sono condonabili le opere edilizie abusivamente realizzate in aree sottoposte a vincoli idrogeologico, paesaggistico e ambientale, risultando ininfluente che gli stessi siano stati apposti successivamente alla presentazione dell'istanza di condono, atteso che, in sede di rilascio della concessione edilizia in sanatoria per opere ricadenti in zona sottoposta a vincolo previsto dall'art. 32, cit. l. n. 47 del 1985, l'obbligo di acquisire il parere da parte della autorità preposta alla tutela del vincolo sussiste in relazione alla esistenza del vincolo stesso al momento in cui deve essere valutata la domanda di condono (tra tante, Consiglio Stato, sez. IV, 19.03.2009, n. 1646).
In ricorrenza di tali condizioni va applicato l'art. 33 della legge n. 47 del 1985 e lo stesso disposto di cui all'art. 32, comma 27, del d.l. n. 269 del 2003, norme che non prevedono alcuna possibilità di sanatoria ex post, mediante l'accertamento sulla compatibilità dell'intervento rispetto al vincolo.
Di fronte al chiaro disposto normativo del citato art. 32, comma 27, che stabilisce l'assoluta insanabilità alle condizioni ivi previste degli interventi abusivi realizzati su immobili sottoposti a vincolo paesaggistico, l'Amministrazione non deve neanche svolgere ulteriori accertamenti sulle caratteristiche dell'intervento al fine di valutare la sua eventuale compatibilità con le ragioni del vincolo stesso, non sussistendo nel caso specifico alcuna ragione per lo svolgimento di un'approfondita istruttoria sulla tipologia dell'abuso, non disponendo l'Amministrazione di alcun potere discrezionale in merito al rilascio del nulla osta, stante l'assoluta preclusione normativa.
Ai sensi degli artt. 33, l. 28.02.1985 n. 47 e 32, comma 27, lett. c), d.l. 30.09.2003 n. 269, non sono condonabili le opere edilizie abusivamente realizzate in aree sottoposte a vincoli idrogeologico, paesaggistico e ambientale, risultando ininfluente che gli stessi siano stati apposti successivamente alla presentazione dell'istanza di condono, atteso che, in sede di rilascio della concessione edilizia in sanatoria per opere ricadenti in zona sottoposta a vincolo previsto dall'art. 32, cit. l. n. 47 del 1985, l'obbligo di acquisire il parere da parte della autorità preposta alla tutela del vincolo sussiste in relazione alla esistenza del vincolo stesso al momento in cui deve essere valutata la domanda di condono, come si è visto nella giurisprudenza su richiamata.
Nel caso di specie, inoltre, i vari motivi negativi evidenziati dalle impugnate ordinanze facevano riferimento (anche) ai seguenti atti mancanti: certificato di idoneità statica; prova dell’avvenuto accatastamento; rilievi planimetrici dell’opera e del lotto su cui insiste; piano di lottizzazione e quindi tutta una serie di diversi documenti mancanti, non prodotti come invece era onere di parte istante.
Su tali motivi autonomi di diniego, vestiti da mancanza della idonea produzione documentale, la parte appellate, ricorrente in prime cure, non ha ulteriormente controdedotto.
Ferma restando la sufficienza del motivo di diniego relativo alla esistenza di vincoli di inedificabilità assoluta, si aggiunge, per completezza, il principio giurisprudenziale, secondo il quale, in caso di diniego sorretto da più ragioni giustificatrici fra loro autonome, è sufficiente a sorreggere la legittimità dell'atto impugnato la conformità a legge anche di una sola di esse (così, Consiglio Stato , sez. IV, 10.12.2007, n. 6325) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 21.12.2012 n. 6662 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAPresupposto per l'adozione dell'ordine di demolizione di opere abusive è soltanto la constatata esecuzione di un intervento edilizio in assenza del prescritto titolo abilitativo, con la conseguenza che, essendo tale ordine un atto dovuto, esso è sufficientemente motivato con l'accertamento dell'abuso, e non necessita di una particolare motivazione in ordine all'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso stesso, che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell'assetto urbanistico violato, e alla possibilità di adottare provvedimenti alternativi.
Quanto poi alle doglianze inerenti deficienze istruttorie e motivazionali, il Tribunale si richiama al proprio costante orientamento secondo il quale presupposto per l'adozione dell'ordine di demolizione di opere abusive è soltanto la constatata esecuzione di un intervento edilizio in assenza del prescritto titolo abilitativo, con la conseguenza che, essendo tale ordine un atto dovuto, esso è sufficientemente motivato con l'accertamento dell'abuso, e non necessita di una particolare motivazione in ordine all'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso stesso, che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell'assetto urbanistico violato, e alla possibilità di adottare provvedimenti alternativi (cfr., ex multis, TAR Campania, Napoli, sez. VI, 26.09.2012 n. 3951 (TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 21.12.2012 n. 5336 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATACostituisce jus receptum che in caso di abuso edilizio “l'ordinanza di demolizione non richiede, in linea generale, una specifica motivazione; l'abusività costituisce di per sé motivazione sufficiente per l'adozione della misura repressiva in argomento. Ne consegue che, in presenza di un'opera abusiva, l'autorità amministrativa è tenuta ad intervenire affinché sia ripristinato lo stato dei luoghi, non sussistendo alcuna discrezionalità dell'amministrazione in relazione al provvedere”.
Infatti “l'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è atto dovuto e vincolato e non necessita di motivazione ulteriore rispetto all'indicazione dei presupposti di fatto e all'individuazione e qualificazione degli abusi edilizi” ed, ancora, “presupposto per l'emanazione dell'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è soltanto la constatata esecuzione di queste ultime in assenza o in totale difformità del titolo concessorio, con la conseguenza che, essendo l'ordinanza atto dovuto, essa è sufficientemente motivata con l'accertamento dell'abuso, essendo "in re ipsa" l'interesse pubblico alla sua rimozione e sussistendo l'eventuale obbligo di motivazione al riguardo solo se l'ordinanza stessa intervenga a distanza di tempo dall'ultimazione dell'opera avendo l'inerzia dell'amministrazione creato un qualche affidamento nel privato”.
Quanto, poi, all’omessa comunicazione di avvio del procedimento il Tribunale evidenzia che gli atti di repressione degli abusi edilizi hanno natura urgente e strettamente vincolata (essendo dovuti a cagione dell’insussistenza del titolo per l’avvenuta trasformazione del territorio), con la conseguenza che, ai fini della loro adozione, non sono richiesti apporti partecipativi del soggetto destinatario.

Quanto ai restanti motivi di impugnazioni (n.I e II), il Tribunale osserva, secondo il proprio costante indirizzo, che, in relazione alle segnalate deficienze istruttorie e motivazionali, costituisce jus receptum che in caso di abuso edilizio “l'ordinanza di demolizione non richiede, in linea generale, una specifica motivazione; l'abusività costituisce di per sé motivazione sufficiente per l'adozione della misura repressiva in argomento. Ne consegue che, in presenza di un'opera abusiva, l'autorità amministrativa è tenuta ad intervenire affinché sia ripristinato lo stato dei luoghi, non sussistendo alcuna discrezionalità dell'amministrazione in relazione al provvedere” (TAR Lazio Roma, sez. I, 19.07.2006, n. 6021); infatti “l'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è atto dovuto e vincolato e non necessita di motivazione ulteriore rispetto all'indicazione dei presupposti di fatto e all'individuazione e qualificazione degli abusi edilizi” (TAR Marche Ancona, sez. I, 12.10.2006, n. 824) ed, ancora, “presupposto per l'emanazione dell'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è soltanto la constatata esecuzione di queste ultime in assenza o in totale difformità del titolo concessorio, con la conseguenza che, essendo l'ordinanza atto dovuto, essa è sufficientemente motivata con l'accertamento dell'abuso, essendo "in re ipsa" l'interesse pubblico alla sua rimozione e sussistendo l'eventuale obbligo di motivazione al riguardo solo se l'ordinanza stessa intervenga a distanza di tempo dall'ultimazione dell'opera avendo l'inerzia dell'amministrazione creato un qualche affidamento nel privato” (Consiglio di Stato, sez. V, 29.05.2006 n. 3270).
Quanto, poi, all’omessa comunicazione di avvio del procedimento il Tribunale evidenzia che gli atti di repressione degli abusi edilizi hanno natura urgente e strettamente vincolata (essendo dovuti a cagione dell’insussistenza del titolo per l’avvenuta trasformazione del territorio), con la conseguenza che, ai fini della loro adozione, secondo l’ormai consolidato orientamento giurisprudenziale, non sono richiesti apporti partecipativi del soggetto destinatario (cfr. ex multis, TAR Campania, Napoli, sez. VIII, 23.02.2011 n. 1048) (TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 21.12.2012 n. 5331 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAGli atti di repressione degli abusi edilizi hanno natura urgente e strettamente vincolata (essendo dovuti a cagione dell’insussistenza del titolo per l’avvenuta trasformazione del territorio), con la conseguenza che, ai fini della loro adozione, secondo l’ormai consolidato orientamento giurisprudenziale, non sono richiesti apporti partecipativi del soggetto destinatario.
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● l'art. 27, d.P.R. n. 380 del 2001 riconosce all'Amministrazione Comunale un generale potere di vigilanza e controllo su tutte le attività urbanistico-edilizie del territorio, ivi comprese quelle riguardanti immobili sottoposti a vincolo storico-artistico e impone l'obbligo, per il dirigente, di adottare immediatamente provvedimenti definitivi, al fine di ripristinare la legalità violata dall'intervento edilizio realizzato, mediante l'esercizio di un potere-dovere del tutto vincolato dell'organo comunale, senza margini di discrezionalità edilizi accertati e ciò in quanto a partire dalla l. n. 142 del 1990, rientrano nella competenza del dirigente comunale, e non del Sindaco, in quanto atti di gestione, i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia e di tutela del territorio, tra i quali l'ordinanza di demolizione di opere abusive;
● presupposto per l'adozione dell'ordine di demolizione di opere abusive è soltanto la constatata esecuzione di un intervento edilizio in assenza del prescritto titolo abilitativo, con la conseguenza che, essendo tale ordine un atto dovuto, esso è sufficientemente motivato con l'accertamento dell'abuso, e non necessita di una particolare motivazione in ordine all'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso stesso, che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell'assetto urbanistico violato, e alla possibilità di adottare provvedimenti alternativi.

Infondata è la censura inerente l’omessa comunicazione dell’avvio del procedimento: gli atti di repressione degli abusi edilizi hanno natura urgente e strettamente vincolata (essendo dovuti a cagione dell’insussistenza del titolo per l’avvenuta trasformazione del territorio), con la conseguenza che, ai fini della loro adozione, secondo l’ormai consolidato orientamento giurisprudenziale, non sono richiesti apporti partecipativi del soggetto destinatario (cfr. ex multis, TAR Campania, Napoli, sez. VIII, 23.02.2011 n. 1048).
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Quanto altre censure, delle quali alcune (come per l’eccepita incompetenza) formulate in maniera generica, il Tribunale osserva, in primo luogo, che, alla stregua della giurisprudenza prevalente, «l'art. 27, d.P.R. n. 380 del 2001 riconosce all'Amministrazione Comunale un generale potere di vigilanza e controllo su tutte le attività urbanistico-edilizie del territorio, ivi comprese quelle riguardanti immobili sottoposti a vincolo storico-artistico e impone l'obbligo, per il dirigente, di adottare immediatamente provvedimenti definitivi, al fine di ripristinare la legalità violata dall'intervento edilizio realizzato, mediante l'esercizio di un potere-dovere del tutto vincolato dell'organo comunale, senza margini di discrezionalità edilizi accertati» (TAR Napoli Campania, sez. IV, 14.11.2011, n. 5334) e ciò in quanto «a partire dalla l. n. 142 del 1990, rientrano nella competenza del dirigente comunale, e non del Sindaco, in quanto atti di gestione, i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia e di tutela del territorio, tra i quali l'ordinanza di demolizione di opere abusive» (TAR Lazio Roma, sez. II, 08.04.2010, n. 5889); in secondo luogo, che «presupposto per l'adozione dell'ordine di demolizione di opere abusive è soltanto la constatata esecuzione di un intervento edilizio in assenza del prescritto titolo abilitativo, con la conseguenza che, essendo tale ordine un atto dovuto, esso è sufficientemente motivato con l'accertamento dell'abuso, e non necessita di una particolare motivazione in ordine all'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso stesso, che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell'assetto urbanistico violato, e alla possibilità di adottare provvedimenti alternativi» (cfr., ex multis, TAR Campania, Napoli, sez. VI, 26.09.2012 n. 3951); in terzo luogo, infine, in relazione all’omessa considerazione dell’istanza di accertamento di conformità ai sensi dell’art. 13 l. 47/1985, ora art. 36 D.P.R. n. 380/2001, che quest’ultima, presentata successivamente all’emanazione della sanzione demolitoria (prot. n. 3798 del 07.03.2007), non determina l’effetto sospensivo del procedimento sanzionatorio, previsto espressamente dal legislatore solo in caso di presentazione della domanda di condono (art. 44 l. 47/1985, norma richiamata dalla l. n. 724/1994 e l. n. 326/2003), e non dispiega alcuna rilevanza ai fini dello scrutinio di legittimità del provvedimento demolitorio, ciò non senza evidenziare altresì che, allo stato degli atti, sull’istanza in parola dovrebbe essersi formato il silenzio-rigetto di cui all’art. 36 D.P.R. n. 380/2001 e non risulta esservi stata la relativa impugnazione (TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 21.12.2012 n. 5330 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il rilascio del permesso di costruire in sanatoria consegue necessariamente ad un'istanza dell'interessato, mentre al Comune compete, ai sensi dell'art. 27 del D.P.R. 380/2001, l'esercizio della vigilanza sull'attività urbanistico-edilizia che si svolge nel territorio comunale e, pertanto, una volta accertata l'esecuzione di opere in assenza del prescritto permesso di costruire l'amministrazione comunale deve disporne senz'altro la demolizione, non essendo tenuta a valutare preventivamente la sanabilità delle stesse.
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L'ordinanza di demolizione costituisce atto dovuto, affrancato dalla ponderazione discrezionale del confliggente interesse al mantenimento in loco della res, dove la repressione dell'abuso corrisponde per definizione all'interesse pubblico al ripristino dello stato dei luoghi illecitamente alterato; pertanto, essa è da ritenersi sorretta da adeguata e sufficiente motivazione, consistente nella compiuta descrizione delle opere abusive e nella constatazione della loro esecuzione in assenza del necessario titolo abilitativo edilizio.
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Correttamente l’amministrazione ha notificato l’ordinanza gravata anche alla società proprietaria dell’immobile in quanto la sanzione demolitoria, avendo natura reale, ben può colpire anche il proprietario non responsabile dell’abuso edilizio il quale va esente dall’ulteriore sanzione dell'acquisizione gratuita al patrimonio comunale delle opere abusive e della relativa area di sedime solo ove provi inequivocabilmente la sua completa estraneità al compimento dell'opera abusiva o che, essendone venuto a conoscenza, si sia adoperato per impedirlo con gli strumenti offerti dall'ordinamento.
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La validità ovvero l'efficacia dell'ordine di demolizione non risultano pregiudicate dalla successiva presentazione di un'istanza di sanatoria ai sensi dell’art. 36 del D.P.R. n. 380 del 2001, posto che nel sistema non è rinvenibile una previsione dalla quale possa desumersi un tale effetto, sicché, se, da un lato, la presentazione della domanda di sanatoria determina inevitabilmente un arresto dell'efficacia dell'ordine di demolizione, all'evidente fine di evitare, in caso di accoglimento dell'istanza, la demolizione di un'opera astrattamente suscettibile di sanatoria, dall'altro, occorre ritenere che l'efficacia dell'atto sanzionatorio sia soltanto sospesa, cioè che l'atto sia posto in uno stato di temporanea quiescenza; all'esito del procedimento di sanatoria, in caso di accoglimento dell'istanza, l'ordine di demolizione rimarrà privo di effetti in ragione del sopravvenuto venir meno dell'originario carattere abusivo dell'opera realizzata; di contro, in caso di rigetto dell'istanza, l'ordine di demolizione riacquista la sua efficacia.

Considerato:
- che il ricorso è infondato;
- che il rilascio del permesso di costruire in sanatoria consegue necessariamente ad un'istanza dell'interessato, mentre al Comune compete, ai sensi dell'art. 27 del D.P.R. 380/2001, l'esercizio della vigilanza sull'attività urbanistico-edilizia che si svolge nel territorio comunale e, pertanto, una volta accertata l'esecuzione di opere in assenza del prescritto permesso di costruire l'amministrazione comunale deve disporne senz'altro la demolizione, non essendo tenuta a valutare preventivamente la sanabilità delle stesse;
- che, contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa di parte ricorrente, nella fattispecie, trova applicazione l’art. 31 e non l’art. 34 del D.P.R. n. 380 del 2001, essendo stata contestata non già una parziale difformità dell’opera eseguita rispetto al progetto assentito bensì l’edificazione, in assenza di alcun titolo edilizio, di un intero piano in sopraelevazione al fabbricato esistente; ciò a prescindere dalla circostanza che parte ricorrente si è limitata ad asserire che la demolizione potrebbe recare pregiudizio alla parte conforme del manufatto, senza fornire neanche un principio di prova;
- che l’ordinanza di demolizione gravata è sorretta da un adeguato substrato motivazionale e non presenta alcuna carenza istruttoria;
- che, in particolare, per giurisprudenza costante, l'ordinanza di demolizione costituisce atto dovuto, affrancato dalla ponderazione discrezionale del confliggente interesse al mantenimento in loco della res, dove la repressione dell'abuso corrisponde per definizione all'interesse pubblico al ripristino dello stato dei luoghi illecitamente alterato; pertanto, essa è da ritenersi sorretta da adeguata e sufficiente motivazione, consistente nella compiuta descrizione delle opere abusive e nella constatazione della loro esecuzione in assenza del necessario titolo abilitativo edilizio (cfr., ex multis, TAR Campania, Napoli, sez. VIII, 08.10.2009, n. 5203);
- che, nella fattispecie, è stata sanzionata la realizzazione di un intero piano edificato in sopraelevazione, avente una superficie di circa 150 mq.; trattandosi, dunque, di un intervento di nuova costruzione per il quale era necessario il permesso di costruire, doverosamente l’amministrazione ha adottato l’ordinanza di demolizione impugnata;
- che correttamente l’amministrazione ha notificato l’ordinanza gravata anche alla società proprietaria dell’immobile in quanto la sanzione demolitoria, avendo natura reale, ben può colpire anche il proprietario non responsabile dell’abuso edilizio il quale va esente dall’ulteriore sanzione dell'acquisizione gratuita al patrimonio comunale delle opere abusive e della relativa area di sedime solo ove provi inequivocabilmente la sua completa estraneità al compimento dell'opera abusiva o che, essendone venuto a conoscenza, si sia adoperato per impedirlo con gli strumenti offerti dall'ordinamento;
- che, nella fattispecie, proprio la notificazione dell’ordinanza di demolizione anche alla società proprietaria dell’immobile rende certa la conoscenza, da parte di quest’ultima, dell’abuso;
- che la circostanza che la società ricorrente abbia presentato un’istanza di sanatoria ai sensi dell’art. 36 del D.P.R. n. 380 del 2001 non determina alcuna incidenza nella fattispecie;
- che, infatti, come chiarito dalla consolidata giurisprudenza condivisa dal Collegio (in termini, Cons. St., sez. IV, 19.02.2008, n. 849; TAR, Campania, Napoli, sez. II, 14.09.2009, n. 4961) la validità ovvero l'efficacia dell'ordine di demolizione non risultano pregiudicate dalla successiva presentazione di un'istanza di sanatoria ai sensi dell’art. 36 del D.P.R. n. 380 del 2001, posto che nel sistema non è rinvenibile una previsione dalla quale possa desumersi un tale effetto, sicché, se, da un lato, la presentazione della domanda di sanatoria determina inevitabilmente un arresto dell'efficacia dell'ordine di demolizione, all'evidente fine di evitare, in caso di accoglimento dell'istanza, la demolizione di un'opera astrattamente suscettibile di sanatoria, dall'altro, occorre ritenere che l'efficacia dell'atto sanzionatorio sia soltanto sospesa, cioè che l'atto sia posto in uno stato di temporanea quiescenza; all'esito del procedimento di sanatoria, in caso di accoglimento dell'istanza, l'ordine di demolizione rimarrà privo di effetti in ragione del sopravvenuto venir meno dell'originario carattere abusivo dell'opera realizzata; di contro, in caso di rigetto dell'istanza, l'ordine di demolizione riacquista la sua efficacia (TAR Campania-Napoli, Sez. II, sentenza 14.12.2012 n. 5208 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAVa confermata la motivazione già resa da questo TAR nell’ordinanza cautelare, con riferimento al legittimo affidamento che la ricorrente –dopo il lungo lasso di tempo trascorso dal completamento dei lavori– ormai riponeva in ordine al mantenimento dell’opera.
Quest’ultima, in effetti, risulta compiuta nel 1994, laddove solo 14 anni dopo (ossia nel 2008, allorché per la prima volta fu adottata un’ordinanza di ripristino, sia pure successivamente revocata) l’amministrazione è intervenuta per sanzionare la difformità dal titolo: il tempo così trascorso è tale, nella sua oggettiva consistenza, da consolidare l’aspettativa della proprietaria in ordine all’insussistenza di alcuna ragione di pubblico interesse alla rimozione del manufatto.

Va, anzitutto, confermata la motivazione già resa da questo TAR nell’ordinanza cautelare, con riferimento al legittimo affidamento che la ricorrente –dopo il lungo lasso di tempo trascorso dal completamento dei lavori– ormai riponeva in ordine al mantenimento dell’opera. Quest’ultima, in effetti, risulta compiuta nel 1994, laddove solo 14 anni dopo (ossia nel 2008, allorché per la prima volta fu adottata un’ordinanza di ripristino, sia pure successivamente revocata) l’amministrazione è intervenuta per sanzionare la difformità dal titolo: il tempo così trascorso è tale, nella sua oggettiva consistenza, da consolidare l’aspettativa della proprietaria in ordine all’insussistenza di alcuna ragione di pubblico interesse alla rimozione del manufatto (cfr., per precedenti analoghi della Sezione, TAR Piemonte, sez. II, sentt. n. 967 e 1142 del 2012).
Né, del resto, alcuna ragione in tal senso è stata esplicitata dall’ordinanza impugnata: questa, dunque, si mostra carente lungo il profilo della motivazione, in quanto non ha esplicitato le ragioni di pubblico interesse –evidentemente diverse dal mero ripristino della legalità– che conducevano, nella specie, al sacrificio della posizione consolidata in capo al privato proprietario (TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 13.12.2012 n. 1355 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Presupposto per l’emanazione della ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è soltanto la constatata esecuzione di queste ultime in assenza o in totale difformità del titolo abilitativo, con la conseguenza che, essendo la ordinanza atto dovuto, essa è sufficientemente motivata con l’accertamento dell’abuso, e non necessita di una particolare motivazione in ordine all’interesse pubblico alla rimozione dell’abuso –che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell’assetto urbanistico violato– ed alla possibilità di adottare provvedimenti alternativi.
Osserva il Collegio che presupposto per l’emanazione della ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è soltanto la constatata esecuzione di queste ultime in assenza o in totale difformità del titolo abilitativo, con la conseguenza che, essendo la ordinanza atto dovuto, essa è sufficientemente motivata con l’accertamento dell’abuso, e non necessita di una particolare motivazione in ordine all’interesse pubblico alla rimozione dell’abuso –che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell’assetto urbanistico violato– ed alla possibilità di adottare provvedimenti alternativi (ex multis, TAR Campania, Napoli, sez. IV, 04.02.2003, n. 617; 15.07.2003, n. 8246) (TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 11.12.2012 n. 5073 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: A termini dell’art. 32 della Legge n. 47/1985, il rilascio della concessione in sanatoria per le opere edilizie abusive ricadenti su aree sottoposte a vincolo, è subordinato al previo rilascio del parere favorevole dell’amministrazione o dell’organo preposto alla tutela del vincolo, parere non solo obbligatorio ma anche vincolante per le determinazioni del Comune.
Ad esso tuttavia non può attribuirsi natura provvedimentale o di atto conclusivo del procedimento attivato con l’istanza di permesso di costruire o di sanatoria edilizia presentate all’amministrazione comunale, trattandosi di atto di natura endoprocedimentale, dotato di effetti sulla determinazione conclusiva del procedimento, di spettanza dell’autorità adita.
Pertanto il parere, quantunque vincolante, non è immediatamente lesivo, in quanto l’atto che incide sulla sfera giuridica del richiedente è il provvedimento concessorio o negatorio della sanatoria richiesta.
Conseguentemente esso non è, in quanto tale, suscettibile di impugnazione autonoma in via giurisdizionale, ma lo è unitamente al provvedimento finale concretamente lesivo della sfera giuridica del richiedente.
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In relazione a manufatti abusivi realizzati in ambiti soggetti a tutela paesaggistica, non è il diniego di sanatoria a dover essere rigorosamente motivato, ma semmai, l'eventuale provvedimento favorevole.

In via preliminare occorre osservare che, a termini dell’art. 32 della Legge n. 47/1985, il rilascio della concessione in sanatoria per le opere edilizie abusive ricadenti su aree sottoposte a vincolo, è subordinato al previo rilascio del parere favorevole dell’amministrazione o dell’organo preposto alla tutela del vincolo, parere non solo obbligatorio ma anche vincolante per le determinazioni del Comune.
Ad esso tuttavia non può attribuirsi natura provvedimentale o di atto conclusivo del procedimento attivato con l’istanza di permesso di costruire o di sanatoria edilizia presentate all’amministrazione comunale, trattandosi di atto di natura endoprocedimentale, dotato di effetti sulla determinazione conclusiva del procedimento, di spettanza dell’autorità adita.
Pertanto il parere, quantunque vincolante, non è immediatamente lesivo, in quanto l’atto che incide sulla sfera giuridica del richiedente è il provvedimento concessorio o negatorio della sanatoria richiesta (Cons. St., sez. VI, 24.09.1996, n. 1248).
Conseguentemente esso non è, in quanto tale, suscettibile di impugnazione autonoma in via giurisdizionale (come quella attivata nel presente procedimento), ma lo è unitamente al provvedimento finale concretamente lesivo della sfera giuridica del richiedente (Cons. Stato, sez. V, 16.02.2012, n. 794).
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E’ infondato il primo motivo, dal momento che il parere impugnato è stato congruamente motivato con esplicito riferimento alla relazione istruttoria del competente Settore della Regione Piemonte, ente preposto alla tutela del vincolo; il quale, nell'affermare che "le opere realizzate appaiono tali da recare pregiudizio alle caratteristiche di pregio ambientale della località”, e che “si ritiene assolutamente inaccettabile la collocazione del manufatto all’interno di un lotto in sponda del lago, dove gli spazi a verde necessitano di una attenta salvaguardia”, giustifica in modo certamente adeguato, benché succinto, le ragioni sottostanti al diniego, ragioni da individuarsi nella evidente incompatibilità del manufatto con il pregevole contesto naturalistico e paesaggistico sottoposto a specifica tutela, tenuto altresì conto che, secondo condivisibili principi giurisprudenziali, in relazione a manufatti abusivi realizzati in ambiti soggetti a tutela paesaggistica, non è il diniego di sanatoria a dover essere rigorosamente motivato, ma semmai, l'eventuale provvedimento favorevole (TAR Torino Piemonte sez. I, 15.06.2012, n. 721; TAR Toscana, sez. III, 13.05.2011, n. 843; Cons. Stato, sez. VI, 11.10.2007, n. 5330).
Ad integrare il profilo di incompatibilità ambientale, sinteticamente espresso nella relazione richiamata, concorrono la significativa estensione del fabbricato, che occupa una superficie di 48 mq circa, l’irreversibile alterazione dello spazio verde che essa produce e la sua realizzazione con materiali di bassa qualità
(TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 11.12.2012 n. 1326 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Circa la sanatoria, o meno, di una piscina privata scoperta in zona ambientalmente vincolata.
La tesi non persuade nella premessa in cui assume che l’edificazione dell’impianto natatorio rientra tra le opere “relative ad ampliamenti o tipologie d'abuso che non comportano aumento di superficie o di volume”.
La prospettazione difensiva non considera, infatti, che il vincolo richiamato dall’art. 32, 2° comma, L. 47/1985, facendo riferimento a immobili soggetti alla L. 29.06.1939, n. 1497 e al D.L. 27.06.1985, n. 312, è finalizzato a preservare nel tempo la configurazione di bellezze naturali o di zone di particolare interesse ambientale.
La previsione di interventi di minor impatto (non implicanti aumenti di superficie o di volume), rispetto ai quali si giustifica una modalità tacita di acquisizione del parere, va quindi interpretata in relazione all’esigenza di tutela dei beni ambientali, e quindi in termini compatibili con la loro necessaria salvaguardia.
Alla luce di questa esigenza primaria, la tipologia di intervento che viene in rilievo nel presente giudizio non appare armonizzabile nel dettato dell’art. 32, 2° comma, trattandosi di opera astrattamente idonea a creare un impatto ambientale significativo e permanente, anche se priva di volumi emergenti dal terreno o di superfici calpestabili; ciò in quanto essa presenta dimensioni non trascurabili, richiede scavi consistenti e prevede l'impiego di materiali difficilmente compatibili con il contesto in cui si pretende esso trovi inserimento.
Stando, quindi, ad un’interpretazione della norma che tenga conto dell’intendimento alla stessa sotteso, si deve concludere che l’intervento in oggetto esula dal novero delle opere assentibili in via tacita.
D’altra parte, vi è unanimità di vedute in giurisprudenza circa il principio, certamente pertinente al caso in esame, secondo il quale la nozione di volume rilevante a fini paesaggistici non può distinguere tra volumi esterni e volumi interrati, essendo anche questi ultimi idonei a determinare una modificazione del territorio e dell'assetto edilizio esistente: ciò in quanto lo stesso volume che a fini edilizi, per le sue caratteristiche, può non essere considerato rilevante e non essere oggetto di computo fra le volumetrie assentibili, ad esempio perché ritenuto volume tecnico, ai fini paesaggistici può assumere una diversa rilevanza, laddove si ritenga che determini una possibile alterazione dello stato dei luoghi salvaguardato dalle apposite norme di tutela, le quali, al preordinato fine di conservare la sostanziale integrità di determinati ambiti territoriali, ben possono vietare anche la realizzazione di un volume edilizio tecnico od interrato, quand'anche irrilevante secondo le norme che regolano l'attività edilizia.
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Non sussiste l'eccesso di potere per disparità di trattamento per non avere l’autorità preposta alla tutela del vincolo formulato rilievi in sede di controllo di altri provvedimenti autorizzatori di analogo contenuto (relativi, cioè, a piscine costruite nella stessa zona).
Invero, ogni singolo intervento è soggetto a specifica valutazione, con particolare riguardo al suo inserimento nel contesto paesistico e ambientale già esistente. Ciò posto, la circostanza che in relazione ad altre istanze di sanatoria aventi ad oggetto immobili ricadenti nel medesimo contesto vincolato la Regione abbia ritenuto di avallare interventi conservativi, non determina disparità di trattamento in mancanza della prova -che incombeva al ricorrente fornire- della identità della situazione sostanziale qui in esame con quella oggetto di quelle diverse domande di concessione in sanatoria.
Pertanto, non può tradursi in vizio di legittimità del provvedimento la presenza, nell'area interessata dall'intervento edilizio, di altre costruzioni asseritamene omogenee a quella da assentire: e ciò sia perché ogni manufatto è diverso per consistenza, ubicazione, periodo di realizzazione; sia perché un eventuale pregresso comportamento illegittimo dell'amministrazione non può valere a sanare un'ulteriore illegittimità. Al contrario, una situazione di compromissione del panorama naturale da parte di preesistenti realizzazioni, anziché impedire, maggiormente richiede che ulteriori costruzioni non deturpino irreversibilmente l'ambiente protetto.
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In relazione a manufatti abusivi realizzati in ambiti soggetti a tutela paesaggistica, non è il diniego di sanatoria a dover essere rigorosamente motivato, ma semmai, l'eventuale provvedimento favorevole.
Ad integrare il profilo di incompatibilità ambientale, sinteticamente espresso nella relazione richiamata, concorrono le significative dimensioni della piscina, l’irreversibile alterazione dello spazio che essa occupa (non più recuperabile a verde) e la discontinuità panoramica che un manufatto cementizio determina nel contesto paesaggistico nel quale si situa.

... per l'annullamento:
- della deliberazione della Giunta Regionale n. 27-7518 del 03.04.1996 nella parte in cui esprime parere negativo ai sensi dell'art. 32 della L. n. 47/1985, in relazione ad una domanda presentata ai sensi dell'art. 39 L. 724/1994 per una piscina di uso privato realizzata abusivamente su aree protette dalla L. 1497/1939, in Comune di Ghiffa;
- della Relazione del servizio Beni Ambientali e Paesistici dell'Assessorato Regionale per i Beni Ambientali prot. n. 13606 del 26.03.1996 che costituisce motivazione del parere negativo anzidetto;
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La tesi non persuade nella premessa in cui assume che l’edificazione dell’impianto natatorio rientra tra le opere “relative ad ampliamenti o tipologie d'abuso che non comportano aumento di superficie o di volume”.
La prospettazione difensiva non considera, infatti, che il vincolo richiamato dall’art. 32, 2° comma, L. 47/1985, facendo riferimento a immobili soggetti alla L. 29.06.1939, n. 1497 e al D.L. 27.06.1985, n. 312, è finalizzato a preservare nel tempo la configurazione di bellezze naturali o di zone di particolare interesse ambientale.
La previsione di interventi di minor impatto (non implicanti aumenti di superficie o di volume), rispetto ai quali si giustifica una modalità tacita di acquisizione del parere, va quindi interpretata in relazione all’esigenza di tutela dei beni ambientali, e quindi in termini compatibili con la loro necessaria salvaguardia.
Alla luce di questa esigenza primaria, la tipologia di intervento che viene in rilievo nel presente giudizio non appare armonizzabile nel dettato dell’art. 32, 2° comma, trattandosi di opera astrattamente idonea a creare un impatto ambientale significativo e permanente, anche se priva di volumi emergenti dal terreno o di superfici calpestabili; ciò in quanto essa presenta dimensioni non trascurabili, richiede scavi consistenti e prevede l'impiego di materiali difficilmente compatibili con il contesto in cui si pretende esso trovi inserimento (cfr. TAR Torino Piemonte sez. I, 13.06.2007, n. 2599).
Stando, quindi, ad un’interpretazione della norma che tenga conto dell’intendimento alla stessa sotteso, si deve concludere che l’intervento in oggetto esula dal novero delle opere assentibili in via tacita.
D’altra parte, vi è unanimità di vedute in giurisprudenza circa il principio, certamente pertinente al caso in esame, secondo il quale la nozione di volume rilevante a fini paesaggistici non può distinguere tra volumi esterni e volumi interrati, essendo anche questi ultimi idonei a determinare una modificazione del territorio e dell'assetto edilizio esistente: ciò in quanto lo stesso volume che a fini edilizi, per le sue caratteristiche, può non essere considerato rilevante e non essere oggetto di computo fra le volumetrie assentibili, ad esempio perché ritenuto volume tecnico, ai fini paesaggistici può assumere una diversa rilevanza, laddove si ritenga che determini una possibile alterazione dello stato dei luoghi salvaguardato dalle apposite norme di tutela, le quali, al preordinato fine di conservare la sostanziale integrità di determinati ambiti territoriali, ben possono vietare anche la realizzazione di un volume edilizio tecnico od interrato, quand'anche irrilevante secondo le norme che regolano l'attività edilizia (cfr. TAR Napoli Campania, sez. IV, 29.05.2012, n. 2529; TAR Salerno Campania, sez. I, 11.10.2011, n. 1642; Consiglio Stato, sez. IV, 28.03.2011, n. 1879).
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Le considerazioni che precedono rendono conto dell’infondatezza anche della doglianza di eccesso di potere per disparità di trattamento, per non avere l’autorità preposta alla tutela del vincolo formulato rilievi in sede di controllo di altri provvedimenti autorizzatori di analogo contenuto (relativi, cioè, a piscine costruite nella stessa zona).
Secondo quanto evidenziato nella stessa nota prot. 4329 del 06.08.93, ogni singolo intervento è soggetto a specifica valutazione, con particolare riguardo al suo inserimento nel contesto paesistico e ambientale già esistente. Ciò posto, la circostanza che in relazione ad altre istanze di sanatoria aventi ad oggetto immobili ricadenti nel medesimo contesto vincolato la Regione abbia ritenuto di avallare interventi conservativi, non determina disparità di trattamento in mancanza della prova -che incombeva al ricorrente fornire- della identità della situazione sostanziale qui in esame con quella oggetto di quelle diverse domande di concessione in sanatoria (TAR Torino Piemonte sez. I, 15.06.2012, n. 721).
Pertanto, non può tradursi in vizio di legittimità del provvedimento la presenza, nell'area interessata dall'intervento edilizio, di altre costruzioni asseritamene omogenee a quella da assentire: e ciò sia perché ogni manufatto è diverso per consistenza, ubicazione, periodo di realizzazione; sia perché un eventuale pregresso comportamento illegittimo dell'amministrazione non può valere a sanare un'ulteriore illegittimità (Cons. St., sez. VI, 09.06.2009, n. 3557 e 22.11.2010, n. 8117). Al contrario, una situazione di compromissione del panorama naturale da parte di preesistenti realizzazioni, anziché impedire, maggiormente richiede che ulteriori costruzioni non deturpino irreversibilmente l'ambiente protetto (Cons. St., sez. VI, 27.03.2012, n. 1813).
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Con un terzo motivo si censurano i provvedimenti impugnati per carenza di motivazione e di adeguata istruttoria.
In particolare, non sarebbe stato preso in adeguata considerazione il minimo impatto ambientale del manufatto. In particolare, la Regione non avrebbe considerato che la piscina è preclusa alla vista sia dal lago che dagli altri spazi pubblici; che la stessa è posizionata a raso prato, è completamente circondata da arbusti e alberi ed è stata costruita su un’area precedentemente lastricata e destinata ad ospitare sedie e ombrelloni, quindi già priva di alberi e verde.
Alla luce dei dati evidenziati, sarebbe vacua la manifestata esigenza di non aumentare l’antropizzazione dell’area situata tra la statale e la sponda del lago, trattandosi di valutazione del tutto avulsa da un’effettiva disamina degli elementi concreti caratterizzanti l’area in questione.
La motivazione addotta a fondamento del diniego è ricavabile per relationem dal parere regionale, ovvero dalla relazione istruttoria del competente Settore della Regione Piemonte (relazione del Servizio Beni Ambientali e Paesistici dell’Assessorato Regionale per i beni Ambientali, prot. n. 13606 del 26.03.1996), che si esprime nei seguenti termini: “... considerato che le opere realizzate appaiono tali da alterare le caratteristiche ambientali della località, si esprime parere negativo in merito alla conservazione ai sensi dell’art. 32 L. 47/1985, poiché si ritiene assolutamente inaccettabile l’inserimento di un ulteriore elemento di antropizzazione all’interno di un lotto posto tra la statale e la sponda del lago, dove gli spazi a verde necessitano di una attenta salvaguardia”.
A parere del Collegio, il documento in esame giustifica in modo certamente adeguato, benché succinto, le ragioni sottostanti al diniego - da individuarsi nell’evidente incompatibilità del manufatto con il pregevole contesto naturalistico e paesaggistico sottoposto a specifica tutela. La consistenza delle giustificazioni motivazionali deve essere valutata tenendo altresì conto che, secondo condivisibili principi giurisprudenziali, in relazione a manufatti abusivi realizzati in ambiti soggetti a tutela paesaggistica, non è il diniego di sanatoria a dover essere rigorosamente motivato, ma semmai, l'eventuale provvedimento favorevole (TAR Torino Piemonte sez. I, 15.06.2012, n. 721; TAR Toscana, sez. III, 13.05.2011, n. 843; Cons. Stato, sez. VI, 11.10.2007, n. 5330). Ad integrare il profilo di incompatibilità ambientale, sinteticamente espresso nella relazione richiamata, concorrono le significative dimensioni della piscina, l’irreversibile alterazione dello spazio che essa occupa (non più recuperabile a verde) e la discontinuità panoramica che un manufatto cementizio determina nel contesto paesaggistico nel quale si situa.
Tutti questi profili, benché non esplicitati, appartengono al concetto di “alterazione delle caratteristiche ambientali” e di “antropizzazione” degli spazi vincolati. Si tratta di locuzioni certamente indicative di una trasformazione dell’area protetta, incompatibile con la conservazione dei suoi peculiari caratteri morfologici e paesaggistici
(TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 11.12.2012 n. 1321 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La mera presentazione dell'istanza di condono non autorizza la prosecuzione dei lavori abusivi a completamento delle opere oggetto della richiesta di sanatoria, le quali, fino al momento dell'eventuale accoglimento della domanda di condono, devono ritenersi comunque abusive.
Pertanto, l'ingiunzione di demolizione è del tutto legittima atteso che, in presenza di manufatti abusivi non condonati né sanati, gli interventi ulteriori (sia pure riconducibili, nella loro oggettività, alle categorie della manutenzione straordinaria, del restauro e/o del risanamento conservativo, della ristrutturazione, della realizzazione di opere costituenti pertinenze urbanistiche) ripetono le caratteristiche di illegittimità dell'opera principale, alla quale ineriscono strutturalmente, sicché non può ammettersi la prosecuzione dei lavori abusivi a completamento di opere che, fino al momento di eventuali sanatorie, devono ritenersi comunque abusive, con conseguente obbligo del Comune di ordinarne la demolizione.
Ciò, d’altra parte, non significa negare in assoluto la possibilità di intervenire su immobili rispetto ai quali pende istanza di condono, ma solo affermare che, a pena di assoggettamento alla medesima sanzione prevista per l'immobile abusivo cui ineriscono, ciò deve avvenire nel rispetto delle procedure di legge, ovvero segnatamente dell'art. 35 della l. n. 47 del 1985.
In definitiva, in siffatte evenienze la misura repressiva costituisce atto dovuto, che non può essere evitata nell'assunto che per le opere realizzate non fosse necessario il permesso di costruire o che avessero natura pertinenziale; ciò perché, in caso di prosecuzione dei lavori di un immobile già oggetto di domanda di condono, vale il diverso principio in forza del quale è la prosecuzione in sé dei lavori ad essere preclusa, senza che sia possibile distinguere tra opere pertinenziali e non, tra opere soggette al permesso di costruire ed opere realizzabili con d.i.a..

Negli stessi termini si è affermato che la mera presentazione dell'istanza di condono non autorizza la prosecuzione dei lavori abusivi a completamento delle opere oggetto della richiesta di sanatoria, le quali, fino al momento dell'eventuale accoglimento della domanda di condono, devono ritenersi comunque abusive.
Pertanto, l'ingiunzione di demolizione è del tutto legittima atteso che, in presenza di manufatti abusivi non condonati né sanati, gli interventi ulteriori (sia pure riconducibili, nella loro oggettività, alle categorie della manutenzione straordinaria, del restauro e/o del risanamento conservativo, della ristrutturazione, della realizzazione di opere costituenti pertinenze urbanistiche) ripetono le caratteristiche di illegittimità dell'opera principale, alla quale ineriscono strutturalmente, sicché non può ammettersi la prosecuzione dei lavori abusivi a completamento di opere che, fino al momento di eventuali sanatorie, devono ritenersi comunque abusive, con conseguente obbligo del Comune di ordinarne la demolizione.
Ciò, d’altra parte, non significa negare in assoluto la possibilità di intervenire su immobili rispetto ai quali pende istanza di condono, ma solo affermare che, a pena di assoggettamento alla medesima sanzione prevista per l'immobile abusivo cui ineriscono, ciò deve avvenire nel rispetto delle procedure di legge, ovvero segnatamente dell'art. 35 della l. n. 47 del 1985.
In definitiva, in siffatte evenienze la misura repressiva costituisce atto dovuto, che non può essere evitata nell'assunto che per le opere realizzate non fosse necessario il permesso di costruire o che avessero natura pertinenziale; ciò perché, in caso di prosecuzione dei lavori di un immobile già oggetto di domanda di condono, vale il diverso principio in forza del quale è la prosecuzione in sé dei lavori ad essere preclusa, senza che sia possibile distinguere tra opere pertinenziali e non, tra opere soggette al permesso di costruire ed opere realizzabili con d.i.a. (cfr. ex multis TAR Napoli Campania sez. VI, 02.07.2012, n. 3109; 02.05.2012 n. 2006 e 11.05.2011, n. 2626; TAR Genova Liguria sez. I, 11.07.2011, n. 1084)
(TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 11.12.2012 n. 1320 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Reati urbanistici - Diniego di sanatoria - Ricorso al giudice amministrativo - Sospensione dell'azione penale - Esclusione - Giudice penale - Poteri.
In materia di reati urbanistici, il ricorso al giudice amministrativo avverso il diniego di sanatoria per abuso edilizio non comporta la sospensione dell'azione penale promossa per la relativa violazione, essendo detta sospensione limitata temporalmente sino alla decisione degli organi comunali sulla relativa domanda di sanatoria, manifestata anche nella forma del silenzio-rifiuto (Sez. 3, n. 24245 del 24/03/2010, Chiarello).
Così, con riferimento a fattispecie di ricorso al giudice amministrativo avverso diniego di concessione in sanatoria, la legge non stabilisce, in materia, una pregiudiziale amministrativa ed attribuisce anzi al giudice penale il potere-dovere di espletare ogni accertamento per stabilire l'applicabilità della causa di estinzione del reato, né il giudice penale è vincolato all'esito del procedimento instaurato davanti al giudice amministrativo, da cui l'inutilità di ogni sospensione del giudizio penale (Cass. Sez. 3, n. 1188 del 05/11/1999, Fornaca) (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 07.12.2012 n. 47646 - link a www.ambientediritto.it).

EDILIZIA PRIVATAIl Comune, ad esito della reiezione della domanda di condono, è tenuto a riattivare il procedimento sanzionatorio sulla base del nuovo accertamento dell’abusività non sanabile dell’opera.
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La misura dell'area da acquisire, indicata nell'ordinanza di demolizione, deve reputarsi meramente indicativa, in quanto la corretta determinazione potrà avvenire soltanto dopo il rituale accertamento, da parte del Comune, dell'inottemperanza all'ingiunzione, allorché sarà avviato il sub procedimento specificamente finalizzato alla precisa individuazione delle aree da acquisirsi gratuitamente in caso di inottemperanza all’ordine di demolizione.

Orbene, come più volte evidenziato dalla giurisprudenza amministrativa, il Comune, ad esito della reiezione della domanda di condono, è tenuto a riattivare il procedimento sanzionatorio sulla base del nuovo accertamento dell’abusività non sanabile dell’opera (TAR Campania, Napoli, VII, 08.04.2011, n. 2003; TAR Sicilia, Palermo, II, 26.06.2007, n. 1704).
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Con la terza censura gli istanti, in riferimento alla parte del provvedimento impugnato riferita all’area da acquisire al patrimonio comunale in caso di inottemperanza, lamentano la mancata precisazione, da parte dell’Ente, circa le ragioni per cui la superficie è stata determinata nella misura massima possibile.
Il rilievo non è condivisibile.
La riportata misura dell'area da acquisire deve reputarsi meramente indicativa, in quanto la corretta determinazione potrà avvenire soltanto dopo il rituale accertamento, da parte del Comune, dell'inottemperanza all'ingiunzione, allorché sarà avviato il sub procedimento specificamente finalizzato alla precisa individuazione delle aree da acquisirsi gratuitamente in caso di inottemperanza all’ordine di demolizione (TAR Campania, Napoli, VIII, 09.02.2012, n. 696)
(TAR Toscana, Sez. III, sentenza 07.12.2012 n. 1999 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La presentazione dell'istanza di accertamento di conformità, successivamente alla impugnazione dell'ordinanza di demolizione -o alla notifica del provvedimento di irrogazione delle altre sanzioni per gli abusi edilizi- produce l'effetto di rendere improcedibile l'impugnazione stessa, per sopravvenuta carenza di interesse, in quanto il riesame dell'abusività dell'opera, sia pure al fine di verificarne la eventuale sanabilità, provocato dall'istanza di sanatoria, comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento, esplicito od implicito (di accoglimento o di rigetto), che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa.
Di qui consegue che il ricorso giurisdizionale avverso un provvedimento sanzionatorio proposto anteriormente all'istanza di concessione in sanatoria è improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse, “spostandosi” l'interesse del responsabile dell'abuso edilizio dall'annullamento del provvedimento sanzionatorio già adottato, all'eventuale annullamento del provvedimento (esplicito o implicito) di rigetto.

Secondo consolidata giurisprudenza, la presentazione dell'istanza di accertamento di conformità, successivamente alla impugnazione dell'ordinanza di demolizione -o alla notifica del provvedimento di irrogazione delle altre sanzioni per gli abusi edilizi- produce l'effetto di rendere improcedibile l'impugnazione stessa, per sopravvenuta carenza di interesse, in quanto il riesame dell'abusività dell'opera, sia pure al fine di verificarne la eventuale sanabilità, provocato dall'istanza di sanatoria, comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento, esplicito od implicito (di accoglimento o di rigetto), che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 11.12.1997, n. 1377; TAR Sicilia, sez. II, 05.10.2001, n. 1392; TAR Toscana, sez. II, 25.10.1994, n. 350; TAR Campania, Sez. IV, 25.05.2001, n. 2340, 11.12.2002, n. 7994, 30.06.2003, n. 7902).
Di qui consegue che il ricorso giurisdizionale avverso un provvedimento sanzionatorio proposto anteriormente all'istanza di concessione in sanatoria è improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse, “spostandosi” l'interesse del responsabile dell'abuso edilizio dall'annullamento del provvedimento sanzionatorio già adottato, all'eventuale annullamento del provvedimento (esplicito o implicito) di rigetto (TAR Sicilia, Catania, Sez. II, 16.03.1991, n. 67, Palermo, Sez. II, 27.03.2002, n. 826; TAR Campania, Sez. IV, 24.09.2002, n. 5559, 22.02.2003, n. 1310) (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 06.12.2012 n. 4986 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ai sensi dell’art. 36, comma 3, DPR 380/2001 sulla richiesta di permesso in sanatoria il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale si pronuncia con adeguata motivazione, entro sessanta giorni decorsi i quali la richiesta si intende rifiutata.
Pertanto, per i casi in cui il procedimento instaurato ai sensi dell’art. 36 cit. non sia stato definito con un provvedimento espresso, questo Collegio ha avuto modo di rilevare che, nella formulazione di cui all'art. 36, d.P.R. n. 380 del 2001, il silenzio dell'Amministrazione su un'istanza di sanatoria di abusi edilizi costituisce ipotesi di silenzio significativo, al quale vengono collegati gli effetti di un provvedimento esplicito di diniego, venendosi a determinare una situazione del tutto simile a quella che si verificherebbe in caso di provvedimento espresso.
In virtù della previsione legale di implicito diniego, il silenzio tenuto dall'Amministrazione non può, infatti, essere inteso come mero fatto di inadempimento, ma abilita l'interessato alla proposizione di impugnazione, entro il termine decadenziale di sessanta giorni dal suo perfezionamento.

Al riguardo occorre evidenziare che ai sensi dell’art. 36, comma 3 cit. sulla richiesta di permesso in sanatoria il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale si pronuncia con adeguata motivazione, entro sessanta giorni decorsi i quali la richiesta si intende rifiutata.
Pertanto, per i casi in cui il procedimento instaurato ai sensi dell’art. 36 cit. non sia stato definito con un provvedimento espresso, questo Collegio ha avuto modo di rilevare che, nella formulazione di cui all'art. 36, d.P.R. n. 380 del 2001, il silenzio dell'Amministrazione su un'istanza di sanatoria di abusi edilizi costituisce ipotesi di silenzio significativo, al quale vengono collegati gli effetti di un provvedimento esplicito di diniego, venendosi a determinare una situazione del tutto simile a quella che si verificherebbe in caso di provvedimento espresso. In virtù della previsione legale di implicito diniego, il silenzio tenuto dall'Amministrazione non può, infatti, essere inteso come mero fatto di inadempimento, ma abilita l'interessato alla proposizione di impugnazione, entro il termine decadenziale di sessanta giorni dal suo perfezionamento (cfr. Tar Napoli sez. VIII 13.11.2011, n. 5797).
Di qui consegue che, nella fattispecie in esame, l’omessa impugnazione del silenzio con valore legale tipico di diniego, formatosi con il decorso dei sessanta giorni a partire dal deposito in data 16.06.2010 della istanza di sanatoria ex art. 36 d.p.r. n. 380/2001 avente valore legale tipico di diniego, rende inammissibile ogni censura circa la conformità urbanistica del manufatto formulata avverso il successivo provvedimento di demolizione n. 213 dell’01.09.2011
(TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 06.12.2012 n. 4986 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’ordine di demolizione non deve essere necessariamente preceduto dalla comunicazione di avvio del procedimento, trattandosi di atto dovuto e rigorosamente vincolato, con riferimento al quale non sono richiesti apporti partecipativi del destinatario ed il cui presupposto è costituto unicamente dalla constatata esecuzione dell'opera in totale difformità o in assenza del titolo abilitativo.
Né, per lo stesso motivo, si richiede una specifica motivazione che dia conto della valutazione delle ragioni di interesse pubblico alla demolizione o della comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, senza che sussista alcuna violazione dell'art. 3, l. n. 241 del 1990, dato che, ricorrendo i predetti requisiti, il provvedimento deve intendersi sufficientemente motivato con l'affermazione dell'accertata abusività dell'opera, essendo in re ipsa l'interesse pubblico concreto ed attuale alla sua rimozione.
Anche qualora intercorra un lungo periodo di tempo tra la realizzazione dell'opera abusiva ed il provvedimento sanzionatorio, tale circostanza non rileva ai fini della legittimità di quest'ultimo, sia in rapporto al preteso affidamento circa la legittimità dell'opera, che il protrarsi del comportamento inerte del comune avrebbe ingenerato nel responsabile dell'abuso edilizio, sia in relazione ad un presunto ulteriore obbligo, per l'amministrazione procedente, di motivare specificamente il provvedimento in ordine alla sussistenza dell'interesse pubblico attuale a far demolire il manufatto. La lunga durata nel tempo dell'opera priva del necessario titolo edilizio ne rafforza il carattere abusivo (trattandosi di illecito permanente), il che preserva il potere-dovere dell'amministrazione di intervenire nell'esercizio dei suoi poteri sanzionatori, tanto più che il provvedimento demolitorio non richiede una congrua motivazione in ordine all'attualità dell'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso, che è in re ipsa.

Al riguardo va rimarcato che, per orientamento costante di questo Collegio, l’ordine di demolizione non deve essere necessariamente preceduto dalla comunicazione di avvio del procedimento, trattandosi di atto dovuto e rigorosamente vincolato, con riferimento al quale non sono richiesti apporti partecipativi del destinatario ed il cui presupposto è costituto unicamente dalla constatata esecuzione dell'opera in totale difformità o in assenza del titolo abilitativo.
Né, per lo stesso motivo, si richiede una specifica motivazione che dia conto della valutazione delle ragioni di interesse pubblico alla demolizione o della comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, senza che sussista alcuna violazione dell'art. 3, l. n. 241 del 1990, dato che, ricorrendo i predetti requisiti, il provvedimento deve intendersi sufficientemente motivato con l'affermazione dell'accertata abusività dell'opera, essendo in re ipsa l'interesse pubblico concreto ed attuale alla sua rimozione (cfr, ex plurimis, Consiglio Stato , sez. IV, 31.08.2010 , n. 3955).
Anche qualora intercorra un lungo periodo di tempo tra la realizzazione dell'opera abusiva ed il provvedimento sanzionatorio, tale circostanza non rileva ai fini della legittimità di quest'ultimo, sia in rapporto al preteso affidamento circa la legittimità dell'opera, che il protrarsi del comportamento inerte del comune avrebbe ingenerato nel responsabile dell'abuso edilizio, sia in relazione ad un presunto ulteriore obbligo, per l'amministrazione procedente, di motivare specificamente il provvedimento in ordine alla sussistenza dell'interesse pubblico attuale a far demolire il manufatto. La lunga durata nel tempo dell'opera priva del necessario titolo edilizio ne rafforza il carattere abusivo (trattandosi di illecito permanente), il che preserva il potere-dovere dell'amministrazione di intervenire nell'esercizio dei suoi poteri sanzionatori, tanto più che il provvedimento demolitorio non richiede una congrua motivazione in ordine all'attualità dell'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso, che è in re ipsa
(TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 06.12.2012 n. 4986 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In materia di demolizione la figura del responsabile dell’abuso non si identifica solo in colui che ha materialmente eseguito l’opera ritenuta abusiva, ma si riferisce, necessariamente, anche a colui che di quell’opera ha la materiale disponibilità e pertanto, quale detentore, è in grado di provvedere alla demolizione restaurando così l’ordine violato.
L’ordine di demolizione, infatti, non presuppone l’accertamento dell’elemento soggettivo integrante responsabilità a carico del suo destinatario, non è un provvedimento diretto a sanzionare un comportamento illegittimo da parte del trasgressore, ma è un atto di tipo ripristinatorio avendo esso la funzione di eliminare le conseguenze della violazione edilizia, attraverso la riduzione in pristino dello stato dei luoghi che consegue alla rimozione delle opere abusive. Per tale ragione l’ordine di demolizione deve essere rivolto a colui che abbia la disponibilità materiale dell’opera abusiva, indipendentemente dal fatto che l’abbia concretamente realizzata, cosa che potrebbe rilevare sotto il profilo della responsabilità penale, ma non per la legittimità dell’ordine di demolizione.
Si è difatti affermato, con riguardo all’analoga posizione dell’utilizzatore di un bene abusivo realizzato su area demaniale che: “i provvedimenti repressivi di illeciti edilizi possono essere indirizzati anche a persone diverse da quelle che hanno materialmente realizzato l’abuso, ma è anche vero che, ai fini della legittimità delle relative ingiunzioni, è sempre necessaria la sussistenza di una relazione giuridica o materiale del destinatario con il bene”.
In ogni caso, il presupposto del provvedimento amministrativo è la realizzazione di un’opera in assenza di permesso di costruire, la cui eliminazione è necessaria per ripristinare il corretto assetto del territorio, sicché l’ordine di demolizione legittimamente è rivolto a colui che al momento della sua irrogazione aveva l’attuale disponibilità del bene abusivo e ciò indipendentemente dal fatto di averlo realizzato.
A ciò si aggiunga che l’estraneità all’abuso deve essere rigorosamente provata da parte di colui che la deduce non potendo ritenersi sufficiente al riguardo la mera asserzione contenuta in ricorso, ma occorrendo la dimostrazione dell’adozione di comportamenti e/o iniziative attive con cui il proprietario abbia inteso dissociarsi dall’illecito posto in essere dal responsabile, dimostrando di aver fatto tutto il possibile per ottemperare all’ordine di demolizione legalmente irrogato.

Quanto alla dedotta illegittimità della prospettata acquisizione dell’immobile al patrimonio comunale sul presupposto dell’addotta estraneità all’abuso della proprietaria del suolo Esposito Francesca, è bene chiarire che in materia di demolizione la figura del responsabile dell’abuso non si identifica solo in colui che ha materialmente eseguito l’opera ritenuta abusiva, ma si riferisce, necessariamente, anche a colui che di quell’opera ha la materiale disponibilità e pertanto, quale detentore, è in grado di provvedere alla demolizione restaurando così l’ordine violato.
L’ordine di demolizione, infatti, non presuppone l’accertamento dell’elemento soggettivo integrante responsabilità a carico del suo destinatario, non è un provvedimento diretto a sanzionare un comportamento illegittimo da parte del trasgressore, ma è un atto di tipo ripristinatorio avendo esso la funzione di eliminare le conseguenze della violazione edilizia, attraverso la riduzione in pristino dello stato dei luoghi che consegue alla rimozione delle opere abusive. Per tale ragione l’ordine di demolizione deve essere rivolto a colui che abbia la disponibilità materiale dell’opera abusiva, indipendentemente dal fatto che l’abbia concretamente realizzata, cosa che potrebbe rilevare sotto il profilo della responsabilità penale, ma non per la legittimità dell’ordine di demolizione.
Si è difatti affermato, con riguardo all’analoga posizione dell’utilizzatore di un bene abusivo realizzato su area demaniale che: “i provvedimenti repressivi di illeciti edilizi possono essere indirizzati anche a persone diverse da quelle che hanno materialmente realizzato l’abuso, ma è anche vero che, ai fini della legittimità delle relative ingiunzioni, è sempre necessaria la sussistenza di una relazione giuridica o materiale del destinatario con il bene” (cfr C.d.S. sez. IV 16.07.2007 n. 4008).
In ogni caso, il presupposto del provvedimento amministrativo è la realizzazione di un’opera in assenza di permesso di costruire, la cui eliminazione è necessaria per ripristinare il corretto assetto del territorio, sicché l’ordine di demolizione legittimamente è rivolto a colui che al momento della sua irrogazione aveva l’attuale disponibilità del bene abusivo e ciò indipendentemente dal fatto di averlo realizzato.
A ciò si aggiunga che l’estraneità all’abuso deve essere rigorosamente provata da parte di colui che la deduce non potendo ritenersi sufficiente al riguardo la mera asserzione contenuta in ricorso, ma occorrendo la dimostrazione dell’adozione di comportamenti e/o iniziative attive con cui il proprietario abbia inteso dissociarsi dall’illecito posto in essere dal responsabile, dimostrando di aver fatto tutto il possibile per ottemperare all’ordine di demolizione legalmente irrogato.
Una tale prova nella specie non è stata fornita risultando al contrario l’esistenza di un concreto interesse in capo alla proprietaria Esposito Francesca al mantenimento in vita dell’abuso, attraverso l’intervenuta presentazione da parte della medesima della istanza di sanatoria allegata in atti
(TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 06.12.2012 n. 4986 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La parziale compromissione di un’area con vincolo paesistico non giustifica il rilascio di provvedimenti di sanatoria.
Non è consentito al Comune di prescindere dai valori paesistici giuridicamente tutelati, in considerazione della loro frequente violazione per effetto del fenomeno dell’abusivismo. Infatti, come di recente chiarito dal Consiglio di Stato “ove la trasformazione illecitamente realizzata in assenza di autorizzazione e di concessione edilizia dovesse condizionare, per le modificazioni introdotte, di fatto, al territorio la valutazione paesaggistica, da un lato non avrebbe significato che il legislatore continui a condizionare la sanatoria alla previa autorizzazione paesaggistica, e, d’altra parte, vanificherebbe la tutela, sostanzialmente rimessa alla volontà degli amministrati di non perpetrare e realizzare interventi abusivi".
L’avvenuta parziale compromissione di un’area vincolata non giustifica il rilascio di provvedimenti atti a comportarne l’ulteriore degrado, ma richiede, semmai, una maggiore attenzione da parte dell’autorità preposta alla tutela del vincolo al fine di preservare gli spazi residui da un ulteriore vulnus dei valori ambientali tutelati (tratto da www.lexambiente.it - TAR Lazio-Roma, Sez. II, sentenza 05.12.2012 n. 10167 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In sede di rilascio della concessione edilizia in sanatoria, ai sensi dell’art. 32 della legge 28.02.2985 n. 47, l’obbligo di acquisire il parere da parte dell’autorità preposta alla tutela del vincolo sussiste anche per le opere realizzate anteriormente all’imposizione del vincolo stesso.
Sulla questione s’è pronunciata l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato con decisione n. 20 del 22.07.1999, costantemente richiamata dalla successiva giurisprudenza, nel senso che in sede di rilascio della concessione edilizia in sanatoria, ai sensi dell’art. 32 della legge 28.02.2985 n. 47, l’obbligo di acquisire il parere da parte dell’autorità preposta alla tutela del vincolo sussiste anche per le opere realizzate anteriormente all’imposizione del vincolo stesso.
A tale conclusione l’Adunanza Plenaria è pervenuta nella considerazione che “in mancanza di indicazioni univoche desumibili dal dato normativo” alla questione di cui sopra non può che darsi una soluzione “alla stregua dei principi generali in materia di azione amministrativa, tenuto conto della valenza attribuita dall’ordinamento agli interessi coinvolti nell’applicazione della disposizione legislativa di cui si tratta” e, conseguentemente, “la Pubblica Amministrazione, sulla quale incombe più pressante l’obbligo di osservare la legge, deve necessariamente tener conto, nel momento in cui provvede, della norma vigente e delle qualificazioni giuridiche che essa impone”.
In tale ottica l’obbligo di pronuncia da parte dell’autorità preposta alla tutela del vincolo sussiste a prescindere dall’epoca d’introduzione del vincolo stesso in quanto risponde alla esigenza di vagliare l’attuale compatibilità, con il vincolo, dei manufatti realizzati abusivamente non ostando a tale conclusione la considerazione che siffatta soluzione esporrebbe il singolo caso, in violazione del principio di certezza del diritto e di non disparità di trattamento, alla variabile alea dei tempi di decisione sull’istanza, l’Adunanza plenaria ha osservato “per un verso, che addurre inconvenienti non è un buon argomento ermeneutico e, per altro verso, che, ad ogni modo, l’ordinamento appresta idonei strumenti di sollecitazione e, del caso, di sostituzione dell’amministrazione inerte”.
Alla stregua delle considerazioni che precedono deve ritenersi manifestamente infondata la questione di legittimità dell’art. 32 della l. n. 47/1985 in relazione agli articoli 3 e 97 della Costituzione, nonché, dell’art. 25, comma 2, della Costituzione, non costituendo il ripetuto art. 32 fattispecie costitutiva di illecito penale (Cons. St., Sez. VI n. 4765/2003).
In tale prospettiva è stata esclusa un’interpretazione della normativa di sanatoria nel senso che dette leggi costituirebbero espressione dell’intenzione del legislatore della sanatoria di procedere ad un condono “a tappeto” di tutte le opere già eseguite al momento dell’entrata in vigore della legislazione condonistica, avendo invece la giurisprudenza chiarito che “la salvezza delle opere abusive decretata dalla normativa clemenziale, lungi dal basarsi in via automatica sul referente temporale, può essere ricavata solo dall’espressa volontà incarnata dal diritto positivo. Non va, infatti, dimenticato che la specialità della normativa sul condono edilizio, attesa la sua natura derogatoria ed eccezionale, ne impone una lettura di stretta interpretazione” Cons. Stato Sez. VI 22/08/2003 n. 4765.
Pertanto, nel compiere il giudizio di compatibilità, l’Amministrazione non può non tener conto delle prescrizioni recate dal vincolo sopravvenuto dovendo invece verificare -alla data di concreto esercizio della potestà amministrativa- se la costruzione (antecedente o meno all'imposizione del vincolo) sia compatibile con i valori paesaggistici, cui corrispondono interessi pubblici primari, di natura culturale ed ambientale.
Ed in tale ottica i provvedimenti volti ad esprimere parere favorevole alla sanatoria sulla base di una valutazione di compatibilità paesaggistica formulata in termini del tutto assiomatici –consistenti nella mera affermazione di una non meglio specificata compatibilità delle opere abusive con il contesto ambientale– è ritenuta indicativa dell'assenza di una compiuta valutazione circa la compatibilità delle opere realizzate con i valori paesaggistici tutelati (come sarebbe stato indispensabile per la sanatoria di opere che, anche perché contrastanti con la disciplina urbanistico edilizia, avrebbero potuto essere ammesse a sanatoria solo sulla base di un compiuto apprezzamento di ordine estetico e funzionale, che attestasse in modo congruo -e con adeguata rappresentazione della situazione di fatto- l'assenza di qualsiasi compromissione dei predetti valori paesaggistici); in tal modo l’autorità subdelegata tradendo la delicata funzione affidatale, risultando l’assiomatico giudizio di compatibilità sintomatico di eccesso di potere per la sostanziale assenza di motivazione del parere (cfr. da ultimo, Cons. St., sez. VI, 23.02.2011, n. 1127 e 08.05.2012 n. 2649).
Tale vizio, peraltro, è stato ritenuto dalla giurisprudenza, con riferimento ai provvedimenti in esame, come particolarmente grave e di per sé sufficiente a giustificare l'annullamento del nulla osta comunale: in considerazione della tendenziale irreversibiltà dell'alterazione dello stato dei luoghi, un'adeguata gestione dei vincoli paesistici impone che l'autorizzazione paesistica sia congruamente motivata, esponendo le ragioni di effettiva compatibilità degli abusi realizzati con gli specifici valori paesistici dei luoghi, con la conseguenza che il difetto di motivazione dell'autorizzazione giustifica per ciò solo il suo annullamento in sede di controllo (TAR Lazio-Roma, Sez. II, sentenza 05.12.2012 n. 10167 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Comune di Vetralla - Parere in merito al procedimento di sanatoria previsto dall'art. 46, comma 5, del d.P.R. 380/2001 (Regione Lazio, parere 04.12.2012 n. 34846 di prot.).

EDILIZIA PRIVATA: Comune di Oriolo Romano - Parere in merito alla demolizione di opere abusive risalenti ad epoca remota e sulla possibilità di assentire un intervento in forma "impropria" (Regione Lazio, parere 04.12.2012 n. 455466/2011 di prot.).

EDILIZIA PRIVATA: Comune di Genzano di Roma - Parere circa l'interpretazione ed applicazione dell'art. 15 della legge regionale 11.08.2008, n. 15 in tema di acquisizione gratuita al patrimonio comunale delle opere realizzate abusivamente (Regione Lazio, parere 04.12.2012 n. 36106/2011 di prot.).

EDILIZIA PRIVATA: Comune di Nepi - Parere in merito alla irrogabilità delle sanzioni edilizie in pendenza della definizione dell'istanza di accertamento di conformità urbanistica (Regione Lazio, parere 04.12.2012 n. 201747/2011 di prot.).

EDILIZIA PRIVATA: Beni Ambientali. Condono edilizio e autorizzazione paesaggistica.
In relazione al condono edilizio, la disciplina rilevante è contenuta negli artt. 31 e seguenti della legge n. 47 del 1985. In particolare, l’art. 32 della predetta legge dispone che «il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria per opere eseguite su immobili sottoposti a vincolo», quale è quello in esame, «è subordinato al parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela del vincolo stesso».
La giurisprudenza di questo Consiglio ha affermato che il predetto parere ha natura e funzioni identiche all’autorizzazione paesaggistica ex art. 7 della legge 29.06.1939 n. 1497, per essere entrambi gli atti il presupposto legittimante la trasformazione urbanistico edilizia della zona protetta, sicché resta fermo il potere ministeriale di annullamento del parere favorevole alla sanatoria di un manufatto realizzato in zona vincolata, in quanto strumento affidato dall’ordinamento allo Stato, come estrema difesa del paesaggio, valore costituzionale primario (tale equiparazione opera anche per le autorizzazioni paesaggistiche disciplinate dagli artt. 151 e 159 del d.lgs. n. 490 del 1999 e per il parere previsto dall’art. 146 del d.lgs. n. 42 del 2004) (tratto da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 04.12.2012 n. 6216 -  link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATADIFFERENZE TRA ORDINE DI DEMOLIZIONE ‘‘COMUNALE’’ ED ORDINE DI DEMOLIZIONE ‘‘PENALE’’.
L’ordine di demolizione adottato dal Comune è distinto e autonomo rispetto all’ordine di demolizione penale, con la conseguenza che la sua eventuale illegittimità, anche qualora accertata dal giudice amministrativo, non rileva di per sé ai fini dell’esecuzione penale.
Il tema oggetto di attenzione da parte della Corte di Cassazione con la decisione in esame verte sulla differente natura giuridica dell’ordine di demolizione adottato dal Comune rispetto all’omologo ordine adottato, invece, in via di supplenza dal giudice penale all’esito del giudizio di condanna per il reato edilizio.
La vicenda processuale trae origine dall’ordinanza del Tribunale, quale giudice dell’esecuzione, che aveva revocato il beneficio della sospensione condizionale della pena concesso al condannato con sentenza irrevocabile, non essendosi verificata, nel termine prescritto, la condizione della demolizione dell’immobile abusivamente edificato alla quale detto beneficio era subordinato.
Avverso l’ordinanza, veniva proposto, tramite il difensore, ricorso per cassazione, deducendo, per quanto di interesse in questa sede, l’erronea interpretazione dell’art. 36 del D.P.R. n. 380 del 2001, in quanto il Tribunale non avrebbe tenuto conto del fatto che l’interessato aveva proposto ricorso al TAR avverso l’ordinanza di demolizione emessa dal Comune e che tale giudice aveva accolto la domanda di sospensione cautelare di detta ordinanza.
La tesi non ha avuto fortuna davanti ai giudici della Suprema Corte i quali hanno, infatti, respinto il ricorso. In particolare, da un lato, secondo la Cassazione non sarebbero state specificate le ragioni per le quali il TAR aveva disposto la richiamata sospensione cautelare, la quale ha, del resto, per oggetto non un provvedimento di diniego di sanatoria edilizia, ma un’ordinanza comunale di demolizione. In secondo luogo, ed è questo l’aspetto di maggiore interesse della decisione, secondo i giudici di Piazza Cavour non vale richiamare sul punto gli orientamenti giurisprudenziali di legittimità che ammettono che l’ordine di demolizione divenga inapplicabile nel caso di rilascio del condono edilizio intervenuto dopo l’irrevocabilità della sentenza di condanna o, ancora, che lo stesso rimanga sospeso nel caso di attuale inconciliabilità con atti amministrativi che abbiano sanato l’abuso.
Tali orientamenti, infatti, secondo gli Ermellini, non trovano applicazione nel caso in esame, perché si riferiscono al solo procedimento di condono edilizio e non anche alla fattispecie della sospensione dell’ordine di demolizione adottato dal Comune che è distinto e autonomo rispetto all’ordine di demolizione penale, con la conseguenza che la sua eventuale illegittimità, anche qualora accertata dal giudice amministrativo, non rileva di per sé ai fini dell’esecuzione penale (v., sul punto: Cass. pen., sez. III, 14.03.2012, n. 27308, inedita) (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 03.12.2012 n. 46735 - commento tratto da Urbanistica e appalti n. 2/2013).

novembre 2012

EDILIZIA PRIVATA: A. Scarcella, La demolizione del manufatto abusivo tra acquisizione gratuita e notifica dell’inottemperanza (Urbanistica e appalti n. 11/2012).

EDILIZIA PRIVATALa presentazione dell'istanza di condono successivamente all'impugnazione dell'ordinanza di demolizione produce l'effetto di rendere inefficace tale ultimo provvedimento e, quindi, improcedibile l'impugnazione stessa per sopravvenuta carenza di interesse; e ciò in quanto il riesame dell'abusività dell'opera provocato da tale istanza, sia pure al fine di verificare l'eventuale sanabilità di quanto costruito, ex se comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento (di accoglimento o di rigetto) che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa, dal momento che, in caso di diniego del richiesto accertamento di conformità, l'Amministrazione comunale dovrebbe emettere una nuova ordinanza di demolizione, con fissazione di nuovi termini per ottemperarvi.
Questa Sezione ha più volte chiarito che la presentazione dell'istanza di condono successivamente all'impugnazione dell'ordinanza di demolizione, produce l'effetto di rendere inefficace tale ultimo provvedimento e, quindi, improcedibile l'impugnazione stessa per sopravvenuta carenza di interesse; e ciò in quanto il riesame dell'abusività dell'opera provocato da tale istanza, sia pure al fine di verificare l'eventuale sanabilità di quanto costruito, ex se comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento (di accoglimento o di rigetto) che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa, dal momento che, in caso di diniego del richiesto accertamento di conformità, l'Amministrazione comunale dovrebbe emettere una nuova ordinanza di demolizione, con fissazione di nuovi termini per ottemperarvi (Cfr. fra le più recenti, Consiglio di Stato, sez. IV, 16.04.2012, n. 2185; 16.09.2011, n. 5228) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 29.11.2012 n. 6097 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn sede di rilascio della concessione edilizia in sanatoria per opere ricadenti in zone sottoposte a vincolo, previsto dall'art. 32 della citata legge n. 47 del 1985, l'esistenza del vincolo stesso va valutata al momento in cui deve essere presa in considerazione la domanda di condono, a prescindere dall'epoca della sua introduzione e, quindi, anche per le opere eseguite anteriormente all'apposizione del vincolo in questione.
Infatti, la disposizione di portata generale di cui all'art. 32, comma 1, relativa ai vincoli che appongono limiti all'edificazione, non reca alcuna deroga ai principi generali sull'azione amministrativa, sempre improntati all'art. 97 Cost.. Pertanto essa deve essere interpretata nel senso che l'obbligo di pronuncia da parte dell'autorità preposta alla tutela sussiste in relazione alla esistenza del vincolo al momento in cui deve essere valutata la domanda di sanatoria, rimanendo irrilevante il tempo in cui il vincolo è stato introdotto. Tale valutazione corrisponde all’esigenza di vagliare l'attuale compatibilità, con il vincolo, dei manufatti realizzati abusivamente.

Come ha affermato più volte la Sezione, in sede di rilascio della concessione edilizia in sanatoria per opere ricadenti in zone sottoposte a vincolo, previsto dall'art. 32 della citata legge n. 47 del 1985, l'esistenza del vincolo stesso va valutata al momento in cui deve essere presa in considerazione la domanda di condono, a prescindere dall'epoca della sua introduzione e, quindi, anche per le opere eseguite anteriormente all'apposizione del vincolo in questione (cfr., per tutte, 30.06.2010, n. 4178; 04.05.2012 n. 2576; 18.09.2012, n. 4945).
Infatti, la disposizione di portata generale di cui all'art. 32, comma 1, relativa ai vincoli che appongono limiti all'edificazione, non reca alcuna deroga ai principi generali sull'azione amministrativa, sempre improntati all'art. 97 Cost.. Pertanto essa deve essere interpretata nel senso che l'obbligo di pronuncia da parte dell'autorità preposta alla tutela sussiste in relazione alla esistenza del vincolo al momento in cui deve essere valutata la domanda di sanatoria, rimanendo irrilevante il tempo in cui il vincolo è stato introdotto. Tale valutazione corrisponde all’esigenza di vagliare l'attuale compatibilità, con il vincolo, dei manufatti realizzati abusivamente (cfr. Cons. Stato, Ad. plen., 22.07.1999 n. 20).
Su questi presupposti, nel caso di specie, il parere negativo era adeguatamente motivato e dunque legittimo, in quanto costituisce sufficiente motivazione del diniego di sanatoria di opere realizzate in zone vincolate l'indicazione delle ragioni assunte a fondamento della valutazione di compatibilità dell'intervento edilizio con le esigenze di tutela paesistica poste a base del relativo vincolo; in tal senso anche una motivazione scarna e sintetica, laddove rilevi gli estremi logici dell'incompatibilità, va considerata soddisfacente (cfr. Cons. Stato, Sez. IV 30.06.2005, n. 3542; Id. Sez. IV, 18.09.2012, n. 4945) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 29.11.2012 n. 6082 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il comma 2 dell'art. 33 dpr 380/2001 dispone che: «Qualora, sulla base di motivato accertamento dell’ufficio tecnico comunale, il ripristino dello stato dei luoghi non sia possibile, il dirigente o il responsabile dell'ufficio irroga una sanzione pecuniaria pari al doppio dell’aumento di valore dell'immobile, conseguente alla realizzazione delle opere[…]», di cui vengono indicate le modalità di realizzazione.
La disposizione di esordio del comma 2, testé riportata (che ripete l’art. 9 della legge 28.02.1985 n. 47), va intesa, quanto al “ripristino dello stato dei luoghi” che “non sia possibile”, nel senso che soltanto nel caso in cui risulti oggettivamente impossibile il ripristino dello stato dei luoghi va irrogata una sanzione pecuniaria.

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3.1.– Con un primo motivo si assume l’erroneità della sentenza nella parte in cui non ha rilevato la violazione dell’art. 34 (Interventi eseguiti in parziale difformità dal permesso di costruire) del d.P.R. 06.06.2001, n. 380 del 2001 anche in relazione all’art. 7 della legge 07.08.1990, n. 241. L’amministrazione, infatti, non avrebbe consentito all’odierno appellante la partecipazione procedimentale al fine di dimostrare che la demolizione avrebbe «arrecato un pregiudizio alla struttura già esistente da tempo immemorabile».
In particolare, l’art. 34 imporrebbe all’amministrazione, nella scelta tra sanzione demolitoria e sanzione pecuniaria, di valutare «preventivamente se la demolizione possa avvenire senza pregiudizio della parte del fabbricato eseguita in conformità».
Il motivo non è fondato.
In via preliminare, è bene chiarire che la fattispecie in esame si caratterizza per la realizzazione di opere abusive, incidenti su un preesistente fabbricato, realizzate senza alcun titolo abilitativo. Ne consegue che non ricade nell’ambito applicativo dell’art. 34 –il quale presuppone l’esistenza di un permesso di costruire e della realizzazione di opere in parziale difformità da esso– bensì rientra nel campo di applicazione dell’art. 33 (Interventi di ristrutturazione edilizia in assenza di permesso di costruire o in totale difformità).
Tale disposizione, infatti, prevede, al comma 1, che gli interventi e le opere di ristrutturazione edilizia (che, ai sensi dell’art. 10, sono quelli che «portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino aumento di unità immobiliari, modifiche del volume, della sagoma, dei prospetti o delle superfici») «eseguiti in assenza di permesso o in totale difformità da esso, sono rimossi ovvero demoliti e gli edifici sono resi conformi alle prescrizioni degli strumenti urbanistico-edilizi entro il congruo termine stabilito dal dirigente o dal responsabile del competente ufficio comunale con propria ordinanza, decorso il quale l’ordinanza stessa è eseguita a cura del comune e a spese dei responsabili dell’abuso».
Il comma 2 del medesimo art. 33 dispone che: «Qualora, sulla base di motivato accertamento dell’ufficio tecnico comunale, il ripristino dello stato dei luoghi non sia possibile, il dirigente o il responsabile dell'ufficio irroga una sanzione pecuniaria pari al doppio dell’aumento di valore dell'immobile, conseguente alla realizzazione delle opere[…]», di cui vengono indicate le modalità di realizzazione.
La disposizione di esordio del comma 2, testé riportata (che ripete l’art. 9 della legge 28.02.1985 n. 47), va intesa, quanto al “ripristino dello stato dei luoghi” che “non sia possibile”, nel senso che soltanto nel caso in cui risulti oggettivamente impossibile il ripristino dello stato dei luoghi va irrogata una sanzione pecuniaria.
Nel caso in esame, dalla valutazione della natura delle opere quale risulta dagli atti del processo, consistenti nell’ampliamento di un fabbricato preesistente e nella tamponatura di una vecchia tettoia, non emerge alcun dato che possa indurre a ritenere che non fosse materialmente possibile ripristinare lo stato originario dei luoghi. L’appellante non ha del resto dedotto alcun elemento probatorio idoneo a condurre ad un diverso giudizio (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 29.11.2012 n. 6071 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’esercizio del potere repressivo degli abusi edilizi costituisce manifestazione di attività amministrativa doverosa, con la conseguenza che i relativi provvedimenti, quali l’ordinanza di demolizione, costituiscono atti vincolati per la cui adozione non è necessario l’invio della comunicazione di avvio del procedimento, non essendovi spazio per momenti partecipativi del destinatario dell’atto.
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3.2.– Con un secondo motivo si deduce la violazione degli artt. 7 e 8 della legge n. 241 del 1990, per mancata comunicazione dell’avvio del procedimento, e il difetto di istruttoria per non avere l’amministrazione valutato il «carico urbanistico presente nella zona interessata».
Il motivo non è fondato.
La giurisprudenza del Consiglio di Stato, da cui non vi è ragione di discostarsi, è costante nel considerare che l’esercizio del potere repressivo degli abusi edilizi costituisce manifestazione di attività amministrativa doverosa, con la conseguenza che i relativi provvedimenti, quali l’ordinanza di demolizione, costituiscono atti vincolati per la cui adozione non è necessario l’invio della comunicazione di avvio del procedimento, non essendovi spazio per momenti partecipativi del destinatario dell’atto (tra gli altri Cons. Stato, IV, 18.09.2012; 10.08.2011, n. 4764; IV, 20.07.2011, n. 4403; VI, 24.09.2010, n. 7129).
Per quanto attiene, poi, all’assunta mancata valutazione del «carico urbanistico presente nella zona», la stessa -ammesso che non vi sia effettivamente stata- non ha, avuto riguardo alla normativa del settore, alcuna incidenza o valenza invalidante del provvedimento sanzionatorio, perché il doveroso ripristino della situazione antecedente l’abuso prescinde da un siffatto accertamento. Questo profilo è, pertanto, irrilevante nel giudizio di abusività delle opere (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 29.11.2012 n. 6071 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'art. 27  DPR 380/2001 prevede che il dirigente o il responsabile dell’ufficio ordina, qualora accerti la violazione delle norme in materia edilizia, «l’immediata sospensione dei lavori, che ha effetto fino all’adozione dei provvedimenti definitivi[…],da adottare e notificare entro quarantacinque giorni dall’ordine di sospensione dei lavori».
La norma attribuisce all’amministrazione un potere cautelare discrezionale che, in quanto tale, non rappresenta una fase necessaria del procedimento sanzionatorio orientato alla demolizione. La sua omissione, pertanto, non inficia la validità del provvedimento finale adottato dall’amministrazione comunale.
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3.2.– Con un terzo motivo si deduce la violazione dell’art. 27 (Vigilanza sull’attività urbanistico-edilizia) del d.P.R. n. 380 del 2001 per non avere l’amministrazione adottato e comunicato l’ordine di sospensione dei lavori.
Il motivo non è fondato.
Il citato art. 27 prevede che il dirigente o il responsabile dell’ufficio ordina, qualora accerti la violazione delle norme in materia edilizia, «l’immediata sospensione dei lavori, che ha effetto fino all’adozione dei provvedimenti definitivi[…],da adottare e notificare entro quarantacinque giorni dall’ordine di sospensione dei lavori».
La norma attribuisce all’amministrazione un potere cautelare discrezionale che, in quanto tale, non rappresenta una fase necessaria del procedimento sanzionatorio orientato alla demolizione. La sua omissione, pertanto, non inficia la validità del provvedimento finale adottato dall’amministrazione comunale.
4.– Per le ragioni sin qui esposte, l’appello deve essere rigettato (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 29.11.2012 n. 6071 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In presenza di manufatti abusivi non sanati né condonati, gli interventi ulteriori (sia pure riconducibili, nella loro oggettività, alle categorie della manutenzione straordinaria, del restauro e/o risanamento conservativo, della ristrutturazione, della realizzazione di opere costituenti pertinenze urbanistiche) ripetono le caratteristiche di illegittimità dell'opera principale alla quale ineriscono strutturalmente”, sicché non può ammettersi “la prosecuzione dei lavori abusivi a completamento di opere che, fino al momento di eventuali sanatorie, devono ritenersi comunque abusive”, con conseguente “obbligo del comune di ordinarne la demolizione.
Ciò nella precisazione che tanto non significa negare in assoluto la possibilità di intervenire su immobili rispetto ai quali pende istanza di condono, ma solo affermare che, a pena di assoggettamento della medesima sanzione prevista per l’immobile abusivo cui ineriscono, ciò deve avvenire nel rispetto delle procedure di legge, ovvero segnatamente dell’art. 35 della l. n. 47 del 1985, ancora applicabile per effetto dei rinvii operati dalla successiva legislazione condonistica (art. 39 della l. 23.12.1994, n. 724 ed art. 32 della l. 24.11.2003, n. 326); procedure a seguirsi rigidamente, anche per quanto attiene alle modalità di presentazione dell’istanza, sia al fine di conferire certezze in ordine allo stato dei luoghi che ad evitarsi postumi (tentativi di) disconoscimenti della circostanza che, come previsto dalla legge, l’esecuzione delle opere, pur se autorizzate, avviene sotto la propria responsabilità, ovverosia nella piena consapevolezza -resa esplicita dal ricorso espresso alla procedura ex art. 35 cit.- che, sebbene interventi di natura eminentemente conservativa possono essere ammessi, si sta agendo assumendo espressamente a proprio carico rischi e pericoli connessi, cosicché se il condono verrà negato si dovrà demolire anche le migliorie apportate.
In definitiva, “in siffatte evenienze, ovvero in presenza di reiterazione dei comportamenti abusivi, la misura repressiva costituisce atto dovuto, che non può essere evitata nell’assunto che per le opere realizzate non fosse necessario il permesso di costruire o che avessero natura pertinenziale; ciò perché, in caso di prosecuzione dei lavori di un immobile già oggetto di domanda di condono, vale il diverso principio in forza del quale è la prosecuzione in sé dei lavori ad essere preclusa, senza che sia possibile distinguere tra opere pertinenziali e non, tra opere soggette al permesso di costruire ed opere realizzabili con d.i.a.” ed avendo presente che la valutazione degli interventi sanzionati va effettuata nel loro insieme in quanto “la considerazione atomistica dei singoli interventi non consente di comprendere l'effettiva portata dell'operazione”.

L’avviso del Collegio è nel senso che la determinazione dell’amministrazione di ordinare, ex art. 27 del d.P.R. 380 del 2001, la demolizione di dette opere -afferenti ad un immobile realizzato abusivamente ab origine, fatto oggetto di successivi interventi a loro volta realizzati senza titolo via via nel tempo e per la cui “sanatoria” sono state prodotte diverse istanze di condono, tuttora pendenti, al sopravvenire dei diversi e progressivi interventi legislativi che si sono succeduti nel tempo- resista alle denunce di parte, che possono essere congiuntamente esaminate.
Ed invero, non sono state offerte ragioni che consentano di discostarsi dal costante orientamento della Sezione, confortato da pronunce del giudice di appello (cfr. Cons. Stato, sezione quarta, ord. n. 2182 del 18.05.2011):
- secondo cui “in presenza di manufatti abusivi non sanati né condonati, gli interventi ulteriori (sia pure riconducibili, nella loro oggettività, alle categorie della manutenzione straordinaria, del restauro e/o risanamento conservativo, della ristrutturazione, della realizzazione di opere costituenti pertinenze urbanistiche) ripetono le caratteristiche di illegittimità dell'opera principale alla quale ineriscono strutturalmente”, sicché non può ammettersi “la prosecuzione dei lavori abusivi a completamento di opere che, fino al momento di eventuali sanatorie, devono ritenersi comunque abusive”, con conseguente “obbligo del comune di ordinarne la demolizione” (cfr. Tar Campania, Napoli, questa sesta sezione, ex multis, sentenze n. 2006 del 02.05.2012, n. 2624 del 11.05.2011, n. 1218 del 25.02.2011, n. 26788 del 03.12.2010; 05.05.2010, n. 2811, 10.02.2010, n. 847 e 28.01.2010, n. 423; sezione seconda, 07.11.2008, n. 19372; negli stessi sensi, Cass. penale, sezione terza, 24.10.2008, n. 45070);
- ciò nella precisazione che “tanto non significa negare in assoluto la possibilità di intervenire su immobili rispetto ai quali pende istanza di condono, ma solo affermare che, a pena di assoggettamento della medesima sanzione prevista per l’immobile abusivo cui ineriscono, ciò deve avvenire nel rispetto delle procedure di legge, ovvero segnatamente dell’art. 35 della l. n. 47 del 1985, ancora applicabile per effetto dei rinvii operati dalla successiva legislazione condonistica (art. 39 della l. 23.12.1994, n. 724 ed art. 32 della l. 24.11.2003, n. 326); procedure a seguirsi rigidamente, anche per quanto attiene alle modalità di presentazione dell’istanza, sia al fine di conferire certezze in ordine allo stato dei luoghi che ad evitarsi postumi (tentativi di) disconoscimenti della circostanza che, come previsto dalla legge, l’esecuzione delle opere, pur se autorizzate, avviene sotto la propria responsabilità, ovverosia nella piena consapevolezza -resa esplicita dal ricorso espresso alla procedura ex art. 35 cit.- che, sebbene interventi di natura eminentemente conservativa possono essere ammessi, si sta agendo assumendo espressamente a proprio carico rischi e pericoli connessi, cosicché se il condono verrà negato si dovrà demolire anche le migliorie apportate” (cfr. la giurisprudenza della Sezione, già sopra riportata);
- e tanto, nella ulteriore precisazione che l’art. 35 cit. consente solo interventi di completamento: dell’opus già ultimato per poter essere ammesso a condono e sempre che le opere siano suscettibili di sanatoria, ossia “non siano comprese tra quelle indicate dall’art. 33” cit. legge 47 del 1985 (recante prescrizioni di inedificabilità assoluta), e, ove invece soggiacenti al regime di inedificabilità solo relativa cui all’art. 32 precedente, abbiano ottenuto il previo parere delle competenti amministrazioni (cfr. ancora la giurisprudenza innanzi riportata della Sezione);
- in definitiva, “in siffatte evenienze, ovvero in presenza di reiterazione dei comportamenti abusivi, la misura repressiva costituisce atto dovuto, che non può essere evitata nell’assunto che per le opere realizzate non fosse necessario il permesso di costruire o che avessero natura pertinenziale; ciò perché, in caso di prosecuzione dei lavori di un immobile già oggetto di domanda di condono, vale il diverso principio in forza del quale è la prosecuzione in sé dei lavori ad essere preclusa, senza che sia possibile distinguere tra opere pertinenziali e non, tra opere soggette al permesso di costruire ed opere realizzabili con d.i.a.” (cfr. Tar Campania, Napoli, sempre questa sesta sezione, 02.05.2012, n. 2006 cit., 11.05.2011, n. 2626 e sezione settima 14.01.2011, n. 160) ed avendo presente che la valutazione degli interventi sanzionati va effettuata nel loro insieme in quanto “la considerazione atomistica dei singoli interventi non consente di comprendere l'effettiva portata dell'operazione” (cfr. in tali sensi, ex multis, Tar Campania, Napoli, sempre questa sezione sesta, sentenza n. 1114 del 05.03.2012, n. 26787 del 03.12.2010; 16.04.2010, n. 1993; 25.02.2010, n. 1155; 09.11.2009, n. 7053; Tar Lombardia, Milano, sezione seconda, 11.03.2010, n. 584).
Il descritto orientamento della Sezione trova conforto anche in pronunce del giudice di appello, fra le quali spicca quella che, di recente, sia pur in fattispecie non sovrapponibile a quella qui data, ha avuto modo di chiarire come non possa “ritenersi ammissibile una prospettazione che, portata alle estreme conseguenze, implicherebbe che una pervicace azione contraria ai provvedimenti penali ed amministrativi, ove protratta nel tempo con successivi e “nuovi” interventi, (seppur eventualmente modesti) sul manufatto, impedisca sine die l’adozione dei prescritti provvedimenti repressivi: la reiterazione delle violazioni edilizie, insomma, finirebbe con il produrre un effetto “premiale” sul reo…” (Cons. Stato, sezione quinta, 06.03.2012, n. 1260; Tar Campania, sezione sesta, 05.06.2012, n. 2635).
A tal proposito e con più diretto riferimento alle vicende quali quella qui in esame può aggiungersi come a tale approdo giurisprudenziale non possa essere opposta la perdurante inerzia dell’amministrazione nella mancata definizione della risalente istanza di condono (o delle risalenti istanze, come qui avviene) con quanto ne ha a comportare in tema di mancata utilizzazione del bene o di suo degrado.
Ed invero, -ferma la possibilità innanzi indicata di far luogo agli interventi di mero completamento nel rispetto delle procedure di legge- resta anche ferma la potestà del privato che voglia veder definite ai più diversi fini istanze di condono abbisognevoli di pronunce espresse, ricadendo gli abusi, come qui accade, in territorio vincolato, di utilizzare lo strumentario recato direttamente dalla normativa statale (l. 47 del 1985 e successive) e/o regionale (cfr. la legge regionale della Campania n. 10 del 2004) sul condono per costringere l’amministrazione a procedere e provvedere.
Al riguardo va ricordato:
- che la stessa giurisprudenza del giudice delle leggi ha avuto modo in più occasioni di far riferimento alla normativa di settore che “conferisce all'interessato, in caso di inerzia dell'Amministrazione, la legittimazione attiva a tutelare in via giurisdizionale la propria situazione soggettiva…”, avendo presente, aggiunge sempre la Consulta, “che, in ogni caso, le regole sul responsabile del procedimento amministrativo, sulla partecipazione e sul diritto di accesso del privato interessato (previste dalla legge 07.08.1990, n. 241, nonché dall'art. 7 della legge 12.06.1990, n. 142) assicurano un'ampia e costante azione di rilevazione e controllo ab externo dell'adeguatezza dell'azione amministrativa tanto degli apparati statali quanto delle autonomie locali, anche in carenza di una specifica procedimentalizzazione ex lege della fattispecie normativa in oggetto” (Corte Cost., 04.06.1997, n. 170);
- che la giurisprudenza amministrativa -se pur in genere adita (non dal soggetto che ha attivato l’istanza di condono, ma) dal vicino leso dall’intervento abusivo la cui demolizione è stata paralizzata dalla produzione dell’istanza e dalla detta inerzia nel definirla in dispregio dei termini imposti dalla normativa anche regionale sopra ricordata- ha avuto modo di sancire non solo l’obbligo di legge di farvi luogo, ma anche l’inopponibilità da parte dell’amministrazione del rispetto di criteri cronologici, a valere solo “in via tendenziale” (fra le ultime, Tar Campania, questa sesta sezione, 25.10.2012, n. 4220; 21.06.2012, n. 2944; 10.05.2012, n. 2151) e, quindi, di certo non invocabili in presenza di impulso dato alla pratica: non dal vicino (con l’opposizione dell’istante, come notoriamente accade), ma da quest’ultimo (senza opposizione alcuna) (TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 29.11.2012 n. 4879 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'art. 32, co. 27, lett. d), d.l. 269/2003, convertito dalla l. 326/2003, fermo restando quanto previsto dagli artt. 32 e 33 della l. 47/1985, prescrive "l'insuscettibilità della sanatoria di opere edilizie non autorizzate, realizzate su immobili soggetti a vincoli istituiti prima della esecuzione di dette opere, ove le stesse non siano conformi alle norme urbanistiche ed alle prescrizioni degli strumenti urbanistici”; condizione quest'ultima, che costituisce una novità rispetto alle precedenti leggi sul condono edilizio, dando vita ad un meccanismo di sanatoria che si avvicina fortemente all'istituto dell'accertamento di conformità, previsto dall'art. 36 T.U. 380 2001.
Costituisce invero pacifico assunto giurisprudenziale quello secondo cui l'art. 32, co. 27, lett. d), d.l. 269/2003, convertito dalla l. 326/2003, fermo restando quanto previsto dagli artt. 32 e 33 della l. 47/1985, prescrive “l'insuscettibilità della sanatoria di opere edilizie non autorizzate, realizzate su immobili soggetti a vincoli istituiti prima della esecuzione di dette opere, ove le stesse non siano conformi alle norme urbanistiche ed alle prescrizioni degli strumenti urbanistici”; condizione quest'ultima, che costituisce una novità rispetto alle precedenti leggi sul condono edilizio, dando vita ad un meccanismo di sanatoria che si avvicina fortemente all'istituto dell'accertamento di conformità, previsto dall'art. 36 T.U. 380 2001 (cfr., ex multis, Cons. Stato, sezione quarta, n. 3174 del 19.05.2010; Tar Campania, Napoli, questa sesta sezione, sentenze n. 912 del 22.02.2011, n. 359 del 27.01.2010, n. 844 del 10.02.2010; n. 884 del 24.01.2006; sez. quarta, 19.01.2012, n. 247; sez. settima, 01.09.2011, n. 4259, 03.11.2010, n. 22299 e n. 9355 del 24.07.2008; Sezione staccata di Salerno, sez. II, 14.01.2011, n. 26; Tar Puglia, Bari, sez. terza, 12.01.2010; Lecce, sezione terza, 10.01.2009, n. 17) (TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 29.11.2012 n. 4873 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è sufficientemente motivata con riferimento all'oggettivo riscontro dell'abusività delle opere ed alla sicura assoggettabilità di queste al regime concessorio non essendo necessario, in tal caso, alcun ulteriore obbligo motivazionale, come il riferimento ad eventuali ragioni di interesse.
In materia urbanistica, il presupposto per l'adozione dell'ordine di demolizione di opere edilizie abusive è soltanto la constatata esecuzione dell'opera in totale difformità della concessione o in assenza della medesima, con la conseguenza che tale provvedimento, ove ricorrano i predetti requisiti, è atto dovuto ed è sufficientemente motivato con l'affermazione dell'accertata abusività dell'opera, essendo in re ipsa l'interesse pubblico alla sua rimozione. Di conseguenza, l'ordinanza di demolizione -in quanto atto vincolato- non richiede, in alcun caso, una specifica motivazione su puntuali ragioni di interesse pubblico o sulla comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti o sacrificati.
Non può ravvisarsi il lamentato difetto di motivazione in ordine all'interesse pubblico alla rimozione, in considerazione del fatto che, in presenza di immobile abusivo, la demolizione è atto dovuto che non necessita di particolari argomentazioni.
L'ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato e, quindi, non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione. Non può ammettersi alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva che il tempo non può avere legittimato.
L'ingiunzione a demolire opere edilizie abusive non deve essere preceduta dal parere della Commissione edilizia comunale, da previe comunicazioni di avvio del procedimento nonché da motivazioni ulteriori rispetto al mero riferimento all'accertata abusività dell'opera, meno che mai affermativa della sussistenza dell'interesse pubblico attuale (alla rimozione dell'abuso), dato che quest'ultimo è in re ipsa.

La doglianza poi sulla assente esternazione dell’interesse pubblico non rileva (secondo mezzo), posto che L'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è sufficientemente motivata con riferimento all'oggettivo riscontro dell'abusività delle opere ed alla sicura assoggettabilità di queste al regime concessorio non essendo necessario, in tal caso, alcun ulteriore obbligo motivazionale, come il riferimento ad eventuali ragioni di interesse pubblico: TAR Campania Napoli, sez. IV, 08.07.2008, n. 7798)
In argomento, il Tribunale rileva come la motivazione sia esaustiva con il rimando alla analitica descrizione dell’intervento e con il congruo riferimento alla normativa di settore. Come afferma la giurisprudenza, "In materia urbanistica, il presupposto per l'adozione dell'ordine di demolizione di opere edilizie abusive è soltanto la constatata esecuzione dell'opera in totale difformità della concessione o in assenza della medesima, con la conseguenza che tale provvedimento, ove ricorrano i predetti requisiti, è atto dovuto ed è sufficientemente motivato con l'affermazione dell'accertata abusività dell'opera, essendo in re ipsa l'interesse pubblico alla sua rimozione. Di conseguenza, l'ordinanza di demolizione -in quanto atto vincolato- non richiede, in alcun caso, una specifica motivazione su puntuali ragioni di interesse pubblico o sulla comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti o sacrificati": TAR Campania Napoli, sez. VIII, 15.05.2008, n. 4556. "Non può ravvisarsi il lamentato difetto di motivazione in ordine all'interesse pubblico alla rimozione, in considerazione del fatto che, in presenza di immobile abusivo, la demolizione è atto dovuto che non necessita di particolari argomentazioni": TAR Campania Napoli, sez. VI, 19.06.2008, n. 6016.
Pari sorte spetta alla doglianza relativa alla mancata ponderazione fra l’interesse pubblico e quello privato, rispetto alla demolizione. Come statuisce la giurisprudenza, "L'ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato e, quindi, non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione. Non può ammettersi alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva che il tempo non può avere legittimato": Consiglio Stato, sez. IV, 31.08.2010, n. 3955.
Non occorreva, infine, il parere della CEC (IV° motivo), in presenza di valutazioni strettamente conformate a parametri giuridici: "L'ingiunzione a demolire opere edilizie abusive non deve essere preceduta dal parere della Commissione edilizia comunale, da previe comunicazioni di avvio del procedimento nonché da motivazioni ulteriori rispetto al mero riferimento all'accertata abusività dell'opera, meno che mai affermativa della sussistenza dell'interesse pubblico attuale (alla rimozione dell'abuso), dato che quest'ultimo è in re ipsa (Cfr. TAR Napoli, IV Sez., 25.05.2001 n. 2339, TAR Marche 20.04.2001 n. 553 e TAR Basilicata 17.07.2002 n. 518)”: Tar Basilicata-Potenza nr. 103 - 20 febbraio 2004) (TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 29.11.2012 n. 4868 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATA: Avuto conto che l'ordine di demolizione è un provvedimento adottato nell'esercizio del potere di vigilanza in materia edilizia con finalità di prevenzione e repressione dell'abusivismo edilizio, il medesimo rientra pacificamente nella competenza del dirigente ai sensi dell'art. 27 d.P.R. 06.06.2001 n. 380 e dell'art. 107, comma 3, d.lgs. 18.08.2000 n. 267.
In primo luogo, avuto conto che l'ordine di demolizione è un provvedimento adottato nell'esercizio del potere di vigilanza in materia edilizia con finalità di prevenzione e repressione dell'abusivismo edilizio, il medesimo rientra pacificamente nella competenza del dirigente ai sensi dell'art. 27 d.P.R. 06.06.2001 n. 380 e dell'art. 107, comma 3, d.lgs. 18.08.2000 n. 267 (cfr., ex multis, fra le ultime, Tar Campania, Napoli, questa sesta sezione, 07.06.2012, n. 2689 e 05.06.2012, n. 2636; sezione seconda, 11.01.2012, n. 55 e, sezione terza, 13.02.2012, n. 758; Tar Lazio, Roma, sezione seconda, 08.02.2012, n. 1236).
Né l’incompetenza può dirsi sussistere per non essere il dirigente titolare delle funzioni delegate ai Comuni dalla Regione Campania, ai sensi degli artt. 8 della legge regionale n. 65/1981 e 82, comma 2, del d.P.R. 616/1977 avuto presente che il provvedimento non risulta assunto espressamente nell’esercizio “della subdelega in materia paesaggistica” rilasciata ai Comuni dalla cennata regione Campania e richiama nel suo seno il cennato art. 27 del d.P.R. 380/2001 che individua, in relazione ai poteri repressivi degli abusi in zona vincolata, una competenza autonoma del dirigente nel caso in cui l’abuso sia commesso su aree sottoposte a vincolo (sul punto cfr. anche le pronunce di questo Tribunale, questa sesta sezione, 05.06.2012, n. 2636 cit., 12.11.2010, n. 24015 e 21.04.2010, n. 2074 e, sezione seconda, 02.03.2010, n. 1263 secondo cui alle fattispecie di che trattasi è comunque è applicabile la cennata normativa statale)
(TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 29.11.2012 n. 4867 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In caso di ordine di demolizione non è richiesta una specifica motivazione che dia conto della valutazione delle ragioni di interesse pubblico alla demolizione o della comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati: il presupposto per l'adozione dell'ordine di demolizione è costituito, infatti, esclusivamente dalla constatata esecuzione dell'opera in difformità dal titolo abilitativo o in sua assenza, con la conseguenza che il provvedimento, ove ricorrano i predetti requisiti, è sufficientemente motivato con la descrizione delle opere abusive e il richiamo alla loro accertata abusività, essendo in re ipsa l'interesse pubblico alla rimozione e al ripristino dell'assetto urbanistico violato.
In materia di demolizione di immobili abusivi, in considerazione della natura vincolata del potere, non è configurabile alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di illecito permanente, che il tempo non può legittimare in via di fatto.

Costituisce infatti consolidata interpretazione giurisprudenziale:
- quella per cui “...in caso di ordine di demolizione non è richiesta una specifica motivazione che dia conto della valutazione delle ragioni di interesse pubblico alla demolizione o della comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati: il presupposto per l'adozione dell'ordine di demolizione è costituito, infatti, esclusivamente dalla constatata esecuzione dell'opera in difformità dal titolo abilitativo o in sua assenza, con la conseguenza che il provvedimento, ove ricorrano i predetti requisiti, è sufficientemente motivato con la descrizione delle opere abusive e il richiamo alla loro accertata abusività, essendo in re ipsa l'interesse pubblico alla rimozione e al ripristino dell'assetto urbanistico violato” (così, da ultimo, la giurisprudenza della Sezione fin qui richiamata e, negli stessi sensi, sezione ottava, 09.02.2012, n. 693 e Tar Puglia, Lecce, sez. III, 04.02.2012, n. 227);
- quella convergente, secondo cui in materia di demolizione di immobili abusivi, in considerazione della natura vincolata del potere, non è “configurabile alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di illecito permanente, che il tempo non può legittimare in via di fatto” (cfr., da ultimo, Cons. Stato sezione quarta, 16.04.2012, n. 2185 e Tar Campania, questa sesta sezione, 07.06.2012, n. 2689 cit.)
(TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 29.11.2012 n. 4867 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La valutazione di compatibilità (ambientale) richiesta nell’ambito del procedimento di condono ha invero ad oggetto specifico ed esclusivo opere abusive già esistenti, in ordine alle quali è domandata la sanatoria, e che vanno valutate per come sono, con le relative caratteristiche di forma, dimensioni, materiali costruttivi ecc., senza possibilità di considerare, se proposte dell’interessato, ovvero di prescrivere modifiche che ne migliorino l’inserimento ambientale. Si tratterebbe invero non più di una sanatoria, bensì di un diverso titolo di legittimazione, che per di più concretizzerebbe l’elusione dell’oggetto e dei termini perentori stabiliti dalla normativa sul condono.
Solo dopo il positivo esame di compatibilità dell’opera abusiva possono essere, con distinto procedimento, valutate le opere ulteriori e additive al fabbricato originario in completamento o miglioramento (nella specie, come riferito nella sentenza gravata: estensione della copertura a falde per la creazione di un porticato) e in tale ambito possono prescriversi correzioni al progetto relativo a dette innovazioni.

Vanno, quindi, condivisi i rilievi critici del Ministero appellante, che sostiene la piena legittimità del disposto annullamento dell’autorizzazione paesaggistica comunale rilasciata relativamente alle opere già eseguite e a quelle progettate dall’appellato.
Merita di essere posta in evidenza, per un verso, la violazione procedimentale compiuta da parte del Comune riducendo ad un’unica valutazione, solo formalmente espressa a norma dell’art. 7 l. 29.06.1939 n. 1497, giudizi di compatibilità che andavano espressi distintamente e ai sensi dell’art. 32 l. 28.02.1985, n. 47; e, per un altro verso, che la motivazione fornita dal Comune -nel senso che “l’intervento di modesta entità si inserisce nel contesto ambientale circostante caratterizzato da limoneti e terrazzamenti”- non appare idonea a dar contezza delle effettive ragioni di compatibilità paesaggistica che, in riferimento agli specifici valori tutelati, potevano consentire la realizzazione dell’intervento.
Invero è corretta l’affermazione del provvedimento ministeriale che l’atto di base non avrebbe potuto riguardare in modo unitario sia le opere abusivamente realizzate per le quali era chiesto il condono che i nuovi interventi progettati.
Si tratta di valutazioni distinte, la prima delle quali riguarda una compatibilità de praeterito, la seconda riguarda una compatibilità de futuro. La prima è logicamente prioritaria rispetto alla seconda. Sono valutazioni da operare con distinti procedimenti, tra loro in relazione di successione temporale, e richiedenti ciascuno un’autonoma motivazione. Queste valutazioni non possono fondersi ed irragionevolmente esaurirsi in un unitario giudizio di compatibilità del manufatto complessivo quale risulterebbe dalla (futura) esecuzione dei progettati interventi di completamento e miglioramento, con le correzioni progettuali prescritte.
La valutazione di compatibilità richiesta nell’ambito del procedimento di condono ha invero ad oggetto specifico ed esclusivo opere abusive già esistenti, in ordine alle quali è domandata la sanatoria, e che vanno valutate per come sono, con le relative caratteristiche di forma, dimensioni, materiali costruttivi ecc., senza possibilità di considerare, se proposte dell’interessato, ovvero di prescrivere modifiche che ne migliorino l’inserimento ambientale. Si tratterebbe invero non più di una sanatoria, bensì di un diverso titolo di legittimazione, che per di più concretizzerebbe l’elusione dell’oggetto e dei termini perentori stabiliti dalla normativa sul condono.
Solo dopo il positivo esame di compatibilità dell’opera abusiva possono essere, con distinto procedimento, valutate le opere ulteriori e additive al fabbricato originario in completamento o miglioramento (nella specie, come riferito nella sentenza gravata: estensione della copertura a falde per la creazione di un porticato) e in tale ambito possono prescriversi correzioni al progetto relativo a dette innovazioni.
Non pertinente risulta il richiamo, contenuto nella sentenza di primo grado, all’art. 35, comma 14, l. 28.02.1985, n. 47, non trattandosi di completamento funzionale dell’edificio abusivo ma di addizioni di rilevanza strutturale (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 27.11.2012 n. 5990 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ai fini della condonabilità di un manufatto abusivo è ininfluente l'epoca in cui è sorto il vincolo, purché questo sia ancora in essere alla data in cui deve essere valutata la domanda di sanatoria, sicché detta regola vale anche per le opere eseguite anteriormente all'apposizione del vincolo stesso.
Costituisce, dal pari, ius receptum che la già avventa urbanizzazione dell’area sulla quale insiste in manufatto oggetto dell’istanza di condono non ne impedisce la tutela, ma anzi la rende ancora più pressante e necessaria al fine di evitarne l’ulteriore degrado.

Ai fini della condonabilità di un manufatto abusivo è, infatti, ininfluente l'epoca in cui è sorto il vincolo, purché questo sia ancora in essere alla data in cui deve essere valutata la domanda di sanatoria, sicché detta regola vale anche per le opere eseguite anteriormente all'apposizione del vincolo stesso (per tutte, Cons .Stato, sez. IV, 18.09.2012, n. 4945).
Costituisce, dal pari, ius receptum che la già avventa urbanizzazione dell’area sulla quale insiste in manufatto oggetto dell’istanza di condono non ne impedisce la tutela, ma anzi la rende ancora più pressante e necessaria al fine di evitarne l’ulteriore degrado (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 27.11.2012 n. 5984 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: I provvedimenti che irrogano sanzioni previste dalla legge in materia edilizia non necessitino di alcuna specifica motivazione in ordine all’interesse pubblico a disporre il ripristino della situazione conforme a legge, né il Comune ha discrezionalità nello stabilire le sanzioni derivanti dall’inosservanza della normativa urbanistica e di tutela ambientale.
In ordine al profilo specifico del passaggio di un notevole lasso di tempo dalla realizzazione dell’abuso parte ricorrente richiama un filone giurisprudenziale secondo cui la repressione dell'abuso edilizio, disposta a distanza di tempo ragguardevole, richiede una puntuale motivazione sull'interesse pubblico al ripristino dei luoghi.
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La giurisprudenza più recente si è espressa nel senso che il provvedimento di demolizione di una costruzione abusiva, al pari di tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né, ancora, alcuna motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione, non potendo neppure ammettersi l'esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo non può giammai legittimare e non potendo l'interessato dolersi del fatto che l'Amministrazione non abbia emanato in data antecedente i dovuti atti repressivi.
Al riguardo il Collegio rileva come di affidamento meritevole di tutela si possa parlare solo ove il privato, il quale abbia correttamente ed in senso compiuto reso nota la propria posizione all’Amministrazione, venga indotto da un provvedimento della stessa Amministrazione a ritenere come legittimo il suo operato non già nel caso, come quello di specie, in cui si commetta un illecito a tutta insaputa della stessa.
Inoltre, l’abuso edilizio rappresenta un illecito permanente integrato dalla violazione dell’obbligo, perdurante nel tempo, di ripristinare in conformità a diritto lo stato dei luoghi, di talché ogni provvedimento repressivo dell’Amministrazione non è emanato a distanza di tempo da un illecito ormai esaurito, bensì interviene su una situazione antigiuridica che perdura sino a quel momento.

Quanto alla mancata indicazione della sussistenza di un interesse pubblico alla rimozione, il Collegio evidenzia come, in generale, i provvedimenti che irrogano sanzioni previste dalla legge in materia edilizia non necessitino di alcuna specifica motivazione in ordine all’interesse pubblico a disporre il ripristino della situazione conforme a legge (Consiglio Stato, sez. V, 30.11.2000, n. 6357), né il Comune ha discrezionalità nello stabilire le sanzioni derivanti dall’inosservanza della normativa urbanistica e di tutela ambientale.
In ordine al profilo specifico del passaggio di un notevole lasso di tempo dalla realizzazione dell’abuso parte ricorrente richiama un filone giurisprudenziale secondo cui la repressione dell'abuso edilizio, disposta a distanza di tempo ragguardevole, richiede una puntuale motivazione sull'interesse pubblico al ripristino dei luoghi (per tutti Consiglio Stato, Sez. V, 29.05.2006, n. 3270; Consiglio Stato, Sez. V, 25.06.2002, n. 3443).,
In punto di fatto, il Collegio rileva come non sussiste la prova della risalenza del manufatto ed, in ogni caso, il periodo di 4 anni indicato da parte ricorrente non appare comunque al Collegio tale da integrare gli estremi del passaggio di un notevole lasso di tempo ai fini della possibile applicazione di quel filone giurisprudenziale richiamato, dalla parte ricorrente, basato sull’ingenerarsi di una condizione di affidamento da parte del privato.
In punto di diritto, il Collegio ritiene, con argomentazione dirimente, di non dover comunque seguire l’orientamento giurisprudenziale suggerito dal ricorrente, a cui pure alcune volte questa sezione ha aderito (cfr. TAR Campania–Napoli, Sez. IV, 28.12.2009, n. 9620 del; TAR Campania–Napoli, Sez. IV, 05.05.2009, n. 2357), a fronte dell’orientamento giurisprudenziale prevalente ormai volto in senso contrario e della rilevanza delle argomentazioni che depongono in tal senso.
La giurisprudenza più recente si è espressa, difatti, nel senso che il provvedimento di demolizione di una costruzione abusiva, al pari di tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né, ancora, alcuna motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione, non potendo neppure ammettersi l'esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo non può giammai legittimare (Cons. Stato Sez. IV, 27.10.2011, n. 5758; Cons. Stato Sez. IV, 20.07.2011, n. 4403; Cons. Stato Sez. V, 27.04.2011, dalla n. 2497 alla n. 2527; Cons. Stato Sez. V, 11.01.2011, n. 79; TAR Lombardia Milano Sez. II, 08.09.2011, n. 2183; TAR Lazio Roma Sez. I-quater, 23.06.2011, n. 5582; TAR Campania Napoli Sez. III, 16.06.2011, n. 3211; TAR Campania Napoli Sez. VIII, 09.06.2011, n. 3029; Cons. Stato Sez. V, 09.02.2010, n. 628) e non potendo l'interessato dolersi del fatto che l'Amministrazione non abbia emanato in data antecedente i dovuti atti repressivi (Cons. Stato Sez. VI, 11.05.2011, n. 2781).
Al riguardo il Collegio rileva come di affidamento meritevole di tutela si possa parlare solo ove il privato, il quale abbia correttamente ed in senso compiuto reso nota la propria posizione all’Amministrazione, venga indotto da un provvedimento della stessa Amministrazione a ritenere come legittimo il suo operato non già nel caso, come quello di specie, in cui si commetta un illecito a tutta insaputa della stessa (Cons. Stato Sez. IV, 15.09.2009, n. 5509).
Inoltre, l’abuso edilizio rappresenta un illecito permanente integrato dalla violazione dell’obbligo, perdurante nel tempo, di ripristinare in conformità a diritto lo stato dei luoghi, di talché ogni provvedimento repressivo dell’Amministrazione non è emanato a distanza di tempo da un illecito ormai esaurito, bensì interviene su una situazione antigiuridica che perdura sino a quel momento (TAR Brescia, Sez. I, 22.02.2010, n. 860)
(TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 27.11.2012 n. 4831 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: VARIANTI NON ESSENZIALI E CONDIZIONI DI ASSENTIBILITA` MEDIANTE DIA.
La richiesta di esecuzione di lavori in variante, ancorché non essenziale, di un’opera oggetto di precedente permesso di costruire, purché non incidenti su alcuno dei parametri indicati nell’art. 32, ove sia proposta nel corso dei lavori (art. 34, D.P.R. n. 380 del 2001) è assentibile mediante semplice DIA; diversamente, se la DIA in sanatoria venga inoltrata a lavori completati, l’intervento eseguito non può essere considerato come mera variante rispetto al titolo abilitativo, bensì quale difformità vera e propria, assoggettata alla procedura del permesso in sanatoria.
Decisione di particolare interesse quella della Suprema Corte. Gli Ermellini si occupano, infatti, nel caso in esame, di un tema in realtà non molto approfondito in giurisprudenza, inerente l’individuazione del titolo abilitativo necessario in caso di esecuzione di varianti non essenziali rispetto al progetto approvato.
La vicenda processuale segue alla condanna dell’imputato per il reato di cui all’art. 44, lett. a), D.P.R. n. 380/2001 per violazioni alle normative sulle edificazioni in cemento armato e sismica. Contro tale sentenza, in particolare, proponeva ricorso per Cassazione l’imputato, adducendo diversi motivi tra cui, per quanto di interesse in questa sede, rileva quello secondo cui -ad avviso dell’interessato- gli interventi in variante non necessitano della concessione edilizia (rectius, permesso di costruire).
La tesi non ha avuto fortuna davanti ai giudici della Suprema Corte i quali hanno, infatti, respinto il ricorso muovendo, anzitutto, dal rilievo per cui, nel caso di specie, si è trattato di lavori in variante, ancorché di certo non essenziale, dell’opera oggetto del permesso di costruire. Tale variante -per i giudici di legittimità- avrebbe, però, potuto e dovuto essere richiesta nel corso dei lavori, ex art. 34 D.P.R. n. 380 del 2001, con una DIA, trattandosi appunto di variazioni non essenziali, concernenti le medesime opere già autorizzate con il predetto permesso a costruire, non incidenti su alcuno dei parametri indicati nell’art. 32.
Ma, poiché la domanda di DIA in sanatoria -aggiungono gli Ermellini- è stata inoltrata a lavori completati, l’intervento eseguito non poteva essere considerato come mera variante rispetto al titolo abilitativo, bensì quale difformità vera e propria, assoggettata alla procedura del permesso in sanatoria, donde la configurabilità del reato in esame.
La soluzione appare condivisibile, soprattutto laddove si consideri che, secondo un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato, mentre le ‘‘varianti in senso proprio’’, ovvero le modificazioni qualitative o quantitative di non rilevante consistenza rispetto al progetto approvato, tali da non comportare un sostanziale e radicale mutamento del nuovo elaborato rispetto a quello oggetto di approvazione, sono soggette al rilascio di permesso in variante, complementario ed accessorio, anche sotto il profilo temporale della normativa operante, rispetto all’originario permesso a costruire, le ‘‘varianti essenziali’’, ovvero quelle caratterizzate da incompatibilità quali-quantitativa con il progetto edificatorio originario rispetto ai parametri indicati dall’art. 32 del D.P.R. n. 380 del 2001, sono soggette al rilascio di permesso a costruire del tutto nuovo ed autonomo rispetto a quello originario e per il quale valgono le disposizioni vigenti al momento di realizzazione della variante (Cass. pen., sez. III, 24.06.2010, n. 24236, in Ced Cass. n. 247686) (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 26.11.2012 n. 45940 - commento tratto da Urbanistica e appalti n. 2/2013).

EDILIZIA PRIVATA: Gli atti di repressione degli abusi edilizi hanno natura urgente e strettamente vincolata (essendo dovuti a cagione dell’insussistenza del titolo per l’avvenuta trasformazione del territorio), con la conseguenza che, ai fini della loro adozione, non sono richiesti apporti partecipativi del soggetto destinatario.
L'art. 27, d.P.R. n. 380 del 2001 riconosce all'Amministrazione Comunale un generale potere di vigilanza e controllo su tutte le attività urbanistico-edilizie del territorio, ivi comprese quelle riguardanti immobili sottoposti a vincolo storico-artistico e impone l'obbligo, per il dirigente, di adottare immediatamente provvedimenti definitivi, al fine di ripristinare la legalità violata dall'intervento edilizio realizzato, mediante l'esercizio di un potere-dovere del tutto vincolato dell'organo comunale, senza margini di discrezionalità edilizi accertati e ciò in quanto a partire dalla l. n. 142 del 1990, rientrano nella competenza del dirigente comunale, e non del Sindaco, in quanto atti di gestione, i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia e di tutela del territorio, tra i quali l'ordinanza di demolizione di opere abusive.

Infondate sono le censure inerenti l’omessa comunicazione dell’avvio del procedimento e la competenza dell’organo dirigenziale all’emanazione del provvedimento: sotto il primo profilo, si osserva, in conformità con l’orientamento giurisprudenziale prevalente, che gli atti di repressione degli abusi edilizi hanno natura urgente e strettamente vincolata (essendo dovuti a cagione dell’insussistenza del titolo per l’avvenuta trasformazione del territorio), con la conseguenza che, ai fini della loro adozione, non sono richiesti apporti partecipativi del soggetto destinatario (cfr. ex multis, TAR Lazio, Sez. II, 31.01.2001, n. 782); sotto il secondo profilo, si evidenzia che «l'art. 27, d.P.R. n. 380 del 2001 riconosce all'Amministrazione Comunale un generale potere di vigilanza e controllo su tutte le attività urbanistico-edilizie del territorio, ivi comprese quelle riguardanti immobili sottoposti a vincolo storico-artistico e impone l'obbligo, per il dirigente, di adottare immediatamente provvedimenti definitivi, al fine di ripristinare la legalità violata dall'intervento edilizio realizzato, mediante l'esercizio di un potere-dovere del tutto vincolato dell'organo comunale, senza margini di discrezionalità edilizi accertati» (TAR Napoli Campania, sez. IV, 14.11.2011, n. 5334) e ciò in quanto «a partire dalla l. n. 142 del 1990, rientrano nella competenza del dirigente comunale, e non del Sindaco, in quanto atti di gestione, i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia e di tutela del territorio, tra i quali l'ordinanza di demolizione di opere abusive» (TAR Lazio Roma, sez. II, 08.04.2010, n. 5889)
(TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 22.11.2012 n. 4727 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La realizzazione di una tettoia è soggetta a concessione edilizia ai sensi dell'art. 1, l. 28.01.1977 n. 10, in quanto essa, pur avendo carattere pertinenziale rispetto all'immobile cui accede, incide sull'assetto edilizio preesistente; incisione particolarmente significativa ove, come nel caso di specie, la tettoia insiste su un territorio tutto vincolato quale l'isola di Ischia.
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In caso di abuso edilizio l'ordinanza di demolizione non richiede, in linea generale, una specifica motivazione; l'abusività costituisce di per sé motivazione sufficiente per l'adozione della misura repressiva in argomento. Ne consegue che, in presenza di un'opera abusiva, l'autorità amministrativa è tenuta ad intervenire affinché sia ripristinato lo stato dei luoghi, non sussistendo alcuna discrezionalità dell'amministrazione in relazione al provvedere.
Infatti l'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è atto dovuto e vincolato e non necessita di motivazione ulteriore rispetto all'indicazione dei presupposti di fatto e all'individuazione e qualificazione degli abusi edilizi.
Presupposto per l'emanazione dell'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è soltanto la constatata esecuzione di queste ultime in assenza o in totale difformità del titolo concessorio, con la conseguenza che, essendo l'ordinanza atto dovuto, essa è sufficientemente motivata con l'accertamento dell'abuso, essendo "in re ipsa" l'interesse pubblico alla sua rimozione e sussistendo l'eventuale obbligo di motivazione al riguardo solo se l'ordinanza stessa intervenga a distanza di tempo dall'ultimazione dell'opera avendo l'inerzia dell'amministrazione creato un qualche affidamento nel privato.
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La mancata indicazione delle conseguenze derivanti dall'inottemperanza all'ordine di demolizione, non infirma il procedimento preordinato alla demolizione delle opere abusive, in quanto concernente effetti automatici ex lege (ossia ex art. 31, comma 3, d.P.R. 06.06.2001 n. 380), come tali presuntivamente conosciuti dai destinatari.

Secondo il costante orientamento di questo Tribunale, dal quale non vi è motivo di discostarsi, deve osservarsi in proposito, in primo luogo, che “la realizzazione di una tettoia è soggetta a concessione edilizia ai sensi dell'art. 1, l. 28.01.1977 n. 10, in quanto essa, pur avendo carattere pertinenziale rispetto all'immobile cui accede, incide sull'assetto edilizio preesistente; incisione particolarmente significativa ove, come nel caso di specie, la tettoia insiste su un territorio tutto vincolato quale l'isola di Ischia” (cfr. TAR Campania Napoli, sez. VI, 16.12.2009, n. 8781); in secondo luogo, che, trattandosi di intervento realizzato in area assoggettata a protezione vincolistica (cfr. motivazione del provvedimento impugnato) opera il divieto di rilascio dell’autorizzazione paesistica in sanatoria di cui all’art. 146, 4° comma, D.Lgs. 42/2004, se non nelle limitate ipotesi, nelle quali non rientra il caso in esame, di cui all’art. 167, commi 4 e 5, (cfr. “l'autorizzazione paesaggistica costituisce atto autonomo e presupposto rispetto al permesso di costruire o agli altri titoli legittimanti l'intervento urbanistico-edilizio. Fuori dai casi di cui all'articolo 167, commi 4 e 5, l'autorizzazione non può essere rilasciata in sanatoria successivamente alla realizzazione, anche parziale, degli interventi…”); in ultimo, che costituisce jus receptum che in caso di abuso edilizio “l'ordinanza di demolizione non richiede, in linea generale, una specifica motivazione; l'abusività costituisce di per sé motivazione sufficiente per l'adozione della misura repressiva in argomento. Ne consegue che, in presenza di un'opera abusiva, l'autorità amministrativa è tenuta ad intervenire affinché sia ripristinato lo stato dei luoghi, non sussistendo alcuna discrezionalità dell'amministrazione in relazione al provvedere” (TAR Lazio Roma, sez. I, 19.07.2006, n. 6021); infatti “l'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è atto dovuto e vincolato e non necessita di motivazione ulteriore rispetto all'indicazione dei presupposti di fatto e all'individuazione e qualificazione degli abusi edilizi” (TAR Marche Ancona, sez. I, 12.10.2006, n. 824) ed, ancora, “presupposto per l'emanazione dell'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è soltanto la constatata esecuzione di queste ultime in assenza o in totale difformità del titolo concessorio, con la conseguenza che, essendo l'ordinanza atto dovuto, essa è sufficientemente motivata con l'accertamento dell'abuso, essendo "in re ipsa" l'interesse pubblico alla sua rimozione e sussistendo l'eventuale obbligo di motivazione al riguardo solo se l'ordinanza stessa intervenga a distanza di tempo dall'ultimazione dell'opera avendo l'inerzia dell'amministrazione creato un qualche affidamento nel privato” (Consiglio di Stato, sez. V, 29.05.2006 n. 3270).
Da ultimo, il Tribunale osserva che il motivo di ricorso inerente l’omesso avviso delle conseguenze dell’inottemperanza all’ordine di demolizione è destituito di fondamento, meritando, all’opposto, condivisione l’orientamento secondo il quale «la mancata indicazione delle conseguenze derivanti dall'inottemperanza all'ordine di demolizione, non infirma il procedimento preordinato alla demolizione delle opere abusive, in quanto concernente effetti automatici ex lege (ossia ex art. 31, comma 3, d.P.R. 06.06.2001 n. 380), come tali presuntivamente conosciuti dai destinatari» (TAR Basilicata, Potenza, 08.02.2012, n. 48)
(TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 22.11.2012 n. 4727 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Costituzione di parte civile del privato confinante.
Nei procedimenti per violazioni urbanistico-edilizie, il privato confinante è legittimato a costituirsi parte civile, quando la realizzazione dell'abuso edilizio da parte del vicino non violi solo le norme poste a tutela del regolare assetto del territorio, ma anche le norme che impongono limiti al diritto di proprietà, che stabiliscono distanze, volumetria ed altezza delle costruzioni, previste dal cod. civ. e dai piani regolatori, violazioni produttive di un danno patrimoniale.
Ed, infatti, ai fini dell'accoglimento della domanda di risarcimento danni proposta dalla parte civile costituitasi in un processo per reato urbanistico, è necessario che il giudice accerti la lesione di un diritto soggettivo della parte, a seguito della violazione di norme poste a tutela dello statuto proprietario di questa, non essendo idonea a tale effetto la violazione di norme che disciplinano la sfera della potestà amministrativa, e quindi rilevanti esclusivamente nei rapporti tra comune e privato (tratto da www.lexambiente.it - Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 26.11.2012 n. 45942 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il provvedimento di diniego di condono, quando si limita ad una apodittica affermazione di principio di contrarietà alla normativa paesaggistica, è viziato da difetto di motivazione, atteso che l’obbligo di motivazione, imposto dall’art. 3 della legge n. 241 del 1990, presuppone adeguate argomentazioni volte a chiarire la non compatibilità dell’opera con le esigenze di tutela nel contesto ambientale, in modo da consentire all’interessato da un lato di rendersi conto degli impedimenti che si frappongono alla regolarizzazione ed al mantenimento dell'opera abusiva, dall’altro di confutare in giudizio, in maniera pienamente consapevole ed esaustiva, la legittimità del provvedimento impugnato.
Considerato inoltre che per giurisprudenza pressoché costante (cfr. TAR Campania Salerno, sez. II, 22.09.2009, n. 4978; TAR Campania Napoli, sez. VI, 05.04.2012, n. 1640; TAR Toscana, sez. III, 09.04.2009, n. 605) il provvedimento di diniego di condono, quando si limita ad una apodittica affermazione di principio di contrarietà alla normativa paesaggistica, è viziato da difetto di motivazione, atteso che l’obbligo di motivazione, imposto dall’art. 3 della legge n. 241 del 1990, presuppone adeguate argomentazioni volte a chiarire la non compatibilità dell’opera con le esigenze di tutela nel contesto ambientale, in modo da consentire all’interessato da un lato di rendersi conto degli impedimenti che si frappongono alla regolarizzazione ed al mantenimento dell'opera abusiva, dall’altro di confutare in giudizio, in maniera pienamente consapevole ed esaustiva, la legittimità del provvedimento impugnato (TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 26.11.2012 n. 4801 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Nelle zone soggette a vincoli di cui al D.Lgs. n. 42/2004 ogni intervento non rientrante tra quelli di cui all'art. 149 deve essere preceduto da specifica autorizzazione paesaggistica e, in assenza di quest'ultima, le opere senza titolo debbono essere ridotte in pristino ai sensi dell'art. 167 dello stesso decreto legislativo.
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In caso di ordine di demolizione non è richiesta una specifica motivazione che dia conto della valutazione delle ragioni di interesse pubblico alla demolizione o della comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, in quanto il presupposto per l'adozione dell'ordine de quo è costituito esclusivamente dalla constatata esecuzione dell'opera in difformità dal titolo abilitativo o in sua assenza, con la conseguenza che il provvedimento, ove ricorrano i predetti requisiti, è sufficientemente motivato con la descrizione delle opere abusive e il richiamo alla loro accertata abusività.
In materia di demolizione di immobili abusivi, attesa la natura vincolata del potere, non è configurabile alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di illecito permanente, che il tempo non può legittimare in via di fatto e, dunque, anche sotto tale profilo deve essere disattesa la censura con la quale il ricorrente lamenta il difetto di istruttoria in relazione all’esatta epoca di realizzazione del manufatto.

Com'è noto nelle zone soggette a vincoli di cui al D.Lgs. n. 42/2004 ogni intervento non rientrante tra quelli di cui all'art. 149 deve essere preceduto da specifica autorizzazione paesaggistica e, in assenza di quest'ultima, le opere senza titolo debbono essere ridotte in pristino ai sensi dell'art. 167 dello stesso decreto legislativo.
Allo stesso modo l'art. 27 del D.P.R. n. 380/2001 prevede che "il dirigente o il responsabile, quando accerti l'inizio o l'esecuzione di opere eseguite senza titolo su aree assoggettate, da leggi statali, regionali o da altre norme urbanistiche vigenti o adottate, a vincolo di inedificabilità, o destinate ad opere e spazi pubblici ovvero ad interventi di edilizia residenziale pubblica di cui alla legge 18.04.1962, n. 167, e successive modificazioni ed integrazioni, nonché in tutti i casi di difformità dalle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici, provvede alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi".
Nel caso di specie è incontestata la presenza di vincoli paesaggistici sull'area in questione così come l'insussistenza di un titolo per le opere realizzate e, pertanto, correttamente ne è stata ordinata demolizione con riduzione in pristino dello stato dei luoghi, ai sensi dell’art. 27 del DPR n. 380/2001 e dell’art. 167 del D.lgs. n. 4272004.
Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza, peraltro, in caso di ordine di demolizione non è richiesta una specifica motivazione che dia conto della valutazione delle ragioni di interesse pubblico alla demolizione o della comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, in quanto il presupposto per l'adozione dell'ordine de quo è costituito esclusivamente dalla constatata esecuzione dell'opera in difformità dal titolo abilitativo o in sua assenza, con la conseguenza che il provvedimento, ove ricorrano i predetti requisiti, è sufficientemente motivato con la descrizione delle opere abusive e il richiamo alla loro accertata abusività (cfr. TAR Puglia, Lecce, III, 04.02.2012, n. 227; TAR Campania, Napoli, VIII, 09.02.2012, n. 693).
Deve, infine, osservarsi che in materia di demolizione di immobili abusivi, attesa la natura vincolata del potere, non è configurabile alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di illecito permanente, che il tempo non può legittimare in via di fatto e, dunque, anche sotto tale profilo deve essere disattesa la censura con la quale il ricorrente lamenta il difetto di istruttoria in relazione all’esatta epoca di realizzazione del manufatto (cfr. Consiglio di Stato, IV, 16.04.2012, n. 2185) (TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 26.11.2012 n. 4797 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Presupposto per l'adozione dell'ordine di demolizione di opere abusive è soltanto la constatata esecuzione di un intervento edilizio in assenza del prescritto titolo abilitativo, con la conseguenza che, essendo tale ordine un atto dovuto, esso è sufficientemente motivato con l'accertamento dell'abuso, e non necessita di una particolare motivazione in ordine all'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso stesso, che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell'assetto urbanistico violato, e alla possibilità di adottare provvedimenti alternativi.
Le censure sono destituite di fondamento: in primo luogo, nei provvedimenti impugnati (in particolare nell’ordinanza di sospensione n. 7087) è fatto espresso riferimento al fatto che i lavori abusivi sono stati realizzati in zona vincolata e che il provvedimento è emanato ai sensi del d.lgs. 29.10.1999 n. 490 Tit. II, Capo II e III, per cui nessuna incertezza si rinviene in ordine al contrasto degli abusi commessi con la normativa paesaggistico-ambientale e urbanistico-edilzia.
A ciò si aggiunga che per l’entità degli abusi contestati il provvedimento finale di demolizione, che già in astratto costituisce atto vincolato (come costantemente affermato dalla giurisprudenza di questo Tribunale, condivisa da questo Collegio: “…presupposto per l'adozione dell'ordine di demolizione di opere abusive è soltanto la constatata esecuzione di un intervento edilizio in assenza del prescritto titolo abilitativo, con la conseguenza che, essendo tale ordine un atto dovuto, esso è sufficientemente motivato con l'accertamento dell'abuso, e non necessita di una particolare motivazione in ordine all'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso stesso, che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell'assetto urbanistico violato, e alla possibilità di adottare provvedimenti alternativi”, TAR Campania Napoli, sez. VII, 08.04.2011, n. 1999), nel caso di specie non richiede, a maggior ragione, specifiche ed ulteriori motivazioni in ordine alle ragioni di interesse pubblico né una comparazione di quest’ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati (tra le molte, TAR Campania, sez. VIII, 29.01.2009, n. 501) (TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 26.11.2012 n. 4747 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Nozione di difformità totale.
L'espressione «organismo edilizio» indica sia una sola unità immobiliare, sia una pluralità di porzioni volumetriche e la difformità totale può riconnettersi sia alla costruzione di un corpo autonomo, sia all'effettuazione di modificazioni con opere anche soltanto interne tali da comportare un intervento che abbia rilevanza urbanistica in quanto incidente sull’assetto del territorio attraverso l'aumento del c.d. «carico urbanistico». Difformità totale può aversi, inoltre, anche nel caso di mutamento della destinazione d'uso di un immobile o di parte di esso, realizzato attraverso opere implicanti una totale modificazione rispetto al previsto.
Inoltre, il riferimento alla «autonoma utilizzabilità» non impone che il corpo difforme sia fisicamente separato dall'organismo edilizio complessivamente autorizzato, ma ben può riguardare anche opere realizzate con una difformità quantitativa tale da acquistare una sostanziale autonomia rispetto al progetto approvato.
Dunque, la difformità totale si verifica allorché si costruisca «aliud pro alio» quando, cioè, i lavori eseguiti tendano a realizzare opere non rientranti tra quelle consentite, che abbiano una loro autonomia e novità, oltre che sul piano costruttivo, anche su quello della valutazione economico-sociale (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 23.11.2012 n. 45821 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: La notifica dell’ordinanza (di demolizione abuso edilizio) al proprietario consente a quest’ultimo di attivarsi a sua volta per la rimozione dell’illecito, in considerazione della valenza ripristinatoria e non meramente sanzionatoria dell’ingiunzione, fatti salvi i rapporti interni con il responsabile in ordine al risarcimento dei danni e al rimborso delle spese sostenute.
- Considerato che l’art. 31, comma 2, del d.P.R. 380/2001 dispone che “… il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale, accertata l'esecuzione di interventi in assenza di permesso, in totale difformità dal medesimo, ovvero con variazioni essenziali, determinate ai sensi dell'articolo 32, ingiunge al proprietario e al responsabile dell'abuso la rimozione o la demolizione” e che pertanto correttamente l’ingiunzione è stata indirizzata sia al proprietario dell’area che al conduttore;
- Ritenuto, in particolare, che la notifica dell’ordinanza al proprietario consenta a quest’ultimo di attivarsi a sua volta per la rimozione dell’illecito, in considerazione della valenza ripristinatoria e non meramente sanzionatoria dell’ingiunzione, fatti salvi i rapporti interni con il responsabile in ordine al risarcimento dei danni e al rimborso delle spese sostenute (cfr., nel senso della legittimità della ingiunzione al proprietario dell’immobile, oltre che al responsabile dell’abuso, da ultimo, TAR Campania, Napoli, sez. VII, 17.09.2012, n. 3879, TAR Calabria, Catanzaro, sez. I, 12.04.2012, n. 369) (TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 22.11.2012 n. 4742 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In presenza di un abuso edilizio, la vigente normativa urbanistica non pone alcun obbligo in capo all’autorità comunale, prima di emanare l’ordinanza di demolizione, di verificare la sanabilità ai sensi dell’art. 37 del d.P.R. n. 380 del 2001. Ciò si evince chiaramente dagli artt. 27 e 31, d.P.R. n. 380 del 2001 che, in tal caso, obbligano il responsabile del competente ufficio comunale a reprimere l’abuso, senza alcuna valutazione di sanabilità, nonché dagli artt. 36 e 37 del d.P.R. n. 380 del 2001, che rimette all’esclusiva iniziativa della parte interessata l’attivazione del procedimento di accertamento di conformità urbanistica ivi disciplinato.
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Il provvedimento di demolizione, in quanto atto vincolato -al pari di tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia- non richiede una specifica motivazione, posto che ai fini dell’accertamento della sua legittimità sono indifferenti le ragioni in virtù delle quali l’amministrazione è giunta alle determinazioni finali, in quanto ciò che rileva e che può essere verificato senza preclusioni è se tali determinazioni, in presenza dei necessari presupposti, siano conformi o meno alle norme applicate; né una valutazione delle ragioni di interesse pubblico né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati.
L’ordinanza in questione costituisce un provvedimento dovuto e rigorosamente vincolato in quanto volto a sanzionare opere costruite in zona vincolata senza il prescritto titolo edilizio, con riferimento al quale non sono richiesti apporti partecipativi del destinatario.

In primo luogo, deve essere respinta la censura, con la quale il ricorrente sostiene che l’amministrazione avrebbe violato l’art. 37 del d.P.R. 380/2001, giacché, prima di ingiungere la demolizione, avrebbe dovuto valutare la sanabilità dell’opera, e eventualmente irrogare una sanzione meramente pecuniaria.
Infatti, in presenza di un abuso edilizio, la vigente normativa urbanistica non pone alcun obbligo in capo all’autorità comunale, prima di emanare l’ordinanza di demolizione, di verificare la sanabilità ai sensi dell’art. 37 del d.P.R. n. 380 del 2001. Ciò si evince chiaramente dagli artt. 27 e 31, d.P.R. n. 380 del 2001 che, in tal caso, obbligano il responsabile del competente ufficio comunale a reprimere l’abuso, senza alcuna valutazione di sanabilità, nonché dagli artt. 36 e 37 del d.P.R. n. 380 del 2001, che rimette all’esclusiva iniziativa della parte interessata l’attivazione del procedimento di accertamento di conformità urbanistica ivi disciplinato (TAR Campania, Napoli, sez. IV, 06.07.2007 n. 6552).
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Né può essere accolta la censura di difetto di motivazione, atteso che il provvedimento di demolizione, in quanto atto vincolato -al pari di tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia- non richiede una specifica motivazione, posto che ai fini dell’accertamento della sua legittimità sono indifferenti le ragioni in virtù delle quali l’amministrazione è giunta alle determinazioni finali, in quanto ciò che rileva e che può essere verificato senza preclusioni è se tali determinazioni, in presenza dei necessari presupposti, siano conformi o meno alle norme applicate; né una valutazione delle ragioni di interesse pubblico né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati (ex multis Cons. Stato, sez. II, 07.11.2007; TAR Campania Napoli, sez. VIII, 29.01.2009, n. 501).
Non merita positiva delibazione la seconda doglianza, con la quale viene sollevata l’illegittimità del provvedimento per la mancata comunicazione di avvio del procedimento ai sensi dell’art. 7 della legge 241/1990 e per l’asserita violazione delle altre garanzie procedimentali, giacché l’ordinanza in questione costituisce un provvedimento dovuto e rigorosamente vincolato in quanto volto a sanzionare opere costruite in zona vincolata senza il prescritto titolo edilizio, con riferimento al quale non sono richiesti apporti partecipativi del destinatario, tanto più che l’interessato non ha rappresentato neppure in sede di ricorso, argomentazioni idonee a determinare un diverso esito del procedimento (si veda, tra le molte, TAR Liguria, Genova, sez. I, 08.06.2009 n. 11289)
(TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 22.11.2012 n. 4736 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’ordinanza di demolizione costituisce un provvedimento dovuto e rigorosamente vincolato in quanto volto a sanzionare opere costruite senza il prescritto titolo edilizio, con riferimento al quale non sono richiesti apporti partecipativi del destinatario sicché non abbisogna della preliminare comunicazione di avvio del procedimento ai sensi dell’art. 7 della legge 241/1990.
Presupposto per l’adozione dell'ordine di demolizione di opere abusive è soltanto la constatata esecuzione di un intervento edilizio in assenza del prescritto titolo abilitativo, con la conseguenza che, essendo tale ordine un atto dovuto, esso è sufficientemente motivato con l'accertamento dell'abuso, e non necessita di una particolare motivazione in ordine all'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso stesso, che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell'assetto urbanistico violato, e alla possibilità di adottare provvedimenti alternativi.
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In sede di emanazione dell'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive su area vincolata non è necessario acquisire il parere della Commissione Edilizia Integrata dal momento che l'ordine di ripristino discende direttamente dall'applicazione della disciplina edilizia vigente e non costituisce affatto irrogazione di sanzioni discendenti dalla violazione di disposizioni a tutela del paesaggio. Ed ancora, in sede di emanazione di ordinanza di demolizione delle opere edilizie abusive su area vincolata non è necessario acquisire il parere della Commissione Edilizia Integrata dal momento che l'ordine di ripristino discende direttamente dall'applicazione della disciplina edilizia vigente ... e in quanto non vi è alcun obbligo di far luogo ad accertamenti di danni ambientali, ovvero di applicazione di sanzioni pecuniarie alternative.
A seguito dell'entrata in vigore della l. 28.01.1977 n. 10, la quale ha previsto la vincolante obbligatorietà dell'ordine di demolizione degli edifici abusivi, non è più necessaria l'acquisizione del parere della Commissione edilizia comunale ai sensi dell'art. 32, comma 3, l. 17.08.1942 n. 1150, il quale era giustificato, nel previgente ordinamento, appunto dalla natura discrezionale di detto ordine.

In ordine al terzo motivo di ricorso, non merita positiva delibazione la doglianza con la quale viene sollevata l’illegittimità del provvedimento per la mancata comunicazione di avvio del procedimento ai sensi dell’art. 7 della legge 241/1990, giacché l’ordinanza in questione costituisce un provvedimento dovuto e rigorosamente vincolato in quanto volto a sanzionare opere costruite senza il prescritto titolo edilizio, con riferimento al quale non sono richiesti apporti partecipativi del destinatario, tanto più che l’interessato non ha rappresentato neppure in sede di ricorso, argomentazioni idonee a determinare un diverso esito del procedimento (si veda, tra le molte, TAR Liguria, Genova, sez. I, 08.06.2009 n. 11289).
Parimenti infondata è la censura di carenza di motivazione (quarto motivo) sotto l’ulteriore profilo dell’interesse pubblico alla demolizione. Come costantemente affermato dalla giurisprudenza di questo Tribunale che questo Collegio condivide “…presupposto per l’adozione dell'ordine di demolizione di opere abusive è soltanto la constatata esecuzione di un intervento edilizio in assenza del prescritto titolo abilitativo, con la conseguenza che, essendo tale ordine un atto dovuto, esso è sufficientemente motivato con l'accertamento dell'abuso, e non necessita di una particolare motivazione in ordine all'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso stesso, che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell'assetto urbanistico violato, e alla possibilità di adottare provvedimenti alternativi” (fra molte, TAR Campania Napoli, sez. VII, 08.04.2011, n. 1999).
Va pure respinta la censura di violazione dell’art. 82 della legge 616/1997 e della legge regionale 10/1982, articolata con il terzo motivo di doglianza, con la quale il ricorrente ha censurato la mancata acquisizione del parere della Commissione Edilizia Integrata.
Infatti, come costantemente ribadito in giurisprudenza, “... in sede di emanazione dell'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive su area vincolata non è necessario acquisire il parere della Commissione Edilizia Integrata dal momento che l'ordine di ripristino discende direttamente dall'applicazione della disciplina edilizia vigente e non costituisce affatto irrogazione di sanzioni discendenti dalla violazione di disposizioni a tutela del paesaggio” (così, da ultimo, TAR Liguria, Genova, sez. I, 21.09.2011, n. 1393, nello stesso senso vedi pure TAR Campania, Napoli, sez. VI, 05.03.2012, secondo cui “…in sede di emanazione di ordinanza di demolizione delle opere edilizie abusive su area vincolata non è necessario acquisire il parere della Commissione Edilizia Integrata dal momento che l'ordine di ripristino discende direttamente dall'applicazione della disciplina edilizia vigente ... e in quanto non vi è alcun obbligo di far luogo ad accertamenti di danni ambientali, ovvero di applicazione di sanzioni pecuniarie alternative”).
Va infine respinta la censura di violazione dell’art. 32 della legge 1150/1942 e dell’art. 15 della legge 10/1977, articolata con il sesto motivo di doglianza, con la quale il ricorrente ha censurato la mancata acquisizione del parere della Commissione Edilizia Comunale.
Infatti, a seguito dell'entrata in vigore della l. 28.01.1977 n. 10, la quale ha previsto la vincolante obbligatorietà dell'ordine di demolizione degli edifici abusivi, non è più necessaria l'acquisizione del parere della Commissione edilizia comunale ai sensi dell'art. 32, comma 3, l. 17.08.1942 n. 1150, il quale era giustificato, nel previgente ordinamento, appunto dalla natura discrezionale di detto ordine (cfr., TAR Campania Napoli, sez. VI, 24.09.2009, n. 5071 e sez. III, 05.06.2008, n. 5255, TAR Lazio Roma, sez. II, 11.09.2009, n. 8644) (TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 22.11.2012 n. 4735 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Gli atti di repressione degli abusi edilizi hanno natura urgente e strettamente vincolata (essendo dovuti a cagione dell’insussistenza del titolo per l’avvenuta trasformazione del territorio), con la conseguenza che, ai fini della loro adozione, secondo l’ormai consolidato orientamento giurisprudenziale, non sono richiesti apporti partecipativi del soggetto destinatario.
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● In caso di abuso edilizio l'ordinanza di demolizione non richiede, in linea generale, una specifica motivazione; l'abusività costituisce di per sé motivazione sufficiente per l'adozione della misura repressiva in argomento. Ne consegue che, in presenza di un'opera abusiva, l'autorità amministrativa è tenuta ad intervenire affinché sia ripristinato lo stato dei luoghi, non sussistendo alcuna discrezionalità dell'amministrazione in relazione al provvedere.
● L'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è atto dovuto e vincolato e non necessita di motivazione ulteriore rispetto all'indicazione dei presupposti di fatto e all'individuazione e qualificazione degli abusi edilizi.
● Presupposto per l'emanazione dell'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è soltanto la constatata esecuzione di queste ultime in assenza o in totale difformità del titolo concessorio, con la conseguenza che, essendo l'ordinanza atto dovuto, essa è sufficientemente motivata con l'accertamento dell'abuso, essendo "in re ipsa" l'interesse pubblico alla sua rimozione e sussistendo l'eventuale obbligo di motivazione al riguardo solo se l'ordinanza stessa intervenga a distanza di tempo dall'ultimazione dell'opera avendo l'inerzia dell'amministrazione creato un qualche affidamento nel privato.

Infondata è la censura inerente l’omessa comunicazione dell’avvio del procedimento: gli atti di repressione degli abusi edilizi hanno natura urgente e strettamente vincolata (essendo dovuti a cagione dell’insussistenza del titolo per l’avvenuta trasformazione del territorio), con la conseguenza che, ai fini della loro adozione, secondo l’ormai consolidato orientamento giurisprudenziale, non sono richiesti apporti partecipativi del soggetto destinatario (cfr. ex multis, TAR Campania, Napoli, sez. VIII, 23.02.2011 n.1048).
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E’ noto, infatti, che in caso di abuso edilizio “l'ordinanza di demolizione non richiede, in linea generale, una specifica motivazione; l'abusività costituisce di per sé motivazione sufficiente per l'adozione della misura repressiva in argomento. Ne consegue che, in presenza di un'opera abusiva, l'autorità amministrativa è tenuta ad intervenire affinché sia ripristinato lo stato dei luoghi, non sussistendo alcuna discrezionalità dell'amministrazione in relazione al provvedere” (TAR Lazio Roma, sez. I, 19.07.2006, n. 6021); infatti “l'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è atto dovuto e vincolato e non necessita di motivazione ulteriore rispetto all'indicazione dei presupposti di fatto e all'individuazione e qualificazione degli abusi edilizi” (TAR Marche Ancona, sez. I, 12.10.2006, n. 824) ed, ancora, “presupposto per l'emanazione dell'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è soltanto la constatata esecuzione di queste ultime in assenza o in totale difformità del titolo concessorio, con la conseguenza che, essendo l'ordinanza atto dovuto, essa è sufficientemente motivata con l'accertamento dell'abuso, essendo "in re ipsa" l'interesse pubblico alla sua rimozione e sussistendo l'eventuale obbligo di motivazione al riguardo solo se l'ordinanza stessa intervenga a distanza di tempo dall'ultimazione dell'opera avendo l'inerzia dell'amministrazione creato un qualche affidamento nel privato” (Consiglio di Stato, sez. V, 29.05.2006 n. 3270) (TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 22.11.2012 n. 4728 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'esistenza di un sequestro penale non influisce sulla legittimità dell'ordinanza di demolizione, potendo il destinatario richiedere al giudice penale il dissequestro al fine di ottemperare alla misura repressivo ripristinatoria, così come l'eventuale rigetto dell'istanza di dissequestro neppure influisce sulla legittimità dell'ordinanza di demolizione, ma al più sull'acquisibilità del bene oggetto dell'istanza.
Riguardo all’ultimo motivo aggiunto, ritiene il Collegio che l'esistenza di un sequestro penale non influisce sulla legittimità dell'ordinanza di demolizione, potendo il destinatario richiedere al giudice penale il dissequestro al fine di ottemperare alla misura repressivo ripristinatoria, così come l'eventuale rigetto dell'istanza di dissequestro neppure influisce sulla legittimità dell'ordinanza di demolizione, ma al più sull'acquisibilità del bene oggetto dell'istanza (TAR Campania Sezione VIII 09.02.2012 n. 693; TAR Campania sez. VII 03.11.2010 n. 22291); nel caso di specie, il ricorrente non ha dimostrato, né allegato di avere richiesto il dissequestro e di non averlo ottenuto, in modo da dimostrare di aver fatto quanto nelle sue possibilità per eseguire l’ingiunzione (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 21.11.2012 n. 4700 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Anche ai sensi dell’art. 35 d.P.R. n. 380/2001, la realizzazione sine titulo da parte di privati di interventi su suoli di pertinenza pubblica può essere sanzionata con la misura ripristinatoria solo qualora essa sia avvenuta “in assenza di permesso di costruire, ovvero in totale o parziale difformità dal medesimo”.
La sanzione demolitoria comminata dall’Amministrazione intimata presuppone che, ai fini della lecita realizzazione dell’opera de qua, sarebbe stata necessaria l’acquisizione del permesso di costruire: invero, anche ai sensi dell’art. 35 d.P.R. n. 380/2001, la realizzazione sine titulo da parte di privati di interventi su suoli di pertinenza pubblica può essere sanzionata con la misura ripristinatoria solo qualora essa sia avvenuta “in assenza di permesso di costruire, ovvero in totale o parziale difformità dal medesimo”.
Ebbene, la giurisprudenza amministrativa, con riferimento ad opere analoghe -per finalità e dimensioni- a quella interessata dal provvedimento impugnato, ha affermato la sufficienza, ai fini della loro lecita realizzazione, della d.i.a. (cfr. TAR per la Campania, Napoli, Sez. VIII, n. 95 del 14.01.2010, concernente un muro di recinzione in cls. armato di spessore mt. 0,25 ed altezza di c.a. mt. 3,00: “per quanto attiene alla contestata realizzazione del muro -premesso che, secondo il costante orientamento della giurisprudenza amministrativa, la valutazione in ordine alla necessità del tipo di titolo abilitativo per la realizzazione di opere di recinzione va effettuata sulla scorta dei due parametri consistenti nella natura e dimensioni delle opere e loro destinazione e funzione- deve rilevarsi come nel caso di specie le opere contestate, non comportando significativa trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio, non richiedono il rilascio di una concessione edilizia (oggi permesso di costruire), ma la presentazione di una semplice dichiarazione di inizio di attività, di tal che, in assenza, è irrogabile la sola sanzione pecuniaria e giammai la misura della demolizione”).
Ne consegue che, a prescindere dalla effettiva insistenza dell’opera in discorso su suolo comunale e dall’epoca della sua realizzazione (se cioè precedente o successiva all’acquisizione del suolo da parte del Comune di San Mango Piemonte), fa difetto il presupposto legittimante il provvedimento impugnato, connesso alla necessità, per la lecita esecuzione dell’intervento contestato, del permesso di costruire (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 21.11.2012 n. 2103 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Chi contesta la legittimità dell’ordinanza di demolizione di un manufatto abusivo, realizzato al di fuori del centro abitato, ha l’onere di fornire per lo meno un principio di prova in ordine al tempo di ultimazione di quest’ultimo, se asserisce che è stato realizzato prima dell’entrata in vigore della legge n. 755/1967, ossia quando per tali tipi di costruzione non era prescritta alcuna licenza edilizia.
La giurisprudenza (cfr. TAR Campobasso, Molise, I, 17-02-2012, n. 37) ha avuto modo di affermare che chi contesta la legittimità dell’ordinanza di demolizione di un manufatto abusivo, realizzato al di fuori del centro abitato, ha l’onere di fornire per lo meno un principio di prova in ordine al tempo di ultimazione di quest’ultimo, se asserisce che è stato realizzato prima dell’entrata in vigore della legge n. 755/1967, ossia quando per tali tipi di costruzione non era prescritta alcuna licenza edilizia (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 21.11.2012 n. 2091 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’istituto della variante in corso d’opera, o “variante leggera”, previsto dall’articolo 15 della legge n. 47/1985, è finalizzato ad ottenere la regolarizzazione di opere minori realizzate nel corso della esecuzione dei lavori e non conformi rispetto al titolo abilitativo originario.
Esso si caratterizza, rispetto alla variante cd. “ordinaria” ed a quella cd. “essenziale” per la circostanza che la sua approvazione può essere richiesta fino alla ultimazione dei lavori e, dunque, non opera la regola della necessaria preventiva emanazione del provvedimento amministrativo abilitativo.
La domanda di variante costituisce comunque manifestazione della volontà del privato di regolarizzare le opere edilizie realizzate e, pone, di conseguenza, anche perché espressamente prevista dal legislatore, un obbligo di pronunzia in capo all’autorità amministrativa.
Tale obbligo di pronunzia, in considerazione della manifestata volontà di regolarizzazione, sussiste anche quando, per ipotesi, il privato abbia errato nella qualificazione dell’istituto utilizzabile (ad esempio, richiedendo una variante leggera in luogo di una pesante ovvero, avendo già realizzato gli interventi e non sussistendo i presupposti di applicabilità del richiamato articolo 15, in luogo di una ordinaria istanza di sanatoria o accertamento di conformità).
Invero, questi, edotto della esatta natura giuridica della vicenda, ben potrebbe modificare ed adeguare a norma la sua richiesta, valendo in ogni caso, avuto riguardo alla avvenuta espressione di una volontà di regolarizzazione, la regola generale che tale strada debba sempre essere percorsa e comunque precedere l’attività sanzionatoria propriamente intesa (arg. ex art. 6 l. n. 241/1990 ).
In considerazione di quanto sopra e della identità di ratio (trattandosi di istituti diretti a ricondurre nella sfera della legalità l’attività costruttiva svolta) valgono, dunque, nella fattispecie in esame i principi pacificamente affermati dalla giurisprudenza in materia di sanatoria edilizia.
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Costituisce costante affermazione giurisprudenziale che le sanzioni per illeciti edilizi, pur obbligatorie per legge, non sono irrogabili fino a che l’amministrazione non si sia pronunziata sulla eventuale domanda di sanatoria dell’abuso.
La suddetta regola costituisce espressione del generale principio di ragionevolezza dell’azione amministrativa, costituente principio assoluto del procedimento e concretatesi nella adeguatezza e plausibilità della valutazione degli interessi da parte della p.a..
Essa, invero, risponde altresì al canone di economicità dell’azione amministrativa, risultando, oltre che illogico ed irragionevole, anche antieconomico procedere alla irrogazione di sanzioni se, in presenza di una violazione meramente formale, l’attività di trasformazione del territorio compiuta dal privato può essere ricondotta alla legalità.
Il procedimento sanzionatorio e quello di sanatoria costituiscono tipici procedimenti collegati: trattasi di procedimenti tra loro distinti ed autonomi (a differenza dei subprocedimenti), ma reciprocamente interferenti, nel senso che i vizi e le anomalie dell’uno incidono anche sull’altro.
In tal modo, pertanto, proposta la domanda di sanatoria prima della irrogazione di sanzioni, il procedimento sanzionatorio non può essere portato a conclusione prima della definizione del procedimento di sanatoria; prodotta, invece, l’istanza di sanatoria dopo la irrogazione della sanzione, quest’ultimo procedimento deve essere sospeso fino alla definizione del primo.

Osserva al riguardo il Tribunale che l’istituto della variante in corso d’opera, o “variante leggera”, previsto dall’articolo 15 della legge n. 47/1985, è finalizzato ad ottenere la regolarizzazione di opere minori realizzate nel corso della esecuzione dei lavori e non conformi rispetto al titolo abilitativo originario.
Esso si caratterizza, rispetto alla variante cd. “ordinaria” ed a quella cd. “essenziale” per la circostanza che la sua approvazione può essere richiesta fino alla ultimazione dei lavori e, dunque, non opera la regola della necessaria preventiva emanazione del provvedimento amministrativo abilitativo.
La domanda di variante costituisce comunque manifestazione della volontà del privato di regolarizzare le opere edilizie realizzate e, pone, di conseguenza, anche perché espressamente prevista dal legislatore, un obbligo di pronunzia in capo all’autorità amministrativa.
Tale obbligo di pronunzia, in considerazione della manifestata volontà di regolarizzazione, sussiste anche quando, per ipotesi, il privato abbia errato nella qualificazione dell’istituto utilizzabile (ad esempio, richiedendo una variante leggera in luogo di una pesante ovvero, avendo già realizzato gli interventi e non sussistendo i presupposti di applicabilità del richiamato articolo 15, in luogo di una ordinaria istanza di sanatoria o accertamento di conformità).
Invero, questi, edotto della esatta natura giuridica della vicenda, ben potrebbe modificare ed adeguare a norma la sua richiesta, valendo in ogni caso, avuto riguardo alla avvenuta espressione di una volontà di regolarizzazione, la regola generale che tale strada debba sempre essere percorsa e comunque precedere l’attività sanzionatoria propriamente intesa (arg. ex art. 6 l. n. 241/1990 ).
In considerazione di quanto sopra e della identità di ratio (trattandosi di istituti diretti a ricondurre nella sfera della legalità l’attività costruttiva svolta) valgono, dunque, nella fattispecie in esame i principi pacificamente affermati dalla giurisprudenza in materia di sanatoria edilizia.
L’ente locale, anziché previamente definire il procedimento di variante con provvedimento espresso e motivato, ha irrogato ai sig.ri Pisapia e Rega la sanzione edilizia della demolizione.
Tale provvedimento è illegittimo.
Costituisce, invero, costante affermazione giurisprudenziale che le sanzioni per illeciti edilizi, pur obbligatorie per legge, non sono irrogabili fino a che l’amministrazione non si sia pronunziata sulla eventuale domanda di sanatoria dell’abuso.
La suddetta regola costituisce espressione del generale principio di ragionevolezza dell’azione amministrativa, costituente principio assoluto del procedimento e concretatesi nella adeguatezza e plausibilità della valutazione degli interessi da parte della p.a..
Essa, invero, risponde altresì al canone di economicità dell’azione amministrativa, risultando, oltre che illogico ed irragionevole, anche antieconomico procedere alla irrogazione di sanzioni se, in presenza di una violazione meramente formale, l’attività di trasformazione del territorio compiuta dal privato può essere ricondotta alla legalità.
Il procedimento sanzionatorio e quello di sanatoria costituiscono tipici procedimenti collegati: trattasi di procedimenti tra loro distinti ed autonomi (a differenza dei subprocedimenti), ma reciprocamente interferenti, nel senso che i vizi e le anomalie dell’uno incidono anche sull’altro.
In tal modo, pertanto, proposta la domanda di sanatoria prima della irrogazione di sanzioni, il procedimento sanzionatorio non può essere portato a conclusione prima della definizione del procedimento di sanatoria; prodotta, invece, l’istanza di sanatoria dopo la irrogazione della sanzione, quest’ultimo procedimento deve essere sospeso fino alla definizione del primo.
La violazione di tali regole comporta l’illegittimità del provvedimento adottato (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 21.11.2012 n. 2090 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICALa lottizzazione abusiva sussiste in tutti i casi in cui la combinazione e la coordinata esplicazione di attività legittime e di attività abusive, si risolve in un’illegittima interferenza con la programmazione urbanistica ed integra un illegittimo mutamento della destinazione all'uso del territorio, in quanto le variazioni apportate e gli abusi realizzati incidano esclusivamente sulla destinazione d'uso dei manufatti realizzati.
In via generale in materia edilizia, è configurabile la lottizzazione abusiva materiale, anche solo mediante modifica della destinazione d'uso di edifici già esistenti, quando risulti alterato il complessivo assetto del territorio comunale attuato mediante lo strumento urbanistico al quale è affidata la pianificazione delle diverse destinazioni d'uso del territorio e l'assegnazione a ciascuna di esse di determinate quantità e qualità di servizi.

Come la Sezione ha avuto modo di rilevare, la lottizzazione abusiva sussiste in tutti i casi in cui la combinazione e la coordinata esplicazione di attività legittime e di attività abusive, si risolve in un’illegittima interferenza con la programmazione urbanistica ed integra un illegittimo mutamento della destinazione all'uso del territorio, in quanto le variazioni apportate e gli abusi realizzati incidano esclusivamente sulla destinazione d'uso dei manufatti realizzati (cfr. Consiglio di Stato sez. IV 07.06.2012 n. 3381).
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La Suprema Corte aveva infatti affermato (sia pure a proposito della modifica della destinazione d'uso da alberghiera a residenziale di un immobile già regolarmente edificato) che, in via generale in materia edilizia, è configurabile la lottizzazione abusiva materiale, anche solo mediante modifica della destinazione d'uso di edifici già esistenti, quando risulti alterato il complessivo assetto del territorio comunale attuato mediante lo strumento urbanistico al quale è affidata la pianificazione delle diverse destinazioni d'uso del territorio e l'assegnazione a ciascuna di esse di determinate quantità e qualità di servizi (così Cass. Pen citata nella sentenza gravata: Sez. III 07.03.2008 n. 24096 con un indirizzo sostanzialmente conforme ai suoi precedenti: Cass. pen. n. 13687 del 2007, Cass. pen. n. 6396 del 2007, Cass. pen. n. 6990 del 2006, Cass. pen., sez. III, 21.01.2005 n. 10889, Cass. pen., sez. III, 02.03.2004 n. 20661) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 20.11.2012 n. 5883 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

COMPETENZE GESTIONALI - EDILIZIA PRIVATA: La competenza all'emanazione di sanzioni demolitorie rese sino all'anno 1998 deve reputarsi appartenente al Sindaco e non all'organo dirigenziale essendo stata la stessa trasferita espressamente ai dirigenti solo ai sensi dell'art. 2, comma 12, l. 16.06.1998, n. 191.
Tanto, beninteso, in assenza di norme regolamentari che, nei singoli Comuni, in forza della previgente normativa primaria a partire dalla l. 142 del 1990, avessero già attuato “il principio legislativo” del trasferimento delle competenze dal sindaco agli organi dirigenziali del Comune.

Va per contro osservato come, secondo la costante giurisprudenza della Sezione, la competenza all'emanazione di sanzioni demolitorie rese sino all'anno 1998 deve reputarsi appartenente al Sindaco e non all'organo dirigenziale essendo stata la stessa trasferita espressamente ai dirigenti solo ai sensi dell'art. 2, comma 12, l. 16.06.1998, n. 191 (cfr., ex multis, Tar Campania, Napoli, questa sesta sezione, 05.06.2012, n. 2365; 23.05.2012, n. 2373; 30.04.2008, n. 3072; 03.04.2008, n. 1832; cfr. ancora, negli stessi sensi, Tar Toscana, Firenze, sezione terza, 26.11.2010, n. 6627).
Tanto, beninteso, in assenza di norme regolamentari che, nei singoli Comuni, in forza della previgente normativa primaria a partire dalla l. 142 del 1990, avessero già attuato “il principio legislativo” del trasferimento delle competenze dal sindaco agli organi dirigenziali del Comune (cfr. Cons. Stato, sezione quinta, 06.03.2000, n. 1149 e Tar Campania, sempre questa sesta sezione, 05.06.2012, n. 2365 cit.): circostanza, questa, la cui sussistenza qui non è dedotta (TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 20.11.2012 n. 4675 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'onere di fornire la prova dell'epoca di realizzazione di un abuso edilizio incombe sull'interessato, e non sull'Amministrazione, che, in presenza di un'opera edilizia non assistita da un titolo edilizio che la legittimi, ha solo il potere-dovere di sanzionarla ai sensi di legge e di adottare, ove ricorrano i presupposti, il provvedimento di demolizione.
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In presenza di manufatti abusivi non sanati né condonati, gli interventi ulteriori (sia pure riconducibili nella loro oggettività alle categorie della manutenzione straordinaria, del restauro e/o del risanamento conservativo, della ristrutturazione, della realizzazione di opere costituenti pertinenze urbanistiche) ripetono le caratteristiche di illegittimità dell'opera principale alla quale ineriscono strutturalmente, sicché non può ammettersi la prosecuzione dei lavori abusivi a completamento di opere che, fino al momento di eventuali sanatorie, devono ritenersi comunque abusive, con conseguente obbligo del Comune di ordinarne la demolizione.
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In presenza di un intervento edilizio realizzato in assenza del prescritto permesso di costruire, l'ordine di demolizione costituisce atto dovuto, mentre la possibilità di non procedere alla rimozione delle parti abusive quando ciò sia di pregiudizio alle parti legittime costituisce solo un'eventualità della fase esecutiva, subordinata alla circostanza dell'impossibilità del ripristino dello stato dei luoghi.
L’ordine di demolizione di opere edilizie abusive, costituendo un atto dovuto in presenza dei presupposti stabiliti dalla legge, non necessita della preventiva acquisizione del parere della richiamata Commissione né di altra autorità.
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I provvedimenti repressivi degli abusi edilizi non devono essere preceduti dalla comunicazione dell’avvio del procedimento, perché trattasi di provvedimenti tipizzati e vincolati, che presuppongono un mero accertamento tecnico sulla consistenza delle opere realizzate e sul carattere non assentito delle medesime.
Seppure si aderisse all’orientamento che ritiene necessaria tale comunicazione anche per gli ordini di demolizione, troverebbe comunque applicazione nel caso in esame l’art. 21-octies, comma 2 della legge n. 241 del 1990 (introdotto dalla legge n. 15/2005), nella parte in cui dispone che “non è annullabile il provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento...qualora, per la natura vincolata del provvedimento, sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato”.
Infatti, posto che l’ordine di demolizione è atto dovuto in presenza di opere realizzate in assenza del prescritto titolo abilitativo, nel caso in esame risulta palese che il contenuto dispositivo dell’impugnata ordinanza di demolizione non avrebbe potuto essere diverso se fosse stata data ai ricorrenti l’opportunità di interloquire con l’amministrazione.

Con l’ordinanza impugnata il Comune di Somma Vesuviana ha ingiunto ai ricorrenti di eliminare i lavori di rifinitura eseguiti sul manufatto posto sotto sequestro in data 5 agosto 2008 sito alla via Pizzone Cassante n. 12 nel medesimo Comune.
Le opere in questione sono state realizzate su un fabbricato (ed in particolare sul piano mansarda – cfr. memoria della difesa comunale) di cui non è provata la legittima preesistenza. I ricorrenti si limitano, infatti, ad affermare che la sopraelevazione del manufatto è stata realizzata in tempi molto remoti senza allegare alcuna documentazione a supporto.
In argomento la giurisprudenza ha affermato che l'onere di fornire la prova dell'epoca di realizzazione di un abuso edilizio incombe sull'interessato, e non sull'Amministrazione, che, in presenza di un'opera edilizia non assistita da un titolo edilizio che la legittimi, ha solo il potere-dovere di sanzionarla ai sensi di legge e di adottare, ove ricorrano i presupposti, il provvedimento di demolizione (TAR Campania Napoli, sez. VIII, 02.07.2010, n. 16569).
Tanto premesso, l’amministrazione ha legittimamente ordinato ai ricorrenti il ripristino dello stato dei luoghi in relazione a lavori che, seppure riconducibili alla categoria del restauro e/o del risanamento conservativo (secondo e terzo motivo) si sono realizzati su un fabbricato abusivo sottoposto a sequestro e in violazione dello stesso.
La giurisprudenza ha, in proposito, evidenziato come “In presenza di manufatti abusivi non sanati né condonati, gli interventi ulteriori (sia pure riconducibili nella loro oggettività alle categorie della manutenzione straordinaria, del restauro e/o del risanamento conservativo, della ristrutturazione, della realizzazione di opere costituenti pertinenze urbanistiche) ripetono le caratteristiche di illegittimità dell'opera principale alla quale ineriscono strutturalmente, sicché non può ammettersi la prosecuzione dei lavori abusivi a completamento di opere che, fino al momento di eventuali sanatorie, devono ritenersi comunque abusive, con conseguente obbligo del Comune di ordinarne la demolizione” (TAR Campania Napoli, sez. VI, 03.12.2010, n. 26787).
Con il quarto motivo i ricorrenti invocano l’art. 12 della legge n. 47/1985 in base al quale l’amministrazione sarebbe obbligata a valutare preventivamente se la demolizione possa avvenire senza pregiudizio della restante parte dell’edificio eseguita in conformità. Osserva il Collegio come quest’ultimo presupposto non sussiste nella fattispecie ove non è stata fornita alcuna prova della legittimità del manufatto sul quale sono stati effettuati i lavori di rifinitura.
In ogni caso, la costante giurisprudenza ha affermato che “In presenza di un intervento edilizio realizzato in assenza del prescritto permesso di costruire, l'ordine di demolizione costituisce atto dovuto, mentre la possibilità di non procedere alla rimozione delle parti abusive quando ciò sia di pregiudizio alle parti legittime costituisce solo un'eventualità della fase esecutiva, subordinata alla circostanza dell'impossibilità del ripristino dello stato dei luoghi” (TAR Campania Salerno, sez. II, 13.04.2011, n. 702).
E’, altresì, infondato il quinto motivo di ricorso con il quale si deduce l’illegittimità dell’atto impugnato in quanto lo stesso sarebbe stato adottato senza prima aver sentito la Commissione edilizia integrata. Osserva al riguardo il Collegio che l’ordine di demolizione di opere edilizie abusive, costituendo un atto dovuto in presenza dei presupposti stabiliti dalla legge, non necessita della preventiva acquisizione del parere della richiamata Commissione né di altra autorità (ex multis, TAR, Campania Napoli, sez. II, 30.10.2006, n. 9243; sez. IV, 16.07.2003, n. 8434).
Destituita di ogni fondamento risulta la censura incentrata sulla omissione della fase partecipativa al procedimento (violazione degli artt. 7 e 10 della legge n. 241 del 1990 –primo motivo) in quanto i provvedimenti repressivi degli abusi edilizi non devono essere preceduti dalla comunicazione dell’avvio del procedimento (ex multis, TAR Campania, Napoli, sez. IV 12.04.2005, n. 3780; 13.01.2006, n. 651), perché trattasi di provvedimenti tipizzati e vincolati, che presuppongono un mero accertamento tecnico sulla consistenza delle opere realizzate e sul carattere non assentito delle medesime. Seppure si aderisse all’orientamento che ritiene necessaria tale comunicazione anche per gli ordini di demolizione, troverebbe comunque applicazione nel caso in esame l’art. 21-octies, comma 2 della legge n. 241 del 1990 (introdotto dalla legge n. 15/2005), nella parte in cui dispone che “non è annullabile il provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento...qualora, per la natura vincolata del provvedimento, sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato”. Infatti, posto che l’ordine di demolizione è atto dovuto in presenza di opere realizzate in assenza del prescritto titolo abilitativo, nel caso in esame risulta palese che il contenuto dispositivo dell’impugnata ordinanza di demolizione non avrebbe potuto essere diverso se fosse stata data ai ricorrenti l’opportunità di interloquire con l’amministrazione (TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 20.11.2012 n. 4661 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Laddove, come nella fattispecie, vengano realizzate opere di ristrutturazione edilizia comportanti un aumento delle unità immobiliari e delle superfici, senza previamente acquisire il più gravoso sul piano procedimentale, titolo abilitativo, né presentare la DIA, è pienamente legittima l’applicazione della sanzione della demolizione. Peraltro, l’intervento abusivo ricade, come correttamente evidenziato nella motivazione del provvedimento impugnato, in una zona del Piano Paesistico Territoriale e, quindi, in un’area vincolata paesaggisticamente.
Alla fattispecie si applica, quindi, il regime previsto dal comma 6 del richiamato art. 22, secondo il quale “la realizzazione degli interventi di cui ai commi 1, 2 e 3 che riguardino immobili sottoposti a tutela storico-artistica o paesaggistica-ambientale, è subordinata al preventivo rilascio del parere o dell’autorizzazione richiesti dalle relative normative”.
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In presenza di un abuso edilizio “l’ordinanza di demolizione non richiede, in linea generale, una specifica motivazione; l’abusività costituisce di per sé motivazione sufficiente per l’adozione della misura repressiva in argomento. Ne consegue che, in presenza di un’opera abusiva, l’autorità amministrativa è tenuta ad intervenire affinché sia ripristinato lo stato dei luoghi, non sussistendo alcuna discrezionalità dell’amministrazione in relazione al provvedere”.
Infatti “l’ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è atto dovuto e vincolato e non necessita di motivazione ulteriore rispetto all’indicazione dei presupposti di fatto e all’individuazione e qualificazione degli abusi edilizi”.
Ed ancora, “presupposto per l'emanazione dell'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è soltanto la constatata esecuzione di queste ultime in assenza o in totale difformità del titolo concessorio, con la conseguenza che, essendo l’ordinanza atto dovuto, essa è sufficientemente motivata con l’accertamento dell’abuso, essendo “in re ipsa” l’interesse pubblico alla sua rimozione e sussistendo l’eventuale obbligo di motivazione al riguardo solo se l’ordinanza stessa intervenga a distanza di tempo dall’ultimazione dell’opera avendo l’inerzia dell’amministrazione creato un qualche affidamento nel privato”.
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I provvedimenti repressivi degli abusi edilizi non devono essere preceduti dalla comunicazione dell’avvio del procedimento perché trattasi di provvedimenti tipizzati e vincolati, che presuppongono un mero accertamento tecnico sulla consistenza delle opere realizzate e sul carattere non assentito delle medesime.
Seppure si aderisse all’orientamento che ritiene necessaria tale comunicazione anche per gli ordini di demolizione, troverebbe comunque applicazione nel caso in esame l’art. 21-octies, comma 2, della legge n. 241 del 1990 (introdotto dalla legge n. 15/2005), nella parte in cui dispone che “non è annullabile il provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento...qualora, per la natura vincolata del provvedimento, sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato”.
Infatti, posto che l’ordine di demolizione è atto dovuto in presenza di opere realizzate in assenza del prescritto titolo abilitativo, nel caso in esame risulta palese che il contenuto dispositivo dell’impugnata ordinanza di demolizione non avrebbe potuto essere diverso se fosse stata data al ricorrente l’opportunità di interloquire con l’amministrazione.
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Una volta accertata l’esecuzione di opere in assenza del prescritto permesso di costruire l’amministrazione comunale deve disporne senz’altro la demolizione, non essendo tenuta a valutare preventivamente la sanabilità delle stesse.

In base al chiaro disposto dell’art. 10, comma 1, lettera c) del D.P.R. n. 380 del 2001, gli interventi di ristrutturazione edilizia comportanti aumenti di unità immobiliari, modifiche del volume, delle sagome e dei prospetti o delle superfici, richiedono la previa acquisizione del permesso di costruire.
Nella fattispecie, risulta incontestata la realizzazione di lavori che hanno condotto a un aumento della superficie (circa 140 mq) e alla creazione di una nuova unità immobiliare. Né possono essere invocate, al fine di censurare la legittimità della sanzione demolitoria, le disposizioni di cui al comma 3, lett. a), dell’art. 22 del medesimo decreto n. 380/2001 in base alle quali è consentita l’effettuazione delle opere di ristrutturazione di cui all’art. 10, comma 1, lettera c), senza la previa acquisizione del permesso di costruire ma con la sola presentazione della DIA (c.d. superdia).
Si tratta invero di una semplificazione procedimentale rimessa alla scelta dell’interessato (DIA in luogo di permesso di costruire) che comunque non ha nessun effetto sul piano sostanziale e segnatamente su quello sanzionatorio (si vd. in proposito quanto stabiliscono le disposizioni recate dal comma 9-bis dell’art. 31 e dal comma 2-bis dell’art. 34 del citato decreto n. 380).
In altre parole, laddove, come nella fattispecie, vengano realizzate opere di ristrutturazione edilizia comportanti un aumento delle unità immobiliari e delle superfici, senza previamente acquisire il più gravoso sul piano procedimentale, titolo abilitativo, né presentare la DIA, è pienamente legittima l’applicazione della sanzione della demolizione (cfr. TAR Lazio, sez. I-quater, 18.06.2007, n. 5534 e TAR Campania, Napoli, sez. VI, 09.11.2009, n. 7057). Peraltro, l’intervento abusivo ricade, come correttamente evidenziato nella motivazione del provvedimento impugnato, in una zona del Piano Paesistico Territoriale e, quindi, in un’area vincolata paesaggisticamente.
Alla fattispecie si applica, quindi, il regime previsto dal comma 6 del richiamato art. 22, secondo il quale “la realizzazione degli interventi di cui ai commi 1, 2 e 3 che riguardino immobili sottoposti a tutela storico-artistica o paesaggistica-ambientale, è subordinata al preventivo rilascio del parere o dell’autorizzazione richiesti dalle relative normative”.
Nel caso in esame, in definitiva, sono carenti sia il titolo edilizio (permesso di costruire o DIA sostitutiva) sia quello paesistico (parere o autorizzazione dell’autorità tutoria).
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Con riguardo alla mancata qualificazione giuridica dell’abuso e alla insufficienza per tale profilo della motivazione rammenta il Collegio che in presenza di un abuso edilizio “l’ordinanza di demolizione non richiede, in linea generale, una specifica motivazione; l’abusività costituisce di per sé motivazione sufficiente per l’adozione della misura repressiva in argomento. Ne consegue che, in presenza di un’opera abusiva, l’autorità amministrativa è tenuta ad intervenire affinché sia ripristinato lo stato dei luoghi, non sussistendo alcuna discrezionalità dell’amministrazione in relazione al provvedere” (TAR Lazio Roma, sez. I, 19.07.2006, n. 6021); infatti “l’ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è atto dovuto e vincolato e non necessita di motivazione ulteriore rispetto all’indicazione dei presupposti di fatto e all’individuazione e qualificazione degli abusi edilizi” (TAR Marche Ancona, sez. I, 12.10.2006 , n. 824) ed, ancora, “presupposto per l'emanazione dell'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è soltanto la constatata esecuzione di queste ultime in assenza o in totale difformità del titolo concessorio, con la conseguenza che, essendo l’ordinanza atto dovuto, essa è sufficientemente motivata con l’accertamento dell’abuso, essendo “in re ipsa” l’interesse pubblico alla sua rimozione e sussistendo l’eventuale obbligo di motivazione al riguardo solo se l’ordinanza stessa intervenga a distanza di tempo dall’ultimazione dell’opera avendo l’inerzia dell’amministrazione creato un qualche affidamento nel privato” (Consiglio di Stato, sez. V, 29.05.2006 n. 3270).
Destituita di ogni fondamento risulta la censura incentrata sulla omissione della fase partecipativa al procedimento (violazione dell’art. 7 della legge n. 241 del 1990) in quanto i provvedimenti repressivi degli abusi edilizi non devono essere preceduti dalla comunicazione dell’avvio del procedimento (ex multis, TAR Campania, Napoli, sez. IV 12.04.2005, n. 3780; 13.01.2006, n. 651), perché trattasi di provvedimenti tipizzati e vincolati, che presuppongono un mero accertamento tecnico sulla consistenza delle opere realizzate e sul carattere non assentito delle medesime.
Seppure si aderisse all’orientamento che ritiene necessaria tale comunicazione anche per gli ordini di demolizione, troverebbe comunque applicazione nel caso in esame l’art. 21-octies, comma 2, della legge n. 241 del 1990 (introdotto dalla legge n. 15/2005), nella parte in cui dispone che “non è annullabile il provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento...qualora, per la natura vincolata del provvedimento, sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato”.
Infatti, posto che l’ordine di demolizione è atto dovuto in presenza di opere realizzate in assenza del prescritto titolo abilitativo, nel caso in esame risulta palese che il contenuto dispositivo dell’impugnata ordinanza di demolizione non avrebbe potuto essere diverso se fosse stata data al ricorrente l’opportunità di interloquire con l’amministrazione.
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Osserva il Collegio che dal chiaro tenore letterale dell’art. 36 del D.P.R. n. 380/2001 (che ha sostituito l’art. 13 della legge n. 47/1985) si desume che il rilascio del permesso di costruire in sanatoria consegue necessariamente ad un’istanza dell’interessato (la cui presentazione non risulta nella specie comprovata), mentre al Comune compete, ai sensi dell’art. 27, comma 1, del D.P.R. n. 380/2001, l’esercizio della vigilanza sull’attività urbanistico–edilizia che si svolge nel terreno comunale.
Pertanto, una volta accertata l’esecuzione di opere in assenza del prescritto permesso di costruire l’amministrazione comunale deve disporne senz’altro la demolizione, non essendo tenuta a valutare preventivamente la sanabilità delle stesse (ex multis, TAR Campania, sez. III, 27.09.2006, n. 8331; sez. IV, 04.02.2003, n. 617)
(TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 20.11.2012 n. 4660 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Presupposto per l’emanazione della ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è soltanto la constatata esecuzione di queste ultime in assenza o in totale difformità del titolo abilitativo, con la conseguenza che, essendo la ordinanza atto dovuto, essa è sufficientemente motivata con l’accertamento dell’abuso, e non necessita di una particolare motivazione in ordine all’interesse pubblico alla rimozione dell’abuso –che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell’assetto urbanistico violato– ed alla possibilità di adottare provvedimenti alternativi.
Osserva il Collegio che presupposto per l’emanazione della ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è soltanto la constatata esecuzione di queste ultime in assenza o in totale difformità del titolo abilitativo, con la conseguenza che, essendo la ordinanza atto dovuto, essa è sufficientemente motivata con l’accertamento dell’abuso, e non necessita di una particolare motivazione in ordine all’interesse pubblico alla rimozione dell’abuso –che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell’assetto urbanistico violato– ed alla possibilità di adottare provvedimenti alternativi (ex multis, TAR Campania, Napoli, sez. IV, 04.02.2003, n. 617; 15.07.2003, n. 8246) (TAR Campania-Napoli, Sez. III, sentenza 20.11.2012 n. 4659 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Lottizzazione mediante realizzazione impianto industriale.
Si ha lottizzazione (materiale) abusiva, ai sensi dell'art. 30, comma primo, del DPR n. 380/2001 "quando vengono iniziate opere che comportino trasformazione urbanistica o edilizia dei terreni stessi in violazione delle prescrizioni degli strumenti urbanistici, vigenti o adottati, o comunque stabilite dalle leggi statali o regionali o senza la prescritta autorizzazione".
Pertanto, qualsiasi intervento edilizio realizzato in assenza delle prescritte autorizzazioni, che, per la sua consistenza, si palesi idoneo a conferire al territorio un assetto diverso da quello previsto dagli strumenti urbanistici, integra la fattispecie della lottizzazione abusiva.
Detta fattispecie è, perciò, senz'altro integrata dalla realizzazione di un impianto di natura industriale e di altri manufatti in zona avente diversa destinazione d'uso, che stravolgano l'assetto del territorio pianificato dalla pubblica amministrazione, indipendentemente dal fatto che tale impianto renda necessaria la realizzazione di opere di urbanizzazione (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 16.11.2012 n. 44908 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: I provvedimenti con cui l'Ente locale rivendica somme a conguaglio dovute a titolo di oblazione o di oneri concessori non abbisognano di particolare motivazione, in quanto la determinazione di tali somme costituisce il risultato di una mera operazione materiale, applicativa di parametri stabiliti dalla legge o da norme di natura regolamentare stabilite dall'Amministrazione, sicché l'interessato può solo contestare l'erroneità dei conteggi effettuati dall'Ente.
Lo sviluppo logico di questi passaggi è presente alla parte ricorrente, che lo ripropone nella parte espositiva del suo ricorso, il che rende ragione dell’inconsistenza dell’ultima censura, argomentata sull’asserita violazione dell’art. 3 L. 241/1990; tanto più che –per costante giurisprudenza- i provvedimenti con cui l'Ente locale rivendica somme a conguaglio dovute a titolo di oblazione o di oneri concessori non abbisognano di particolare motivazione, in quanto la determinazione di tali somme costituisce il risultato di una mera operazione materiale, applicativa di parametri stabiliti dalla legge o da norme di natura regolamentare stabilite dall'Amministrazione, sicché l'interessato può solo contestare l'erroneità dei conteggi effettuati dall'Ente (cfr., ex multis, TAR Lecce sez. III, 10.01.2012, n. 16; TAR Catania sez. I, 07.07.2010, n. 2847; TAR Lazio sez. II, 15.04.2009, n. 3862)
(TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 14.11.2012 n. 1221 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il provvedimento di demolizione, avendo natura vincolata e carattere necessitato, deve ritenersi congruamente motivato attraverso la descrizione delle opere e l’indicazione dell’abusività delle stesse –elementi presenti nell’atto impugnato– senza che sia necessaria l’indicazione di alcun interesse pubblico alla demolizione da ritenersi in re ipsa.
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L’esistenza di un sequestro disposto dall’autorità penale non influisce sulla legittimità dell’ordinanza di demolizione potendo l’interessato chiedere il dissequestro al fine di ottemperare alla prescrizione ripristinatoria.

Ed, infatti, il provvedimento di demolizione, avendo natura vincolata e carattere necessitato, deve ritenersi congruamente motivato attraverso la descrizione delle opere e l’indicazione dell’abusività delle stesse –elementi presenti nell’atto impugnato– senza che sia necessaria l’indicazione di alcun interesse pubblico alla demolizione da ritenersi in re ipsa (Cons. Stato sez. IV n. 5183/2012; Cons. Stato sez. IV n. 2185/2012).
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Inaccoglibile, infine, è la quarta censura con cui è stata dedotta l’impossibilità di eseguire la gravata demolizione stante la pendenza di un sequestro penale sui manufatti.
Secondo il costante orientamento giurisprudenziale, infatti, l’esistenza di un sequestro disposto dall’autorità penale non influisce sulla legittimità dell’ordinanza di demolizione potendo l’interessato chiedere il dissequestro al fine di ottemperare alla prescrizione ripristinatoria (Cons. Stato sez. IV n. 1260/2012; Cons. Stato sez. IV n. 297/2012)
(TAR Lazio, Roma, Sez. I-quater, sentenza 13.11.2012 n. 9286 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Rispetto al principio generale della non necessità di una particolare motivazione dell'ordine di demolizione è ammessa una deroga proprio per il caso in cui, per il lungo lasso di tempo trascorso dalla commissione dell'abuso e il protrarsi dell'inerzia dell'amministrazione preposta alla vigilanza, si sia ingenerata una posizione di affidamento nel privato, ipotesi in relazione alla quale si ravvisa un onere di congrua motivazione sul pubblico interesse -tenuto conto anche alla entità e alla tipologia dell'abuso- evidentemente diverso da quello al ripristino della legalità, idoneo a giustificare il sacrificio del contrapposto interesse privato.
Difatti, nel caso di specie, l’ordinanza con la quale è stata ingiunta alla parte ricorrente la demolizione dell’immobile, essendo intervenuta a più di 40 anni dalla costruzione del fabbricato in discorso non può essere sorretta esclusivamente dal richiamo al carattere abusivo dell’opera realizzata: in siffatte evenienze, l’amministrazione deve dare conto puntualmente delle ragioni di pubblico interesse che depongono per la demolizione del fabbricato (quali, ad esempio, il pericolo di crollo, desunto dalla fatiscenza dell’edificio, o il pregiudizio per l’igiene e la sanità pubblica connesso alla vetustà del fabbricato) giacché il decorso del tempo, oltre a produrre effetti che l’ordinamento riconosce e consacra dando vita a istituti ampiamente disciplinati in ogni settore del diritto, determina l’esigenza di rafforzare l’impalcatura motivazionale di un provvedimento di natura repressiva perché esige l’efficace rappresentazione del rinnovato interesse della amministrazione procedente a rimuovere situazione antigiuridiche.
Si aggiunga che tale esigenza si imponeva anche in considerazione del carattere incolpevole dell’affidamento della ricorrente (trattandosi di immobile acquistato dalla istante nel 1991, quindi dopo diversi anni dall’epoca alla quale si riferiscono gli abusi).

- invero, rispetto al principio generale della non necessità di una particolare motivazione dell'ordine di demolizione è ammessa una deroga proprio per il caso, quale quello di specie, in cui, per il lungo lasso di tempo trascorso dalla commissione dell'abuso e il protrarsi dell'inerzia dell'amministrazione preposta alla vigilanza, si sia ingenerata una posizione di affidamento nel privato, ipotesi in relazione alla quale si ravvisa un onere di congrua motivazione sul pubblico interesse -tenuto conto anche alla entità e alla tipologia dell'abuso- evidentemente diverso da quello al ripristino della legalità, idoneo a giustificare il sacrificio del contrapposto interesse privato (Consiglio di Stato, Sez. IV, 12.04.2011 n. 2266; 06.06.2008 n. 2705; 14.05.2007 n. 2441; Sez. V, 29.05.2006 n. 3270; 04.03.2008 n. 883; TAR Campania, Napoli, Sez. III, 04.05.2012 n. 2049; Sez. IV, 09.04.2010 n. 1890);
- difatti, l’ordinanza con la quale è stata ingiunta alla parte ricorrente la demolizione dell’immobile, essendo intervenuta a più di 40 anni dalla costruzione del fabbricato in discorso non può essere sorretta esclusivamente dal richiamo al carattere abusivo dell’opera realizzata: in siffatte evenienze, l’amministrazione deve dare conto puntualmente delle ragioni di pubblico interesse che depongono per la demolizione del fabbricato (quali, ad esempio, il pericolo di crollo, desunto dalla fatiscenza dell’edificio, o il pregiudizio per l’igiene e la sanità pubblica connesso alla vetustà del fabbricato) giacché il decorso del tempo, oltre a produrre effetti che l’ordinamento riconosce e consacra dando vita a istituti ampiamente disciplinati in ogni settore del diritto, determina l’esigenza di rafforzare l’impalcatura motivazionale di un provvedimento di natura repressiva perché esige l’efficace rappresentazione del rinnovato interesse della amministrazione procedente a rimuovere situazione antigiuridiche;
- si aggiunga che tale esigenza si imponeva anche in considerazione del carattere incolpevole dell’affidamento della ricorrente (trattandosi di immobile acquistato dalla istante nel 1991, quindi dopo diversi anni dall’epoca alla quale si riferiscono gli abusi);
- sicché, in applicazione di siffatti principi deve riconoscersi che, nel caso di specie, in cui l’accertamento dell’abuso edilizio è avvenuto dopo circa 40 anni dalla sua realizzazione, l’interesse all’intervento repressivo da parte dell’amministrazione può considerarsi cedevole rispetto all’interesse della ricorrente (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 13.11.2012 n. 4578 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’art. 33, comma 1, l. n. 47/1985 esclude la condonabilità degli interventi edificatori realizzati in aree nelle quali siano consentite solo opere di risanamento conservativo.
Ritenuto che le sentenze appellate sfuggono alle censure articolate in sede d’appello alla stregua delle seguenti considerazioni:
- il diniego di sanatoria costituisce la doverosa applicazione della disciplina dettata dall’art. 14 delle norme tecniche d’attuazione del P.R.G. che, per le aree comprese nel centro storico (zona A), consente solo interventi di restauro scientifico o risanamento conservativo finalizzati alla conservazione e alla salvaguardia di quegli elementi che concorrono a qualificare il contesto ambientale, vietando ogni costruzione, anche di carattere provvisorio;
- viene quindi in rilievo un vincolo urbanistico di assoluta inedificabilità che, ai sensi dell’art. 33, comma 1, lett. a), della legge 28.02.1985, n. 47, impedisce la sanatoria dell’opera abusiva in esame, concretatasi nella sostanziale sopraelevazione dell’edificio e nella costruzione di un nuovo vano;
- risulta pertinente al caso di specie il condivisibile insegnamento giurisprudenziale (Cons. Stato sez. V, 25.09.1995, n. 1346) secondo cui l’art. 33, comma 1, l. n. 47/1985 citato, richiamato dal provvedimento impugnato e applicabile anche ai vincoli imposti in sede di pianificazione urbanistica, esclude la condonabilità degli interventi edificatori realizzati in aree nelle quali siano consentite solo opere di risanamento conservativo (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 12.11.2012 n. 5707 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL'ordine di demolizione di opere edilizie abusive non deve essere preceduto dall'avviso ex art. 7, l. n. 241 del 1990, trattandosi di un atto dovuto, che viene emesso quale sanzione per l'accertamento dell'inosservanza di disposizioni urbanistiche secondo un procedimento di natura vincolata precisamente tipizzato dal legislatore e rigidamente disciplinato dalla legge.
Pertanto, trattandosi di un atto volto a reprimere un abuso edilizio, esso sorge in virtù di un presupposto di fatto, ossia, l'abuso, di cui il ricorrente deve essere ragionevolmente a conoscenza, rientrando lo stesso nella propria sfera di controllo.

Per quanto concerne la violazione delle norme in tema di comunicazione di avvio del procedimento e di partecipazione procedimentale va ricordato il consolidato orientamento giurisprudenziale che si è affermato negli ultimi anni secondo cui l'ordine di demolizione di opere edilizie abusive non deve essere preceduto dall'avviso ex art. 7, l. n. 241 del 1990, trattandosi di un atto dovuto, che viene emesso quale sanzione per l'accertamento dell'inosservanza di disposizioni urbanistiche secondo un procedimento di natura vincolata precisamente tipizzato dal legislatore e rigidamente disciplinato dalla legge; pertanto, trattandosi di un atto volto a reprimere un abuso edilizio, esso sorge in virtù di un presupposto di fatto, ossia, l'abuso, di cui il ricorrente deve essere ragionevolmente a conoscenza, rientrando lo stesso nella propria sfera di controllo (tra le tante TAR Napoli Campania sez. III n. 16548 del 02.07.2010) (TAR Calabria-Catanzaro, Sez. I, sentenza 10.11.2012 n. 1089 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’opera contestata integra un intervento di nuova costruzione, realizzato in assenza di permesso di costruire, per cui l’ingiunzione di demolizione censurata è non solo legittima, ma anche dovuta, esplicazione di attività vincolata.
A fronte del carattere vincolato dell’attività sottesa all’adozione del provvedimento gravato, la dedotta omessa comunicazione di avvio del procedimento non ne determina l’annullamento, secondo quanto previsto dall’art. 21-octies della legge n. 241/1990 e s.m.i..

... per l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia, del provvedimento n. 132, emesso dal Comune di Valmontone (RM) - Ufficio Tecnico Comunale in data 12.07.2012, recante ingiunzione di demolizione di opere abusive, con comminatoria acquisizione al patrimonio del Comune;
...
- Rilevato che con il presente gravame si impugna l’ordinanza, emessa ai sensi dell’art. 15 della legge regionale n. 15/2008, recante ingiunzione di demolizione di una struttura in legno e ferro avente la superficie di 37,7 mq, realizzata su piattaforma di cemento ed adibita a legnaia, e di un portico di 25,74 mq;
- Considerato:
--- che l’opera contestata integra un intervento di nuova costruzione, realizzato in assenza di permesso di costruire, per cui l’ingiunzione di demolizione censurata è non solo legittima, ma anche dovuta, esplicazione di attività vincolata;
--- che è evidente l’estraneità di detta struttura rispetto ad ambedue le domande di condono edilizio invocate dalla parte ricorrente, atteso che l’istanza presentata ai sensi della legge n. 47/1985 concerne un manufatto avente la superficie utile abitabile di 30 mq, mentre quello ai sensi della legge n. 724/1994 riguarda un manufatto adibito ad abitazione di 98,87 mq;
--- che, a fronte del carattere vincolato dell’attività sottesa all’adozione del provvedimento gravato, la dedotta omessa comunicazione di avvio del procedimento non ne determina l’annullamento, secondo quanto previsto dall’art. 21-octies della legge n. 241/1990 e s.m.i. (TAR Lazio, Roma, Sez. I-quater, sentenza 09.11.2012 n. 9224 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: E' carente di motivazione il diniego di concessione in sanatoria fondato su un generico contrasto dell'opera con leggi o regolamenti in materia edilizia, dovendo invece il diniego stesso soffermarsi sulle disposizioni che si assumano ostative al rilascio del titolo e sulle previsioni di riferimento contenute negli strumenti urbanistici, in modo da consentire all'interessato da un lato di rendersi conto degli impedimenti che si frappongono alla regolarizzazione ed al mantenimento dell'opera abusiva, dall'altro di confutare in giudizio, in maniera pienamente consapevole ed esaustiva, la legittimità del provvedimento impugnato.
In questa direzione il provvedimento di diniego di condono, quando si limita ad una apodittica affermazione di principio di contrarietà alla normativa paesaggistica, risulta dunque viziato da difetto di motivazione, atteso che l’obbligo di motivazione, imposto dall’art. 3 della legge n. 241 del 1990, presuppone adeguate argomentazioni volte a chiarire la non compatibilità dell’opera con le esigenze di tutela nel contesto ambientale.

Al riguardo il Collegio ritiene infatti di aderire a quell’orientamento secondo il quale è carente di motivazione il diniego di concessione in sanatoria fondato su un generico contrasto dell'opera con leggi o regolamenti in materia edilizia, dovendo invece il diniego stesso soffermarsi sulle disposizioni che si assumano ostative al rilascio del titolo e sulle previsioni di riferimento contenute negli strumenti urbanistici, in modo da consentire all'interessato da un lato di rendersi conto degli impedimenti che si frappongono alla regolarizzazione ed al mantenimento dell'opera abusiva, dall'altro di confutare in giudizio, in maniera pienamente consapevole ed esaustiva, la legittimità del provvedimento impugnato (cfr. TAR Toscana, sez. III, 09.04.2009, n. 605; TAR Campania Napoli, sez. VI, 05.04.2012, n. 1640).
In questa direzione il provvedimento di diniego di condono, quando si limita ad una apodittica affermazione di principio di contrarietà alla normativa paesaggistica, risulta dunque viziato da difetto di motivazione, atteso che l’obbligo di motivazione, imposto dall’art. 3 della legge n. 241 del 1990, presuppone adeguate argomentazioni volte a chiarire la non compatibilità dell’opera con le esigenze di tutela nel contesto ambientale (TAR Campania Salerno, sez. II, 22.09.2009, n. 4978) (TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 09.11.2012 n. 4531 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Ai sensi dell'art. 32, comma 27, lettera d), del decreto-legge 30.09.2003, n. 269, convertito dalla legge 24.11.2003 n. 326, sono sanabili le opere abusive realizzate in aree sottoposte a specifici vincoli (tra cui quello idrogeologico, ambientale e paesistico) purché ricorrano "congiuntamente" determinate condizioni:
a)- che si tratti di opere realizzate prima dell'imposizione del vincolo: in proposito la Corte Costituzionale (ordinanza n. 150 del 2009) ha negato che debba trattarsi solo dei vincoli che comportino l'inedificabilità assoluta;
b)- che, pur realizzate in assenza o in difformità del titolo edilizio, siano conformi alle prescrizioni urbanistiche;
c)- che siano opere di minore rilevanza, corrispondenti alle tipologie di illecito di cui ai nn. 4, 5 e 6 dell'allegato 1 del d.l. n. 269 del 2003 (restauro, risanamento conservativo e manutenzione straordinaria) senza quindi aumento di superficie;
d)- che vi sia il previo parere favorevole dell'autorità preposta al vincolo.

Va rilevato che il diniego di condono si fonda sul disposto di cui all’art. 27, lettera d), del decreto-legge 30.09.2003, n. 269, convertito dalla legge 24.11.2003, n. 326.
La citata disposizione stabilisce che: "Fermo restando quanto previsto dagli articoli 32 e 33 della legge 28.02.1985, n. 47, non sono condonabili le opere che siano state realizzate su immobili soggetti a vincoli imposti sulla base di leggi statali e regionali a tutela degli interessi idrogeologici e delle falde acquifere, dei beni ambientali e paesistici, nonché dei parchi e delle aree protette nazionali, regionali e provinciali qualora istituiti prima della esecuzione di dette opere, in assenza o in difformità del titolo abilitativo edilizio e non conformi alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici”.
Il Collegio ritiene utile, preliminarmente, porre in evidenza, in merito alle disposizioni applicate che, come ha riconosciuto la Corte costituzionale (sentenza n. 196 del 2004), l'oggetto fondamentale dell'art. 32, commi 25-27, del d.l. n. 269 del 2003, convertito nella legge n. 326 del 2003, è la previsione e la disciplina di un nuovo condono edilizio esteso all'intero territorio nazionale, di carattere temporaneo ed eccezionale rispetto all'istituto a carattere generale e permanente del "permesso di costruire in sanatoria", disciplinato dagli artt. 36 e 45 del d.P.R. 06.06.2001, n. 380 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia), ancorato a presupposti in parte diversi e comunque sottoposto a condizioni assai più restrittive.
La giurisprudenza ordinaria e amministrativa ormai consolidata, dalla quale il Collegio non ha motivo di discostarsi, (ex multis, Cass. Penale, Sezione III, n. 24647 del 2009 e C.d.S., Sez. VI, n. 1200 del 2010, Tar Puglia, Bari, Sezione III, 25.05.2011, n. 805 - Tar Bari Puglia sez. III 15.12.2011 n. 1884 - Tar Campania, Napoli, sez. VII, 15.02.2010 n. 940; Tar Liguria, Genova, sez. I, 01.02.2010 n. 199; Tar Trentino Alto Adige, Trento, sez. I, 07.01.2010 n. 4), ha riconosciuto che, ai sensi del suddetto art. 32, comma 27, lettera d), sono sanabili le opere abusive realizzate in aree sottoposte a specifici vincoli (tra cui quello idrogeologico, ambientale e paesistico) purché ricorrano "congiuntamente" determinate condizioni:
a)- che si tratti di opere realizzate prima dell'imposizione del vincolo: in proposito la Corte Costituzionale (ordinanza n. 150 del 2009) ha negato che debba trattarsi solo dei vincoli che comportino l'inedificabilità assoluta;
b)- che, pur realizzate in assenza o in difformità del titolo edilizio, siano conformi alle prescrizioni urbanistiche;
c)- che siano opere di minore rilevanza, corrispondenti alle tipologie di illecito di cui ai nn. 4, 5 e 6 dell'allegato 1 del d.l. n. 269 del 2003 (restauro, risanamento conservativo e manutenzione straordinaria) senza quindi aumento di superficie;
d)- che vi sia il previo parere favorevole dell'autorità preposta al vincolo (TAR Lombardia-Milano, Sez. II, sentenza 09.11.2012 n. 2733 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATANell'ipotesi in cui nella motivazione del diniego di concessione in sanatoria manchi il riferimento alla norma specifica ed allo strumento urbanistico di imposizione del vincolo, detta motivazione è legittima, ed assolve senz'altro la propria funzione, quando riporti concretamente le ragioni del diniego e richiami il parere contrario della Usl interessata.
In realtà l’esame del provvedimento impugnato dimostra come l’Amministrazione abbia espressamente evidenziato le ragioni alla base del diniego, rilevando come l’art. 16 della variante n. 33 sancisca espressamente il divieto di realizzazione nuove destinazioni d’uso –non abitative- che non siano collocate al “primo piano” degli edifici.
Un orientamento Giurisprudenziale affermatosi al tempo in cui veniva emanato il provvedimento impugnato aveva sancito inoltre che….”nell'ipotesi in cui nella motivazione del diniego di concessione in sanatoria manchi il riferimento alla norma specifica ed allo strumento urbanistico di imposizione del vincolo, detta motivazione è legittima, ed assolve senz'altro la propria funzione, quando riporti concretamente le ragioni del diniego e richiami il parere contrario della Usl interessata" (TAR Lombardia, Milano Sez. II, 06.10.1993, n. 551)
(TAR Veneto, Sez. II, sentenza 08.11.2012 n. 1363 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La determinazione del silenzio-assenso sul condono per decorso dei ventiquattro mesi dalla data dell’istanza non è sempre invocabile, bensì solo quando le opere risultino eseguite in aree non sottoposte ad alcun vincolo, sia di inedificabilità ex art. 33 della legge n. 47/1985, sia paesaggistico ambientale.
Tanto premesso è allora infondata la predetta censura poiché l’opera abusiva da sanare ricadeva, già all’epoca della realizzazione, e ricade tuttora, in una zona sottoposta a vincolo d’inedificabilità assoluta ex art. 338 R.D. 1265/1934.

Infine, non può essere accolta l’ultima censura basata sull’intervenuta formazione del silenzio assenso.
In particolare la ricorrente deduce la violazione degli artt. 31 e 35 della legge n. 47/1985 sostenendo che, ai sensi delle dette disposizioni, decorso il termine perentorio di ventiquattro mesi dalla presentazione della domanda, quest’ultima si intende accolta. Decorso tale termine si forma, dunque, il silenzio assenso.
Tuttavia, secondo il costante orientamento della giurisprudenza la determinazione del silenzio-assenso sul condono per decorso dei ventiquattro mesi dalla data dell’istanza, non è sempre invocabile, bensì solo quando le opere risultino eseguite in aree non sottoposte ad alcun vincolo, sia di inedificabilità ex art. 33 della legge n. 47/1985, sia paesaggistico ambientale.
Tanto premesso è allora infondata la predetta censura poiché l’opera abusiva da sanare ricadeva, già all’epoca della realizzazione, e ricade tuttora, in una zona sottoposta a vincolo d’inedificabilità assoluta ex art. 338 R.D. 1265/1934
(TAR Veneto, Sez. II, sentenza 07.11.2012 n. 1352 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'autorizzazione a realizzare costruzioni edilizie in zona paesaggistica, successiva all'edificazione, non è inibita e per certi versi è insita nel sistema di sanatoria delineato dalla L. 28.02.1985, n.47 e trova fondamento sistematico nelle opzioni contemplate dall'art. 15 della stessa legge 29.06.1939, n. 1497.
A complemento di ciò, poi, l'esercizio del potere sanzionatorio previsto dallo stesso art. 15 non è precluso all'Amministrazione preposta alla tutela del vincolo paesaggistico, atteso che, l'esclusione della compromissione sostanziale dell'integrità del paesaggio, non cancella il residuo potere-dovere di procedere all'applicazione della sanzione per la violazione dell'obbligo, discendente dall'art. 7 l. n. 1497 cit., di conseguire in via preventiva il titolo di assenso necessario per realizzare l'intervento modificativo dell'assetto territoriale.
Pertanto, è proprio il disposto dell'art. 15 della legge n. 1497 del 1939, che prevede l'applicazione di una sanzione alternativa (demolizione o pagamento di un'indennità) in caso di interventi realizzati, senza autorizzazione, in zone soggette al vincolo, a far ritenere che la demolizione non è conseguenza ineluttabile dell'assenza dell'autorizzazione, potendo questa essere rilasciata in sanatoria in base alla legge n. 47/1985, ove sussista la compatibilità della costruzione abusiva con il vincolo.
Ed infatti, ove l'Amministrazione decida di comminare la sanzione pecuniaria, con esclusione della demolizione, appare del tutto illogico che l'opera possa, poi, restare priva di titolo concessorio ex art. 13 della legge n. 47 del 1985, giacché una siffatta evenienza comporterebbe la conseguente necessità di demolizione e quest'ultima si porrebbe in irrisolta contraddizione proprio con il meccanismo sanzionatorio di cui al citato art. 15, che, come detto, prevede la sanzione pecuniaria come alternativa alla demolizione stessa.
In definitiva, l'esame sistematico della disciplina di cui agli artt. 7 e 15 della legge n. 1497 del 1939 ed all'art. 13 della legge n. 47 del 1985 consente di concludere nel senso della possibilità di formalizzare, attraverso un'autorizzazione postuma, in parte equipollente alla fattispecie di cui all'art. 7, la verifica di compatibilità ambientale implicita nel meccanismo sanzionatorio di cui all'art. 15, così conferendo alla legittimazione paesaggistica una veste formale spendibile ai fini della favorevole definizione del separato procedimento di cui all'art. 13 della legge n. 47 del 1985.

Il Consiglio di Stato ha in proposito ha precisato che “l'autorizzazione a realizzare costruzioni edilizie in zona paesaggistica, successiva all'edificazione, non è inibita e per certi versi è insita nel sistema di sanatoria delineato dalla L. 28.02.1985, n.47 e trova fondamento sistematico nelle opzioni contemplate dall'art. 15 della stessa legge 29.06.1939, n. 1497. A complemento di ciò, poi, l'esercizio del potere sanzionatorio previsto dallo stesso art. 15 non è precluso all'Amministrazione preposta alla tutela del vincolo paesaggistico, atteso che, l'esclusione della compromissione sostanziale dell'integrità del paesaggio, non cancella il residuo potere-dovere di procedere all'applicazione della sanzione per la violazione dell'obbligo, discendente dall'art. 7 l. n. 1497 cit., di conseguire in via preventiva il titolo di assenso necessario per realizzare l'intervento modificativo dell'assetto territoriale (VI, 09.10.2007 n. 5274, si veda anche: VI 21.02.2001, n. 912, 22.12.2004, n. 8188)”.
Pertanto, è proprio il disposto dell'art. 15 della legge n. 1497 del 1939, che prevede l'applicazione di una sanzione alternativa (demolizione o pagamento di un'indennità) in caso di interventi realizzati, senza autorizzazione, in zone soggette al vincolo, a far ritenere che la demolizione non è conseguenza ineluttabile dell'assenza dell'autorizzazione, potendo questa essere rilasciata in sanatoria in base alla legge n. 47/1985, ove sussista la compatibilità della costruzione abusiva con il vincolo.
Ed infatti, ove l'Amministrazione decida di comminare la sanzione pecuniaria, con esclusione della demolizione, appare del tutto illogico che l'opera possa, poi, restare priva di titolo concessorio ex art. 13 della legge n. 47 del 1985, giacché una siffatta evenienza comporterebbe la conseguente necessità di demolizione e quest'ultima si porrebbe in irrisolta contraddizione proprio con il meccanismo sanzionatorio di cui al citato art. 15, che, come detto, prevede la sanzione pecuniaria come alternativa alla demolizione stessa. In definitiva, l'esame sistematico della disciplina di cui agli artt. 7 e 15 della legge n. 1497 del 1939 ed all'art. 13 della legge n. 47 del 1985 consente di concludere nel senso della possibilità di formalizzare, attraverso un'autorizzazione postuma, in parte equipollente alla fattispecie di cui all'art. 7, la verifica di compatibilità ambientale implicita nel meccanismo sanzionatorio di cui all'art. 15, così conferendo alla legittimazione paesaggistica una veste formale spendibile ai fini della favorevole definizione del separato procedimento di cui all'art. 13 della legge n. 47 del 1985” (Consiglio di Stato, sez VI, 16-11-2004, n. 7475) (
TAR Veneto, Sez. II, sentenza 07.11.2012 n. 1351 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La presentazione dell'istanza di accertamento di conformità, successivamente alla impugnazione dell'ordinanza di demolizione -o alla notifica del provvedimento di irrogazione delle altre sanzioni per gli abusi edilizi- produce l'effetto di rendere improcedibile l'impugnazione stessa, per sopravvenuta carenza di interesse, in quanto il riesame dell'abusività dell'opera, sia pure al fine di verificarne la eventuale sanabilità, provocato dall'istanza di sanatoria, comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento, esplicito od implicito (di accoglimento o di rigetto), che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa.
Conseguentemente, il ricorso giurisdizionale avverso un provvedimento sanzionatorio proposto anteriormente all'istanza di concessione in sanatoria è improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse, “spostandosi” l'interesse del responsabile dell'abuso edilizio dall'annullamento del provvedimento sanzionatorio già adottato, all'eventuale annullamento del provvedimento (esplicito o implicito) di rigetto.

CONSIDERATO:
- quanto all’ordine di demolizione gravato, che, secondo consolidata giurisprudenza, la presentazione dell'istanza di accertamento di conformità, successivamente alla impugnazione dell'ordinanza di demolizione -o alla notifica del provvedimento di irrogazione delle altre sanzioni per gli abusi edilizi- produce l'effetto di rendere improcedibile l'impugnazione stessa, per sopravvenuta carenza di interesse, in quanto il riesame dell'abusività dell'opera, sia pure al fine di verificarne la eventuale sanabilità, provocato dall'istanza di sanatoria, comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento, esplicito od implicito (di accoglimento o di rigetto), che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 11.12.1997, n. 1377; TAR Sicilia, sez. II, 05.10.2001, n. 1392; TAR Toscana, sez. II, 25.10.1994, n. 350; TAR Campania, Sez. IV, 25.05.2001, n. 2340, 11.12.2002, n. 7994, 30.06.2003, n. 7902);
- che, pertanto, il ricorso giurisdizionale avverso un provvedimento sanzionatorio proposto anteriormente all'istanza di concessione in sanatoria è improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse, “spostandosi” l'interesse del responsabile dell'abuso edilizio dall'annullamento del provvedimento sanzionatorio già adottato, all'eventuale annullamento del provvedimento (esplicito o implicito) di rigetto (TAR Sicilia, Catania, Sez. II, 16.03.1991, n. 67, Palermo, Sez. II, 27.03.2002, n. 826; TAR Campania, Sez. IV, 24.09.2002, n. 5559, 22.02.2003, n. 1310) (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 06.11.2012 n. 4430 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATANel rilascio dell'autorizzazione commerciale occorre tenere presente i presupposti aspetti di conformità urbanistico-edilizia dei locali in cui l'attività commerciale si va a svolgere, con la naturale conseguenza che il diniego di esercizio di attività di commercio deve ritenersi legittimo ove fondato su rappresentate e accertate ragioni di abusività e/o non regolarità delle opere edilizie in questione con le prescrizioni urbanistiche.
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Tutti i provvedimenti legittimamente fondati su tali presupposti (abusi edilizi) non necessitino di alcuna particolare valutazione delle ragioni di interesse pubblico né una comparazione di quest’ultimo con gli interessi privati coinvolti, non essendo configurabile alcun tipo di affidamento meritevole di tutela alla conservazione di situazione fondate su “illeciti permanenti”, che il tempo non può sanare in via di fatto.

Sul primo aspetto il Collegio ritiene di richiamare, facendolo proprio, il consolidato orientamento di questo Consiglio di Stato secondo il quale “nel rilascio dell'autorizzazione commerciale occorre tenere presente i presupposti aspetti di conformità urbanistico-edilizia dei locali in cui l'attività commerciale si va a svolgere, con la naturale conseguenza che il diniego di esercizio di attività di commercio deve ritenersi legittimo ove fondato su rappresentate e accertate ragioni di abusività e/o non regolarità delle opere edilizie in questione con le prescrizioni urbanistiche” (Consiglio di Stato, sez. IV, 14/10/2011, n. 5537).
Sicché del tutto corretta appare la motivazione del TAR di Napoli, che muovendosi sul solco tracciato dalla citata giurisprudenza ha confermato che il legittimo esercizio di un'attività commerciale, soprattutto se essa comporti –come nel caso di specie- la somministrazione di alimenti e bevande, deve essere ancorato, sia in sede di rilascio del relativo titolo autorizzatorio, sia per l’intera durata del suo svolgimento, alla disponibilità giuridica e alla regolarità urbanistico-edilizia dei locali in cui essa viene posta in essere.
Nel caso di specie, per quanto allegato dallo stesso ricorrente, è incontroversa la mancanza di conformità urbanistica-edilizia del compendio aziendale, di talché ineccepibile appare il consequenziale provvedimento inibitorio adottato dal Comune di Pompei, rispetto alla richiesta di rilascio della relativa autorizzazione commerciale. E ciò, anche alla luce della disciplina regionale e statale in materia di aziende agrituristiche, puntualmente richiamata dal TAR nella decisione gravata, che il Collegio ritiene di condividere pienamente anche sotto tale specifico aspetto.
Ne consegue che la sentenza merita conferma anche nella parte in cui ha ritenuto corretto il comportamento del Comune di Pompei che ha ordinato la cessazione dell’attività abusiva di agriturismo condotta dall’appellante, sul rilievo della non assentibilità dei manufatti realizzati nel compendio aziendale e della improcedibilità dell’istanza di rilascio dell’autorizzazione sanitaria in relazione a locali ed ambienti oggetto di una pluralità di modifiche, oltre che in ragione dell’insussistenza di altri fondamentali presupposti (quali l’iscrizione all’elenco regionale degli operatori agrituristici).
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L’appellante lamenta, poi, il fatto che il TAR non avrebbe considerato la circostanza, quanto alla interruzione della propria attività, che vi fosse un affidamento formatosi “medio tempore”.
Sul punto, mutuando i principi in tema di provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, la Sezione ritiene che tutti i provvedimenti legittimamente fondati su tali presupposti (abusi edilizi) non necessitino di alcuna particolare valutazione delle ragioni di interesse pubblico né una comparazione di quest’ultimo con gli interessi privati coinvolti, non essendo configurabile alcun tipo di affidamento meritevole di tutela alla conservazione di situazione fondate su “illeciti permanenti”, che il tempo non può sanare in via di fatto (Cons. St., sez. IV, 16/04/2012, n. 2185).
Ciò vale tanto più nel caso di specie, atteso che -come opportunamente evidenziato dal TAR di Napoli– nella materia delle aziende agrituristiche vi è una disciplina legislativa statale e regionale particolarmente rigorosa, perché finalizzata a preservare la specificità del settore agrituristico e la genuinità dei prodotti fruibili all’interno dell’azienda agrituristica
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 05.11.2012 n. 5590 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa normativa sul condono edilizio prevede, in pendenza dei termini, la sospensione de iure di ogni attività repressiva degli abusi edilizi. In conseguenza, le ingiunzioni di demolizione adottate in violazione dell’art. 44, l. n. 47 del 1985 si rivelano illegittime.
Invero, la predetta sospensione paralizza (non solo i procedimenti in corso, bensì anche) l’avvio dei poteri repressivi comunali, stante l’ontologica e funzionale incompatibilità del loro esercizio sia con la ratio della norma primaria, siccome volta, questa, a consentire il recupero dell'attività edilizia posta in essere, che con i principi di lealtà, coerenza, efficienza ed economicità dell'azione amministrativa, i quali impongono la previa definizione del procedimento di condono prima di assumere iniziative, le cui finalità potrebbero essere vanificate dall'esito dell’iter in procinto di essere avviato sulla base della dichiarazione d'impulso ad istanza di parte (richiesta del condono edilizio).

Considerato che alla stregua di quanto su esposto deve ribadirsi, quindi, l’orientamento costante per il quale «la normativa sul condono edilizio prevede, in pendenza dei termini, la sospensione de iure di ogni attività repressiva degli abusi edilizi. In conseguenza, le ingiunzioni di demolizione adottate in violazione dell’art. 44, l. n. 47 del 1985 si rivelano illegittime. Invero, la predetta sospensione paralizza (non solo i procedimenti in corso, bensì anche) l’avvio dei poteri repressivi comunali, stante l’ontologica e funzionale incompatibilità del loro esercizio sia con la ratio della norma primaria, siccome volta, questa, a consentire il recupero dell'attività edilizia posta in essere, che con i principi di lealtà, coerenza, efficienza ed economicità dell'azione amministrativa, i quali impongono la previa definizione del procedimento di condono prima di assumere iniziative, le cui finalità potrebbero essere vanificate dall'esito dell’iter in procinto di essere avviato sulla base della dichiarazione d'impulso ad istanza di parte (richiesta del condono edilizio)» (Tar Campania Napoli, sez. VI, 19.06.2008, n. 6005) (TAR Lazio-Latina, sentenza 05.11.2012 n. 836 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ottobre 2012

EDILIZIA PRIVATA: a) allorquando viene presentata la domanda di sanatoria, diventano inefficaci i precedenti atti sanzionatori (ordini di demolizione, inibitorie, ordini di sospensione dei lavori);
b) conseguentemente, sul piano procedimentale, il comune è tenuto innanzi tutto a esaminare ed eventualmente a respingere la domanda di condono, effettuando, comunque, una nuova valutazione della situazione;
c) dal punto di vista processuale, infine, la documentata presentazione di istanza di condono comporta la improcedibilità del ricorso per carenza di interesse avverso i provvedimenti repressivi sopra indicati.
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a) nel processo di impugnazione del diniego di concessione edilizia in sanatoria sono inammissibili le censure che contestino il carattere abusivo del manufatto, atteso che il procedimento per condono, ai sensi della l. n. 47 del 1985, è ad istanza di parte e richiede una dichiarazione sostitutiva d’atto notorio relativa alla descrizione e collocazione temporale dell’abuso che s’intende sanare, la quale assume carattere e natura di atto confessorio per ciò che concerne la realizzazione dell’abuso e la sua collocazione temporale;
b) il diniego di sanatoria delle opere abusive per incompatibilità ambientale è notoriamente frutto di una valutazione tecnica ampiamente discrezionale, tipica manifestazione del potere autoritativo dell’amministrazione che, come tale, si sottrae al sindacato di legittimità, tranne le ipotesi di manifesta abnormità ovvero macroscopico travisamento dei fatti;
c) sui rapporti tra provvedimento di sanatoria edilizia e parere dell’autorità preposta alla gestione del vincolo paesaggistico è stato chiarito che l’autorità preposta alla tutela del vincolo deve verificarne la sussistenza con riferimento al momento in cui valuta la domanda di sanatoria poiché oggetto del giudizio è l’attuale compatibilità dei manufatti realizzati abusivamente; tanto anche in relazione ad una domanda di concessione edilizia in sanatoria d’immobile costruito anteriormente all’imposizione del vincolo e, comunque, nell’ipotesi di intervento della determinazione vincolistica in un torno di tempo successivo all’entrata in vigore della legge sul condono;
d) il parere negativo espresso dall’autorità preposta alla tutela del vincolo ha valore dirimente impedendo il rilascio del provvedimento di condono.

La sezione non intende decampare dai consolidati principi elaborati sul punto da questo Consiglio (cfr. da ultimo sez. V, 08.06.2011, n. 3460; sez. V, 29.12.2009, n. 8935; sez. II, 11.07.2007, n. 624/2005, cui si rinvia a mente del combinato disposto degli artt. 74, co. 1, e 88, co. 2, lett. d), c.p.a.), secondo cui:
a) allorquando viene presentata la domanda di sanatoria, diventano inefficaci i precedenti atti sanzionatori (ordini di demolizione, inibitorie, ordini di sospensione dei lavori);
b) conseguentemente, sul piano procedimentale, il comune è tenuto innanzi tutto a esaminare ed eventualmente a respingere la domanda di condono, effettuando, comunque, una nuova valutazione della situazione;
c) dal punto di vista processuale, infine, la documentata presentazione di istanza di condono comporta la improcedibilità del ricorso per carenza di interesse avverso i provvedimenti repressivi sopra indicati.
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Queste le censure articolate nei confronti del diniego di condono (pagine 9 – 15 del ricorso nrg. 1479/1995):
a) il comune ha errato nel qualificare come abusive le infrastrutture per cui è causa, oggetto di sanatoria solo per finalità tuzioristiche, posto che, al momento della loro realizzazione (fra il 1961 e il 1965), non era necessario acquisire né la licenza edilizia né nulla osta paesaggistico;
b) il comune ha errato nell’acquisire il parere della commissione edilizia integrata per la tutela dell’ambiente, in quanto sulle aree in questione non era presente, all’epoca della costruzione, alcun vincolo e comunque non verrebbero in rilievo vincoli successivi apposti in base alla l. n. 431 del 1985 (c.d. legge Galasso);
c) lo stato di degrado dei manufatti non costituisce motivo ostativo al condono e comunque caratterizza solo alcuni degli immobili, sicché gli altri dovevano essere condonati;
d) non è stata motivata la possibilità del cambio di destinazione d’uso di alcuni manufatti per renderli compatibili con il vincolo a zona E rurale;
e) difetto di motivazione sull’incompatibilità ambientale delle opere presenti in sito da oltre trent’anni e dunque divenute parte integrante del paesaggio e dell’ambiente.
Tutte le su riportate doglianze sono inammissibili ed infondate e devono essere respinte nella loro globalità, per le seguenti autonome ragioni e per i correlati principi elaborati da questo Consiglio in materia (cfr., da ultimo, Cons. St., sez. V, 11.01.2011, n. 79; sez. IV, 14.04.2010, n. 2086; sez. V, 07.09.2009, n. 5232; ad. plen., 22.07.1999, n. 20):
a) nel processo di impugnazione del diniego di concessione edilizia in sanatoria sono inammissibili le censure che contestino il carattere abusivo del manufatto, atteso che il procedimento per condono, ai sensi della l. n. 47 del 1985, è ad istanza di parte e richiede una dichiarazione sostitutiva d’atto notorio relativa alla descrizione e collocazione temporale dell’abuso che s’intende sanare, la quale assume carattere e natura di atto confessorio per ciò che concerne la realizzazione dell’abuso e la sua collocazione temporale;
b) il diniego di sanatoria delle opere abusive per incompatibilità ambientale è notoriamente frutto di una valutazione tecnica ampiamente discrezionale, tipica manifestazione del potere autoritativo dell’amministrazione che, come tale, si sottrae al sindacato di legittimità, tranne le ipotesi di manifesta abnormità ovvero macroscopico travisamento dei fatti; nella specie, contrariamente a quanto sostenuto dai ricorrenti, non emerge che sulle aree in questione, già all’epoca della realizzazione degli interventi costruttivi, non vi fossero vincoli; è risultata al contrario, la presenza ab imis di vincolo idrogeologico e ambientale sulle aree di sedime e su quelle immediatamente circostanti come accertato dal verificatore e comprovato da debita certificazione comunale –fidafecente– e dalla stessa documentazione esibita dai ricorrenti (in particolare v. nota Soprintendenza del 1989 cit. –che non appare affatto univoca dal punto di vista oggettivo e soggettivo in quanto si riferisce a generiche aree in proprietà della ditta Italsud e non del signor Santoro, ubicate nella medesima località vallone Cernicchiara-; v. autorizzazione delle opere a sanatoria n. 6022-A del 05.09.1990 rilasciata dall’autorità preposta alla gestione del vincolo idrogeologico);
c) sui rapporti tra provvedimento di sanatoria edilizia e parere dell’autorità preposta alla gestione del vincolo paesaggistico è stato chiarito che l’autorità preposta alla tutela del vincolo deve verificarne la sussistenza con riferimento al momento in cui valuta la domanda di sanatoria poiché oggetto del giudizio è l’attuale compatibilità dei manufatti realizzati abusivamente; tanto anche in relazione ad una domanda di concessione edilizia in sanatoria d’immobile costruito anteriormente all’imposizione del vincolo e, comunque, nell’ipotesi di intervento della determinazione vincolistica in un torno di tempo successivo all’entrata in vigore della legge sul condono;
d) il parere negativo espresso dall’autorità preposta alla tutela del vincolo ha valore dirimente impedendo il rilascio del provvedimento di condono
(Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 31.10.2012 n. 5553 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La richiesta di sanatoria ex art. 36 dpr 380/2001 è successiva all’attivazione del procedimento sanzionatorio, talché non poteva esigersi, in difetto di istanza di parte, che il comune dovesse verificare d’ufficio la conformità urbanistica delle opere in contestazione, atteso che un onere siffatto non è previsto nella disciplina vigente concernente i poteri di vigilanza e sanzionatori sull’attività edilizia abusiva.
Decorso il termine di sessanta giorni stabilito dall’art. 36 del T.U. sull’edilizia, l’istanza deve intendersi respinta; né il silenzio-rigetto formatosi sulla stessa risulta tempestivamente impugnato dalla parte interessata.
Neppure può ritenersi che la validità ovvero l’efficacia dell’ordinanza di demolizione siano definitivamente pregiudicate dalla presentazione dell’istanza di accertamento di conformità. Invero, come chiarito dalla Sezione in analoghe fattispecie, quest’ultima determina piuttosto un arresto dell’efficacia della misura ripristinatoria, nel senso che questa è soltanto sospesa, determinandosi uno stato di temporanea quiescenza dell’atto, all’evidente fine di evitare, in caso di accoglimento dell’istanza, la demolizione di un’opera che, pur realizzata in assenza o difformità dal permesso di costruire, è conforme alla strumentazione urbanistica vigente.
Ne consegue che solo in caso di accoglimento della domanda di sanatoria, l’ordine di demolizione cessa di avere effetto, per il venir meno del suo presupposto, vale a dire del carattere abusivo dell’opera realizzata, in ragione dell’accertata conformità dell’intervento alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della realizzazione dello stesso sia al momento della presentazione della domanda. Invece, nel caso di rigetto, anche implicito, il provvedimento sanzionatorio a suo tempo adottato riacquista la sua efficacia, che non era definitivamente cessata ma solo sospesa in attesa della conclusione del nuovo iter procedimentale.
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Nello schema giuridico delineato dall'art. 31 del d.P.R. n. 380/2001 non vi è spazio per apprezzamenti discrezionali, atteso che l'esercizio del potere repressivo dell’abuso edilizio costituisce atto dovuto, per il quale è in re ipsa l'interesse pubblico alla sua rimozione, soprattutto quando, come nella specie, è decorso un breve periodo di tempo tra la realizzazione delle opere e l’emissione dei provvedimenti sanzionatori.
In definitiva, l’ingiunzione di demolizione può ritenersi sufficientemente motivata per effetto della stessa descrizione dell'abuso accertato, presupposto giustificativo necessario e sufficiente a fondare la spedizione della misura sanzionatoria.
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L'individuazione dell'area di pertinenza della "res abusiva" non deve necessariamente compiersi al momento dell'emanazione dell'ingiunzione di demolizione, bensì nel provvedimento successivo con il quale viene accertata l'inottemperanza e si procede all'acquisizione gratuita del bene al patrimonio del comune, ai sensi dell'art. 31, comma 3, del d.P.R. n. 380 del 2001.

Osserva il Collegio che, contrariamente a quanto lamentato, il manufatto realizzato, con le modalità costruttive compiutamente descritte nel richiamato verbale di sopralluogo, assume rilevanza volumetrica (sviluppando una cubatura di mc. 1918 su una superficie complessiva di mq. 347,92) ed integra un nuovo organismo edilizio autonomamente utilizzabile, per il quale occorre munirsi preventivamente del permesso di costruire, ai sensi dell’art. 10, comma 1, lett. a), del d.P.R. n. 380/2001. Né poteva esigersi che l’amministrazione dovesse verificare la possibilità di irrogare una mera sanzione pecuniaria, in quanto siffatta alternativa non è prevista dall’art. 31, comma 2, dello stesso T.U. sull’edilizia.
Con riguardo al successivo motivo –che fa leva sulla presentazione (in data 12.01.2006) della domanda di rilascio del permesso di costruire in sanatoria ai sensi dell’art. 36 dello stesso T.U. n. 380/2001– è agevole rilevare che la richiesta è successiva all’attivazione del procedimento sanzionatorio, talché non poteva esigersi, in difetto di istanza di parte, che il comune dovesse verificare d’ufficio la conformità urbanistica delle opere in contestazione, atteso che un onere siffatto non è previsto nella disciplina vigente concernente i poteri di vigilanza e sanzionatori sull’attività edilizia abusiva (cfr. in termini tra le tante, da ultimo, TAR Campania, Napoli, Sezione II, 12.01.2009, n. 52).
Va peraltro aggiunto che, nel caso di specie, nella domanda ex art. 36 del D.P.R. n. 380/2001 la pretesa conformità urbanistica delle opere è formulata in via del tutto generica, senza alcuna concreta dimostrazione del rispetto delle previsioni concernenti la destinazione di zona e dei relativi indici di fabbricabilità. Inoltre, decorso il termine di sessanta giorni stabilito dall’art. 36 del T.U. sull’edilizia, l’istanza deve intendersi respinta; né il silenzio-rigetto formatosi sulla stessa risulta tempestivamente impugnato dalla parte interessata (cfr. TAR Campania, II Sezione, 04.02.2005, n. 816 e 13.07.2004, n. 10128).
Neppure può ritenersi che la validità ovvero l’efficacia dell’ordinanza di demolizione siano definitivamente pregiudicate dalla presentazione dell’istanza di accertamento di conformità. Invero, come chiarito dalla Sezione in analoghe fattispecie, quest’ultima determina piuttosto un arresto dell’efficacia della misura ripristinatoria, nel senso che questa è soltanto sospesa, determinandosi uno stato di temporanea quiescenza dell’atto, all’evidente fine di evitare, in caso di accoglimento dell’istanza, la demolizione di un’opera che, pur realizzata in assenza o difformità dal permesso di costruire, è conforme alla strumentazione urbanistica vigente (cfr., tra le tante, TAR Campania, II Sezione, 04.02.2005, n. 816 e 13.07.2004, n. 10128).
Ne consegue che solo in caso di accoglimento della domanda di sanatoria, l’ordine di demolizione cessa di avere effetto, per il venir meno del suo presupposto, vale a dire del carattere abusivo dell’opera realizzata, in ragione dell’accertata conformità dell’intervento alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della realizzazione dello stesso sia al momento della presentazione della domanda. Invece, nel caso di rigetto, anche implicito, il provvedimento sanzionatorio a suo tempo adottato riacquista la sua efficacia, che non era definitivamente cessata ma solo sospesa in attesa della conclusione del nuovo iter procedimentale.
Circa il presunto difetto di motivazione, va osservato che nello schema giuridico delineato dall'art. 31 del d.P.R. n. 380/2001 non vi è spazio per apprezzamenti discrezionali, atteso che l'esercizio del potere repressivo dell’abuso edilizio costituisce atto dovuto, per il quale è in re ipsa l'interesse pubblico alla sua rimozione, soprattutto quando, come nella specie, è decorso un breve periodo di tempo tra la realizzazione delle opere e l’emissione dei provvedimenti sanzionatori (cfr. TAR Campania, Sezione II, 23.04.2007 n. 4229; Sezione IV, 24.09.2002, n. 5556; Consiglio Stato, Sezione IV, 27.04.2004, n. 2529).
In definitiva, l’ingiunzione di demolizione può ritenersi sufficientemente motivata per effetto della stessa descrizione dell'abuso accertato, presupposto giustificativo necessario e sufficiente a fondare la spedizione della misura sanzionatoria.
Anche l’ulteriore censura è destituita di fondamento, atteso che, come chiarito pacificamente in giurisprudenza, l'individuazione dell'area di pertinenza della "res abusiva" non deve necessariamente compiersi al momento dell'emanazione dell'ingiunzione di demolizione, bensì nel provvedimento successivo con il quale viene accertata l'inottemperanza e si procede all'acquisizione gratuita del bene al patrimonio del comune, ai sensi dell'art. 31, comma 3, del d.P.R. n. 380 del 2001 (cfr., per tutte, TAR Campania, Sezione III, 08.09.2006, n. 7986).
La questione di legittimità costituzionale dell'art. 15, comma 3, l. 28.01.1977 n. 10 e dell'art. 7, l. 28.02.1985 n. 47 –nella parte in cui prevedono l'acquisizione gratuita al patrimonio del comune della costruzione abusiva, non tempestivamente demolita, e dell'area sulla quale essa insiste, in riferimento all’art. 42 Cost.– oltre che inammissibile, in quanto l’oggetto dell’odierno giudizio è solo l’ingiunzione di demolizione impugnata, è anche manifestamente infondata (cfr. TAR Campania, Napoli, Sezione III, 09.07.2007 n. 6581; Corte Costituzionale, 15.02.1991 n. 82). Invero, l’acquisizione rappresenta la reazione dell'ordinamento al duplice illecito posto in essere da chi, dapprima, esegue un'opera in totale difformità o in assenza di idoneo titolo e, poi, non adempie l'obbligo di demolire l'opera stessa entro il termine stabilito, per cui la gratuità del trasferimento al patrimonio indisponibile comunale delle costruzioni edilizie abusive rappresenta la naturale conseguenza del carattere sanzionatorio amministrativo del provvedimento di acquisizione, che esclude a priori ogni problema di indennizzo.
Le considerazioni fin qui svolte permettono di superare anche le residue censure, ove è dedotta la violazione degli artt. 4 e 7 della L. n. 241/1990, per l’omessa comunicazione del nominativo del responsabile del procedimento e dell’avvio del procedimento.
Invero, quanto al primo profilo, è pacifico in giurisprudenza che l'omessa indicazione del responsabile del procedimento non può mai ex se assumere valenza di vizio procedimentale tale da portare all'illegittimità dell'atto, rappresentando una mera irregolarità, alla quale è peraltro possibile supplire considerando responsabile il funzionario preposto alla competente unità organizzativa, in considerazione del richiamo effettuato nella stessa legge all’art. 5 (cfr., tra le tante, TAR Lazio Roma, Sezione III, 09.09.2010 n. 32207; TAR Campania, Napoli, Sezione III, 10.05.2010 n. 3420) (TAR Campania-Napoli, Sez. II, sentenza 31.10.2012 n. 4350 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’ordine di demolizione del manufatto abusivo è atto vincolato e quindi non richiede una specifica valutazione delle ragioni di pubblico interesse né una comparazione di quest’ultimo con gli interessi dei privati coinvolti e sacrificati.
Inoltre, ai sensi dell’art. 13 legge 28.02.1985 n.47 (ora art. 36 D.P.R. 06.06.2001 n. 380) l’accertamento di conformità urbanistica delle opere realizzate in assenza di titolo non va condotto d’ufficio, ma deve essere chiesto dal responsabile dell’abuso, essendo l’Amministrazione tenuta, quando accerti la realizzazione di opere in assenza di concessione, esclusivamente ad ingiungere la demolizione indipendentemente dalla loro conformità o meno alle previsioni degli strumenti urbanistici.

Con il secondo motivo di eccesso di potere, difetto di motivazione e sviamento, il ricorrente sostiene che l’illegittimità della abusività dell’opera non sarebbe sufficiente a legittimare “ex se” l’adozione del provvedimento di demolizione, occorrendo anche che sia stato valutato che risponda all’interesse pubblico la demolizione del manufatto e che si sia proceduto alla comparazione con dell’interesse privato; l’Amministrazione dovrebbe anche dare compiutamente conto delle ragioni che l’inducono all’attività repressiva, se il manufatto realizzato sia conforme alle previsioni degli strumenti urbanistici.
Le argomentazioni del ricorrente non trovano, tuttavia, riscontro nella costante giurisprudenza secondo la quale l’ordine di demolizione del manufatto abusivo è atto vincolato e quindi non richiede una specifica valutazione delle ragioni di pubblico interesse né una comparazione di quest’ultimo con gli interessi dei privati coinvolti e sacrificati (cfr. Tar Lecce, sez. III, 10.11.2011, n.1937); inoltre, ai sensi dell’art. 13 legge 28.02.1985 n.47 (ora art. 36 D.P.R. 06.06.2001 n. 380) l’accertamento di conformità urbanistica delle opere realizzate in assenza di titolo non va condotto d’ufficio, ma deve essere chiesto dal responsabile dell’abuso, essendo l’Amministrazione tenuta, quando accerti la realizzazione di opere in assenza di concessione, esclusivamente ad ingiungere la demolizione indipendentemente dalla loro conformità o meno alle previsioni degli strumenti urbanistici (così Tar Campania, Napoli sez. IV, 28.07.1999, n. 2109) (TAR Campania-Napoli, Sez. II, sentenza 31.10.2012 n. 4347 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: I provvedimenti repressivi di abusi edilizi non devono essere preceduti dalla comunicazione di avvio del procedimento perché trattasi di atti tipizzati e vincolati, che presuppongono un mero accertamento tecnico sulla consistenza delle opere realizzate e sul carattere abusivo delle medesime.
L'avviso di avvio del procedimento non è dovuto nel caso di procedimento volto all'irrogazione della sanzione della demolizione edilizia di costruzione eseguita senza alcun titolo, od attinente ad abusi che non necessitano di particolari valutazioni discrezionali, ma comportano un mero accertamento di natura tecnica sulla consistenza delle opere.

Con il quarto mezzo, si lamenta la mancata comunicazione ex art. 7 L. 241/1990.
La censura è infondata in fatto ed in diritto: in fatto, poiché è dal 1995 (cioè dal primo sopralluogo effettuato dal Comune, di cui si da atto nel provvedimento) che si è stabilito il rapporto amministrativo inter partes; in diritto, stante l’orientamento della giurisprudenza sul punto (I provvedimenti repressivi di abusi edilizi non devono essere preceduti dalla comunicazione di avvio del procedimento perché trattasi di atti tipizzati e vincolati, che presuppongono un mero accertamento tecnico sulla consistenza delle opere realizzate e sul carattere abusivo delle medesime: Tar Campania–Napoli sez. VII, nr. 4259 del 01.09.2011; L'avviso di avvio del procedimento non è dovuto nel caso di procedimento volto all'irrogazione della sanzione della demolizione edilizia di costruzione eseguita senza alcun titolo, od attinente ad abusi che non necessitano di particolari valutazioni discrezionali, ma comportano un mero accertamento di natura tecnica sulla consistenza delle opere: TAR Calabria Catanzaro, sez. II, 03.11.2006, n. 1271) (TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 31.10.2012 n. 4340 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn pendenza del procedimento di sanatoria, il ricorso giurisdizionale avverso l’ordinanza di demolizione è improcedibile, atteso che, se la domanda di sanatoria viene favorevolmente definita, l’ingiunzione di demolizione perde efficacia, mentre, se viene respinta, l’Amministrazione dovrà necessariamente procedere, con autonomo procedimento, al riesame dell’intera fattispecie ed emanare un nuovo provvedimento sanzionatorio con assegnazione in tal caso di un nuovo termine per eseguirlo, con la conseguenza, anche in quest’ultimo caso, dell’inefficacia del precedente provvedimento demolitorio.
Non appare coerente con i principi dell’ordinamento e di quelli di logicità e razionalità consentire, senza la previa valutazione della domanda di sanatoria dell’abuso, la distruzione di un bene di valenza economica che potrebbe, in caso di conformità del manufatto alle previsioni urbanistico-edilizie, essere assentito dopo la sua distruzione.

Si osserva infatti che la giurisprudenza, condivisa da questo Tribunale, ha avuto modo di affermare che, in pendenza del procedimento di sanatoria, il ricorso giurisdizionale avverso l’ordinanza di demolizione è improcedibile, atteso che, se la domanda di sanatoria viene favorevolmente definita, l’ingiunzione di demolizione perde efficacia, mentre, se viene respinta, l’Amministrazione dovrà necessariamente procedere, con autonomo procedimento, al riesame dell’intera fattispecie ed emanare un nuovo provvedimento sanzionatorio con assegnazione in tal caso di un nuovo termine per eseguirlo, con la conseguenza, anche in quest’ultimo caso, dell’inefficacia del precedente provvedimento demolitorio (Cfr. Cons. di Stato – Sez. IV – 03/12/2010 n. 8502; TAR Piemonte - TO – Sez. I – 07/04/2011 n. 358; TAR Liguria Genova - sez. I - 28.01.2011 n. 169; TAR Lazio Roma - sez. II - 22.12.2010 n. 38234; TAR Campania Napoli - sez. VI - 25.10.2010 n. 21366; TAR Lombardia Milano - sez. IV – 08.09.2010 n. 5159; TAR Campania – SA – 22/02/2011 n. 350)
E’ stato anche osservato che non appare coerente con i principi dell’ordinamento e di quelli di logicità e razionalità consentire, senza la previa valutazione della domanda di sanatoria dell’abuso, la distruzione di un bene di valenza economica che potrebbe, in caso di conformità del manufatto alle previsioni urbanistico-edilizie, essere assentito dopo la sua distruzione (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 30.10.2012 n. 1968 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL'istituto del preavviso di rigetto di cui all'art. 10-bis della legge n. 241 del 1990, stante la sua portata generale, trova applicazione anche nei procedimenti di sanatoria o di condono edilizio.
Tuttavia tale omissione non sempre determina l'annullabilità del provvedimento qualora venga a trovare applicazione il disposto dell'art. 21-octies, comma 2, prima parte, della legge n. 241 del 1990 ("non è annullabile il provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento o sulla forma degli atti qualora, per la natura vincolata del provvedimento, sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato").
Invero, il provvedimento di diniego di condono edilizio costituisce espressione di potere vincolato rispetto ai presupposti normativi richiesti e dei quali deve farsi applicazione.

Con riguardo al secondo motivo, va osservato che (cfr. da ultimo TAR Bari, sez. III 05.04.2012 n. 676) l'istituto del preavviso di rigetto di cui all'art. 10-bis della legge n. 241 del 1990, stante la sua portata generale, trova applicazione anche nei procedimenti di sanatoria o di condono edilizio (cfr. TAR Bari, Sez. III, 22.09.2011, n. 1383, TAR Liguria, Sez. I, 22.04.2011, n. 666).
Tuttavia tale omissione non sempre determina l'annullabilità del provvedimento qualora venga a trovare applicazione il disposto dell'art. 21-octies, comma 2, prima parte, della legge n. 241 del 1990 ("non è annullabile il provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento o sulla forma degli atti qualora, per la natura vincolata del provvedimento, sia palese che il suo contenuto dispositivo non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato").
Invero, il provvedimento di diniego di condono edilizio costituisce espressione di potere vincolato rispetto ai presupposti normativi richiesti e dei quali deve farsi applicazione (cfr. TAR Liguria, Sez. I, 22.04.2011, n. 666, Cons. St., Sez. IV, 14.04.2010, n. 2105; TAR Lombardia-Milano, Sez. II, 22.07.2010, n. 3253, TAR Bari, Sez. III, 08.03.2012, n. 520) (TAR Lombardia-Brescia, Sez. I, sentenza 30.10.2012 n. 1747 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sino a non molto tempo fa l’orientamento quasi univoco dei Giudici Amministrativi era quello di ritenere che, a fronte di una istanza di sanatoria (accertamento di conformità o condono edilizio) per l’abuso già oggetto di sanzione ripristinatoria da parte del Comune, l’impugnazione proposta contro il provvedimento repressivo fosse inammissibile se proposta dopo il deposito di quella istanza, ed improcedibile se proposta prima della stessa: ciò in quanto –si affermava- l’interesse processuale del ricorrente si trasferiva da un provvedimento (quello sanzionatorio) ritenuto oramai privo di effetti a quello che scaturiva dal procedimento innestato sull’istanza di sanatoria, il quale era destinato, a seguito di un riesame dello stato abusivo (o non) dell’opera, a prendere il posto del primo nell’assetto di interessi legati all’abuso edilizio.
Successivamente, però, la parte della giurisprudenza amministrativa ha preso ad affermare che la validità (ovvero l'efficacia) dell'ordine di demolizione non risulta pregiudicata dalla successiva presentazione di un'istanza di sanatoria ai sensi dell'art. 13 della l. n. 47 del 1985 (ora, art. 36 D.P.R. n. 380 del 2001), posto che nel sistema non è rinvenibile una previsione dalla quale possa desumersi un tale effetto, sicché, se, da un lato, la presentazione della domanda di sanatoria attraverso l'istituto dell'accertamento di conformità determina inevitabilmente un arresto dell'efficacia dell'ordine di demolizione (all'evidente fine di evitare, in caso di accoglimento dell'istanza, la demolizione di un'opera astrattamente suscettibile di sanatoria), dall'altro occorre ritenere che l'efficacia dell'atto sanzionatorio sia soltanto sospesa, cioè che l'atto sia posto in uno stato di temporanea quiescenza. All'esito del procedimento di sanatoria, in caso di accoglimento dell'istanza, l'ordine di demolizione rimarrà privo di effetti in ragione del sopravvenuto venir meno dell'originario carattere abusivo dell'opera realizzata.
Di contro, in caso di rigetto dell'istanza, l'ordine di demolizione riacquista la sua efficacia.
E’, quest’ultimo, l’orientamento che la Sezione ritiene di potere condividere con riguardo ai casi come il presente, in cui in sede di diniego di sanatoria il Comune non ha reiterato l’ordine di demolizione delle opere ritenute abusive, in quanto tale soluzione consente di contemperare efficacemente l’interesse del privato a non subire l’abbattimento di un fabbricato in astratto suscettibile di sanatorie edilizia con l’interesse pubblico alla immediata repressione dell’abuso nel caso in cui detta sanatoria non possa essere riconosciuta, e quindi risulti definitivo lo stato di abusività dell’immobile.

In effetti, sino a non molto tempo fa l’orientamento quasi univoco dei Giudici Amministrativi, ed anche di questo TAR, era quello di ritenere che, a fronte di una istanza di sanatoria (accertamento di conformità o condono edilizio) per l’abuso già oggetto di sanzione ripristinatoria da parte del Comune, l’impugnazione proposta contro il provvedimento repressivo fosse inammissibile se proposta dopo il deposito di quella istanza, ed improcedibile se proposta prima della stessa: ciò in quanto –si affermava- l’interesse processuale del ricorrente si trasferiva da un provvedimento (quello sanzionatorio) ritenuto oramai privo di effetti a quello che scaturiva dal procedimento innestato sull’istanza di sanatoria, il quale era destinato, a seguito di un riesame dello stato abusivo (o non) dell’opera, a prendere il posto del primo nell’assetto di interessi legati all’abuso edilizio.
Successivamente, però, la parte della giurisprudenza amministrativa ha preso ad affermare che la validità (ovvero l'efficacia) dell'ordine di demolizione non risulta pregiudicata dalla successiva presentazione di un'istanza di sanatoria ai sensi dell'art. 13 della l. n. 47 del 1985 (ora, art. 36 D.P.R. n. 380 del 2001), posto che nel sistema non è rinvenibile una previsione dalla quale possa desumersi un tale effetto, sicché, se, da un lato, la presentazione della domanda di sanatoria attraverso l'istituto dell'accertamento di conformità determina inevitabilmente un arresto dell'efficacia dell'ordine di demolizione (all'evidente fine di evitare, in caso di accoglimento dell'istanza, la demolizione di un'opera astrattamente suscettibile di sanatoria), dall'altro occorre ritenere che l'efficacia dell'atto sanzionatorio sia soltanto sospesa, cioè che l'atto sia posto in uno stato di temporanea quiescenza. All'esito del procedimento di sanatoria, in caso di accoglimento dell'istanza, l'ordine di demolizione rimarrà privo di effetti in ragione del sopravvenuto venir meno dell'originario carattere abusivo dell'opera realizzata.
Di contro, in caso di rigetto dell'istanza, l'ordine di demolizione riacquista la sua efficacia (TAR Campania Napoli, sez. II, 06.07.2012 n. 3249; sez. II, 26.06.2012 n. 3017; sez. III, 04.05.2012 n. 2044; sez. III, 04.05.2012 n. 2051; sez. II, 02.05.2012 n. 1981; TAR Calabria Catanzaro, sez. I, 16.04.2012 n. 389).
E’, quest’ultimo, l’orientamento che la Sezione ritiene di potere condividere con riguardo ai casi come il presente, in cui in sede di diniego di sanatoria il Comune non ha reiterato l’ordine di demolizione delle opere ritenute abusive, in quanto tale soluzione consente di contemperare efficacemente l’interesse del privato a non subire l’abbattimento di un fabbricato in astratto suscettibile di sanatorie edilizia con l’interesse pubblico alla immediata repressione dell’abuso nel caso in cui detta sanatoria non possa essere riconosciuta, e quindi risulti definitivo lo stato di abusività dell’immobile
(TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 26.10.2012 n. 4303 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sebbene in linea generale e di principio l’ingiunzione a demolire costituisce la prima ed obbligatoria fase del procedimento repressivo, non è precluso all’amministrazione disporre, a seguito di una valutazione tecnica e non genericamente fondata su profili di opportunità, l’irrogazione della sanzione pecuniaria; in tal caso, quindi, il giudizio sintetico- valutativo, di natura discrezionale, circa la rilevanza dell’abuso e la possibilità di sostituire la demolizione con la sanzione pecuniaria, quando ciò sia di pregiudizio per la parte dell’opera eseguita in conformità, viene svolto a monte.
Nell’uno e nell’altro caso, tuttavia, deve emergere la sussistenza dei presupposti fondamentali per procedere all’irrogazione della sanzione, che è, comunque, connotata dal carattere afflittivo proprio delle sanzioni amministrative. Come evidenziato, infatti, dalla consolidata giurisprudenza condivisa dal Collegio, l’irrogazione della sanzione pecuniaria non equivale ad una sanatoria, giacché non integra una regolarizzazione dell’illecito.

Prioritario ed assorbente si palesa l’esame del secondo motivo di ricorso nella parte in cui viene contestata la carenza di motivazione del provvedimento gravato che non esplicita adeguatamente le ragioni per le quali l’amministrazione ha ritenuto di procedere all’irrogazione del provvedimento sanzionatorio.
Si osserva, infatti, che l’art. 34, comma 2, del D.P.R. n. 380 del 2001 disciplina l’ipotesi eccezionale dell’impossibilità tecnica e fattuale di procedere alla demolizione delle opere abusive senza pregiudicare le parti dell’edificio regolarmente autorizzate.
La sanzione pecuniaria è, dunque, alternativa rispetto a quella demolitoria della quale devono, quindi, sussistere i presupposti, che l’amministrazione è tenuta a sufficientemente esplicitare nel relativo provvedimento.
Si evidenzia, inoltre, che sebbene in linea generale e di principio l’ingiunzione a demolire costituisce la prima ed obbligatoria fase del procedimento repressivo, non è precluso all’amministrazione disporre, a seguito di una valutazione tecnica e non genericamente fondata su profili di opportunità, l’irrogazione della sanzione pecuniaria; in tal caso, quindi, il giudizio sintetico- valutativo, di natura discrezionale, circa la rilevanza dell’abuso e la possibilità di sostituire la demolizione con la sanzione pecuniaria, quando ciò sia di pregiudizio per la parte dell’opera eseguita in conformità, viene svolto a monte. Nell’uno e nell’altro caso, tuttavia, deve emergere la sussistenza dei presupposti fondamentali per procedere all’irrogazione della sanzione, che è, comunque, connotata dal carattere afflittivo proprio delle sanzioni amministrative. Come evidenziato, infatti, dalla consolidata giurisprudenza condivisa dal Collegio, l’irrogazione della sanzione pecuniaria non equivale ad una sanatoria, giacché non integra una regolarizzazione dell’illecito (Cass. Pen., sez. III, 23.03.2004, n. 13978 del 2004) (TAR Campania-Napoli, Sez. I, sentenza 26.10.2012 n. 4299 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La validità dell'ordine di demolizione non risulta pregiudicata dalla successiva presentazione di un'istanza di sanatoria ai sensi dell’art. 36 D.P.R. n. 380 del 2001, posto che nell’attuale sistema normativo (coerentemente al principio generale secondo cui la legittimità di un provvedimento amministrativo va verificata esclusivamente con riferimento alla situazione di fatto e di diritto esistente al momento della sua emanazione) non è rinvenibile una previsione dalla quale possa desumersi un tale effetto.
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Gli atti di natura urgente e vincolata -come appunto quelli sanzionatori in materia edilizia- non richiedono apporti partecipativi del soggetto destinatario e quindi non devono essere necessariamente preceduti dalla comunicazione di avvio del procedimento repressivo.

In ogni caso, sarebbe anche priva di fondamento sul piano giuridico, dal momento che la validità dell'ordine di demolizione non risulterebbe pregiudicata dalla successiva presentazione di un'istanza di sanatoria ai sensi dell’art. 36 D.P.R. n. 380 del 2001, posto che nell’attuale sistema normativo (coerentemente al principio generale secondo cui la legittimità di un provvedimento amministrativo va verificata esclusivamente con riferimento alla situazione di fatto e di diritto esistente al momento della sua emanazione) non è rinvenibile una previsione dalla quale possa desumersi un tale effetto (cfr. C.d.S., sez. IV, 19.02.2008, n. 849, TAR, Campania, Napoli, sez. II, 14.09.2009, n. 4961).
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In relazione alla quarta censura, si deve infine osservare che la stessa risulta destituita di fondamento sia in punto di fatto (dal momento che con l'ordinanza di sospensione lavori del 04.08.2010 l'amministrazione ha espressamente dato comunicazione all'interessato, <<ai sensi e per gli effetti degli articoli 7 e seguenti della legge n. 241/1990, … dell'avvio del procedimento volto a verificare la legittimità delle opere eseguite in base al permesso di costruire n. 19/2007 del 22/5/2007 e a sanzionare eventuali attività non legittimate …>>), sia in punto di diritto (alla luce del pacifico principio giurisprudenziale, pienamente condiviso dalla Sezione, in base al quale gli atti di natura urgente e vincolata -come appunto quelli sanzionatori in materia edilizia- non richiedono apporti partecipativi del soggetto destinatario e quindi non devono essere necessariamente preceduti dalla comunicazione di avvio del procedimento repressivo: cfr. C.d.S., Sez. IV, 01.10.2007, n. 5049; TAR Campania, Napoli, sez. II, 06.07.2012, n. 3249) (TAR Campania-Napoli, Sez. II, sentenza 26.10.2012 n. 4288 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il vincolo imposto sulle aree site in fasce di rispetto stradale prescritte dal D.M. n. 1404 del 1968 si traduce in un divieto assoluto di edificazione che rende le aree legalmente inedificabili, indipendentemente dalle caratteristiche dell'opera realizzata e dalla necessità di accertamento in concreto dei connessi rischi per la circolazione stradale, con la conseguenza che tale limitazione deve ritenersi operativa anche con riferimento a costruzioni realizzate ad un diverso livello da quello della sede stradale o che costituiscano mere sopraelevazioni o che, pur rientrando nella fascia, siano arretrate rispetto alle opere preesistenti.
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L’art. 33 della L. 28.02.1985 n. 47 non consente alcuna possibilità di deroga da parte dell'autorità preposta –a differenza del caso in cui l’edificazione sia avvenuta all'interno del centro abitato– in relazione alle opere costruite successivamente all’imposizione del vincolo, sicché doverosamente e legittimamente l’amministrazione provinciale ha escluso la sanabilità dell’opera abusiva de qua.

Si sottolinea, infatti, che, come chiarito dalla consolidata giurisprudenza, condivisa dal Collegio, il vincolo imposto sulle aree site in fasce di rispetto stradale prescritte dal D.M. n. 1404 del 1968 si traduce in un divieto assoluto di edificazione che rende le aree legalmente inedificabili, indipendentemente dalle caratteristiche dell'opera realizzata e dalla necessità di accertamento in concreto dei connessi rischi per la circolazione stradale, con la conseguenza che tale limitazione deve ritenersi operativa anche con riferimento a costruzioni realizzate ad un diverso livello da quello della sede stradale o che costituiscano mere sopraelevazioni o che, pur rientrando nella fascia, siano arretrate rispetto alle opere preesistenti (cfr., ex multis, Cass. Civ., sez. II, 03.11.2010, n. 22422; TAR Toscana, sez. III, 23.07.2012, n. 1349).
Nella fattispecie, dunque, trova applicazione l’art. 33 della L. 28.02.1985 n. 47, che non consente alcuna possibilità di deroga da parte dell'autorità preposta –a differenza del caso in cui l’edificazione sia avvenuta all'interno del centro abitato– in relazione alle opere costruite successivamente all’imposizione del vincolo, sicché doverosamente e legittimamente l’amministrazione provinciale ha escluso la sanabilità dell’opera abusiva de qua (cfr. ex multis, Cons. St., sez. IV, 12.02.2010, n. 772; TAR Lazio, Roma, sez. I, 12.11.2008, n. 10100; Cons. St., sez. IV, 18.10.2002 n. 5716).
Il Collegio rileva, inoltre, l’adeguatezza dell’istruttoria condotta dall’amministrazione che non ha trascurato di esaustivamente considerare le diverse opere oggetto di sanatoria; dallo stesso atto gravato emerge, infatti, che gli altri abusi hanno ricevuto una diversa valutazione in quanto realizzati prima del 13.04.1968, data di entrata in vigore del D.M. n. 1404 del 1968 (abusi indicati ai punti 1, 4 e 6) ovvero in quanto realizzati in conformità alla distanza prescritta (abuso indicato al punto 5) o, infine, in quanto sostanziatisi in una mera modifica di destinazione d’uso senza aumento di superficie e volume (abuso indicato al punto 3).
Quanto alla deduzione diretta a contestare il diverso trattamento riservato dall’amministrazione in relazione ad altre costruzioni asseritamente edificate in palese violazione dell’art. 4 del D.M. n. 104 del 1968, il Collegio, oltre a rilevare che tale argomentazione è stata prospettata, peraltro genericamente, solo nella perizia di parte depositata in data 31.08.2012, sottolinea che la disparità di trattamento non rileva quando si tratta di rivendicazione di posizioni riconosciute ad altri in modo illegittimo in quanto, altrimenti, il giudice si troverebbe a dover consentire un'applicazione incongrua ed illegittima della normativa in favore del mero principio di par condicio (cfr. ex multis, Cons. St., sez. VI, 27.08.2010, n. 5980; TAR Sicilia, Catania, sez. I, 20.09.2010, n. 3763; TAR Lazio, Roma, sez. I, 07.09.2010, n. 32113) (TAR Campania-Napoli, Sez. II, sentenza 26.10.2012 n. 4283 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Se è vero che l’art. 9 della legge n. 47/1985 attribuisce espressamente il potere sanzionatorio- qualora le opere siano state eseguite su immobili vincolati ai sensi delle leggi 01.06.1939, n. 1089, e 29.06.1939, n. 1497- all’”amministrazione competente a vigilare sull'osservanza del vincolo”, tuttavia la giurisprudenza ha sempre ritenuto che tale disposizione non inibisca la competenza generale del Sindaco –ed ora del dirigente- in materia di vigilanza e di repressione di detti abusi. Ciò sia per l'insopprimibile differenza degli interessi pubblici tutelati dai due organi amministrativi, mirante l'uno alla salvaguardia del patrimonio artistico ed ambientale e l'altro alla tutela dell'assetto urbanistico edilizio, sia in virtù del dettato dell'art. 4 della stessa l. n. 47 del 1985 (ora art. 27 DPR 380/2001) in forza del quale il Sindaco provvede al ripristino dei luoghi previa comunicazione alle amministrazioni competenti, le quali possono intervenire anche di loro iniziativa.
Pertanto il Collegio non ritiene di doversi discostare dalla giurisprudenza costantemente seguita da questa Sezione in merito alla concorrente competenza del Comune, quale autorità preposta all’osservanza della normativa edilizia ed urbanistica e della Soprintendenza, quale autorità preposta alla vigilanza sul vincolo storico e artistico.
Sul punto, l'art. 27 citato riconosce all'Amministrazione Comunale il potere di vigilanza e controllo sulle attività urbanistico-edilizie del territorio per assicurarne la rispondenza alle norme di legge e di regolamento, alle prescrizioni degli strumenti urbanistici e alle modalità esecutive fissate nei titoli abilitativi, e impone l'obbligo, per il dirigente, di adottare immediatamente provvedimenti definitivi, al fine di ripristinare la legalità violata dall'intervento edilizio realizzato, mediante l'esercizio di un potere-dovere del tutto vincolato dell'organo comunale, senza margini di discrezionalità, diretto a reprimere gli abusi edilizi accertati.
Già sotto il vigore della L. 47/1985 non era posto in dubbio che, sebbene gli articoli 9 e 10, comma 3, di tale legge prevedessero, l'intervento dell'autorità preposta al vincolo nei riguardi degli abusi edilizi commessi su edifici vincolati, tali disposizioni non potevano valere a smentire la competenza generale del Comune in materia di vigilanza e di repressione di detti abusi, stante l'insopprimibile differenza degli interessi pubblici tutelati dai due organi amministrativi, mirante l'uno alla salvaguardia del patrimonio artistico ed ambientale e l'altro alla tutela dell'assetto urbanistico-edilizio.
Anche nel sistema delineato dall'art. 27 del DPR 380/2001 il legislatore ha previsto una competenza alternativa tra il Comune e l'Autorità preposta al vincolo in materia di repressione degli abusi perpetrati in zona vincolata, dandosi al contempo carico di evitare la sovrapposizione del concreto esercizio del potere demandato alle due Amministrazioni competenti mediante la prescrizione della previa comunicazione all'Autorità che deve salvaguardare il vincolo, la quale può eventualmente intervenire, ai fini della demolizione, anche di propria iniziativa.
La differenza tra gli interessi pubblici curati dalle due Amministrazioni cui si è fatto riferimento in precedenza giustifica il mantenimento della doppia competenza ad irrogare la sanzione anche dopo le modifiche all'art. 27 citato apportate con l'art. 32 del D.L. 269/2003, per cui:
- il dirigente comunale può comminare la sanzione anche qualora accerti "l'esecuzione" di opere abusive, e non solo il loro "inizio" (comma 44);
- lo stesso organo deve esercitare tale potere "in tutti i casi di difformità dalle norme urbanistiche e dalle prescrizioni degli strumenti urbanistici" (comma 45);
- per le opere abusivamente realizzate su immobili dichiarati monumento nazionale con provvedimenti aventi forza di legge o dichiarati di interesse particolarmente importante ai sensi degli articoli 6 e 7 del decreto legislativo 29.10.1999, n. 490, o su beni di interesse archeologico, nonché per le opere abusivamente realizzate su immobili soggetti a vincolo o di inedificabilità assoluta in applicazione delle disposizioni del titolo II del decreto legislativo 29.10.1999, n. 490, il Soprintendente, su richiesta della regione, del comune o delle altre autorità preposte alla tutela, ovvero decorso il termine di 180 giorni dall'accertamento dell'illecito, procede alla demolizione, anche avvalendosi delle modalità operative di cui ai commi 55 e 56 dell'articolo 2 della legge 23.12.1996, n. 662 (comma 46).

Se è vero, infatti, che l’art. 9 della legge n. 47/1985 (abrogato dall’art. 136, comma 2, d.p.r. 06.06.2001, n. 380 a decorrere dal 30.06.2003) attribuisce espressamente il potere sanzionatorio- qualora le opere siano state eseguite su immobili vincolati ai sensi delle leggi 01.06.1939, n. 1089, e 29.06.1939, n. 1497- all’”amministrazione competente a vigilare sull'osservanza del vincolo”, tuttavia la giurisprudenza ha sempre ritenuto che tale disposizione non inibisca la competenza generale del Sindaco –ed ora del dirigente- in materia di vigilanza e di repressione di detti abusi. Ciò sia per l'insopprimibile differenza degli interessi pubblici tutelati dai due organi amministrativi, mirante l'uno alla salvaguardia del patrimonio artistico ed ambientale e l'altro alla tutela dell'assetto urbanistico edilizio, sia in virtù del dettato dell'art. 4 della stessa l. n. 47 del 1985 (ora art. 27 DPR 380/2001) in forza del quale il Sindaco provvede al ripristino dei luoghi previa comunicazione alle amministrazioni competenti, le quali possono intervenire anche di loro iniziativa (Consiglio Stato, sez. V, 21.01.1997, n. 62).
Pertanto il Collegio non ritiene di doversi discostare dalla giurisprudenza costantemente seguita da questa Sezione in merito alla concorrente competenza del Comune, quale autorità preposta all’osservanza della normativa edilizia ed urbanistica e della Soprintendenza, quale autorità preposta alla vigilanza sul vincolo storico e artistico (cfr. al riguardo TAR Campania Napoli, Sez. IV, 05-08-2009, n. 4733; TAR Campania Napoli, Sez. IV, 05-08-2009, n. 4735; TAR Campania Napoli, sez. IV, n. 2625 del 13.05.2009; TAR Campania Napoli, sez. IV, n. 7561/2006; TAR Campania Napoli, sez. IV n. 18670/2005).
Sul punto la Sezione ha già avuto modo di rilevare che l'art. 27 citato riconosce all'Amministrazione Comunale il potere di vigilanza e controllo sulle attività urbanistico-edilizie del territorio per assicurarne la rispondenza alle norme di legge e di regolamento, alle prescrizioni degli strumenti urbanistici e alle modalità esecutive fissate nei titoli abilitativi, e impone l'obbligo, per il dirigente, di adottare immediatamente provvedimenti definitivi, al fine di ripristinare la legalità violata dall'intervento edilizio realizzato, mediante l'esercizio di un potere-dovere del tutto vincolato dell'organo comunale, senza margini di discrezionalità, diretto a reprimere gli abusi edilizi accertati.
Già sotto il vigore della L. 47/1985 non era posto in dubbio che, sebbene gli articoli 9 e 10, comma 3, di tale legge prevedessero, l'intervento dell'autorità preposta al vincolo nei riguardi degli abusi edilizi commessi su edifici vincolati, tali disposizioni non potevano valere a smentire la competenza generale del Comune in materia di vigilanza e di repressione di detti abusi, stante l'insopprimibile differenza degli interessi pubblici tutelati dai due organi amministrativi, mirante l'uno alla salvaguardia del patrimonio artistico ed ambientale e l'altro alla tutela dell'assetto urbanistico-edilizio.
Anche nel sistema delineato dall'art. 27 del DPR 380/2001 il legislatore ha previsto una competenza alternativa tra il Comune e l'Autorità preposta al vincolo in materia di repressione degli abusi perpetrati in zona vincolata, dandosi al contempo carico di evitare la sovrapposizione del concreto esercizio del potere demandato alle due Amministrazioni competenti mediante la prescrizione della previa comunicazione all'Autorità che deve salvaguardare il vincolo, la quale può eventualmente intervenire, ai fini della demolizione, anche di propria iniziativa.
La differenza tra gli interessi pubblici curati dalle due Amministrazioni cui si è fatto riferimento in precedenza giustifica il mantenimento della doppia competenza ad irrogare la sanzione anche dopo le modifiche all'art. 27 citato apportate con l'art. 32 del D.L. 269/2003, per cui:
- il dirigente comunale può comminare la sanzione anche qualora accerti "l'esecuzione" di opere abusive, e non solo il loro "inizio" (comma 44);
- lo stesso organo deve esercitare tale potere "in tutti i casi di difformità dalle norme urbanistiche e dalle prescrizioni degli strumenti urbanistici" (comma 45);
- per le opere abusivamente realizzate su immobili dichiarati monumento nazionale con provvedimenti aventi forza di legge o dichiarati di interesse particolarmente importante ai sensi degli articoli 6 e 7 del decreto legislativo 29.10.1999, n. 490, o su beni di interesse archeologico, nonché per le opere abusivamente realizzate su immobili soggetti a vincolo o di inedificabilità assoluta in applicazione delle disposizioni del titolo II del decreto legislativo 29.10.1999, n. 490, il Soprintendente, su richiesta della regione, del comune o delle altre autorità preposte alla tutela, ovvero decorso il termine di 180 giorni dall'accertamento dell'illecito, procede alla demolizione, anche avvalendosi delle modalità operative di cui ai commi 55 e 56 dell'articolo 2 della legge 23.12.1996, n. 662 (comma 46).
In particolare, l'aggiunta all'originario testo dell'art. 27 apportata dal comma 46 dell'art. 32 D.L. 269/2003, che contempla il potere soprintendentizio, non vale a privare della competenza il Dirigente comunale, in quanto il legislatore ha chiarito, proprio con il comma 45 del medesimo art. 32 D.L. 269/2003, che la competenza dell'Ente locale riguarda "tutti i casi di difformità dalle norme urbanistiche e dalle prescrizioni degli strumenti urbanistici", tra cui, evidentemente, anche quelli relativi ad immobili vincolati.
Pertanto per gli immobili sottoposti a vincolo, come nella specie dichiarati di interesse particolarmente importante, la sanzione demolitoria ben può essere irrogata dal Comune, che deve limitarsi a dare avviso alla Soprintendenza, fermo restando che la Soprintendenza dovrà procedere alla fase esecutiva della demolizione -senza che con ciò sia esclusa la competenza provvedimentale del Comune- ai sensi dell’ultima parte dell’art. 27, comma 2, come aggiunta dall'articolo 32, commi 44, 45 e 46, legge n. 326 del 2003, come palesato dal riferimento al termine “procedere” anziché a quello di “provvedere” di cui all’art. 27, comma 2, prima parte, ed al riferimento alle modalità operative di cui alla legge n. 662 del 1996, riferimento che non può che investire la fase esecutiva della demolizione anziché quella provvedimentale, che rimane di competenza del Comune, pur potendo cumularsi con quella della Soprintendenza.
Né può revocarsi in dubbio che, con riferimento ad un immobile sottoposto a vincolo monumentale, la prescrizione concernente il rispetto della tipologia degli infissi includa anche il materiale costruttivo e non solo il disegno, atteso che nella immagine della facciata di un edificio sottoposto a vincolo monumentale il materiale di cui è composto l’infisso costituisce parte integrante del bene protetto, con riferimento alla filologia del fabbricato.
Va al riguardo precisato che, in tema di tutela delle cose d'interesse artistico o storico, la necessità della previa autorizzazione dell’autorità preposta alla tutela del vincolo si riferisce alle "opere di qualunque genere" comprendendo con tale espressione qualsiasi intervento, anche se di limitata entità, che si presenti potenzialmente idoneo ad arrecare pregiudizio all'interesse tutelato dal vincolo. Nella specie l’intervento in parte qua è consistito nella sostituzione degli infissi esterni, con altri in alluminio, venendo ad incidere sull’aspetto esteriore di un edificio vincolato, sicché non può porsi in dubbio l’esistenza di un pregiudizio all’interesse architettonico tutelato dal vincolo medesimo
(TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 26.10.2012 n. 4278 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La sopravvenuta presentazione della domanda di condono edilizio rende improcedibile il ricorso proposto avverso l’ordine di demolizione degli abusi edilizi, in quanto, in caso di diniego di condono, l’amministrazione sarà tenuta ad emettere il conseguente nuovo provvedimento sanzionatorio, mentre in caso di accoglimento la costruzione diventerà lecita urbanisticamente.
E’ principio costante in giurisprudenza quello in base al quale la sopravvenuta presentazione della domanda di condono edilizio rende improcedibile il ricorso proposto avverso l’ordine di demolizione degli abusi edilizi, in quanto, in caso di diniego di condono, l’amministrazione sarà tenuta ad emettere il conseguente nuovo provvedimento sanzionatorio, mentre in caso di accoglimento la costruzione diventerà lecita urbanisticamente (TAR Lazio Roma, sez. II, 07/09/2010, n. 32129; TAR Campania Napoli, sez. VI, 15/07/2010, n. 16806; TAR Toscana Firenze, sez. III, 26/02/2010, n. 516; TAR Puglia Lecce, sez. I, 03/04/2007, n. 1499) (TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 26.10.2012 n. 4278 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’ordine di demolizione adottato in pendenza di istanza di condono contrasta con l'art. 38 della legge n. 47/1985, articolo richiamato, a sua volta, nel decreto legge 269/2003. Questo disposto normativo impone all'Amministrazione di astenersi, sino alla definizione del procedimento attivato per il rilascio della concessione in sanatoria, da ogni iniziativa repressiva che vanificherebbe a priori il rilascio del titolo abilitativo in sanatoria, sicché il Comune ha l'obbligo di pronunciarsi sulla condonabilità o meno nell'opera edilizia abusiva , non potendo l’ingiunzione a demolire costituire implicito rigetto della domanda di condono.
Invero, in caso di diniego di condono, l’amministrazione sarà tenuta ad emettere il conseguente doveroso nuovo provvedimento sanzionatorio, mentre in caso di accoglimento la costruzione diventerà lecita urbanisticamente.
Né vale in contrario rilevare che si tratta di immobile sito in zona vincolata, che precluderebbe a priori il rilascio del titolo in sanatoria, in quanto la domanda di condono è stata presentata ai sensi della legge 47/1985 e 724/1994, disposizioni entrambe che non escludono in astratto ed a priori la sanabilità degli edifici realizzati in zone sottoposte a vincolo paesaggistico.
Invero solo la sanatoria prevista dalla normativa sul condono edilizio di cui alla Legge n. 326 del 2003, articolo 32, è inapplicabile all'immobile ubicato in zona sottoposta a vincolo paesaggistico. Si afferma al riguardo, nella materia dell’esecuzione penale, che il giudice dell'esecuzione, ai fini dell'accoglimento o rigetto della domanda di sospensione dell'esecuzione, deve accertare se nel caso in esame é stata presentata domanda di condono ai sensi della L. n. 724/1994 ovvero del D.L. n. 269/2003, convertito in L. n. 326/2003, nonché la tempestività della domanda e l'esistenza degli altri requisiti sopra precisati.
L’art. 32, nel testo riformato dalla L. n. 326/2003, al primo comma qualifica come silenzio rifiuto la situazione lesiva generata dall’inerzia dell’autorità competente ad esprimere il parere, al secondo comma indica gli immobili suscettibili di sanatoria insistenti in aree vincolate, tra i quali non rientrano gli immobili siti in zone soggette a tutela ambientale, che dunque debbono essere compresi (terzo comma) tra quelli per cui la sanatoria non è consentita ai sensi dell’art. 33.
Che i limiti di cui al comma 27 dell’articolo 32 siano aggiuntivi e ulteriori rispetto a quelli di cui agli articoli 32 e 33 della legge n. 47 del 1985 è stato affermato, sia pure in obiter dictum, dalla pronuncia della Consulta n. 196 del 2004, dove, al sesto periodo del par. 17 della motivazione in diritto, la Corte ha osservato che il condono del 2003, pur in una linea di sostanziale continuità, diverge in taluni punti rispetto a quello del 1985-1994, tra cui spicca la circostanza di aver introdotto “alcuni nuovi vincoli all’applicabilità del condono (comma 27) che si aggiungono a quanto previsto dagli artt. 32 e 33 della legge n. 47 del 1985” .
L'art. 32, comma 27, d.l. n. 269 del 2003 è dunque previsione normativa che esclude dalla sanatoria le opere abusive realizzate su aree caratterizzate da determinate tipologie di vincoli (in particolare, quelli imposti sulla base di leggi statali e regionali a tutela degli interessi idrogeologici e della falde acquifere, dei beni ambientali e paesaggistici, nonché dei parchi e delle aree protette nazionali, regionali e provinciali), subordinando peraltro l'esclusione a due condizioni costituite:
a) dal fatto che il vincolo sia stato istituto prima dell'esecuzione delle opere abusive;
b) dal fatto che le opere realizzate in assenza o in difformità del titolo abilitativo risultino non conformi alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici.
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In base alla disciplina posta dal d.l. n. 269 del 2003, la sanabilità delle opere realizzate in zona vincolata è radicalmente esclusa solo qualora si tratti di un vincolo di inedificabilità assoluta e non anche nella diversa ipotesi di un vincolo di inedificabilità relativa, ossia di un vincolo superabile mediante un giudizio a posteriori di compatibilità paesaggistica. Infatti, è ben possibile ottenere la sanatoria delle opere abusive realizzate in zona sottoposta ad un vincolo di inedificabilità relativa, purché ricorrano le condizioni previste dall'art. 32, comma 27, lett. d), d.l. n. 269 del 2003, convertito dalla l. n. 326 del 2003.
In conclusione, avuto riguardo all’epoca di presentazione della domanda di condono edilizio nel caso di specie, poiché l’art. 32 della l. n. 47/1985, prevedeva, nel suo testo originario (comma 1): “Fatte salve le fattispecie previste dall'art. 33, il rilascio della concessione o della autorizzazione in sanatoria per opere eseguite su aree sottoposte a vincolo, ivi comprese quelle ricadenti nei parchi nazionali e regionali, è subordinato al parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela dal vincolo stesso. Qualora tale parere non venga reso dalle suddette amministrazioni entro centoventi giorni dalla domanda, si intende reso in senso negativo.”, dal combinato disposto degli artt. 32 e 33 legge n. 47 del 1985 si evince non il divieto assoluto e automatico di condonabilità delle opere ricadenti in zona soggetta a vincolo, ma soltanto la necessità della valutazione, da parte dell’organo competente, della compatibilità o meno delle opere oggetto dell’istanza con il vincolo stesso.
Tale conclusione si estende anche alla domanda di condono presentata ai sensi della legge n. 724/1994, la quale, ha in sostanza comportato la riapertura dei termini del precedente condono –ovverosia risalente al 1985– prevedendo l’art. 39 del citato corpus normativo che “Le disposizioni di cui ai capi IV e V della legge 28.02.1985, n. 47, e successive modificazioni e integrazioni, come ulteriormente modificate dal presente articolo, si applicano alle opere abusive che risultino ultimate entro il 31.12.1993…”.
Il rinvio operato dalla legge alla disciplina del precedente condono comporta che trova applicazione l’art. 32 della legge n. 47/1985 che consente la sanatoria, almeno in linea generale, anche degli immobili insistenti su aree sottoposte a vincolo paesaggistico. Esso, al primo comma, primo periodo, infatti statuisce che “Fatte salve le fattispecie previste dall'articolo 33, il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria per opere eseguite su immobili sottoposti a vincolo è subordinato al parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela del vincolo stesso”.
La giurisprudenza ha peraltro osservato, in ordine a tale disposizione, che la stessa: “nel prevedere la necessità del parere dell'Amministrazione preposta alla tutela del vincolo paesaggistico ai fini del rilascio delle concessioni in sanatoria, non reca alcuna deroga ai principi generali e pertanto deve interpretarsi nel senso che l'obbligo di pronuncia dell'Autorità preposta alla tutela del vincolo sussiste in relazione all'esistenza del vincolo al momento in cui deve essere valutata la domanda di sanatoria, a prescindere dall'epoca in cui il vincolo medesimo sia stato introdotto, atteso che tale valutazione corrisponde all'esigenza di vagliare l'attuale compatibilità con il vincolo dei manufatti realizzati abusivamente”.

Poiché la presentazione della domanda di condono è anteriore alla spedizione dell’ordine di demolizione, quest’ultima determinazione è da considerarsi illegittima, in quanto –secondo costante giurisprudenza di questo TAR- l’ordine di demolizione adottato in pendenza di istanza di condono contrasta con l'art. 38 della legge n. 47/1985, articolo richiamato, a sua volta, nel decreto legge 269/2003. Questo disposto normativo impone all'Amministrazione di astenersi, sino alla definizione del procedimento attivato per il rilascio della concessione in sanatoria, da ogni iniziativa repressiva che vanificherebbe a priori il rilascio del titolo abilitativo in sanatoria, sicché il Comune ha l'obbligo di pronunciarsi sulla condonabilità o meno nell'opera edilizia abusiva , non potendo l’ingiunzione a demolire costituire implicito rigetto della domanda di condono.
Invero, in caso di diniego di condono, l’amministrazione sarà tenuta ad emettere il conseguente doveroso nuovo provvedimento sanzionatorio, mentre in caso di accoglimento la costruzione diventerà lecita urbanisticamente (TAR Lazio Roma, sez. II, 07/09/2010, n. 32129; TAR Campania Napoli, sez. VI, 15/07/2010, n. 16806; TAR Toscana Firenze, sez. III, 26/02/2010, n. 516; TAR Puglia Lecce, sez. I, 03/04/2007, n. 1499).
Né vale in contrario rilevare che si tratta di immobile sito in zona vincolata, che precluderebbe a priori il rilascio del titolo in sanatoria, in quanto la domanda di condono è stata presentata ai sensi della legge 47/1985 e 724/1994, disposizioni entrambe che non escludono in astratto ed a priori la sanabilità degli edifici realizzati in zone sottoposte a vincolo paesaggistico.
Invero solo la sanatoria prevista dalla normativa sul condono edilizio di cui alla Legge n. 326 del 2003, articolo 32, è inapplicabile all'immobile ubicato in zona sottoposta a vincolo paesaggistico (cfr. Cassazione penale, Sez. III, 14.01.2011, n. 766). Si afferma al riguardo, nella materia dell’esecuzione penale, che il giudice dell'esecuzione, ai fini dell'accoglimento o rigetto della domanda di sospensione dell'esecuzione, deve accertare se nel caso in esame é stata presentata domanda di condono ai sensi della L. n. 724/1994 ovvero del D.L. n. 269/2003, convertito in L. n. 326/2003, nonché la tempestività della domanda e l'esistenza degli altri requisiti sopra precisati (cfr. Cassazione penale Sez. III, 14/01/2011 n. 761).
L’art. 32, nel testo riformato dalla L. n. 326/2003, al primo comma qualifica come silenzio rifiuto la situazione lesiva generata dall’inerzia dell’autorità competente ad esprimere il parere, al secondo comma indica gli immobili suscettibili di sanatoria insistenti in aree vincolate, tra i quali non rientrano gli immobili siti in zone soggette a tutela ambientale, che dunque debbono essere compresi (terzo comma) tra quelli per cui la sanatoria non è consentita ai sensi dell’art. 33.
Che i limiti di cui al comma 27 dell’articolo 32 siano aggiuntivi e ulteriori rispetto a quelli di cui agli articoli 32 e 33 della legge n. 47 del 1985 è stato affermato, sia pure in obiter dictum, dalla pronuncia della Consulta n. 196 del 2004, dove, al sesto periodo del par. 17 della motivazione in diritto, la Corte ha osservato che il condono del 2003, pur in una linea di sostanziale continuità, diverge in taluni punti rispetto a quello del 1985-1994, tra cui spicca la circostanza di aver introdotto “alcuni nuovi vincoli all’applicabilità del condono (comma 27) che si aggiungono a quanto previsto dagli artt. 32 e 33 della legge n. 47 del 1985” .
L'art. 32, comma 27, d.l. n. 269 del 2003 è dunque previsione normativa che esclude dalla sanatoria le opere abusive realizzate su aree caratterizzate da determinate tipologie di vincoli (in particolare, quelli imposti sulla base di leggi statali e regionali a tutela degli interessi idrogeologici e della falde acquifere, dei beni ambientali e paesaggistici, nonché dei parchi e delle aree protette nazionali, regionali e provinciali), subordinando peraltro l'esclusione a due condizioni costituite:
a) dal fatto che il vincolo sia stato istituto prima dell'esecuzione delle opere abusive;
b) dal fatto che le opere realizzate in assenza o in difformità del titolo abilitativo risultino non conformi alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici (TAR Campania Napoli, sez. VII, 10/12/2009, n. 8608).
Da tale ricostruzione emerge, quindi, un sistema che consente la sanatoria delle opere realizzate su aree vincolate solo in due ipotesi, previste disgiuntamente, costituite dalla realizzazione delle opere abusive prima dell'imposizione dei vincoli (e, in questo caso, trattasi della mera riproposizione di una caratteristica propria della disciplina posta dalle due precedenti leggi sul condono con riferimento ai vincoli di inedificabilità assoluta di cui all'art. 33, comma 1, l. n. 47 del 1985); dal fatto che le opere oggetto di sanatoria, benché non assentite o difformi dal titolo abilitativo, risultino comunque conformi alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici.
Pertanto, la novità sostanziale della suddetta previsione normativa è costituita proprio dall'inserimento del requisito della conformità urbanistica all'interno della fattispecie del condono edilizio, così dando vita ad un meccanismo di sanatoria che si avvicina fortemente all'istituto dell'accertamento di conformità previsto dall'art. 36, d.P.R. n. 380 del 2001, piuttosto che ai meccanismi previsti dalle due precedenti leggi sul condono edilizio.
Poste tali premesse, in base alla disciplina posta dal d.l. n. 269 del 2003, la sanabilità delle opere realizzate in zona vincolata è radicalmente esclusa solo qualora si tratti di un vincolo di inedificabilità assoluta e non anche nella diversa ipotesi di un vincolo di inedificabilità relativa, ossia di un vincolo superabile mediante un giudizio a posteriori di compatibilità paesaggistica. Infatti, è ben possibile ottenere la sanatoria delle opere abusive realizzate in zona sottoposta ad un vincolo di inedificabilità relativa, purché ricorrano le condizioni previste dall'art. 32, comma 27, lett. d), d.l. n. 269 del 2003, convertito dalla l. n. 326 del 2003 (cfr. TAR Campania Napoli sez. VII 14/10/2011 n. 4841).
In conclusione, avuto riguardo all’epoca di presentazione della domanda di condono edilizio nel caso di specie, poiché l’art. 32 della l. n. 47/1985, prevedeva, nel suo testo originario (comma 1): “Fatte salve le fattispecie previste dall'art. 33, il rilascio della concessione o della autorizzazione in sanatoria per opere eseguite su aree sottoposte a vincolo, ivi comprese quelle ricadenti nei parchi nazionali e regionali, è subordinato al parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela dal vincolo stesso. Qualora tale parere non venga reso dalle suddette amministrazioni entro centoventi giorni dalla domanda, si intende reso in senso negativo.”, dal combinato disposto degli artt. 32 e 33 legge n. 47 del 1985 si evince non il divieto assoluto e automatico di condonabilità delle opere ricadenti in zona soggetta a vincolo, ma soltanto la necessità della valutazione, da parte dell’organo competente, della compatibilità o meno delle opere oggetto dell’istanza con il vincolo stesso (cfr. CdS sez. VI n. 6323/2011).
Tale conclusione si estende anche alla domanda di condono presentata ai sensi della legge n. 724/1994, la quale, ha in sostanza comportato la riapertura dei termini del precedente condono –ovverosia risalente al 1985– prevedendo l’art. 39 del citato corpus normativo che “Le disposizioni di cui ai capi IV e V della legge 28.02.1985, n. 47, e successive modificazioni e integrazioni, come ulteriormente modificate dal presente articolo, si applicano alle opere abusive che risultino ultimate entro il 31.12.1993…”.
Il rinvio operato dalla legge alla disciplina del precedente condono comporta che trova applicazione l’art. 32 della legge n. 47/1985 che consente la sanatoria, almeno in linea generale, anche degli immobili insistenti su aree sottoposte a vincolo paesaggistico. Esso, al primo comma, primo periodo, infatti statuisce che “Fatte salve le fattispecie previste dall'articolo 33, il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria per opere eseguite su immobili sottoposti a vincolo è subordinato al parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela del vincolo stesso”. La giurisprudenza ha peraltro osservato, in ordine a tale disposizione, che la stessa: “nel prevedere la necessità del parere dell'Amministrazione preposta alla tutela del vincolo paesaggistico ai fini del rilascio delle concessioni in sanatoria, non reca alcuna deroga ai principi generali e pertanto deve interpretarsi nel senso che l'obbligo di pronuncia dell'Autorità preposta alla tutela del vincolo sussiste in relazione all'esistenza del vincolo al momento in cui deve essere valutata la domanda di sanatoria, a prescindere dall'epoca in cui il vincolo medesimo sia stato introdotto, atteso che tale valutazione corrisponde all'esigenza di vagliare l'attuale compatibilità con il vincolo dei manufatti realizzati abusivamente” (cfr. C. Stato, 5517 - 12.10.2011 - Sez. VI; Cassazione penale sez. III 17/11/2011 n. 42418).
La Legge n. 724 del 1994, articolo 39, comma 7, aveva modificato la formulazione originaria della Legge n. 47 del 1985, articolo 32, prevedendo che: "Per le opere eseguite su immobili soggetti alla Legge 29.06.1939, n. 1497, e al Decreto Legge 27.06.1985, n. 312, convertito, con modificazioni, dalla Legge 08.08.1985, n. 431, relative ad ampliamento o tipologie d'abuso che non comportano aumento di superficie o di volume, il parere deve essere rilasciato entro centoventi giorni; trascorso tale termine il parere stesso si intende reso in senso favorevole".
Tale disposizione, però, fu abrogata dalla Legge 23.12.1996, n. 662, articolo 2, comma 43, ed il successivo comma 44 di detto articolo previde che "il rilascio della concessione edilizia o dell'autorizzazione in sanatoria per opere eseguite su immobili soggetti alla Legge 01.06.1939, n. 1089, Legge 29.06.1939, n. 1497, ed al Decreto Legge 27.06.1985, n. 312, convertito, con modificazioni, dalla Legge 08.08.1985, n. 431, nonché in relazione a vincoli imposti da leggi statali e regionali e dagli strumenti urbanistici, a tutela di interessi idrogeologici e delle falde idriche nonché dei parchi e delle aree protette nazionali e regionali qualora istituiti prima dell'abuso, è subordinato al parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela del vincolo stesso. Qualora tale parere non venga reso entro centottanta giorni dalla domanda il richiedente può impugnare il silenzio-rifiuto dell'amministrazione".
Conclusivamente, la pendenza della domanda di condono prima della emissione del contestato ordine di demolizione rende lo stesso illegittimo; ciò non esclude anzi rafforza l’obbligo dell’amministrazione di pronunciarsi in tempi brevi su detta domanda, ai fini dell’eventuale riesercizio del potere sanzionatorio, ovvero della definitiva pronuncia sulla sorte urbanistica dell’opus de quo
(TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 26.10.2012 n. 4275 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L’ordine di demolizione di opere edilizie abusive non deve essere preceduto dall’avviso di cui all’art. 7 della legge n. 241 del 1990, trattandosi di un atto dovuto che viene emesso, quale sanzione per l'accertamento dell'inosservanza di disposizioni urbanistiche, secondo un procedimento di natura vincolata precisamente ipotizzato dal legislatore e rigidamente disciplinato dalla legge; esso, in quanto atto volto a reprimere un abuso edilizio, sorge in virtù di un presupposto di fatto (appunto, l'abuso) di cui il ricorrente deve essere ragionevolmente a conoscenza, rientrando esso nella sua sfera di controllo.
Osserva il collegio che:
1) per giurisprudenza costante l’ordine di demolizione di opere edilizie abusive non deve essere preceduto dall’avviso di cui all’art. 7 della legge n. 241 del 1990, trattandosi di un atto dovuto che viene emesso, quale sanzione per l'accertamento dell'inosservanza di disposizioni urbanistiche, secondo un procedimento di natura vincolata precisamente ipotizzato dal legislatore e rigidamente disciplinato dalla legge; esso, in quanto atto volto a reprimere un abuso edilizio, sorge in virtù di un presupposto di fatto (appunto, l'abuso) di cui il ricorrente deve essere ragionevolmente a conoscenza, rientrando esso nella sua sfera di controllo. Per tali ragioni la censura deve dunque essere respinta (TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 25.10.2012 n. 4261 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Costituisce principio consolidato della giurisprudenza, che l’onere della prova circa la data di realizzazione dell’immobile abusivo spetti a colui che ha commesso l’abuso e solo la deduzione, da parte di quest’ultimo, di concreti elementi, che non possono limitarsi a mere allegazioni documentali a sostegno delle proprie affermazioni, trasferisce il suddetto onere in capo all’Amministrazione.
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In assenza di ogni certezza circa l’epoca di realizzazione delle opere abusive, non vi era alcun obbligo di motivazione rafforzata in capo alla P.A. in merito all’ordinata demolizione. La predetta censura non ha pregio anche perché la sanzione demolitoria deriva dall’accertamento della realizzazione di opere senza alcun titolo edilizio e appare inconfigurabile qualsivoglia affidamento in capo alla ricorrente circa la legittimità delle stesse. Infine, nel caso di specie l’interesse pubblico all’eliminazione degli abusi é, comunque, da ravvisare nella natura paesaggisticamente vincolata della zona e nella scelta operata a monte dal legislatore (in applicazione del principio costituzionale di tutela del valore-paesaggio) relativa alla demolizione dei manufatti abusivi nelle zone aventi tale caratteristica.
Né, infine, l’Amministrazione è tenuta a verificare l’eventuale sanabilità delle opere abusivamente realizzate, ai sensi dell’art. 36 del D.P.R. n. 380/2001, prima di ordinarne la demolizione. E, infatti, una volta accertata l'esecuzione di opere in assenza del prescritto titolo, contrariamente a quanto dedotto dalla ricorrente nel quinto motivo, non costituisce onere del Comune verificare la sanabilità delle opere in sede di vigilanza sull'attività edilizia, né accertare quale fosse la destinazione (conforme o meno agli strumenti urbanistici) che i responsabili dell'abuso intendevano dare agli ambienti e nemmeno l'astratta compatibilità delle opere stesse con la normativa vigente.

Premesso che nel caso di specie il vincolo paesaggistico sull’area nella quale ricadono le opere abusive è stato imposto giusto D.M. 15.02.1962, costituisce principio consolidato della giurisprudenza, che l’onere della prova circa la data di realizzazione dell’immobile abusivo spetti a colui che ha commesso l’abuso e solo la deduzione, da parte di quest’ultimo, di concreti elementi, che non possono limitarsi a mere allegazioni documentali a sostegno delle proprie affermazioni, trasferisce il suddetto onere in capo all’Amministrazione (cfr. Consiglio di Stato, IV, 13.01.2010, n. 45; Consiglio di Stato, V, 09.11.2009, n. 6984).
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Inoltre, in assenza di ogni certezza circa l’epoca di realizzazione delle opere abusive, non vi era alcun obbligo di motivazione rafforzata in capo alla P.A. in merito all’ordinata demolizione. La predetta censura non ha pregio anche perché la sanzione demolitoria deriva dall’accertamento della realizzazione di opere senza alcun titolo edilizio e appare inconfigurabile qualsivoglia affidamento in capo alla ricorrente circa la legittimità delle stesse. Infine, nel caso di specie l’interesse pubblico all’eliminazione degli abusi é, comunque, da ravvisare nella natura paesaggisticamente vincolata della zona e nella scelta operata a monte dal legislatore (in applicazione del principio costituzionale di tutela del valore-paesaggio) relativa alla demolizione dei manufatti abusivi nelle zone aventi tale caratteristica.
Né, infine, l’Amministrazione è tenuta a verificare l’eventuale sanabilità delle opere abusivamente realizzate, ai sensi dell’art. 36 del D.P.R. n. 380/2001, prima di ordinarne la demolizione. E, infatti, una volta accertata l'esecuzione di opere in assenza del prescritto titolo, contrariamente a quanto dedotto dalla ricorrente nel quinto motivo, non costituisce onere del Comune verificare la sanabilità delle opere in sede di vigilanza sull'attività edilizia, né accertare quale fosse la destinazione (conforme o meno agli strumenti urbanistici) che i responsabili dell'abuso intendevano dare agli ambienti e nemmeno l'astratta compatibilità delle opere stesse con la normativa vigente (cfr. TAR, Campania, II, 08.06.2012, n. 2744) (TAR Campania-Napoli, Sea. VII, sentenza 25.10.2012 n.
4254 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL'ingiunzione a demolire le opere edilizie abusivamente realizzate è da considerare un atto palesemente dovuto e, ciò, … ”con la conseguenza che l'omessa comunicazione dell'avvio del relativo procedimento risulta irrilevante, anche in considerazione di quanto disposto dall'art. 21-octies della L. 07.08.1990, n. 241, introdotto dall'art. 14 della l. 11.02.2005, n. 15, il quale esclude possa essere annullato il provvedimento qualora sia palese che il suo contenuto dispositivo non può essere diverso da quello in concreto adottato".
Risulta altrettanto infondato il secondo motivo alla base del ricorso in base al quale l’illegittimità del provvedimento di demolizione viene ricondotta alla mancanza dell’avviso di avvio del procedimento di cui all’art. 7 della L. n. 241/1990.
E’ necessario ricordare come, l'ingiunzione a demolire le opere edilizie abusivamente realizzate sia considerata un atto palesemente dovuto e, ciò, … ”con la conseguenza che l'omessa comunicazione dell'avvio del relativo procedimento risulta irrilevante, anche in considerazione di quanto disposto dall'art. 21-octies della L. 07.08.1990, n. 241, introdotto dall'art. 14 della l. 11.02.2005, n. 15, il quale esclude possa essere annullato il provvedimento qualora sia palese che il suo contenuto dispositivo non può essere diverso da quello in concreto adottato (Tar Toscana, sez. III, 10.10.2003, n. 5236 e Cds Sez. IV, sent. n. 5226 del 16-09-2011)
(TAR Veneto, Sez. II, sentenza 25.10.2012 n. 1290 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Alle situazioni di affidamento in capo ai privati derivanti dal trascorrere di un lungo lasso di tempo tra la commissione dell’abuso ed il protrarsi dell’inerzia dell’amministrazione preposta alla vigilanza edilizia (con conseguente onere di congrua motivazione dell’ordinanza di demolizione, nel senso che essa debba indicare, avuto riguardo anche all'entità ed alla tipologia dell'abuso, il pubblico interesse evidentemente diverso da quello al ripristino della legalità idoneo a giustificare il sacrificio del contrapposto interesse privato), nel caso di specie non può tuttavia ravvisarsi la sussistenza della condizione di partenza di un simile ragionamento, essendo trascorsi solo otto anni dall’edificazione delle opere abusive ed il loro accertamento avvenuto a seguito del sopralluogo degli emissari comunali.
Si tratta, a tutta evidenza, di un periodo temporale manifestamente insufficiente, tale da non integrare quel “lungo lasso di tempo” che la giurisprudenza amministrativa, anche di questa Sezione, pone come indefettibile condizione di partenza.
In proposito, la giurisprudenza considera rilevante il trascorrere di un tempo “immemorabile”, ovvero un intervallo temporale particolarmente consistente, ad esempio di più di quarant’anni o di più di trentacinque anni.

Quanto alla censura incentrata sull’asserito “affidamento” ingeneratosi nel proprietario circa il mantenimento dell’opera, a cagione sia del lasso di tempo intercorso tra la data della sua costruzione (anno 2003) e quella dell’intervento repressivo, sia della natura modesta dell’abuso, essa non può essere accolta.
Il periodo di tempo in questione non può infatti considerarsi sufficiente, nella specie, al fine di radicare una ragionevole aspettativa in ordine al mantenimento delle opere abusive, anche di modesta dimensione. Pur dovendosi conferire rilevanza, in linea generale ed astratta, alle situazioni di affidamento in capo ai privati derivanti dal trascorrere di un lungo lasso di tempo tra la commissione dell’abuso ed il protrarsi dell’inerzia dell’amministrazione preposta alla vigilanza edilizia (con conseguente onere di congrua motivazione dell’ordinanza di demolizione, nel senso che essa debba indicare, avuto riguardo anche all'entità ed alla tipologia dell'abuso, il pubblico interesse evidentemente diverso da quello al ripristino della legalità idoneo a giustificare il sacrificio del contrapposto interesse privato), nel caso di specie non può tuttavia ravvisarsi la sussistenza della condizione di partenza di un simile ragionamento, essendo trascorsi solo otto anni dall’edificazione delle opere abusive ed il loro accertamento avvenuto a seguito del sopralluogo degli emissari comunali.
Si tratta, a tutta evidenza, di un periodo temporale manifestamente insufficiente, tale da non integrare quel “lungo lasso di tempo” che la giurisprudenza amministrativa, anche di questa Sezione, pone come indefettibile condizione di partenza (cfr., per un caso analogo, TAR Piemonte, sez. II, n. 809 del 2012).
In proposito, la giurisprudenza considera rilevante il trascorrere di un tempo “immemorabile” (cfr. TAR Puglia, Lecce, sez. III, n. 242 del 2012), ovvero un intervallo temporale particolarmente consistente, ad esempio di più di quarant’anni (TAR Veneto, sez. II, n. 203 del 2012) o di più di trentacinque anni (TAR Calabria, Catanzaro, sez. I, n. 1239 del 2011) (
TAR Piemonte, Sez. II, sentenza 25.10.2012 n. 1138 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA: Il silenzio-rifiuto può formarsi esclusivamente in ordine ad un'attività dell'amministrazione ad emanazione vincolata ma di contenuto discrezionale, e quindi necessariamente incidente su posizioni di interesse legittimo, e non già nell'ipotesi in cui viene chiesto il soddisfacimento di posizioni aventi natura sostanziale di diritti soggettivi.
La formazione del silenzio-rifiuto e lo speciale procedimento giurisdizionale oggi disciplinato dall’art. 117 c.p.a., non risulta infatti compatibile con le pretese che solo apparentemente abbiano per oggetto una situazione di inerzia, in quanto concernono diritti soggettivi la cui eventuale lesione è direttamente accertabile dall'autorità giurisdizionale competente.
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La legge n. 47 del 1985 dispone che, qualora dall’esame della documentazione risulti un credito a favore del presentatore della domanda di concessione in sanatoria, certificato con l’attestazione rilasciata dal Sindaco, l’interessato può presentare istanza di rimborso “all’intendenza di finanza territorialmente competente”.
Alle Intendenze di Finanza, peraltro, sono dapprima subentrate, in forza della l. 29.10.1991 n. 358, le Direzione Regionali delle Entrate, alle quali, per quanto qui interessa, in forza del d.m. 07.03.1997 (recante le “Modalità di rimborso delle differenze non dovute e versate a titolo di oblazione per la sanatoria degli abusi edilizi”), è stato espressamente attribuito il compito di disporre i rimborsi a favore degli aventi diritto.
E’ noto, poi che, ai sensi del d.lgs. n. 300 del 1999, è stata creata l’Agenzia delle Entrate, cui è stata attribuita, tra le altre, la competenza “a svolgere i servizi relativi alla amministrazione, alla riscossione e al contenzioso dei tributi diretti e dell'imposta sul valore aggiunto, nonché di tutte le imposte, diritti o entrate erariali o locali, entrate anche di natura extratributaria, già di competenza del dipartimento delle entrate del ministero delle finanze o affidati alla sua gestione in base alla legge o ad apposite convenzioni stipulate con gli enti impositori o con gli enti creditori”.
Non vi è dubbio, pertanto, che l’Agenzia sia competente anche a disporre i rimborsi delle differenze non dovute e versate a titolo di oblazione per la sanatoria di abusi edilizi.

La controversia in esame -ancorché veicolata attraverso l’impugnativa del silenzio–rifiuto opposto dall'amministrazione- è diretta alla declaratoria del diritto alla restituzione di somme che si sostengono versate in eccedenza a titolo di oblazione per sanatoria edilizia.
Essa concerne quindi, diritti soggettivi di credito in materia in cui sussiste la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo (art. 35, comma 16, l. 28.02.1985, n. 47, richiamato, per quanto qui interessa, dall’art. 39 della l. 724 del 1994, applicata nella fattispecie; cfr., da ultimo, TAR Lazio, sez. II, sentenza n. 945 del 02.02.2011).
Per quanto occorrer possa, è bene precisare che parte ricorrente ha comunque espressamente spiegato anche un’azione di accertamento e di condanna alla restituzione delle somme versate in eccedenza.
Al riguardo, il Collegio ricorda che il silenzio-rifiuto può formarsi esclusivamente in ordine ad un'attività dell'amministrazione ad emanazione vincolata ma di contenuto discrezionale, e quindi necessariamente incidente su posizioni di interesse legittimo, e non già nell'ipotesi in cui viene chiesto il soddisfacimento di posizioni aventi natura sostanziale di diritti soggettivi.
La formazione del silenzio-rifiuto e lo speciale procedimento giurisdizionale oggi disciplinato dall’art. 117 c.p.a., non risulta infatti compatibile con le pretese che solo apparentemente abbiano per oggetto una situazione di inerzia, in quanto concernono diritti soggettivi la cui eventuale lesione è direttamente accertabile dall'autorità giurisdizionale competente (TAR Lazio, sez. II, 07.11.2011, n. 8531).
Ciò premesso -quanto alla sussistenza, in materia, della giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo- deve essere respinta l’unica eccezione svolta dall’intimata Agenzia delle Entrate, la quale ha invocato il proprio difetto di legittimazione passiva.
Ricorda infatti il Collegio che la legge n. 47 del 1985, sopra richiamata, dispone che, qualora dall’esame della documentazione risulti un credito a favore del presentatore della domanda di concessione in sanatoria, certificato con l’attestazione rilasciata dal Sindaco, l’interessato può presentare istanza di rimborso “all’intendenza di finanza territorialmente competente”.
Alle Intendenze di Finanza, peraltro, sono dapprima subentrate, in forza della l. 29.10.1991 n. 358, le Direzione Regionali delle Entrate, alle quali, per quanto qui interessa, in forza del d.m. 07.03.1997 (recante le “Modalità di rimborso delle differenze non dovute e versate a titolo di oblazione per la sanatoria degli abusi edilizi”), è stato espressamente attribuito il compito di disporre i rimborsi a favore degli aventi diritto.
E’ noto, poi che, ai sensi del d.lgs. n. 300 del 1999, è stata creata l’Agenzia delle Entrate, cui è stata attribuita, tra le altre, la competenza “a svolgere i servizi relativi alla amministrazione, alla riscossione e al contenzioso dei tributi diretti e dell'imposta sul valore aggiunto, nonché di tutte le imposte, diritti o entrate erariali o locali, entrate anche di natura extratributaria, già di competenza del dipartimento delle entrate del ministero delle finanze o affidati alla sua gestione in base alla legge o ad apposite convenzioni stipulate con gli enti impositori o con gli enti creditori”.
Non vi è dubbio, pertanto, che l’Agenzia sia competente anche a disporre i rimborsi delle differenze non dovute e versate a titolo di oblazione per la sanatoria di abusi edilizi.
L’eccezione, peraltro, è stata genericamente svolta dalla difesa erariale, la quale si è limitata a sostenere, per converso, la legittimazione passiva del Comune di Campagnano Romano.
Al riguardo, si osserva peraltro che l’istanza di condono è stata definita dal Comune ai sensi della l. n. 724 del 1994, non trovando pertanto applicazione l’art. 32, comma 41, del d.l. n. 269/2003, conv. in l. 326/2003, il quale prevede che, al fine di incentivare la definizione da parte dei comuni delle domande di sanatoria per gli abusi edilizi, il 50 per cento delle somme riscosse a titolo di conguaglio dell'oblazione, in origine versato interamente all’Erario, venga devoluto ai Comuni medesimi (secondo le modalità stabilite con decreto del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti in data 28.2.2005)
Nel merito, il ricorso è fondato.
Il Collegio rileva che vi è, in atti, il provvedimento con cui l’amministrazione comunale ha determinato, in via definitiva, l’importo dell’oblazione, e ha, contestualmente, certificato che il sig. Messina deve avere, “a conguaglio, la somma di euro 3.160,942”, da richiedersi alla “sezione staccata della direzione regionale delle Entrate, secondo le modalità indicate nel d.m. 07.03.1997 (G.U. 22.04.1997, n. 93)”.
Nel costituirsi in giudizio, come già accennato, l’Agenzia delle Entrate non ha contestato tali presupposti di fatto.
Va infine soggiunto che la somma dovuta inerisce ad un indebito oggettivo (cfr. l’art. 2033 c.c.) e dovrà perciò essere maggiorata dei soli interessi legali decorrenti dalla data della domanda (TAR Lazio-Roma, Sez. II, sentenza 24.10.2012 n. 8767 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL'art. 27 del t.u. dell'edilizia (ex art. 7 l. n. 47 del 1985) è applicabile sia in presenza della fase iniziale delle lavorazioni che di opere già eseguite e non vede la sua efficacia limitata alle sole zone di inedificabilità assoluta.
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Il provvedimento sanzionatorio trova giustificazione del tutto sufficiente nell’indicazione degli abusi realizzati “in difetto dei prescritti titoli abilitativi” su territorio assoggettato a vincolo paesaggistico, con la ulteriore conseguenza che non può essere predicata alcuna violazione delle garanzie partecipative.
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Ex combinato disposto fra art. 31 e 34 del d.P.R. n. 380 del 2001, l'eventuale pregiudizio derivante dalla demolizione delle opere abusive rispetto al manufatto esistente viene in rilievo solo se si è in presenza “di interventi realizzati in parziale difformità dal permesso di costruire”.
E' il responsabile dell'abuso a doversi primariamente preoccupare di effettuare la demolizione parziale con tutte le cautele tecniche necessarie per evitare qualsiasi pregiudizio strutturale, fermo che, da parte dell’amministrazione, l’esigibilità dell’adempimento richiesto al privato sarà (andrà) comprovata in appresso, in sede di eventuale esecuzione di ufficio della demolizione, ovvero determinerà quanti effetti risarcitori avessero a prodursi per la contraria ipotesi.
La possibilità di non procedere alla rimozione delle parti abusive quando ciò sia di pregiudizio alle parti legittime costituisce solo un'eventualità della fase esecutiva, subordinata alla circostanza dell'impossibilità del ripristino dello stato dei luoghi.

Migliore sorte non può essere conferita al secondo mezzo, in quanto a differenza di quanto assume, del tutto genericamente, parte ricorrente:
- come già sopra precisato, il provvedimento impugnato non ingiunge la demolizione dell’intera opera;
- alla luce della disciplina vigente e della consolidata giurisprudenza formatasi sul testo normativo antecedente, l'art. 27 del t.u. dell'edilizia (ex art. 7 l. n. 47 del 1985) è applicabile sia in presenza della fase iniziale delle lavorazioni che di opere già eseguite e non vede la sua efficacia limitata alle sole zone di inedificabilità assoluta (cfr. Tar Campania, questa sesta sezione, ex multis, n. 2636 del 05.06.2012, n. 1302 del 16.03.2012, n. 5804 del 14.12.2011, n. 2382 del 28.04.2011; n. 1636 del 23.03.2011, n. 2814 del 06.05.2010, n. 2076 del 21.04.2010, n. 1775 del 07.04.2010, n. 1731 del 30.03.2010 e n. 10.03.2011, n. 1410; e cfr. anche, sezione terza, 11.03.2009, n. 1376 e Tribunale Roma, 28.04.2000).
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Infondati sono poi i mezzi a seguire che possono essere accomunati nell’esame. Ed invero, sempre per consolidata giurisprudenza, in essa compresa quella della Sezione fin qui riportata e cui si rinvia:
- alcun onere di verifica della compatibilità delle opere con la strumentazione urbanistica risiedeva in capo all’amministrazione, stante anche -lo si ribadisce- l’avvenuta realizzazione dell’intervento in difetto di autorizzazione paesaggistica non rilasciabile a sanatoria ex art. 146, comma 12, d.l.vo n. 42 del 2004 non rientrandosi, in pacifica evidenza, nelle eccezioni ivi previste, ossia nei casi di cui all’art. 167, comma 4 e 5, stesso decreto;
- nelle ripetute descritte condizioni, alcun rilievo può esser attribuito alla presentazione (anch’essa genericamente indicata) di un’istanza di accertamento di conformità urbanistica, a fronte della quale, in assenza di attuali contrarie indicazioni, deve ritenersi essersi formato (all’epoca) il provvedimento di diniego ex lege;
- sempre nelle descritte condizioni, il provvedimento sanzionatorio, quale adottato, trova giustificazione del tutto sufficiente nell’indicazione degli abusi realizzati “in difetto dei prescritti titoli abilitativi” su territorio assoggettato a vincolo paesaggistico, con la ulteriore conseguenza che non può essere predicata alcuna violazione delle garanzie partecipative (cfr., oltre la riportata giurisprudenza della Sezione, Cons. Stato, sezione quinta, sentenza 07.04.2011 n. 2159).
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Ancorché non vi sia in ricorso una denuncia specifica ed espressa al riguardo, stante comunque il sia pur mero accenno contenuto in seno all’esposizione “dei dati di fatto”, è il caso ancora di precisare che l’amministrazione non aveva alcun onere di valutare il possibile pregiudizio all’esistente recato dall’esecuzione dell’ordine di ripristino. Ciò perché:
- ex combinato disposto fra art. 31 e 34 del d.P.R. n. 380 del 2001, l'eventuale pregiudizio derivante dalla demolizione delle opere abusive rispetto al manufatto esistente viene in rilievo solo se si è in presenza “di interventi realizzati in parziale difformità dal permesso di costruire” (Tar Campania, Napoli, questa sesta sezione, n. 2811 del 06.05.2010; sezione seconda, 27.01.2009, n. 443);
- è “il responsabile dell'abuso a doversi primariamente preoccupare di effettuare la demolizione parziale con tutte le cautele tecniche necessarie per evitare qualsiasi pregiudizio strutturale” (cfr., cennata pronuncia n. 2811 del 06.05.2010 e Tar Umbria, Perugia, sezione prima, 21.01.2010, n. 24), fermo che, da parte dell’amministrazione, “l’esigibilità dell’adempimento richiesto al privato sarà (andrà) comprovata in appresso, in sede di eventuale esecuzione di ufficio della demolizione, ovvero determinerà quanti effetti risarcitori avessero a prodursi per la contraria ipotesi” (ancora la ripetuta pronuncia della sezione e, sezione settima, sentenza n. 9355 del 24.07.2008);
- in definitiva, “la possibilità di non procedere alla rimozione delle parti abusive quando ciò sia di pregiudizio alle parti legittime costituisce solo un'eventualità della fase esecutiva, subordinata alla circostanza dell'impossibilità del ripristino dello stato dei luoghi” (cfr., ex multis, fra le ultime, Tar Campania Napoli, questa sesta sezione, n. 3538 del 24.07.2012, 18.05.2012, n. 2291 cit.; 22.02.2012, n. 913, 08.04.2011, n. 2039 e 15.07.2010, n. 16807; Salerno, sez. II, 13.04.2011, n. 702) (TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 23.10.2012 n.
4204 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa presentazione dell'istanza di sanatoria -sia essa di accertamento di conformità, sia essa di condono- produce l'effetto di rendere inefficace il provvedimento sanzionatorio dell'ingiunzione di demolizione e, quindi, improcedibile l'impugnazione stessa per sopravvenuta carenza di interesse. Invero, il riesame dell'abusività dell'opera provocato dalla predetta istanza di sanatoria comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento (esplicito o implicito, di accoglimento o di rigetto) che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa.
Infatti, nell'ipotesi di rigetto dell'istanza, l'Amministrazione dovrà adottare un nuovo provvedimento sanzionatorio, con l'assegnazione di un nuovo termine per adempiere. Del pari, in caso di positiva delibazione dell'istanza non si avrebbe più interesse alla definizione del giudizio, essendo stato sanato il lamentato abuso, con effetto estintivo anche delle sanzioni acquisitive, eventualmente già adottate.

Ritiene il Collegio che il ricorso sia improcedibile, conformemente al consolidato orientamento giurisprudenziale, espresso, da ultimo, nella seguente massima: "La presentazione dell'istanza di sanatoria -sia essa di accertamento di conformità, sia essa di condono- produce l'effetto di rendere inefficace il provvedimento sanzionatorio dell'ingiunzione di demolizione e, quindi, improcedibile l'impugnazione stessa per sopravvenuta carenza di interesse. Invero, il riesame dell'abusività dell'opera provocato dalla predetta istanza di sanatoria comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento (esplicito o implicito, di accoglimento o di rigetto) che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa.
Infatti, nell'ipotesi di rigetto dell'istanza, l'Amministrazione dovrà adottare un nuovo provvedimento sanzionatorio, con l'assegnazione di un nuovo termine per adempiere. Del pari, in caso di positiva delibazione dell'istanza non si avrebbe più interesse alla definizione del giudizio, essendo stato sanato il lamentato abuso, con effetto estintivo anche delle sanzioni acquisitive, eventualmente già adottate
" (cfr. ex multis TAR Campania Napoli, sez. III, 11.09.2009, n. 4918) (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 22.10.2012 n. 1920 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAPur nel nuovo sistema introdotto dagli artt. 2 e 3 L. 07.08.1990 n. 241, il silenzio serbato dall’amministrazione sull’istanza di accertamento di conformità urbanistica di cui all’art. 13 L. 28.02.1985 n. 47 (ora, art. 36 T.U. 06.06.2001 n. 380), ha natura di atto tacito di reiezione (e quindi di silenzio-significativo) e non di silenzio-rifiuto.
Ne consegue che tale provvedimento, in quanto tacito, è ope legis privo di motivazione ed è perciò impugnabile non per tale carenza, bensì per il suo contenuto tipico di rigetto.

In punto di rito, occorre premettere che, pur nel nuovo sistema introdotto dagli artt. 2 e 3 L. 07.08.1990 n. 241, il silenzio serbato dall’amministrazione sull’istanza di accertamento di conformità urbanistica di cui all’art. 13 L. 28.02.1985 n. 47 (ora, art. 36 T.U. 06.06.2001 n. 380), ha natura di atto tacito di reiezione (e quindi di silenzio-significativo) e non di silenzio-rifiuto.
Ne consegue che tale provvedimento, in quanto tacito, è ope legis privo di motivazione ed è perciò impugnabile non per tale carenza, bensì per il suo contenuto tipico di rigetto (cfr. TAR Campania, Salerno, Sez. II, 07.03.2008 n. 257) (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 22.10.2012 n. 1909 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: In tema di omissione della comunicazione dell'avvio del procedimento (strumento principale di partecipazione), l'adozione di provvedimenti repressivi degli abusi edilizi non deve essere preceduta dal suddetto avviso, trattandosi di provvedimenti tipici e vincolati emessi all'esito di un mero accertamento tecnico della consistenza delle opere realizzate e del carattere abusivo delle medesime.
La violazione dell'obbligo di comunicazione dell'avvio del procedimento non costituisce un motivo idoneo a determinare l'annullabilità dei provvedimenti sanzionatori in materia di abusi edilizi, in quanto è palese, attesa l'assenza di qualsivoglia titolo abilitativo all'edificazione, che il contenuto dispositivo del provvedimento "non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato", sicché sussiste la condizione prevista dall'art. 21-octies, comma 2, della L. n. 241 del 1990 per determinare la non annullabilità del provvedimento impugnato.
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Sul presunto difetto di motivazione si osserva che l'ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione, non potendo neppure ammettersi l'esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo non può giammai legittimare.

In particolare l’infondatezza del ricorso poggia sulle seguenti argomentazioni:
a) sul primo motivo di ricorso -per consolidata regola giurisprudenziale, ampiamente condivisa da questo TAR- in tema di omissione della comunicazione dell'avvio del procedimento (strumento principale di partecipazione), l'adozione di provvedimenti repressivi degli abusi edilizi non deve essere preceduta dal suddetto avviso, trattandosi di provvedimenti tipici e vincolati emessi all'esito di un mero accertamento tecnico della consistenza delle opere realizzate e del carattere abusivo delle medesime (Cons. Stato, sez. IV, 30.03.2000, n. 1814; TAR Campania, sez. IV, 28.03.2001, n. 1404, 14.06.2002, n. 3499, 12.02.2003, n. 797).
Più recentemente è stato precisato che la violazione dell'obbligo di comunicazione dell'avvio del procedimento non costituisce un motivo idoneo a determinare l'annullabilità dei provvedimenti sanzionatori in materia di abusi edilizi, in quanto è palese, attesa l'assenza di qualsivoglia titolo abilitativo all'edificazione, che il contenuto dispositivo del provvedimento "non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato", sicché sussiste la condizione prevista dall'art. 21-octies, comma 2, della L. n. 241 del 1990 per determinare la non annullabilità del provvedimento impugnato (Consiglio di Stato, sez. IV, 15.05.2009, n. 3029).
...
d) infine, sul presunto difetto di motivazione si osserva che l'ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione, non potendo neppure ammettersi l'esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo non può giammai legittimare (C.d.S., sez. IV, 01.10.2007, n. 5049; 10.12.2007, n. 6344; 31.08.2010, n. 3955; sez. V, 07.09.2009, n. 5229) (TAR Lazio-Roma, Sez. I-quater, sentenza 19.10.2012 n. 8661 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: E' illegittimo l’ordine di ripristino con il quale è stato contestato (al proprietario dell'immobile) di avere mutato la destinazione d’uso, da turistico-ricettiva a residenziale, dell’immobile di proprietà e si è aggiunto che, in caso di inottemperanza, l’opera sarebbe stata acquisita al patrimonio pubblico, laddove non è provata, come è necessario, la responsabilità del proprietario.
Considerato:
- che il ricorrente impugna l’ordine di ripristino 801 del 2012, con il quale gli è stato contestato di avere mutato la destinazione d’uso, da turistico-ricettiva a residenziale, dell’immobile di proprietà sito in Roma, via Aurelia Antica n. 425, e si è aggiunto che, in caso di inottemperanza, l’opera sarebbe stata acquisita al patrimonio pubblico;
- che, all’esito della fase cautelare, sussistono i presupposti per definire la causa con sentenza in forma semplificata;
- che questo Tribunale si è ripetutamente occupato di analoga fattispecie, posto che il mutamento dell’uso ha riguardato l’intero stabile;
- che, in tali occasioni, si è ritenuto legittimo l’operato della p.a.;
- che, peraltro, il ricorrente, nel caso di specie, anziché contestare il mutamento d’uso, rileva che, in quanto proprietario non responsabile, il Comune non avrebbe potuto configurare la sanzione dell’acquisizione gratuita;
- che, per tale parte (primo motivo), il ricorso è fondato, giacché non è provata, come è necessario, la responsabilità del proprietario, avente causa da un terzo, circa il mutamento (nello stesso senso, su identica fattispecie, sentenza in causa 04727 del 2012 di questa Sezione) (TAR Lazio-Roma, Sez. I-quater, sentenza 19.10.2012 n. 8657 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa presentazione dell'istanza di sanatoria successivamente all'impugnazione dell'ordinanza di demolizione produce l'effetto di rendere inefficace tale provvedimento e, quindi, improcedibile l'impugnazione stessa per sopravvenuta carenza di interesse, atteso che a seguito dell'istanza di sanatoria l'ordinanza di demolizione deve essere sostituita o dalla concessione in sanatoria o da un nuovo provvedimento sanzionatorio.
Più precisamente, la presentazione dell’istanza di sanatoria per opere edilizie già oggetto di provvedimenti sanzionatori determina l’improcedibilità del ricorso proposto nei confronti di quest'ultimi e ciò in quanto la ricorrente non può avere alcun interesse a coltivare un gravame concernente misure che —all’esito del procedimento di sanatoria— dovranno essere sostituite con un nuovo provvedimento sanzionatorio ovvero dal titolo edilizio rilasciato in sanatoria.
Invero, posto che la presentazione dell’istanza di sanatoria dell'abuso edilizio produce in capo all'Amministrazione l'obbligo di avviare e concludere il relativo procedimento con provvedimento espresso e motivato, la determinazione amministrativa, in caso di contenuto favorevole al privato, avrà come effetto l'integrale soddisfacimento delle sue pretese con conseguente cessazione della materia del contendere del ricorso giurisdizionale avverso la demolizione dell'opera, mentre, in caso di rigetto della domanda, la lesione della sfera giuridica del richiedente originerà da questo nuovo provvedimento e dalla rinnovata misura sanzionatoria che a tale atto dovrà necessariamente seguire, con conseguente improcedibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse.

Infatti, secondo costante giurisprudenza (TAR Piemonte Torino, sez. I, 07.04.2011, n. 358), la presentazione dell'istanza di sanatoria successivamente all'impugnazione dell'ordinanza di demolizione produce l'effetto di rendere inefficace tale provvedimento e, quindi, improcedibile l'impugnazione stessa per sopravvenuta carenza di interesse, atteso che a seguito dell'istanza di sanatoria l'ordinanza di demolizione deve essere sostituita o dalla concessione in sanatoria o da un nuovo provvedimento sanzionatorio.
Più precisamente si afferma in sede pretoria (TAR Lazio Roma, sez. II, 01.02.2011, n. 936) che la presentazione dell’istanza di sanatoria per opere edilizie già oggetto di provvedimenti sanzionatori determina l’improcedibilità del ricorso proposto nei confronti di quest'ultimi e ciò in quanto la ricorrente non può avere alcun interesse a coltivare un gravame concernente misure che —all’esito del procedimento di sanatoria— dovranno essere sostituite con un nuovo provvedimento sanzionatorio ovvero dal titolo edilizio rilasciato in sanatoria.
Invero, posto che la presentazione dell’istanza di sanatoria dell'abuso edilizio produce in capo all'Amministrazione l'obbligo di avviare e concludere il relativo procedimento con provvedimento espresso e motivato, la determinazione amministrativa, in caso di contenuto favorevole al privato, avrà come effetto l'integrale soddisfacimento delle sue pretese con conseguente cessazione della materia del contendere del ricorso giurisdizionale avverso la demolizione dell'opera, mentre, in caso di rigetto della domanda, la lesione della sfera giuridica del richiedente originerà da questo nuovo provvedimento e dalla rinnovata misura sanzionatoria che a tale atto dovrà necessariamente seguire, con conseguente improcedibilità del ricorso per sopravvenuta carenza di interesse (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 19.10.2012 n. 1902 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAL’ordine di demolizione è chiaramente motivato in ragione della violazione della fascia di rispetto cimiteriale, soggetta a vincolo di inedificabilità assoluta.
Trattandosi di atto dal contenuto vincolato, non era richiesta una particolare motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico alla demolizione, essendo questo implicito nella necessità di preservare l’integrità della fascia di rispetto cimiteriale.

L’ordine di demolizione è chiaramente motivato in ragione della violazione della fascia di rispetto cimiteriale, soggetta a vincolo di inedificabilità assoluta.
Trattandosi di atto dal contenuto vincolato, non era richiesta una particolare motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico alla demolizione, essendo questo implicito nella necessità di preservare l’integrità della fascia di rispetto cimiteriale (Cons. Stato, sez. V, 12.11.1999, n. 1871; TAR Lombardia Milano, 30.03.1996, n. 396).
Né è dato rilevare nel comportamento del Comune profili di contraddittorieà o di illogicità: il Comune, stante l’esistenza di un vincolo di inedificabilità oggettivamente ostativo al rilascio del titolo edificatorio, ha operato un ragionevole bilanciamento tra l’interesse pubblico presidiato dal vincolo e quello privato della ricorrente, consentendo che la struttura fosse allocata in via meramente temporanea e attraverso modalità di periodica installazione/disinstallazione che rendessero manifesta e ben percepibile la precarietà del manufatto.
Quando però ha constatato che la struttura aveva assunto carattere permanente, ha dapprima richiamato la ricorrente all’adempimento e quindi, avendone constatato l’inadempimento, l’ha dichiarata decaduta dall’autorizzazione e le ha ordinato, conseguentemente, la demolizione del manufatto perché edificato abusivamente in zona di rispetto cimiteriale.
Il comportamento del Comune è stato coerente, ragionevole e conforme a legge (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 19.10.2012 n. 1113 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa circostanza che nell’atto impugnato non risultino menzionate le conseguenze scaturenti dall’inottemperanza dell’ordine di demolizione e, in particolare, non sia esattamente individuata l’area che, in caso di inottemperanza, sarebbe oggetto di acquisizione gratuita al patrimonio indisponibile del Comune, non integra violazione dell’art. 7 L. 28.02.1985 n. 47 poiché nulla esclude che tale più compiuta individuazione possa essere effettuata successivamente, ai fini dell’immissione in possesso e della relativa trascrizione.
La circostanza che nell’atto impugnato non risultino menzionate le conseguenze scaturenti dall’inottemperanza dell’ordine di demolizione e, in particolare, non sia esattamente individuata l’area che, in caso di inottemperanza, sarebbe oggetto di acquisizione gratuita al patrimonio indisponibile del Comune, non integra violazione dell’art. 7 L. 28.02.1985 n. 47 poiché, come già affermato da questo Tribunale, nulla esclude che tale più compiuta individuazione possa essere effettuata successivamente, ai fini dell’immissione in possesso e della relativa trascrizione (TAR Piemonte, sez. I, 04.09.2009, n. 2253; in senso analogo TAR Campania Napoli, sez. VI, 05.06.2012, n. 2635; TAR Lazio Roma, sez. II, 02.01.2012, n. 9) (TAR Piemonte, Sez. I, sentenza 19.10.2012 n. 1112 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il termine decennale di prescrizione dell’obbligazione sul pagamento degli oneri concessori, nell’ipotesi di mancata esplicita definizione dell’istanza di condono, decorre dalla formazione del silenzio assenso e questo, ai sensi dell’art. 35 della legge n. 47/1985, si forma dopo il termine di ventiquattro mesi decorrente dalla data nella quale viene depositata la documentazione completa a corredo della domanda di rilascio della concessione in sanatoria.
Considerato che:
- è fondata la censura con cui parte ricorrente solleva la maturata prescrizione del diritto a riscuotere sia gli oneri concessori sia l’indennità risarcitoria paesaggistica, non essendo peraltro intervenuti atti interruttivi;
- quanto al primo profilo, la difesa comunale mostra di aderire al consolidato orientamento, condiviso dal Collegio, secondo il quale il termine decennale di prescrizione dell’obbligazione sul pagamento degli oneri concessori, nell’ipotesi di mancata esplicita definizione dell’istanza di condono, decorre dalla formazione del silenzio assenso e questo, ai sensi dell’art. 35 della legge n. 47/1985, si forma dopo il termine di ventiquattro mesi decorrente dalla data nella quale viene depositata la documentazione completa a corredo della domanda di rilascio della concessione in sanatoria (cfr. Consiglio di Stato, Sez. V, 02.02.2012 n. 578; TAR Sicilia Catania, Sez. I, 12.05.2011 n. 1156; TAR Sardegna, Sez. II, 17.11.2010 n. 2600);
- ebbene, nel caso di specie tale termine è abbondantemente trascorso, in quanto la cartella esattoriale è stata notificata il 18.10.2011 a fronte del perfezionamento del silenzio assenso sulla pratica di condono realizzatosi quasi tredici anni prima, in data 28.03.1998, atteso che, come riferito dalla stessa difesa comunale nella sua memoria difensiva, la documentazione completa per la sanatoria è stata depositata il 28.03.1996 dall’allora proprietario dell’immobile (Fiart Cantieri Italiani S.p.A.);
- quanto all’indennità risarcitoria, deve intendersi prescritto anche il più breve termine quinquennale previsto dall’art. 28 della legge n. 689/1981, che decorre, vertendosi in materia di illecito permanente, a partire dalla cessazione della situazione di illiceità, ossia dall’emissione del provvedimento sanzionatorio determinativo della misura dell’indennità (cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, 11.04.2007 n. 1585; Consiglio di Stato, Sez. V, 13.07.2006 n. 4420; TAR Toscana, Sez. III, 16.11.2009 n. 1665);
- orbene, nella fattispecie il provvedimento sanzionatorio è stato emesso nei confronti della ricorrente con la citata nota comunale prot. n. 5065 del 06.02.2003, con conseguente maturazione del termine prescrizionale al 06.02.2008, mentre la cartella di pagamento è stata notificata ben oltre tale termine;
- né vale sostenere, come dedotto dalla difesa comunale, che il potere sanzionatorio inerente all’indennità risarcitoria paesaggistica può essere esercitato senza limiti di tempo, poiché nella presente controversia si discute della prescrizione del diritto sorto a seguito dell’esercizio del predetto potere e non di un’ipotetica decadenza dalle prerogative sanzionatorie in tema di illeciti paesaggistici;
- né sono convincenti le ulteriori obiezioni della difesa comunale, con le quali si intende evidenziare che: a) i termini prescrizionali sarebbero stati interrotti dalle menzionate note prot. n. 5065 del 06.02.2003, prot. n. 22621 del 05.06.2003 e prot. n. 23480 del 28.06.2010; b) la mancata corresponsione delle somme dovute a conguaglio, come indicate nelle predette note, impedirebbe la formazione del silenzio assenso sull’istanza di condono secondo quanto previsto dall’art. 35 della legge n. 47/1985;
- si rimarca, difatti, quanto segue: aa) come già chiarito, le note in parola, avendo evidente carattere recettizio, non sono pervenute nella sfera di conoscenza della ricorrente per nullità del procedimento di notifica, con conseguente inconfigurabilità di effetti interruttivi dei termini prescrizionali; bb) si tratta nel caso specifico non del mancato pagamento di ratei dell’oblazione, che effettivamente impedisce il perfezionamento del silenzio assenso sull’istanza di condono, ma della diversa ipotesi della richiesta di pagamento di somme dovute proprio in ragione dell’esistenza di un valido titolo edilizio, sebbene rilasciato in sanatoria (TAR Campania-Napoli, sentenza 18.10.2012 n. 4147 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La PA ha l’obbligo di pronunciarsi sempre su denunce di abuso edilizio.
La questione oggetto della controversia sottoposta ai giudici del Consiglio di Stato, in questa pronuncia, si riferisce alla legittimità del silenzio dell’amministrazione comunale su una richiesta che ne sollecita i poteri repressivi nei confronti di un intervento edilizio, ritenuto abusivo perché lesivo delle prerogative della proprietà confinante.
Con la decisione impugnata il TAR si era espresso negativamente sul dovere dell’amministrazione di pronunziarsi, facendo riferimento al presupposto sostanziale per ottenere la repressione dell’abuso, costituito dalla effettiva lesione delle prerogative dominicali del soggetto che sollecita l’esercizio dei poteri repressivi in questione. Alla luce della giurisprudenza del Consiglio di Stato, i giudici di Palazzo Spada hanno accolto il ricorso e ribadendo che la causa verte esclusivamente sulla sussistenza di un obbligo del Comune di pronunziarsi sulla domanda, e non sul merito della controversia (la regolarità o meno dell’intervento edilizio), spiegano che, in circostanze come questa, in via generale, “l'obbligo giuridico di provvedere -ai sensi dell'art. 2 della legge 07.08.1990, n. 241, come modificato dall’art. 7 della legge 18.06.2009, n. 69- sussiste in tutte quelle fattispecie particolari nelle quali ragioni di giustizia e di equità impongano l'adozione di un provvedimento e quindi, tutte quelle volte in cui, in relazione al dovere di correttezza e di buona amministrazione della parte pubblica, sorga per il privato una legittima aspettativa a conoscere il contenuto e le ragioni delle determinazioni (qualunque esse siano) dell'Amministrazione (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 03.06.2010, n. 3487).
In particolare, poi, il proprietario confinante con l’immobile, nel quale si assuma essere stato realizzato un abuso edilizio, ha comunque un interesse alla definizione dei procedimenti relativi all’immobile medesimo entro il termine previsto dalla legge, tenendo conto dell’interesse sostanziale che, in relazione alla vicinanza, egli può nutrire in ordine all’esercizio dei poteri repressivi e ripristinatori da parte dell’organo competente (cfr. Cons. Stato, Sez. VI, 20.07.2006, n. 4609; Id., IV Sez., 07.07.2008, n. 3384)
” (Cons. di Stato, sez. IV, n. 2468/2012).
Ciò considerato, secondo gli stessi giudici la decisione del TAR opera una commistione tra le due distinte questioni giuridiche (pronunzia o meno sull’istanza ed esercizio o meno dei poteri repressivi), obliterando che oggetto del ricorso era solo la prima. E con riferimento a questa sussistevano gli elementi legittimanti minimali per ottenere la pronunzia del Comune, costituiti dalla incontestata proprietà da parte istante e dallo stato dei luoghi esposto dal ricorrente.
Come già affermato in fattispecie analoghe (Cons. di Stato n. 2468/2012, cit.), resta poi irrilevante la prospettiva di un esperimento dell’azione possessoria in sede civile, ben potendo la tutela (rimozione del presunto abuso), non conseguita in sede civile, essere realizzarsi mediante il richiesto esercizio dei poteri pubblicistici in materia edilizia (commento tratto da www. documentazione.ancitel.it - Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 17.10.2012 n. 5347 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Denunce di abuso edilizio: la PA deve sempre pronunciarsi.
L'amministrazione ha l'obbligo di pronunciarsi sulle denunce di abuso edilizio commesso dal titolare di una DIA o SCIA, indipendentemente dalle misure repressive che potrà successivamente assumere circa l'esigenza di reprimere o meno l'abuso segnalato dal privato.

Lo ha stabilito la IV Sez. del Consiglio di Stato, con la sentenza 17.10.2012 n. 5347.
Nel caso di specie un proprietario di una terreno ha impugnato il silenzio serbato dall’amministrazione in ordine ad una denuncia presentata per segnalare un abuso edilizio perpetrato dal vicino.
Al Comune, in particolare, era stato chiesto di accertare l’irregolarità dei lavori realizzati in violazione di una precedente DIA del controinteressato posto che lo stesso, attraverso l’apposizione di una recinzione e di un cancello, avrebbe inglobato nella sua proprietà anche una porzione di strada ad uso pubblico che veniva utilizzata dal denunciante (e non solo), al punto da rendere difficoltoso il passaggio e quindi l’utilizzo della stessa via.
Per questo motivo, era stata avanzata anche la richiesta di intervento attraverso l’esercizio dei poteri inibitori e repressivi.
L’adito tribunale amministrativo, però, ha ritenuto il silenzio dell’amministrazione del tutto legittimo, per l’effetto negando tanto la necessità di reprimere il paventato abuso edilizio quanto la richiesta di risarcimento del danno avanzata dal ricorrente. Secondo il giudice amministrativo, infatti, non vi sarebbe una effettiva lesione delle prerogative dominicali del ricorrente da cui far discendere l’obbligo per l’amministrazione di esercitare i poteri repressivi lei riconosciuti dalla legge.
La decisione è stata motivata sulla base di un duplice ordine di motivi: anzitutto non era stata provata l’effettiva esistenza della strada della quale si sarebbe ostruito il passaggio (al più riconducibile, sempre secondo il TAR ad “strada-vicinale”), e ciò delle risultanze dell’infruttuoso esperimento della tutela possessoria, in sede civilistica, da parte di un terzo proprietario che, similmente al ricorrente, aveva rivendicato il proprio diritto di passaggio; in secondo luogo, non era apparsa evidente nemmeno l’effettiva destinazione pubblica della strada medesima. Dati i richiamati argomenti, che propendevano per una qualificazione della controversia in termini privatistici, il giudice amministrativo ha ritenuto l’insussistenza dei presupposti per sollecitare l’amministrazione, data l’esigenza di difendere un diritto privato del ricorrente.
La sentenza è stata appellata al Consiglio di Stato il quale, facendo ordine sulla vicenda, ha totalmente ribaltato il dictum del tribunale di primo grado, accertando al contrario la sussistenza, nel caso di specie, dell’obbligo dell’amministrazione di pronunciarsi sulla vicenda e l’illegittimità, di riflesso, del silenzio mantenuto.
Segnatamente, i giudici di Palazzo Spada hanno anzitutto riportato l’attenzione sulla originaria domanda del ricorrente, ossia quella volta ad ottenere che l’amministrazione, a prescindere dalla sussistenza o meno dell’abuso edilizio, si pronunciasse sulla vicenda, l’esercizio o meno dei poteri inibitori essendo una scelta, indiscutibilmente rimessa all’amministrazione, ma attinente ad una fase successiva. Analizzando la lite sotto questo profilo, hanno osservato i giudici romani, poteva certamente rinvenirsi un obbligo di provvedere dell’amministrazione rimasto inadempiuto.
E’ stato osservato, infatti, come l'obbligo giuridico di provvedere di cui all'articolo 2 della legge n. 241/1990 ricorra in tutti i casi in cui, per ragioni di giustizia e di equità, risulti necessaria l'adozione di un provvedimento e quindi, tutte quelle volte in cui, in relazione al dovere di correttezza e di buona amministrazione della parte pubblica, sussista una legittima aspettativa del privato a conoscere il contenuto e le ragioni delle determinazioni dell'Amministrazione, anche nel caso in cui queste non dovessero essere quelle auspicate (ad esempio la negazione dell’esercizio delle potere inibitorio).
Secondo il Consiglio di Stato, quindi, il TAR avrebbe posto in essere una commistione di due questioni giuridiche tra loro distinte. In altri termini: un conto è l’obbligo di pronunciarsi dell’amministrazione, altro conto è l’obbligo di intervenire con l’esercizio dei poteri inibitori; la mancata ricorrenza dei presupposti del secondo, si precisa nella sentenza in epigrafe, non esclude che vi siano quelli del primo.
Da ultimo, il Consiglio di Stato, ha cura di precisare un altro aspetto importante della vicenda, quello relativo alla possibilità che gli sviluppi della tutela possessoria, parallelamente azionata (da un terzo o) dallo stesso ricorrente, incidano sulla scelta dell’amministrazione, facendola venire meno in caso di esito negativo.
Sul punto si è detto che la tutela in sede civile deve considerarsi irrilevante ai fini del giudizio sulla sussistenza dell’obbligo dell’amministrazione di pronunciarsi sull’istanza del privato, ben potendo la tutela amministrativa (con la rimozione del presunto abuso, magari non conseguita in sede civile) realizzarsi mediante il richiesto esercizio dei poteri pubblicistici in materia edilizia.
L’intento sotteso a quest’ultima precisazione, ancora una volta, è quello di fare ordine sul reale contenuto dei singoli interessi del titolare e sul perimetro delle rispettive tutele (commento tratto da www.ispoa.it - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATAL'obbligo giuridico di provvedere -ai sensi dell'art. 2 della legge 07.08.1990, n. 241, come modificato dall’art. 7 della legge 18.06.2009, n. 69- sussiste in tutte quelle fattispecie particolari nelle quali ragioni di giustizia e di equità impongano l'adozione di un provvedimento e quindi, tutte quelle volte in cui, in relazione al dovere di correttezza e di buona amministrazione della parte pubblica, sorga per il privato una legittima aspettativa a conoscere il contenuto e le ragioni delle determinazioni (qualunque esse siano) dell'Amministrazione.
In particolare, poi, il proprietario confinante con l’immobile, nel quale si assuma essere stato realizzato un abuso edilizio, ha comunque un interesse alla definizione dei procedimenti relativi all’immobile medesimo entro il termine previsto dalla legge, tenendo conto dell’interesse sostanziale che, in relazione alla vicinanza, egli può nutrire in ordine all’esercizio dei poteri repressivi e ripristinatori da parte dell’organo competente.

La controversia sottoposta alla Sezione dall’appello in esame verte sulla legittimità di un silenzio serbato da amministrazione comunale su istanza sollecitatoria dei poteri repressivi nei confronti di un intervento edilizio, realizzato da proprietario confinante, ritenuto abusivo perché lesivo delle prerogative della proprietà limitrofa. Con la decisione impugnata il TAR si è espresso negativamente sul dovere dell’amministrazione di pronunziarsi, facendo riferimento al presupposto sostanziale per ottenere la repressione dell’abuso, costituito dalla effettiva lesione delle prerogative dominicali del soggetto che sollecita l’esercizio dei poteri repressivi in questione. Il giudice di prime cure ha escluso la sussistenza di detto presupposto (sostenuto invece con riferimento agli elementi addotti dal ricorrente) sulla base di argomentazioni riassumibili come segue:
- quanto alla esistenza della strada pubblica, risulta smentita dai documenti versati in atti, sicché il passaggio potrebbe al più rappresentare una strada vicinale-privata, sulla quale può discutersi della sussistenza di un uso pubblico; peraltro risulta che “altro soggetto proprietario di terreni siti in zona abbia intentato una causa possessoria civile avverso l’odierna controinteressata, rivendicando la sussistenza di un passaggio a proprio favore sul contestato percorso, passaggio asseritamente precluso dal cancello. Dal doppio grado di giudizio della vertenza possessoria è per contro emerso che tale tipo di passaggio non è stato comprovato né in termini generali e pubblici né a favore del ricorrente in possessoria”;
- in merito alla sostenuta destinazione pubblica della strada, la sua larghezza non costituisce elemento sufficiente a dimostrarla, trattandosi di previsione caratteristica che può connotare anche le strade private.
L’appello in trattazione contrasta queste motivazioni ed in particolare il principio sotteso alla decisione, per il quale l’interesse a promuovere l’azione sollecitatoria non sussiste allorché la controversia, essendo stata proposta a tutela di un diritto privato, ha natura privatistica. Il gravame, alla luce della giurisprudenza di questo Consiglio formatasi in materia, è meritevole di accoglimento, non potendosi condividere, per le ragioni che seguono, l’interpretazione restrittiva adottata dal TAR sul dovere di pronunziarsi sull’istanza.
In effetti, ricostruiti come sopra i termini della controversia, e ribadito (come già ammesso dalla sentenza) che la stessa verte esclusivamente sulla sussistenza di un obbligo del Comune di pronunziarsi sulla domanda, e non sul merito della controversia (la regolarità o meno dell’intervento edilizio), viene qui in rilievo la giurisprudenza amministrativa per la quale, in via generale, “l'obbligo giuridico di provvedere -ai sensi dell'art. 2 della legge 07.08.1990, n. 241, come modificato dall’art. 7 della legge 18.06.2009, n. 69- sussiste in tutte quelle fattispecie particolari nelle quali ragioni di giustizia e di equità impongano l'adozione di un provvedimento e quindi, tutte quelle volte in cui, in relazione al dovere di correttezza e di buona amministrazione della parte pubblica, sorga per il privato una legittima aspettativa a conoscere il contenuto e le ragioni delle determinazioni (qualunque esse siano) dell'Amministrazione (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 03.06.2010, n. 3487).
In particolare, poi, il proprietario confinante con l’immobile, nel quale si assuma essere stato realizzato un abuso edilizio, ha comunque un interesse alla definizione dei procedimenti relativi all’immobile medesimo entro il termine previsto dalla legge, tenendo conto dell’interesse sostanziale che, in relazione alla vicinanza, egli può nutrire in ordine all’esercizio dei poteri repressivi e ripristinatori da parte dell’organo competente (cfr. Cons. Stato, Sez. VI, 20.07.2006, n. 4609; Id., IV Sez., 07.07.2008, n. 3384)” (Cons. di Stato, sez. IV, n. 2468/2012)
”.
Ciò considerato, rileva il Collegio che la decisione del TAR opera una commistione tra le due distinte questioni giuridiche (pronunzia o meno sull’istanza ed esercizio o meno dei poteri repressivi), obliterando che oggetto del ricorso era solo la prima. E con riferimento a questa sussistevano gli elementi legittimanti minimali per ottenere la pronunzia del Comune, costituiti dalla incontestata proprietà da parte istante e dallo stato dei luoghi esposto dal ricorrente.
Come già condivisibilmente affermato in analoga fattispecie (Cons. di Stato n. 2468/2012, cit.), resta poi irrilevante la prospettiva di un esperimento dell’azione possessoria in sede civile, ben potendo la tutela (rimozione del presunto abuso), non conseguita in sede civile, essere realizzarsi mediante il richiesto esercizio dei poteri pubblicistici in materia edilizia.
Diversamente da quanto ritenuto dal TAR, dunque, l’azione proposta dal sig. Rizzo contro il silenzio era meritevole di accoglimento; conseguentemente l’appello in trattazione, in riforma sul punto della sentenza impugnata, deve essere accolto, dovendosi annullare il silenzio formatosi sulla domanda e dichiarare il dovere dell’amministrazione di pronunziarsi sull’istanza del sig. Rizzo, a norma dell’art. 117, comma 2, del c.p.a..
Conseguentemente l’appello in trattazione, in riforma sul punto della sentenza impugnata, deve essere accolto (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 17.10.2012 n. 5347 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl parere della C.E.I. in ordine alla sanatoria di costruzioni abusivamente realizzate non implica una diffusa motivazione, dovendo ritenersi sufficientemente motivato dall’indicazione delle ragioni assunte a fondamento della valutazione di compatibilità dell’intervento edilizio con le esigenze di tutela paesistica poste a base del relativo vincolo. Anche una motivazione scarna e sintetica, laddove rilevi gli estremi logici dell’apprezzamento negativo è, quindi, da ritenersi sufficiente.
La necessità di una motivazione più penetrante ricorre, invece, nel caso di parere favorevole, dovendosi dare compiutamente conto delle ragioni per cui un concreto e specifico intervento edilizio non determini un impatto ambientale negativo nonostante la precostituita imposizione di un vincolo sull’area ove l’intervento è allocato, essendo i valori dell’ambiente, valori di rilevanza costituzionale primaria, tali cioè da prevalere, ove in concreto sussistenti, anche sullo jus aedificandi.

Con il primo motivo di ricorso (“Violazione e falsa applicazione dell’art. 7 della legge 29.06.1939 n. 1497; eccesso di potere particolarmente sotto il profilo del travisamento dei fatti; violazione e falsa applicazione degli artt. 7, 31, 32 e 35 della legge 28.02.1985 n. 47 e successive modificazioni e integrazioni”), si sostiene che la C.E.I. avrebbe immotivatamente affermato che i manufatti per cui è causa sarebbero non condonabili perché fonte di un danno ambientale.
La censura non ha pregio.
Il parere della C.E.I. in ordine alla sanatoria di costruzioni abusivamente realizzate non implica una diffusa motivazione, dovendo ritenersi sufficientemente motivato dall’indicazione delle ragioni assunte a fondamento della valutazione di compatibilità dell’intervento edilizio con le esigenze di tutela paesistica poste a base del relativo vincolo. Anche una motivazione scarna e sintetica, laddove rilevi gli estremi logici dell’apprezzamento negativo è, quindi, da ritenersi sufficiente (cfr., TAR Toscana, III, 26.11.2010, n. 6641). La necessità di una motivazione più penetrante ricorre, invece, nel caso di parere favorevole, dovendosi dare compiutamente conto delle ragioni per cui un concreto e specifico intervento edilizio non determini un impatto ambientale negativo nonostante la precostituita imposizione di un vincolo sull’area ove l’intervento è allocato, essendo i valori dell’ambiente, valori di rilevanza costituzionale primaria, tali cioè da prevalere, ove in concreto sussistenti, anche sullo jus aedificandi (cfr., TAR Toscana, III, 12.11.1998, n. 377)
(TAR Toscana, Sez. III, sentenza 16.10.2012 n. 1625 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAnche qualora intercorra un lungo periodo di tempo tra la realizzazione dell'opera abusiva ed il provvedimento sanzionatorio, tale circostanza non rileva ai fini della legittimità di quest'ultimo, sia in rapporto al preteso affidamento circa la legittimità dell'opera, che il protrarsi del comportamento inerte del Comune avrebbe ingenerato nel responsabile dell'abuso edilizio, sia in relazione ad un presunto ulteriore obbligo, per l'amministrazione procedente, di motivare specificamente il provvedimento in ordine alla sussistenza dell'interesse pubblico attuale a far demolire il manufatto, poiché la lunga durata nel tempo dell'opera priva del necessario titolo edilizio ne rafforza il carattere abusivo (trattandosi di illecito permanente), il che preserva il potere-dovere dell'amministrazione di intervenire nell'esercizio dei suoi poteri sanzionatori, tanto più che il provvedimento demolitorio non richiede una congrua motivazione in ordine all'attualità dell'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso, che è in re ipsa.
Quanto, infine, all’ulteriore profilo di doglianza –a prescindere dall’inammissibilità dello stesso per carenza di interesse- va rilevato che, anche qualora intercorra un lungo periodo di tempo tra la realizzazione dell'opera abusiva ed il provvedimento sanzionatorio, tale circostanza non rileva ai fini della legittimità di quest'ultimo, sia in rapporto al preteso affidamento circa la legittimità dell'opera, che il protrarsi del comportamento inerte del Comune avrebbe ingenerato nel responsabile dell'abuso edilizio, sia in relazione ad un presunto ulteriore obbligo, per l'amministrazione procedente, di motivare specificamente il provvedimento in ordine alla sussistenza dell'interesse pubblico attuale a far demolire il manufatto, poiché la lunga durata nel tempo dell'opera priva del necessario titolo edilizio ne rafforza il carattere abusivo (trattandosi di illecito permanente), il che preserva il potere-dovere dell'amministrazione di intervenire nell'esercizio dei suoi poteri sanzionatori, tanto più che il provvedimento demolitorio non richiede una congrua motivazione in ordine all'attualità dell'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso, che è in re ipsa (cfr., ex multis, TAR Emilia Romagna, Bologna, sez. II, 07.07.2009, n. 1053) (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 16.10.2012 n. 1625 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Essendo la funzione della sanzione pecuniaria di cui all'art. 15 l. 29.06.1939 n. 1947 non meramente repressiva della condotta nell'autore del illecito, ma ripristinatoria dei valori giuridici offesi dalla condotta illecita, la condanna al pagamento di tale sanzione, ”equivalente alla maggiore somma tra il danno arrecato e il profitto conseguito”, è eventuale ed alternativa alla demolizione e può essere adottata solo dopo una valutazione effettuata dall'amministrazione "nell'interesse della protezione delle bellezze naturali e panoramiche".
Peraltro, il principio –che è jus receptum– di autonomia della violazione paesaggistica rispetto all’illecito edilizio, e dei correlati procedimenti amministrativi, esclude qualsiasi interferenza, nei sensi invocati dalla ricorrente, tra i due procedimenti, e, quindi, che l’erronea richiesta di pagamento della sanzione pecuniaria ex art. 15 cit., cui sia seguita la corresponsione a tale titolo della somma richiesta –come avvenuto nel caso di specie– quale che sia la valenza che a tale richiesta si voglia attribuire, possa inficiare la validità dell’ordine di demolizione successivamente emesso in relazione a quelle stesse opere abusive per la realizzazione delle quali era stato richiesto il pagamento della suindicata sanzione pecuniaria.
L’autonomia dei due procedimenti esclude, altresì, che la richiesta di corresponsione della sanzione pecuniaria in argomento ed il successivo pagamento del relativo importo possano aver consolidato una vera e propria aspettativa sull’esito favorevole del condono.
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Per definizione non può considerarsi legittimo l’affidamento derivante dalla realizzazione di un abuso soggettivamente qualificato; in ogni caso, l’esercizio del potere di controllo e sanzionatorio della p.a. in materia urbanistico-edilizia e paesistica non è soggetto a prescrizione.
Ne consegue che l’accertamento dell’illecito amministrativo paesistico e l’applicazione della relativa sanzione, così come la verifica in sede di condono della ricorrenza di un profilo preclusivo di incompatibilità, può intervenire anche dopo il decorso di un rilevante lasso temporale dalla consumazione dell’abuso, al quale deve riconoscersi natura permanente sino al conseguimento del titolo autorizzatorio.
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La relatività del vincolo di inedificabilità di cui alla L. 1497/1939 e 431/1985 non comporta un obbligo di analitica motivazione del diniego di autorizzazione ambientale, obbligo che sussiste, viceversa, per il rilascio dell’autorizzazione nonostante il vincolo.
Questo anche perché il parere negativo in ordine alla sanatoria di opere eseguite su aree tutelate costituisce espressione di discrezionalità tecnica, incensurabile nel merito con la conseguenza che il giudizio può risultare viziato solo allorché esso sia manchevole quanto alla sua ragionevolezza e comunque non abbia attinenza alla fattispecie concreta.
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Non sussiste alcun obbligo in capo all'amministrazione di imporre prescrizioni per rendere l'abuso esteticamente compatibile con l'area tutelata in quanto tale finalità non rientra nei compiti d'istituto, dovendo l'amministrazione limitarsi a valutare il contenuto della domanda di sanatoria allo scopo di accertarne la compatibilità paesaggistica e non già per suggerire attività ulteriori volte a legalizzare comportamenti "contra legem".

E’ sì vero che, essendo la funzione della sanzione pecuniaria di cui all'art. 15 l. 29.06.1939 n. 1947 non meramente repressiva della condotta nell'autore del illecito, ma ripristinatoria dei valori giuridici offesi dalla condotta illecita, la condanna al pagamento di tale sanzione, ”equivalente alla maggiore somma tra il danno arrecato e il profitto conseguito”, è eventuale ed alternativa alla demolizione e può essere adottata solo dopo una valutazione effettuata dall'amministrazione "nell'interesse della protezione delle bellezze naturali e panoramiche".
Peraltro, il principio –che è jus receptum– di autonomia della violazione paesaggistica rispetto all’illecito edilizio, e dei correlati procedimenti amministrativi, esclude qualsiasi interferenza, nei sensi invocati dalla ricorrente, tra i due procedimenti, e, quindi, che l’erronea richiesta di pagamento della sanzione pecuniaria ex art. 15 cit., cui sia seguita la corresponsione a tale titolo della somma richiesta –come avvenuto nel caso di specie– quale che sia la valenza che a tale richiesta si voglia attribuire, possa inficiare la validità dell’ordine di demolizione successivamente emesso in relazione a quelle stesse opere abusive per la realizzazione delle quali era stato richiesto il pagamento della suindicata sanzione pecuniaria.
L’autonomia dei due procedimenti esclude, altresì, che la richiesta di corresponsione della sanzione pecuniaria in argomento ed il successivo pagamento del relativo importo possano aver consolidato una vera e propria aspettativa sull’esito favorevole del condono.
Non può, inoltre, non rilevarsi il breve lasso di tempo intercorso tra la richiesta di pagamento dell’importo relativo alla sanzione ex art. 15 cit. e la comunicazione di inizio del procedimento di diniego di sanatoria (25.10.2002–25.05.2004), che sarebbe, comunque, inidoneo ad ingenerare un qualsivoglia affidamento nella responsabile degli abusi sulla sanabilità delle opere.
A riguardo, infatti, la giurisprudenza ha ripetuta temente chiarito che “per definizione non può considerarsi legittimo l’affidamento derivante dalla realizzazione di un abuso soggettivamente qualificato; e che, in ogni caso, alla stregua di un indirizzo giurisprudenziale anch’esso costante, l’esercizio del potere di controllo e sanzionatorio della p.a. in materia urbanistico-edilizia e paesistica non è soggetto a prescrizione. Ne consegue che l’accertamento dell’illecito amministrativo paesistico e l’applicazione della relativa sanzione, così come la verifica in sede di condono della ricorrenza di un profilo preclusivo di incompatibilità, può intervenire anche dopo il decorso di un rilevante lasso temporale dalla consumazione dell’abuso, al quale deve riconoscersi natura permanente sino al conseguimento del titolo autorizzatorio (Cons. Stato, Sez. VI, 15.11.2004, n. 7405)” (così Cons. di Stato, sez. VI, 10.02.2006, n. 528).
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Invero, come ripetutamente affermato dalla giurisprudenza amministrativa, la relatività del vincolo di inedificabilità di cui alla L. 1497/1939 e 431/1985 non comporta un obbligo di analitica motivazione del diniego di autorizzazione ambientale, obbligo che sussiste, viceversa, per il rilascio dell’autorizzazione nonostante il vincolo.
Questo anche perché il parere negativo in ordine alla sanatoria di opere eseguite su aree tutelate costituisce espressione di discrezionalità tecnica, incensurabile nel merito con la conseguenza che il giudizio può risultare viziato solo allorché esso sia manchevole quanto alla sua ragionevolezza e comunque non abbia attinenza alla fattispecie concreta (cfr., ex multis, TAR Toscana, sez. III 17.01.2000 n. 7).
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Come affermato dalla consolidata giurisprudenza non sussiste alcun obbligo in capo all'amministrazione di imporre prescrizioni per rendere l'abuso esteticamente compatibile con l'area tutelata in quanto tale finalità non rientra nei compiti d'istituto, dovendo l'amministrazione limitarsi a valutare il contenuto della domanda di sanatoria allo scopo di accertarne la compatibilità paesaggistica e non già per suggerire attività ulteriori volte a legalizzare comportamenti "contra legem" (cfr. Cons. St., sez. VI, 15.06.2009, n. 3806)
(TAR Toscana, Sez. III, sentenza 16.10.2012 n. 1623 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAI provvedimenti repressivi di abusi edilizi non devono essere preceduti dall'avviso dell'inizio del procedimento, trattandosi di procedimenti tipizzati e vincolati e considerato che i provvedimenti sanzionatori presuppongono un mero accertamento tecnico sulla consistenza delle opere realizzate, nonché sul carattere non assentito delle medesime.
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I provvedimenti, che ordinano la demolizione di manufatti abusivi non abbisognano di particolari indicazioni in ordine all'attualità dell'interesse pubblico alla rimozione dell’abuso- che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell’assetto urbanistico violato.
Pertanto, l'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è sufficientemente motivata con riferimento all'oggettivo riscontro dell'abusività delle opere ed alla sicura assoggettabilità di queste al regime concessorio. Tali provvedimenti, infatti, prescindono da qualsiasi valutazione discrezionale dei fatti e sono subordinati al solo verificarsi dei presupposti stabiliti dalla legge, così che, una volta accertata la consistenza dell'abuso, non vi è alcun margine di ponderazione per l'interesse pubblico eventualmente collegato.
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All'esito del procedimento di sanatoria, in caso di accoglimento dell'istanza, l'ordine di demolizione rimarrà privo di effetti in ragione dell'accertata conformità dell'intervento alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della realizzazione dello stesso sia al momento della presentazione della domanda, con conseguente venir meno dell'originario carattere abusivo dell'opera realizzata.
Di contro, in caso di rigetto dell'istanza, l'ordine di demolizione riacquista la sua efficacia, con la sola precisazione che il termine concesso per l'esecuzione spontanea della demolizione deve decorrere dal momento in cui il diniego di sanatoria perviene a conoscenza dell'interessato, che non può rimanere pregiudicato dall'avere esercitato una facoltà di legge, quale quella di chiedere l'accertamento di conformità urbanistica, e deve pertanto poter fruire dell'intero termine a lui assegnato per adeguarsi all'ordine, evitando così le conseguenze negative connesse alla mancata esecuzione dello stesso.
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Ai sensi dell'art. 7, comma 3, L. 28.02.1985 n. 47 l'acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell'immobile abusivo e della relativa area di sedime costituisce effetto automatico della mancata ottemperanza all'ordinanza di ingiunzione della demolizione e, pertanto, il provvedimento di accertamento di detta inottemperanza, il quale costituisce titolo per l'immissione in possesso e per la trascrizione nei registri immobiliari, ha natura meramente dichiarativa e non implica scelte di tipo discrezionale, fermo restando che sia l'ordinanza di ingiunzione della demolizione sia quella di acquisizione al patrimonio comunale possono essere adottate senza la specifica indicazione delle aree oggetto di acquisizione, in quanto a tale individuazione può procedersi, sulla base dell'art. 7 L. n. 47 cit. con successivo e separato atto.

Il primo motivo, con il quale si deduce la omessa comunicazione di avvio del procedimento, è infondato alla luce del consolidato e condiviso orientamento giurisprudenziale, secondo il quale i provvedimenti repressivi di abusi edilizi non devono essere preceduti dall'avviso dell'inizio del procedimento, trattandosi di procedimenti tipizzati e vincolati e considerato che i provvedimenti sanzionatori presuppongono un mero accertamento tecnico sulla consistenza delle opere realizzate, nonché sul carattere non assentito delle medesime (Consiglio di Stato, sez. IV, 30.03.2000, n. 1814; TAR Campania, sez. IV, 28.03.2001, n. 1404, 14.06.2002, n. 3499, 12.02.2003, n. 797; TAR Sicilia, Catania sez. III, 03.03.2003, n. 374; TAR Sicilia, Palermo, sez. III, 20.04.2005, n. 577, 20.03.2006, n. 608; sez. II, 27.03.2007, n. 979).
Parimenti infondato è il secondo motivo di ricorso -con il quale è stata dedotta la carenza della motivazione- in quanto, secondo un consolidato e condiviso orientamento giurisprudenziale, i provvedimenti, che ordinano la demolizione di manufatti abusivi non abbisognano di particolari indicazioni in ordine all'attualità dell'interesse pubblico alla rimozione dell’abuso- che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell’assetto urbanistico violato (C.G.A. 05.12.2002, n. 651; TAR Campania, sez. IV, 04.07.2001, n. 3071; 13.06.2002, n. 3485; 20.10.2003, n. 12962; TAR Sicilia, sez. III, 26.10.2005, n. 4105, sez. II, 27.03.2007, n. 979).
Pertanto, l'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive è sufficientemente motivata con riferimento all'oggettivo riscontro dell'abusività delle opere ed alla sicura assoggettabilità di queste al regime concessorio (TAR Campania Napoli, sez. IV, 02.12.2004, n. 18085). Tali provvedimenti, infatti, prescindono da qualsiasi valutazione discrezionale dei fatti e sono subordinati al solo verificarsi dei presupposti stabiliti dalla legge, così che, una volta accertata la consistenza dell'abuso, non vi è alcun margine di ponderazione per l'interesse pubblico eventualmente collegato (Consiglio Stato, sez. IV, 27.04.2004, n. 2529).
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L’art. 7 della legge n. 47/1985, nel disciplinare il procedimento sanzionatorio conseguente alla commissione di determinati abusi edilizi, ai commi 3, 4 e 5, così recita: “3. Se il responsabile dell'abuso non provvede alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi nel termine di novanta giorni dall'ingiunzione, il bene e l'area di sedime, nonché quella necessaria, secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizzazione di opere analoghe a quelle abusive sono acquisiti di diritto gratuitamente al patrimonio del comune. L'area acquisita non può comunque essere superiore a dieci volte la complessiva superficie utile abusivamente costruita.
4. L'accertamento dell'inottemperanza alla ingiunzione a demolire, nel termine di cui al precedente comma, previa notifica all'interessato, costituisce titolo per l'immissione nel possesso e per la trascrizione nei registri immobiliari, che deve essere eseguita gratuitamente.
5. L'opera acquisita deve essere demolita con ordinanza del sindaco a spese dei responsabili dell'abuso, salvo che con deliberazione consiliare non si dichiari l'esistenza di prevalenti interessi pubblici e sempre che l'opera non contrasti con rilevanti interessi urbanistici o ambientali
”.
Nella fattispecie in esame, come emerso dalla esposizione in fatto, l’efficacia dell’ordinanza di demolizione n. 13/1999 è stata sospesa da questo Tribunale con ordinanza cautelare n. 306 dell’08.08.1999 “fino alla pronuncia sulla domanda di sanatoria” presentata, ai sensi dell’art. 13 della legge n. 47/1985, il 16.04.1999.
Il tenore della citata ordinanza cautelare era, dunque, inequivoco, in linea con un indirizzo giurisprudenziale, secondo il quale: “All'esito del procedimento di sanatoria, in caso di accoglimento dell'istanza, l'ordine di demolizione rimarrà privo di effetti in ragione dell'accertata conformità dell'intervento alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della realizzazione dello stesso sia al momento della presentazione della domanda, con conseguente venir meno dell'originario carattere abusivo dell'opera realizzata. Di contro, in caso di rigetto dell'istanza, l'ordine di demolizione riacquista la sua efficacia, con la sola precisazione che il termine concesso per l'esecuzione spontanea della demolizione deve decorrere dal momento in cui il diniego di sanatoria perviene a conoscenza dell'interessato, che non può rimanere pregiudicato dall'avere esercitato una facoltà di legge, quale quella di chiedere l'accertamento di conformità urbanistica, e deve pertanto poter fruire dell'intero termine a lui assegnato per adeguarsi all'ordine, evitando così le conseguenze negative connesse alla mancata esecuzione dello stesso" (TAR Campania, Napoli, sez. II, 14.09.2009; nello stesso senso, TAR Campania, Napoli, sez. III, 12.04.2011 n. 2103).
E, pertanto, a seguito del diniego di sanatoria, comunicato ai ricorrenti con raccomandata a.r. prot. n. 15801 del 01.07.1999, pervenuta agli stessi il 07.07.1999, l’ordine di demolizione n. 13/1999 ha riacquistato la sua efficacia e, quindi, ha determinato ope legis –non avendo i ricorrenti, nel termine di 90 giorni dalla comunicazione del diniego di sanatoria, proceduto alla demolizione, come emerso a seguito dell’accertamento dell’inadempienza, effettuato il 03.04.2000- l’acquisizione, di cui all’art. 7 della legge n. 47/1985, a favore della P.A., senza necessità che l’Amministrazione adottasse una nuova ed analoga ingiunzione a demolire.
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Ora, tenuto conto che, al momento dell’ordine di acquisizione, è necessaria soltanto la quantificazione dell’area da acquisire e non la precisa delimitazione, l’ordinanza va esente dalla censura avverso lo stesso formulata.
In merito, infatti, la giurisprudenza ha avuto ripetutamente modo di chiarire che “ai sensi dell'art. 7, comma 3, L. 28.02.1985 n. 47 l'acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell'immobile abusivo e della relativa area di sedime costituisce effetto automatico della mancata ottemperanza all'ordinanza di ingiunzione della demolizione e, pertanto, il provvedimento di accertamento di detta inottemperanza, il quale costituisce titolo per l'immissione in possesso e per la trascrizione nei registri immobiliari, ha natura meramente dichiarativa e non implica scelte di tipo discrezionale, fermo restando che sia l'ordinanza di ingiunzione della demolizione sia quella di acquisizione al patrimonio comunale possono essere adottate senza la specifica indicazione delle aree oggetto di acquisizione, in quanto a tale individuazione può procedersi, sulla base dell'art. 7 L. n. 47 cit. con successivo e separato atto (cfr. fra le tante, TAR Calabria-Catanzaro - Sez. II - 08.03.2007, n. 161; Cons. Stato Sez. VI, 08.04.2004, n. 1998)” (TAR Sicilia, Palermo, 02.10.2007, n. 2050)
(TAR Toscana, Sez. III, sentenza 16.10.2012 n. 1616 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAPremesso che per determinare il carattere essenziale o meno di una variante alla concessione edilizia si deve avere riguardo al risultato complessivo dell’intervento costruttivo, per cui il relativo giudizio fa formulato, non già esaminando l’intervento stesso nei suoi singoli elementi, ma valutando l’insieme delle modificazioni apportate al primitivo progetto, per stabilire se si è di fronte ad una variante alla concessione ovvero ad una nuova concessione edilizia occorre far riferimento alle modifiche di carattere qualitativo o quantitativo apportate al progetto originario, in particolare, a quelle relative alla superficie coperta, al perimetro, alla volumetria ed alle caratteristiche funzionali e strutturali (interne ed esterne) dell'edificio.
A riguardo, non può che ribadirsi il tradizionale orientamento giurisprudenziale secondo il quale –premesso che per determinare il carattere essenziale o meno di una variante alla concessione edilizia si deve avere riguardo al risultato complessivo dell’intervento costruttivo, per cui il relativo giudizio fa formulato, non già esaminando l’intervento stesso nei suoi singoli elementi, ma valutando l’insieme delle modificazioni apportate al primitivo progetto (cfr., Cons. di Stato, V, 18.10.2001, n. 5496; TAR Puglia, III, 14.12.2006, n. 4355)- per stabilire se si è di fronte ad una variante alla concessione ovvero ad una nuova concessione edilizia occorre far riferimento alle modifiche di carattere qualitativo o quantitativo apportate al progetto originario, in particolare, a quelle relative alla superficie coperta, al perimetro, alla volumetria ed alle caratteristiche funzionali e strutturali (interne ed esterne) dell'edificio (cfr., ex multis, Cons. di Stato, V, 03.08.2004, n. 5429; 22.01.2003, n. 249) (TAR Toscana, Sez. III, sentenza 16.10.2012 n. 1614 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa presentazione di una domanda di accertamento di conformità o sanatoria ex art. 13 della l. n. 47/1985 (art. 36 del d.P.R. n. 380/2001), a fronte di un provvedimento di demolizione in precedenza emesso, fa venir meno l’efficacia dell’ordine repressivo, dovendo questo venir sostituito o dalla concessione in sanatoria, ovvero, in caso di diniego della stessa, da un nuovo provvedimento sanzionatorio.
Ciò, atteso che il riesame dell’abusività dell’opera, al fine di verificarne l’eventuale sanabilità, comporta la (necessaria) formazione di un nuovo provvedimento, che vale, comunque, a superare l’ordine repressivo in origine adottato dall’Amministrazione.

Secondo la giurisprudenza prevalente (cfr., ex plurimis, TAR Puglia, Bari, Sez. II, 11.04.2012, n. 705; TAR Lombardia, Milano. Sez. IV, 08.09.2010, n. 5159; TAR Lazio, Latina, 06.02.2002, n. 67), cui ha aderito anche questa Sezione (TAR Abruzzo, Pescara, 27.02.1998, n. 216), la presentazione di una domanda di accertamento di conformità o sanatoria ex art. 13 della l. n. 47/1985 (art. 36 del d.P.R. n. 380/2001), a fronte di un provvedimento di demolizione in precedenza emesso, fa venir meno l’efficacia dell’ordine repressivo, dovendo questo venir sostituito o dalla concessione in sanatoria, ovvero, in caso di diniego della stessa, da un nuovo provvedimento sanzionatorio.
Ciò, atteso che il riesame dell’abusività dell’opera, al fine di verificarne l’eventuale sanabilità, comporta la (necessaria) formazione di un nuovo provvedimento, che vale, comunque, a superare l’ordine repressivo in origine adottato dall’Amministrazione (TAR Abruzzo-Pescara, sentenza 16.10.2012 n. 420 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Costruzioni sul suolo pubblico
Domanda
Quali sono le conseguenze nell'ipotesi in cui si effettuino costruzioni sul suolo pubblico?
Risposta
L'art. 35, D.P.R. 06.06.2001, n. 380, con riferimento a tutte le opere realizzate su aree e terreni di proprietà pubblica (Stati o Enti Pubblici in genere), prevede l'adozione dell'ordinanza di demolizione e di ripristino dello stato dei luoghi.
L'ordinanza di demolizione e di ripristino se, da un lato, si configura come unico e doveroso provvedimento sanzionatorio, dall'altro, costituisce circostanza idonea ad escludere in radice non solo ogni possibilità di sanatoria, ma anche la stessa sussistenza dell'obbligo di provvedere su tale istanza, in quanto manifestamente inammissibile e infondata.
Tale disciplina, differente rispetto a quella ordinaria dettata dall'art. 31 del T.U. dell'Edilizia e che non prevede l'irrogazione di sanzioni pecuniarie, trova la sua giustificazione nella peculiare gravità della condotta sanzionata, che riguarda la costruzione di opere abusive su suoli pubblici (16.10.2012 - tratto da www.ipsoa.it).

EDILIZIA PRIVATALa presentazione di un’istanza di accertamento di conformità o sanatoria ex art. 13 della l. n. 47/1985 ed ora art. 36 del d.P.R. n. 380/2001, a fronte di un provvedimento di demolizione precedentemente emesso, fa venir meno l’efficacia dell’ordine repressivo, dovendo quest’ultimo venir sostituito o dalla concessione in sanatoria, o, in caso di diniego della stessa, da un nuovo provvedimento sanzionatorio. Ciò, giacché il riesame dell’abusività dell’opera, onde verificarne l’eventuale sanabilità, comporta la (necessaria) formazione di un nuovo provvedimento, che vale, comunque, a superare l’ordine di demolizione in origine adottato dall’Amministrazione.
Secondo la giurisprudenza prevalente (cfr., ex plurimis, TAR Puglia, Bari, Sez. II, 11.04.2012, n. 705; TAR Lombardia, Milano. Sez. IV, 08.09.2010, n. 5159), cui ha aderito anche questa Sezione (cfr., ex plurimis, TAR Lazio, Latina, 06.02.2002, n. 67), la presentazione di un’istanza di accertamento di conformità o sanatoria ex art. 13 della l. n. 47/1985 ed ora art. 36 del d.P.R. n. 380/2001, a fronte di un provvedimento di demolizione precedentemente emesso, fa venir meno l’efficacia dell’ordine repressivo, dovendo quest’ultimo venir sostituito o dalla concessione in sanatoria, o, in caso di diniego della stessa, da un nuovo provvedimento sanzionatorio. Ciò, giacché il riesame dell’abusività dell’opera, onde verificarne l’eventuale sanabilità, comporta la (necessaria) formazione di un nuovo provvedimento, che vale, comunque, a superare l’ordine di demolizione in origine adottato dall’Amministrazione (TAR Lazio-Latina, sentenza 15.10.2012 n. 762 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICAIn merito alla fattispecie di lottizzazione abusiva si può verificare la lottizzazione c.d. materiale e la lottizzazione c.d. cartolare.
La giurisprudenza, quanto alla prima ha precisato che:
- sussiste in presenza di qualsivoglia tipo di opere concretamente idonee a stravolgere l’assetto del territorio preesistente, a realizzare un nuovo insediamento abitativo e, quindi, in definitiva, a determinare sia un concreto ostacolo alla futura attività di programmazione (che viene posta di fronte al fatto compiuto), sia un carico urbanistico necessitante un adeguamento degli standards;
- non richiede la realizzazione di vere e proprie costruzioni abusive, essendo sufficiente la sussistenza di opere le quali, sebbene nella fase iniziale, denotino che è stato iniziato o è in corso un procedimento di trasformazione urbanistica ed edilizia del terreno, in contrasto con le norme vigenti;
- per verificarne l’esistenza appare necessaria una visione d’insieme dei lavori, ossia una verifica nel suo complesso dell’attività edilizia realizzata, giacché potrebbero anche ricorrere modifiche rispetto all’attività assentita idonee a conferire un diverso assetto al territorio comunale oggetto di trasformazione.
Ha sottolineato che si ha, invece, lottizzazione cartolare quando la trasformazione sia predisposta mediante il frazionamento, la vendita o atti equivalenti del terreno in lotti che, per le loro caratteristiche, come la dimensione in relazione alla natura del terreno ed alla sua destinazione sulla base degli strumenti urbanistici, il numero, l’ubicazione o l’eventuale previsione di opere di urbanizzazione, denuncino in modo non equivoco la destinazione a scopo edificatorio; l’elemento oggettivo della fattispecie è costituito pertanto dal frazionamento di mappali seguito necessariamente da atti di vendita, o da atti ad essi equiparati, sicché in mancanza di detti atti non è possibile contestare legittimamente la lottizzazione abusiva. L’attività negoziale è, infatti, considerata dalla norma quale strumento funzionale al perseguimento dell’intento lottizzatorio e, quindi, come indice della sussistenza di siffatta finalità che deve però esser confermata anche da altri elementi, che rendano evidente la non equivocità della destinazione a scopo edificatorio sia del frazionamento, sia della vendita.
La giurisprudenza poi:
- ha evidenziato con riferimento all’elemento oggettivo della lottizzazione abusiva che si tratta di un illecito non solo di danno (rispetto alle opere già eseguite) ma anche di pericolo (rispetto alle urbanizzazioni ancora possibili), qualora, pur a fronte dell’avvenuta ultimazione degli edifici, strade od altri manufatti, vi sia la possibilità che l’urbanizzazione del comprensorio, ancora incompleta, sia condotta a termine per stati di avanzamento successivi;
- quanto all’elemento soggettivo, in base all’affinità tra l’acquisizione delle aree ex articolo 30 del d.P.R. 380/2001 e la confisca urbanistica disposta dall’autorità giudiziaria ai sensi del successivo articolo 44, ha affermato la necessità per l’applicazione delle sanzioni privative della proprietà del bene, che non si presentino come meramente ripristinatorie rispetto all’abuso perpetrato, di un elemento soggettivo di natura colposa da parte del soggetto che subisce la sanzione, ragion per cui l’acquirente di un lotto non può considerarsi, come tale, estraneo al reato di lottizzazione abusiva, essendo tenuto a dimostrare di aver agito in buona fede, senza cioè rendersi conto (pur avendo adoperato la necessaria diligenza nell’adempimento dei doveri di informazione e conoscenza) di partecipare ad un’opera di illecita lottizzazione.
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La comunicazione di avvio del procedimento di individuazione e repressione della lottizzazione abusiva è superflua ove il contenuto dell’atto non possa essere diverso da quello in concreto adottato e, più in dettaglio, laddove la partecipazione del privato a detto procedimento sia inutile (ed egli non possa fornire alcun apporto conoscitivo e/o documentale rilevante), sussistendo la certezza assoluta della finalità edificatoria della lottizzazione.

L’articolo 30, comma 1, del d.P.R. n. 380/2001, collega la lottizzazione abusiva:
- all’inizio di opere di trasformazione urbanistica od edilizia in violazione delle prescrizioni degli strumenti urbanistici vigenti o adottati, o comunque dettate dalle leggi statali o regionali, senza la prescritta autorizzazione (lottizzazione cd. materiale);
- al frazionamento e la vendita, o atti equivalenti, del terreno in lotti che, per le loro caratteristiche (quali la dimensione in relazione alla natura del terreno ed alla sua destinazione secondo gli strumenti urbanistici, il numero, l’ubicazione o la previsione di opere di urbanizzazione ed in rapporto ad elementi riferiti agli acquirenti), denuncino in modo non equivoco la destinazione a scopo edificatorio (lottizzazione cd. cartolare).
La giurisprudenza, quanto alla prima ha precisato che:
- sussiste in presenza di qualsivoglia tipo di opere concretamente idonee a stravolgere l’assetto del territorio preesistente, a realizzare un nuovo insediamento abitativo e, quindi, in definitiva, a determinare sia un concreto ostacolo alla futura attività di programmazione (che viene posta di fronte al fatto compiuto), sia un carico urbanistico necessitante un adeguamento degli standards (Tar Liguria, I, 20.01.2012, n. 161);
- non richiede la realizzazione di vere e proprie costruzioni abusive, essendo sufficiente la sussistenza di opere le quali, sebbene nella fase iniziale, denotino che è stato iniziato o è in corso un procedimento di trasformazione urbanistica ed edilizia del terreno, in contrasto con le norme vigenti (Tar Lazio, Latina, I, 12.10.2011, n. 798);
- per verificarne l’esistenza appare necessaria una visione d’insieme dei lavori, ossia una verifica nel suo complesso dell’attività edilizia realizzata, giacché potrebbero anche ricorrere modifiche rispetto all’attività assentita idonee a conferire un diverso assetto al territorio comunale oggetto di trasformazione (Tar Lazio, Roma, I, 09.10.2009, n. 9859).
Ha sottolineato che si ha, invece, lottizzazione cartolare quando la trasformazione sia predisposta mediante il frazionamento, la vendita o atti equivalenti del terreno in lotti che, per le loro caratteristiche, come la dimensione in relazione alla natura del terreno ed alla sua destinazione sulla base degli strumenti urbanistici, il numero, l’ubicazione o l’eventuale previsione di opere di urbanizzazione, denuncino in modo non equivoco la destinazione a scopo edificatorio; l’elemento oggettivo della fattispecie è costituito pertanto dal frazionamento di mappali seguito necessariamente da atti di vendita, o da atti ad essi equiparati, sicché in mancanza di detti atti non è possibile contestare legittimamente la lottizzazione abusiva. L’attività negoziale è, infatti, considerata dalla norma quale strumento funzionale al perseguimento dell’intento lottizzatorio e, quindi, come indice della sussistenza di siffatta finalità che deve però esser confermata anche da altri elementi, che rendano evidente la non equivocità della destinazione a scopo edificatorio sia del frazionamento, sia della vendita (Consiglio di Stato, IV, 20.07.2009, n. 4578; V, 12.03.2012, n. 1374).
La giurisprudenza poi:
- ha evidenziato con riferimento all’elemento oggettivo della lottizzazione abusiva che si tratta di un illecito non solo di danno (rispetto alle opere già eseguite) ma anche di pericolo (rispetto alle urbanizzazioni ancora possibili), qualora, pur a fronte dell’avvenuta ultimazione degli edifici, strade od altri manufatti, vi sia la possibilità che l’urbanizzazione del comprensorio, ancora incompleta, sia condotta a termine per stati di avanzamento successivi (Tar Toscana, III, 28.02.2012, n. 392);
- quanto all’elemento soggettivo, in base all’affinità tra l’acquisizione delle aree ex articolo 30 del d.P.R. 380/2001 e la confisca urbanistica disposta dall’autorità giudiziaria ai sensi del successivo articolo 44, ha affermato la necessità per l’applicazione delle sanzioni privative della proprietà del bene, che non si presentino come meramente ripristinatorie rispetto all’abuso perpetrato, di un elemento soggettivo di natura colposa da parte del soggetto che subisce la sanzione, ragion per cui l’acquirente di un lotto non può considerarsi, come tale, estraneo al reato di lottizzazione abusiva, essendo tenuto a dimostrare di aver agito in buona fede, senza cioè rendersi conto (pur avendo adoperato la necessaria diligenza nell’adempimento dei doveri di informazione e conoscenza) di partecipare ad un’opera di illecita lottizzazione (Tar Campania, Napoli, IV, 04.08.2011, n. 4210).
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Deve allora ritenersi infondata la dedotta violazione delle garanzie procedimentali condividendosi l’orientamento giurisprudenziale (Tar Campania, Napoli, II, 09.09.2011, n. 4363) per il quale, la comunicazione di avvio del procedimento di individuazione e repressione della lottizzazione abusiva è superflua ove il contenuto dell’atto non possa essere diverso da quello in concreto adottato e, più in dettaglio, laddove la partecipazione del privato a detto procedimento sia inutile (ed egli non possa fornire alcun apporto conoscitivo e/o documentale rilevante), sussistendo la certezza assoluta della finalità edificatoria della lottizzazione (TAR Lazio-Latina, sentenza 15.10.2012 n. 756 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAAbusi edilizi e buona fede.
Nella fattispecie contravvenzionale la eventuale buona fede può rilevare quando consista nella mancata consapevolezza del fatto che derivi da un elemento positivo, estraneo all'agente stesso, consistente in una circostanza che induca alla convinzione della liceità del comportamento tenuto, facendosi carico di tale prova l'imputato, il quale deve anche dimostrare di avere compiuto tutto quanto poteva per osservare la norma violata (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 11.10.2012 n. 40115 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATAPer la giurisprudenza maggioritaria, la semplice constatazione dell'abuso, a prescindere dal tempo trascorso, costituisce un legittimo presupposto per l’adozione dell’ordine di demolizione di opere abusive e, ciò, in considerazione del carattere “dovuto” di detto provvedimento.
E’ utile ricordare, infatti, come nello schema giuridico delineato dall'art. 31 del D.P.R. n. 380 del 2001 (T.U. Edilizia) non vi è spazio per apprezzamenti discrezionali, atteso che l'esercizio del potere repressivo dell'abuso edilizio costituisce atto dovuto, per il quale è in re ipsa l'interesse pubblico alla sua rimozione.
Il provvedimento di cui all’art. 31 deve allora ritenersi sufficientemente motivato con l’accertamento dell’abuso, non necessitando di una particolare motivazione in ordine alle disposizioni normative che si assumono violate, né in ordine all’interesse pubblico alla rimozione dell’abuso.
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Va ricordato l’orientamento prevalente in materia di ordini di demolizione nella parte in cui si afferma, in materia edilizia, la non necessità di una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti. Questo Collegio è, altresì, a conoscenza dell’ulteriore orientamento giurisprudenziale diretto a sancire la necessità di una “più articolata” motivazione tutte le volte che il notevole lasso di tempo trascorso, tra la sanzione e l’abuso, sia la conseguenza di un’inerzia dell’Amministrazione che, a sua volta, abbia ingenerato un affidamento del privato.
Sul punto deve, tuttavia, evidenziarsi come l’applicazione dei principi fatti propri da detto ulteriore orientamento comporti la necessità di verificare l’esistenza di alcuni presupposti, precisamente riconducibili sia all’avvenuto accertamento che gli abusi siano stati eseguiti in un periodo molto risalente sia, ancora, alla constatazione circa l’effettiva inerzia dell’Amministrazione (inerzia che presuppone una conoscenza dell’abuso) e, in ultimo, del nesso causale tra l’inerzia e l’affidamento ingenerato nei confronti del privato.

Con il primo motivo il ricorrente sostiene come il provvedimento impugnato sia stato assunto in violazione e falsa applicazione degli art. 3 e 31 del D.p.r. n. 380/2001 in quanto il magazzino abusivo sarebbe stato realizzato in un periodo anteriore al 01.09.1967 e, quindi, in un regime giuridico in cui non era necessaria la concessione edilizia. Solo a partire da detta data, infatti, è divenuto efficace, su tutto il territorio nazionale, l’obbligo di acquisire, al fine di procedere alla realizzazione di un manufatto edilizio, una preventiva concessione edilizia adottata nel rispetto delle prescrizioni urbanistiche di cui alla legge 17.08.1942 n. 1150 e ai sensi della legge del 01.08.1967 n. 765.
Il ricorrente contesta sia il fondamento della dichiarazione del proprietario confinante (che afferma come il manufatto sia stato realizzato tra il 1980 e il 1985) sia, ancora, l’idoneità di una foto aerea del 1967 in quanto tale non sufficiente a ricondurre l’esistenza del manufatto ad un periodo successivo alla data sopra riportata.
Sul punto va rilevato come il ricorrente si limiti semplicemente ad affermare la “non idoneità” della prova fotografica addotta dal Comune a datare il manufatto, senza per questo fornire ulteriori elementi documentali o riscontri suscettibili di inficiarne la validità.
In realtà è necessario rilevare come, per la giurisprudenza maggioritaria, la semplice constatazione dell'abuso, a prescindere dal tempo trascorso, costituisca un legittimo presupposto per l’adozione dell’ordine di demolizione di opere abusive e, ciò, in considerazione del carattere “dovuto” di detto provvedimento. E’ utile ricordare, infatti, come nello schema giuridico delineato dall'art. 31 del D.P.R. n. 380 del 2001 (T.U. Edilizia) non vi è spazio per apprezzamenti discrezionali, atteso che l'esercizio del potere repressivo dell'abuso edilizio costituisce atto dovuto, per il quale è in re ipsa l'interesse pubblico alla sua rimozione. Il provvedimento di cui all’art. 31 deve allora ritenersi sufficientemente motivato con l’accertamento dell’abuso, non necessitando di una particolare motivazione in ordine alle disposizioni normative che si assumono violate, né in ordine all’interesse pubblico alla rimozione dell’abuso (per tutte si veda TAR Campania Napoli, Sez. IV, 28.12.2009, n. 9638 e TAR Campania Napoli Sez. II, 06.02.2012, n. 580).
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Deve essere rigettato anche il secondo e il terzo motivo alla base del ricorso nella parte in cui, entrambi, fondano l’illegittimità del provvedimento sulla base del venire in essere di un “affidamento” del ricorrente, ingenerato dal considerevole decorso del tempo trascorso.
Il ricorrente sostiene, altresì, la violazione dell’art. 3 della L. n. 241/1990 in quanto il provvedimento risulterebbe privo della motivazione in ordine alla specificazione dell’interesse pubblico che permetterebbe di superare il presunto affidamento del privato.
Il motivo deve ritenersi infondato in quanto in contrasto con l’orientamento prevalente in materia di ordini di demolizione nella parte in cui si afferma, in materia edilizia, la non necessità di una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti. Questo Collegio è, altresì, a conoscenza dell’ulteriore orientamento giurisprudenziale diretto a sancire la necessità di una “più articolata” motivazione tutte le volte che il notevole lasso di tempo trascorso, tra la sanzione e l’abuso, sia la conseguenza di un’inerzia dell’Amministrazione che, a sua volta, abbia ingenerato un affidamento del privato (Cons. Stato Sez. V, 29.05.2006, n. 3270).
Sul punto deve, tuttavia, evidenziarsi come l’applicazione dei principi fatti propri da detto ulteriore orientamento comporti la necessità di verificare l’esistenza di alcuni presupposti, precisamente riconducibili sia all’avvenuto accertamento che gli abusi siano stati eseguiti in un periodo molto risalente sia, ancora, alla constatazione circa l’effettiva inerzia dell’Amministrazione (inerzia che presuppone una conoscenza dell’abuso) e, in ultimo, del nesso causale tra l’inerzia e l’affidamento ingenerato nei confronti del privato.
Niente di tutto ciò è stato dimostrato dalla ricorrente che, al contrario, si limita a fondare l’affidamento sulla presunta consapevolezza da parte del proprietario confinante circa l’esistenza del manufatto, fattispecie che di per sé non può significare necessariamente l’esistenza di una contestuale conoscenza del Comune circa l’esistenza del manufatto e, di conseguenza, del manifestarsi da parte di quest’ultimo di un comportamento omissivo, e di mera inerzia, nel perseguire l’abuso
(TAR Veneto, Sez. II, sentenza 10.10.2012 n. 1255 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa presentazione dell'istanza di condono successivamente all'impugnazione dell'ordinanza di demolizione produce l'effetto di rendere inefficace tale ultimo provvedimento e, quindi, improcedibile l'impugnazione stessa per sopravvenuta carenza di interesse, e ciò in quanto il riesame dell'abusività dell'opera provocato da tale istanza, sia pure al fine di verificare l'eventuale sanabilità di quanto costruito, ex se comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento (di accoglimento o di rigetto) che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa, dal momento che, in caso di diniego del richiesto condono, l'Amministrazione Comunale dovrebbe emettere una nuova ordinanza di demolizione, con fissazione di nuovi termini per ottemperarvi.
Infatti è noto l'orientamento, accolto anche da questo Tribunale, secondo cui la presentazione dell'istanza di condono successivamente all'impugnazione dell'ordinanza di demolizione produce l'effetto di rendere inefficace tale ultimo provvedimento e, quindi, improcedibile l'impugnazione stessa per sopravvenuta carenza di interesse, e ciò in quanto il riesame dell'abusività dell'opera provocato da tale istanza, sia pure al fine di verificare l'eventuale sanabilità di quanto costruito, ex se comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento (di accoglimento o di rigetto) che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa, dal momento che, in caso di diniego del richiesto condono, l'Amministrazione Comunale dovrebbe emettere una nuova ordinanza di demolizione, con fissazione di nuovi termini per ottemperarvi (cfr. Consiglio di Stato sez. IV, 16.09.2011, n. 5228) (TAR Lazio-Latina, sentenza 10.10.2012 n. 739 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Beni Ambientali. Paesaggio e costituzione.
I principi generali in materia ambientale e paesaggistica non possono esser disgiunti dagli artt. 9 e 117 della Costituzione, per cui deve essere data la prevalenza alla tutela del paesaggio non nel significato, meramente estetico, di “bellezza naturale”, ma come complesso dei valori inerenti il territorio naturale, che è un bene “primario” ed “assoluto" e comunque una risorsa assolutamente limitata ed in via di esaurimento.
L’attività sanzionatoria è diretta ad assicurare la tutela ambientale e paesaggistica quale valore primario, complesso, unitario ed assoluto, che precede gli altri interessi pubblici e privati.
Pertanto, una volta accertato l’assoluto contrasto dell’intervento comunque realizzato dall’appellante con la disciplina urbanistica, non può sussistere alcun legittimo affidamento in capo al costruttore abusivo che possa giustificare la conservazione di una situazione di fatto realizzata "contra ius" in totale spregio dei valori ambientali, archeologici e paesaggistici.
Ossia, non solo non vi è alcuna norma che preveda il preteso “favor” per la conservazione dell’edilizia illegale, ma al contrario la repressione degli abusi edilizi è un’attività soggetta ai principi generali di "tipicità" e di "legalità" costituente un preciso obbligo dell'amministrazione, la quale non gode di alcuna discrezionalità al riguardo.

I principi generali in materia ambientale e paesaggistica non possono esser disgiunti, come ha insegnato la Corte Costituzionale, dagli artt. 9 e 117 della Costituzione, per cui deve essere data la prevalenza alla tutela del paesaggio non nel significato, meramente estetico, di “bellezza naturale”, ma come complesso dei valori inerenti il territorio naturale (cfr. Corte Cost., 07.11.1994, n. 379), che è un bene “primario” ed “assoluto" (Corte cost., 05.05.2006, nn. 182, 183) e comunque una risorsa assolutamente limitata ed in via di esaurimento.
In conformità ai principi costituzionali e con riguardo all'applicazione della Convenzione europea sul paesaggio, adottata a Firenze il 20.10.2000, l’attività sanzionatoria è diretta ad assicurare la tutela ambientale e paesaggistica quale valore primario, complesso, unitario ed assoluto, che precede gli altri interessi pubblici e privati.
Pertanto, una volta accertato l’assoluto contrasto dell’intervento comunque realizzato dall’appellante con la disciplina urbanistica, non può sussistere alcun legittimo affidamento in capo al costruttore abusivo che possa giustificare la conservazione di una situazione di fatto realizzata "contra ius" in totale spregio dei valori ambientali, archeologici e paesaggistici.
Ossia, non solo non vi è alcuna norma che preveda il preteso “favor” per la conservazione dell’edilizia illegale, ma al contrario la repressione degli abusi edilizi è un’attività soggetta ai principi generali di "tipicità" e di "legalità" costituente un preciso obbligo dell'amministrazione, la quale non gode di alcuna discrezionalità al riguardo (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 09.10.2012 n. 5256 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn materia di repressione degli abusi edilizi non è richiesta la comunicazione di avvio del procedimento, nel caso di ordine di demolizione di opere edilizie abusive, in particolare laddove trattasi di provvedimento che, per sua natura, ha carattere urgente, dovuto e rigorosamente vincolato, non implicante valutazioni discrezionali; simili provvedimenti si risolvono, infatti, in meri accertamenti tecnici e si sostengono su un presupposto di fatto, rientrante nella sfera di controllo dell'interessato.
Contrariamente alla tesi sostenuta dal ricorrente, in materia di repressione degli abusi edilizi non è richiesta la comunicazione di avvio del procedimento, nel caso di ordine di demolizione di opere edilizie abusive, in particolare laddove trattasi, com’è nel caso di specie, di provvedimento che, per sua natura, ha carattere urgente, dovuto e rigorosamente vincolato, non implicante valutazioni discrezionali; simili provvedimenti si risolvono, infatti, in meri accertamenti tecnici e si sostengono su un presupposto di fatto, rientrante nella sfera di controllo dell'interessato (cfr. Cons. Stato, Sez. IV, 05.03.2010, n. 1278 e, da ultimo, Tar Campania, Napoli, Sez. VII, 03.09.2010, n. 17302) (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 09.10.2012 n. 1807 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATASe presentata richiesta di accertamento di conformità, ai sensi dell’art. 37 d.p.r. 380/2001, il decorso di 60 giorni dalla richiesta medesima, senza che l’amministrazione comunale si sia pronunciata, va qualificato come silenzio-rigetto.
La società ricorrente ha presentato richiesta di accertamento di conformità, ai sensi dell’art. 37 d.p.r. 380/2001, per il quale il decorso di sessanta giorni dalla richiesta medesima, senza che l’amministrazione comunale si sia pronunciata, va qualificata come silenzio-rigetto; ed invero l’art. 37, comma 6, chiarisce che: “La mancata denuncia di inizio dell'attività non comporta l'applicazione delle sanzioni previste dall'articolo 44. Resta comunque salva, ove ne ricorrano i presupposti in relazione all'intervento realizzato, l'applicazione … dell'accertamento di conformità di cui all'articolo 36”.
L’art. 36, comma 3, dispone che “Sulla richiesta di permesso in sanatoria il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale si pronuncia con adeguata motivazione, entro sessanta giorni decorsi i quali la richiesta si intende rifiutata” (TAR Campania-Salerno, Sez. I sentenza 09.10.2012 n. 1803 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICALottizzazione abusiva e modifica di destinazione d'uso di complesso alberghiero.
Può configurare il reato di lottizzazione abusiva fa modifica di destinazione d'uso di un complesso alberghiero, realizzata attraverso la vendita di singole unità immobiliari a privati, allorché (indipendentemente dal regime proprietario della struttura) non sussiste una organizzazione imprenditoriale preposta alla gestione dei servizi comuni ed alla concessione in locazione dei singoli appartamenti compravenduti seconda le regole comuni del contratto di albergo, atteso che in tale ipotesi le singole unità perdono la loro originaria destinazione d'uso alberghiera per assumere quella residenziale.
Irrilevante è la titolarità della proprietà della struttura immobiliare, che indifferentemente può appartenere ad un solo proprietario oppure ad una pluralità di soggetti. Ciò che rileva, invece, è la configurazione della struttura medesima (anche se appartenente a più proprietari) come albergo ed una configurazione siffatta deve essere caratterizzata dalla concessione in locazione delle unità immobiliari ad una generalità indistinta ed indifferenziata di soggetti e per periodi di tempo predeterminati (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 08.10.2012 n. 39465 - tratto da www.lexambiente.it).

URBANISTICAAttività di indagine e lottizzazione.
La valutazione in ordine alla eventuale inutilizzabilità degli atti di indagine, prevista dall'art. 407 c.p.p., va effettuata considerando il contenuto e la funzione dell'atto, con la conseguenza che non devono essere inclusi nel novero degli atti passibili di inutilizzabilità quelli costituenti mera rielaborazione di attività precedentemente svolte quali, ad esempio, le note riassuntive o conclusive solitamente redatte dalla polizia giudiziaria, all'esito di investigazioni complesse, per fornire una illustrazione organica e definitiva dell'attività compiuta ed agevolare la consultazione della relativa documentazione, ovvero quelli meramente ricognitivi, finalizzati a documentare la permanenza ed attualità di situazioni già in precedenza compiutamente accertate.
L'acquirente ed il sub-acquirente di un immobile o terreno abusivamente lottizzato sono tenuti ad assolvere in modo rigoroso all'onere di conoscenza ed informazione loro richiesto e non possono dimostrare di aver agito in buona fede semplicemente richiamando l'affidamento riposto in altri soggetti o nella apparente legittimità di atti amministrativi, specie nel caso in cui la illiceità dell'operazione lottizzatoria sia resa evidente dalla presenza di elementi obiettivi sintomatici di una irregolare trasformazione edilizia o urbanistica del territorio (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 04.10.2012 n. 38732 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATAL’autore di un esposto, anche se proprietario confinante del destinatario di un provvedimento di annullamento d’ufficio del titolo ad aedificandum, non assume la veste giuridica di controinteressato perché il potere di autotutela è esercitato per il conseguimento dell’interesse pubblico al quale è estraneo il privato che, se vanta un interesse di mero fatto, ricorrendone i presupposti, può svolgere, come è avvenuto nel caso in esame, l’intervento ad opponendum a norma dell’art. 22, comma 2, della legge n. 1034/1971 (ora art. 28, comma 2, del c.p.a.).
L’orientamento giurisprudenziale assolutamente maggioritario, condiviso da questo Tribunale, ha avuto modo di affermare che l’autore di un esposto, anche se proprietario confinante del destinatario di un provvedimento di annullamento d’ufficio del titolo ad aedificandum, non assume la veste giuridica di controinteressato perché il potere di autotutela è esercitato per il conseguimento dell’interesse pubblico al quale è estraneo il privato che, se vanta un interesse di mero fatto, ricorrendone i presupposti, può svolgere, come è avvenuto nel caso in esame, l’intervento ad opponendum a norma dell’art. 22, comma 2, della legge n. 1034/1971 (ora art. 28, comma 2, del c.p.a.) (Cfr. Cons. di Stato – Sez. IV – 15/11/2004 n. 7417; TAR Valle d’Aosta 13/02/2008 n. 10; id. Puglia – BA – Sez. I – 21/02/2006 n. 558; id. Lombardia – BS – 20/11/2002 n. 1881) (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 04.10.2012 n. 1794 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa presentazione dell'istanza di accertamento di conformità ai sensi dell'art. 36 del D.P.R. n. 380/2001, produce l'effetto di rendere improcedibile l'impugnazione dell'ordine di demolizione per sopravvenuta carenza di interesse.
L'esercizio della facoltà di regolarizzare la propria posizione da parte del privato impedisce l'esercizio del potere repressivo dell'Amministrazione, almeno fino a quando la stessa non si pronunci in senso negativo sull'istanza medesima, comportando altresì la traslazione dell'interesse ad impugnare verso il futuro provvedimento che, eventualmente, respinga la domanda medesima, disponendo nuovamente la demolizione dell'opera edilizia ritenuta abusiva.
In definitiva l'istanza di sanatoria impone il riesame della questione, da parte dello stesso Ente, che dovrà valutare la possibile conformità delle opere stesse, tenendo conto delle concrete ragioni dell'istanza, configurandosi cioè diversi ed autonomi presupposti per un eventuale rinnovato esercizio del potere sanzionatorio.
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L'acquisizione del bene al patrimonio del Comune non può essere adottata ove la parte interessata si sia attivata per sanare l'abuso, dovendo l'Amministrazione pronunciarsi sull'istanza di adeguamento e/o sanatoria, con la necessità di riedizione dell'ordine di demolizione in caso di mancato accoglimento della stessa o vi sia stato il rigetto del'istanza di dissequestro.

Secondo la giurisprudenza alla quale aderisce il Collegio, la presentazione dell'istanza di accertamento di conformità ai sensi dell'art. 36 del D.P.R. n. 380/2001, produce l'effetto di rendere improcedibile l'impugnazione dell'ordine di demolizione per sopravvenuta carenza di interesse (ex multis, TAR Campania Napoli, Sez. VII, 20.11.2007, n. 14442; 28.12.2007, n. 16539).
In base a tale orientamento, dal quale il Collegio non ha ragione di discostarsi, l'esercizio della facoltà di regolarizzare la propria posizione da parte del privato impedisce l'esercizio del potere repressivo dell'Amministrazione, almeno fino a quando la stessa non si pronunci in senso negativo sull'istanza medesima, comportando altresì la traslazione dell'interesse ad impugnare verso il futuro provvedimento che, eventualmente, respinga la domanda medesima, disponendo nuovamente la demolizione dell'opera edilizia ritenuta abusiva.
In definitiva l'istanza di sanatoria impone il riesame della questione, da parte dello stesso Ente, che dovrà valutare la possibile conformità delle opere stesse, tenendo conto delle concrete ragioni dell'istanza, configurandosi cioè diversi ed autonomi presupposti per un eventuale rinnovato esercizio del potere sanzionatorio (Cfr. TAR Salerno Campania, sez. I, 14.10.2011 n. 1666, TAR Campania Salerno, sez. I, 22.02.2011, n. 350, TAR Campania Napoli, sez. VII, 10.03.2011, n. 1401 e Tar Piemonte, Sez. I, n. 16/2011 e TAR Lazio Roma, sez. II 04.12.2009, n. 12552).
Nel caso di specie il ricorrente a seguito dell’ordinanza di demolizione, di cui il provvedimento di acquisizione al patrimonio comunale costituisce esecuzione, ha presentato richiesta di variante al piano regolatore ai fini della sanatoria dell’abuso, così privando di efficacia l’ordinanza stessa.
Sul rapporto tra il procedimento disciplinato dall'art. 5, D.P.R. n. 447 del 1998 e quello ordinario di variante allo strumento urbanistico generale, la giurisprudenza si è pronunciata evidenziando che si tratta di procedimenti entrambe volti ad apportare alla strumentazione urbanistica comunale le variazioni necessarie a consentire il rilascio della concessione edilizia richiesta per la realizzazione di impianti produttivi (così, CdS Sez. V, sent. n. 7425 del 14.12.2006
Il Comune, una volta rigettata la richiesta variante, o meglio, la domanda di indizione di conferenza di servizi, avrebbe dovuto riesercitare il potere sanzionatorio, rinnovando il termine per la demolizione del manufatto abusivo (Tar Catania 3846 - 27.09.2010 - Sez. I).
In mancanza di una nuova ordinanza di demolizione l’acquisizione del bene al patrimonio del comune è illegittima, non potendo la stessa disporsi sulla base dell’inottemperanza ad una ordinanza di demolizione divenuta inefficace per effetto della richiesta attività di regolarizzazione intrapresa dal privato.
La giurisprudenza condivisa dal Collegio ha, infatti, chiarito che l'acquisizione del bene al patrimonio del Comune non può essere adottata ove la parte interessata si sia attivata per sanare l'abuso, dovendo l'Amministrazione pronunciarsi sull'istanza di adeguamento e/o sanatoria, con la necessità di riedizione dell'ordine di demolizione in caso di mancato accoglimento della stessa o vi sia stato il rigetto del'istanza di dissequestro (Cfr., in termini, TAR Catania, Sez. I, 4374 - 11.11.2010 – e 27.09.2010 n. 3846) (TAR Campania-Salerno, Sez. II, sentenza 04.10.2012 n. 1784 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: La demolizione, quale misura volta a garantire il ripristino della legalità violata, non opera solo quale sanzione rivolta contro il responsabile dell'abuso, ma legittimamente può essere irrogata nei confronti del proprietario dell'immobile, anche qualora non responsabile dell'abuso, proprio perché il proprietario in tale veste trovasi in una relazione giuridica qualificata con l'immobile oggetto di abuso, che gli consente di attivarsi onde renderlo conforme alla normativa urbanistica ed edilizia vigente.
Inoltre, la prevalente giurisprudenza è incline a ritenere legittimamente applicabili le sanzioni demolitorie nei confronti del proprietario dell'immobile abusivo, non avendo l'amministrazione alcun obbligo di compiere accertamenti giuridici circa l'esistenza di particolari rapporti interprivati, ma solo l'onere di individuare il proprietario catastale.
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E’ “ius receptum” di questo Tribunale che l'ordine di demolizione di opera abusiva, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato che non richiede una specifica valutazione e correlativa esplicazione delle ragioni di interesse pubblico attuale e concreto alla demolizione né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, poiché non è ravvisabile alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il trascorrere del tempo non può legittimare.
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L’ordine di demolizione può essere rivolto anche all’usufruttuario il quale in virtù della particolare ampiezza del diritto di cui è titolare, può essere equiparato al proprietario.

Quanto al primo motivo, deve essere ribadita la legittimità dell'operato comunale, per avere applicato la sanzione edilizia agli attuali proprietari anziché al responsabile dell'abuso.
Sennonché, per costante giurisprudenza (p.e. fra le recenti cfr. TAR Liguria, I, 18/05/2012, n. 705) la demolizione, quale misura volta a garantire il ripristino della legalità violata, non opera solo quale sanzione rivolta contro il responsabile dell'abuso, ma legittimamente può essere irrogata nei confronti del proprietario dell'immobile, anche qualora non responsabile dell'abuso, proprio perché il proprietario in tale veste trovasi in una relazione giuridica qualificata con l'immobile oggetto di abuso, che gli consente di attivarsi onde renderlo conforme alla normativa urbanistica ed edilizia vigente (TAR Campania-Napoli, VIII, 06.04.2011, n. 1945; TAR Lombardia, IV, 09.03.2011, n. 644; TAR Campania-Salerno, II, 15.02.2006, n. 96; TAR Veneto, II, 09.12.2003, n. 6064).
Inoltre, la prevalente giurisprudenza (cfr. Consiglio Stato, sez. IV, 27.10.2011 n. 5758; id. 12.04.2011, n. 2266; sez. V, 31.03.2010, n. 1878; TAR Lombardia, Milano, II, 14/06/2012 n. 1656) è incline a ritenere legittimamente applicabili le sanzioni demolitorie nei confronti del proprietario dell'immobile abusivo, non avendo l'amministrazione alcun obbligo di compiere accertamenti giuridici circa l'esistenza di particolari rapporti interprivati, ma solo l'onere di individuare il proprietario catastale (cfr. sulla natura riparatoria-ripristinatoria delle sanzioni amministrative correlate all'abusivismo edilizio, come tali prive del carattere esclusivamente punitivo proprio dei procedimenti sanzionatori considerati dalla L. 689/1981: Cons. di Stato, sez. II, 13.11.1996, n. 1026 secondo cui: "la sanzione pecuniaria per abuso edilizio non è retributiva di un comportamento illecito, bensì ripristinatoria dell'ordine urbanistico violato, seppure per equivalente" e pertanto non prevede l’accertamento del dolo o della colpa del soggetto cui si imputa la realizzazione dell’abuso).
Comunque, la mancata notifica al preteso responsabile dell’abuso giammai avrebbe potuto orientare diversamente l’amministrazione in sede di repressione degli abusi atteso che la perizia di parte dell’Ing. Lombardi è stata inoltrata al Comune solo in data successiva all’adozione e alla notifica dell’atto impugnato; come rilevato dall’amministrazione, detta perizia si limita ad escludere che le opere abusive possano essere state eseguite dopo l’acquisto, ma non imputa specificamente a terzi la commissione degli abusi.
Pure infondata è la censura relativa al difetto di motivazione inficiante l’atto impugnato con riferimento al lungo lasso temporale trascorso dalla realizzazione degli abusi e in riferimento all’affidamento degli istanti.
E’ “ius receptum” di questo Tribunale che l'ordine di demolizione di opera abusiva, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato che non richiede una specifica valutazione e correlativa esplicazione delle ragioni di interesse pubblico attuale e concreto alla demolizione né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, poiché non è ravvisabile alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il trascorrere del tempo non può legittimare (TAR Basilicata Potenza, sez. I, 06.04.2011, n. 159; TAR Basilicata Potenza, 15.02.2006, n. 96; TAR Basilicata Potenza, 17.07.2002, n. 518).
Inoltre, è infondato anche il secondo motivo atteso che l’ordine di demolizione può essere rivolto anche all’usufruttuario il quale in virtù della particolare ampiezza del diritto di cui è titolare, può essere equiparato al proprietario (TAR Basilicata, sentenza 04.10.2012 n. 456 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Totale difformità ed opere interne.
Rientra nella nozione di totale difformità dal permesso di costruire la realizzazione in un edificio in corso di costruzione di strutture all'interno di una parte dell'immobile, che ne determinino la modificazione della destinazione d'uso e lo rendano suscettibile di autonoma utilizzazione, in modo da incidere sull'assetto del territorio, in quanto aumentano il carico urbanistico rispetto a quanto previsto dal permesso di costruire (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 03.10.2012 n. 38536 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATA: Il termine decennale di prescrizione dell'obbligazione sul pagamento degli oneri concessori decorre, nell'ipotesi di mancata esplicita definizione della domanda di condono, dalla formazione del silenzio assenso e questo, ai sensi dell'art. 35, l. 28.02.1985 n. 47, si forma dopo il termine di ventiquattro mesi decorrente dalla data nella quale viene depositata la documentazione completa a corredo della domanda di concessione.
Il contributo di concessione dovuto, in caso di condono edilizio, ai sensi dell'art. 37, l. 28.02.1985 n. 47, è soggetto a prescrizione decennale, la quale decorre dal momento in cui il diritto può essere fatto valere (art. 2935 c.c.). Il termine stesso decorre dall'emanazione della concessione edilizia in sanatoria o, in alternativa, dalla scadenza del termine perentorio di ventiquattro mesi dalla presentazione della domanda, decorso il quale quest'ultima si intende accolta ove l'interessato provveda al pagamento di tutte le somme eventualmente dovute a conguaglio, formandosi così il silenzio-assenso.
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Posto che per gli oneri di urbanizzazione e costo di costruzione il "dies a quo" decorre dal rilascio della concessione edilizia, e, quindi, da un momento in cui sono esattamente noti tutti gli elementi utili alla determinazione dell'entità del contributo, relativamente al conguaglio dell'oblazione dovuta in caso di condono edilizio, il "dies a quo" non può coincidere con la presentazione della domanda, sfornita della documentazione prescritta per la domanda di condono, richiesta ai fini della corretta e definitiva determinazione dell'entità dell'oblazione; sicché la decorrenza del termine di prescrizione presuppone -tanto in favore della pubblica amministrazione per l'eventuale conguaglio, quanto in favore del privato per l'eventuale rimborso- che la pratica di sanatoria edilizia sia definita in tutti i suoi aspetti e siano, per l'effetto, precisamente determinabili, alla stregua dei parametri stabiliti dalla legge, l'"an" ed il "quantum" dell'obbligazione gravante sul privato; ciò che riflette puntualmente la "ratio" sottesa all'art. 2935 c.c. secondo il quale, in generale, la prescrizione non può decorrere se non dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere.

Invero costituisce approdo consolidato in giurisprudenza quello per cui “il termine decennale di prescrizione dell'obbligazione sul pagamento degli oneri concessori decorre, nell'ipotesi di mancata esplicita definizione della domanda di condono, dalla formazione del silenzio assenso e questo, ai sensi dell'art. 35, l. 28.02.1985 n. 47, si forma dopo il termine di ventiquattro mesi decorrente dalla data nella quale viene depositata la documentazione completa a corredo della domanda di concessione.” (TAR Sardegna Cagliari, sez. II, 17.11.2010, n. 2600);
Il contributo di concessione dovuto, in caso di condono edilizio, ai sensi dell'art. 37, l. 28.02.1985 n. 47, è soggetto a prescrizione decennale, la quale decorre dal momento in cui il diritto può essere fatto valere (art. 2935 c.c.). Il termine stesso decorre dall'emanazione della concessione edilizia in sanatoria o, in alternativa, dalla scadenza del termine perentorio di ventiquattro mesi dalla presentazione della domanda, decorso il quale quest'ultima si intende accolta ove l'interessato provveda al pagamento di tutte le somme eventualmente dovute a conguaglio, formandosi così il silenzio—assenso.” (TAR Trentino Alto Adige Trento, sez. I, 09.12.2010, n. 234).
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La censura non ha pregio, laddove si consideri che per costante quanto pacifica opzione ermeneutica (peraltro pienamente condivisa dal Collegio in quanto aderente alla lettera della legge e non collidente con la ratio che presiede alla formazione del titolo abilitativo per silentium) “posto che per gli oneri di urbanizzazione e costo di costruzione il "dies a quo" decorre dal rilascio della concessione edilizia, e, quindi, da un momento in cui sono esattamente noti tutti gli elementi utili alla determinazione dell'entità del contributo, relativamente al conguaglio dell'oblazione dovuta in caso di condono edilizio, il "dies a quo" non può coincidere con la presentazione della domanda, sfornita della documentazione prescritta per la domanda di condono, richiesta ai fini della corretta e definitiva determinazione dell'entità dell'oblazione; sicché la decorrenza del termine di prescrizione presuppone -tanto in favore della pubblica amministrazione per l'eventuale conguaglio, quanto in favore del privato per l'eventuale rimborso- che la pratica di sanatoria edilizia sia definita in tutti i suoi aspetti e siano, per l'effetto, precisamente determinabili, alla stregua dei parametri stabiliti dalla legge, l'"an" ed il "quantum" dell'obbligazione gravante sul privato; ciò che riflette puntualmente la "ratio" sottesa all'art. 2935 c.c. secondo il quale, in generale, la prescrizione non può decorrere se non dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere.” (TAR Campania Salerno, sez. II, 03.06.2010, n. 8224) (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 03.10.2012 n. 5201 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Le determinazioni amministrative che definiscono gli abusi edilizi costituiscono atti aventi natura vincolata, che pongono in essere un modus agendi tracciato in modo analitico dal legislatore, senza che in capo all’Amministrazione ricada uno specifico onere di motivazione sia sull’an sia sull’interesse pubblico sotteso all’adozione delle misure che si vanno ad assumere.
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Il vincolo di inedificabilità assoluta, gravante sull’area su cui insiste il manufatto abusivamente realizzato, legittima e rende doveroso il provvedimento di demolizione e ripristino dello stato dei luoghi, indipendentemente dalla consistenza della struttura realizzata senza titolo alcuno
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L’ordine demolizione di opera edilizia abusiva è sufficientemente motivato con l’affermazione dell’accertata abusività dell’opera anche in riferimento all’interesse pubblico che si intende insito nella misura adottata, senza che nella specie ci si trovi di fronte al protrarsi del tempo trascorso dalla commissione dell’abuso e al protrarsi dell’inerzia dell’amministrazione a provvedere, uniche condizioni che imporrebbero una specifica, congrua motivazione sul punto.
Relativamente poi alla questione sollevata sub b) è sufficiente osservare come le determinazioni amministrative che definiscono gli abusi edilizi costituiscono, per costante giurisprudenza, atti aventi natura vincolata, che pongono in essere un modus agendi tracciato in modo analitico dal legislatore, senza che in capo all’Amministrazione ricada uno specifico onere di motivazione sia sull’an sia sull’interesse pubblico sotteso all’adozione delle misure che si vanno ad assumere (Cons. Stato Sez. IV 31.08.2010 n. 3955; idem 01.10.2007 n. 5049; 10.12.2007 n. 6344; Cons. Stato Sez. V 05.09.2009 n. 5229): da ciò deriva, per tali profili, la legittimità degli atti adottati dall’Amministrazione comunale di Anacapri, come peraltro puntualmente rilevato dal Tar con osservazioni e conclusioni che ribadiscono i principi giurisprudenziali sopra esposti.
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Infondato si rivela altresì il quinto motivo d’appello con cui parte appellante lamenta la mancata irrogazione della sanzione pecuniaria in luogo della adottata misura ripristinatoria trattandosi, ad avviso dei sigg.ri Petrone-Grilli, di opere non soggette al regime di cui all’art. 10 del DPR n. 380/2001.
Come già fatto presente, l’opera de qua ricade in area soggetta a vincolo paesaggistico preesistente e non risulta compatibile con la normativa edilizia, non risultando suscettibile di sanatoria ai sensi dell’art. 32, comma 27, del d.l. 30.09.2003 n.269 .
Ciò significa che il vincolo di inedificabilità assoluta, gravante sull’area su cui insiste il manufatto abusivamente realizzato, legittima e rende doveroso il provvedimento di demolizione e ripristino dello stato dei luoghi, indipendentemente dalla consistenza della struttura realizzata senza titolo alcuno, come da orientamento giurisprudenziale da tempo affermatosi (Cons. Stato Sez. VI 20.11.1998 n. 1583).
Va disattesa infine la censura formulata col sesto ed ultimo motivo di gravame circa l’assenza di una motivazione specifica sull’interesse pubblico a demolire: è sufficiente in proposito richiamare quanto osservato in ordine alle doglianze di cui al terzo e quarto motivo dell’appello, per qui riaffermarsi l’assoluta assenza in capo all’Amministrazione di un onere motivazionale del genere di quello individuato da parte appellante.
L’ordine demolizione di opera edilizia abusiva è sufficientemente motivato con l’affermazione dell’accertata abusività dell’opera anche in riferimento all’interesse pubblico che si intende insito nella misura adottata, senza che nella specie ci si trovi di fronte al protrarsi del tempo trascorso dalla commissione dell’abuso e al protrarsi dell’inerzia dell’amministrazione a provvedere, uniche condizioni (nella specie non rinvenienti) che imporrebbero una specifica, congrua motivazione sul punto (Cons. Stato Sez. IV 06.06.2008 n. 2705; Cons. Stato Sez. V 04.03.2008 n. 883)
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 02.10.2012 n. 5183 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Motivazione ordinanza demolizione e diniego sanatoria.
Le determinazioni amministrative che definiscono gli abusi edilizi costituiscono, per costante giurisprudenza, atti aventi natura vincolata, che pongono in essere un modus agendi tracciato in modo analitico dal legislatore, senza che in capo all’Amministrazione ricada uno specifico onere di motivazione sull’interesse pubblico sotteso all’adozione delle misure che si vanno ad assumere.
L’ordine di demolizione di opera edilizia abusiva è sufficientemente motivato con l’affermazione dell’accertata abusività anche in riferimento all’interesse pubblico che si intende insito nella misura adottata, senza che nella specie ci si trovi di fronte al protrarsi del tempo trascorso dalla commissione dell’abuso e al protrarsi dell’inerzia dell’amministrazione a provvedere, uniche condizioni che imporrebbero una specifica, congrua motivazione sul punto (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 02.10.2012 n. 5183 - tratto da www.lexambiente.it - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: L'autore di un abuso edilizio, che abbia prestato acquiescenza al diniego di concessione di costruzione in sanatoria, decade dalla possibilità di rimettere in discussione l'abuso accertato in sede di impugnazione dell'ordine di demolizione, atteso che quest'ultimo rinviene nel diniego di sanatoria il suo presupposto.
Infatti, per consolidata giurisprudenza amministrativa "L'autore di un abuso edilizio, che abbia prestato acquiescenza al diniego di concessione di costruzione in sanatoria, decade dalla possibilità di rimettere in discussione l'abuso accertato in sede di impugnazione dell'ordine di demolizione, atteso che quest'ultimo rinviene nel diniego di sanatoria il suo presupposto." (Cons. Stato, Sez. V, 17.09.2008, n. 4446; TAR Puglia Bari, sez. II, 05.01.2011, n. 8; Cons. Stato, Sez. V, 28.12.2007, n. 6715) (TAR Sicilia-Palermo, Sez. II, sentenza 02.10.2012 n. 1940 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Richiesta di sanatoria e violazione art. 483 cod. pen..
Nel caso di presentazione, da parte del privato, della dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà (come regolata dal d.P.R. 445/2000) concernente la data di ultimazione del fabbricato e tesa a conseguire la concessione in sanatoria, sono ravvisabili tutti i requisiti previsti per la integrazione dei reato di cui all'art. 483 cod. pen., salva la verifica della fattispecie concreta (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 01.10.2012 n. 37904 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATAL’ordine di demolizione non deve essere necessariamente preceduto dalla comunicazione di avvio del procedimento, trattandosi di atto dovuto e rigorosamente vincolato, con riferimento al quale non sono richiesti apporti partecipativi del destinatario ed il cui presupposto è costituto unicamente dalla constatata esecuzione dell'opera in totale difformità o in assenza del titolo abilitativo.
Né, per lo stesso motivo, si richiede una specifica motivazione che dia conto della valutazione delle ragioni di interesse pubblico alla demolizione o della comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, senza che sussista alcuna violazione dell'art. 3, l. n. 241 del 1990, dato che, ricorrendo i predetti requisiti, il provvedimento deve intendersi sufficientemente motivato con l'affermazione dell'accertata abusività dell'opera, essendo in re ipsa l'interesse pubblico concreto ed attuale alla sua rimozione.
Anche qualora intercorra un lungo periodo di tempo tra la realizzazione dell'opera abusiva ed il provvedimento sanzionatorio, tale circostanza non rileva ai fini della legittimità di quest'ultimo, sia in rapporto al preteso affidamento circa la legittimità dell'opera, che il protrarsi del comportamento inerte del comune avrebbe ingenerato nel responsabile dell'abuso edilizio, sia in relazione ad un presunto ulteriore obbligo, per l'amministrazione procedente, di motivare specificamente il provvedimento in ordine alla sussistenza dell'interesse pubblico attuale a far demolire il manufatto, poiché la lunga durata nel tempo dell'opera priva del necessario titolo edilizio ne rafforza il carattere abusivo (trattandosi di illecito permanente), il che preserva il potere-dovere dell'amministrazione di intervenire nell'esercizio dei suoi poteri sanzionatori, tanto più che il provvedimento demolitorio non richiede una congrua motivazione in ordine all'attualità dell'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso, che è in re ipsa.
Al riguardo va rimarcato che, per orientamento costante di questo Collegio, l’ordine di demolizione non deve essere necessariamente preceduto dalla comunicazione di avvio del procedimento, trattandosi di atto dovuto e rigorosamente vincolato, con riferimento al quale non sono richiesti apporti partecipativi del destinatario ed il cui presupposto è costituto unicamente dalla constatata esecuzione dell'opera in totale difformità o in assenza del titolo abilitativo.
Né, per lo stesso motivo, si richiede una specifica motivazione che dia conto della valutazione delle ragioni di interesse pubblico alla demolizione o della comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, senza che sussista alcuna violazione dell'art. 3, l. n. 241 del 1990, dato che, ricorrendo i predetti requisiti, il provvedimento deve intendersi sufficientemente motivato con l'affermazione dell'accertata abusività dell'opera, essendo in re ipsa l'interesse pubblico concreto ed attuale alla sua rimozione (cfr., ex plurimis, Consiglio Stato, sez. IV, 31.08.2010, n. 3955).
Anche qualora intercorra un lungo periodo di tempo tra la realizzazione dell'opera abusiva ed il provvedimento sanzionatorio, tale circostanza non rileva ai fini della legittimità di quest'ultimo, sia in rapporto al preteso affidamento circa la legittimità dell'opera, che il protrarsi del comportamento inerte del comune avrebbe ingenerato nel responsabile dell'abuso edilizio, sia in relazione ad un presunto ulteriore obbligo, per l'amministrazione procedente, di motivare specificamente il provvedimento in ordine alla sussistenza dell'interesse pubblico attuale a far demolire il manufatto, poiché la lunga durata nel tempo dell'opera priva del necessario titolo edilizio ne rafforza il carattere abusivo (trattandosi di illecito permanente), il che preserva il potere-dovere dell'amministrazione di intervenire nell'esercizio dei suoi poteri sanzionatori, tanto più che il provvedimento demolitorio non richiede una congrua motivazione in ordine all'attualità dell'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso, che è in re ipsa (TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 01.10.2012 n. 4005 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn materia di demolizione, la figura del responsabile dell’abuso non si identifica solo in colui che ha materialmente eseguito l’opera ritenuta abusiva, ma si riferisce, necessariamente, anche a colui che di quell’opera ha la materiale disponibilità e pertanto, quale detentore, è in grado di provvedere alla demolizione restaurando così l’ordine violato.
L’ordine di demolizione, infatti, non presuppone l’accertamento dell’elemento soggettivo integrante responsabilità a carico del suo destinatario, non è un provvedimento diretto a sanzionare un comportamento illegittimo da parte del trasgressore, ma è un atto di tipo ripristinatorio avendo esso la funzione di eliminare le conseguenze della violazione edilizia, attraverso la riduzione in pristino dello stato dei luoghi che consegue alla rimozione delle opere abusive.
Per tale ragione l’ordine di demolizione deve essere rivolto a colui che abbia la disponibilità materiale dell’opera abusiva, indipendentemente dal fatto che l’abbia concretamente realizzata, cosa che potrebbe rilevare sotto il profilo della responsabilità penale, ma non per la legittimità dell’ordine di demolizione. Si è difatti affermato, con riguardo all’analoga posizione dell’utilizzatore di un bene abusivo realizzato su area demaniale che: “i provvedimenti repressivi di illeciti edilizi possono essere indirizzati anche a persone diverse da quelle che hanno materialmente realizzato l’abuso, ma è anche vero che, ai fini della legittimità delle relative ingiunzioni, è sempre necessaria la sussistenza di una relazione giuridica o materiale del destinatario con il bene”.
In ogni caso, il presupposto del provvedimento amministrativo è la realizzazione di un’opera in assenza di permesso di costruire, la cui eliminazione è necessaria per ripristinare il corretto assetto del territorio, sicché l’ordine di demolizione legittimamente è rivolto, ad avviso del Collegio, a colui che al momento della sua irrogazione aveva l’attuale disponibilità del bene abusivo e ciò indipendentemente dal fatto di averlo realizzato.

Al riguardo è bene chiarire che in materia di demolizione, ad avviso del Collegio, la figura del responsabile dell’abuso non si identifica solo in colui che ha materialmente eseguito l’opera ritenuta abusiva, ma si riferisce, necessariamente, anche a colui che di quell’opera ha la materiale disponibilità e pertanto, quale detentore, è in grado di provvedere alla demolizione restaurando così l’ordine violato.
L’ordine di demolizione, infatti, non presuppone l’accertamento dell’elemento soggettivo integrante responsabilità a carico del suo destinatario, non è un provvedimento diretto a sanzionare un comportamento illegittimo da parte del trasgressore, ma è un atto di tipo ripristinatorio avendo esso la funzione di eliminare le conseguenze della violazione edilizia, attraverso la riduzione in pristino dello stato dei luoghi che consegue alla rimozione delle opere abusive.
Per tale ragione l’ordine di demolizione deve essere rivolto a colui che abbia la disponibilità materiale dell’opera abusiva, indipendentemente dal fatto che l’abbia concretamente realizzata, cosa che potrebbe rilevare sotto il profilo della responsabilità penale, ma non per la legittimità dell’ordine di demolizione. Si è difatti affermato, con riguardo all’analoga posizione dell’utilizzatore di un bene abusivo realizzato su area demaniale che: “i provvedimenti repressivi di illeciti edilizi possono essere indirizzati anche a persone diverse da quelle che hanno materialmente realizzato l’abuso, ma è anche vero che, ai fini della legittimità delle relative ingiunzioni, è sempre necessaria la sussistenza di una relazione giuridica o materiale del destinatario con il bene” (cfr C.d.S. sez. IV 16.07.2007 n. 4008).
In ogni caso, il presupposto del provvedimento amministrativo è la realizzazione di un’opera in assenza di permesso di costruire, la cui eliminazione è necessaria per ripristinare il corretto assetto del territorio, sicché l’ordine di demolizione legittimamente è rivolto, ad avviso del Collegio, a colui che al momento della sua irrogazione aveva l’attuale disponibilità del bene abusivo e ciò indipendentemente dal fatto di averlo realizzato
(TAR Campania-Napoli, Sez. VIII, sentenza 01.10.2012 n. 4005 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa mera presentazione dell'istanza di accertamento di conformità ai sensi dell'art. 13 della l. n. 47/1985 (oggi, dell’art. 36, d.P.R. n. 380 del 2001) produce l'effetto di rendere improcedibile l'impugnazione dell'ordine di demolizione dell'opera edilizia ritenuta abusiva per sopravvenuta carenza di interesse, atteso che l'esercizio della facoltà di regolarizzare la propria posizione da parte del privato impedisce l'esercizio del potere repressivo dell'amministrazione, almeno fino a quando la stessa non si pronunci in senso negativo sull'istanza medesima, ed, inoltre, in quanto l'applicazione di detto principio, determina, sotto l'aspetto processuale, la sopravvenuta carenza di interesse all'annullamento dell'atto sanzionatorio in relazione al quale è stata prodotta la suddetta domanda di sanatoria e la traslazione e differimento dell'interesse ad impugnare verso il futuro provvedimento che, eventualmente, respinga la domanda medesima, disponendo nuovamente la demolizione dell'opera edilizia ritenuta abusiva.
RITENUTO, in disparte ogni altro rilievo, che –per costate orientamento pretorio– la mera presentazione dell'istanza di accertamento di conformità ai sensi dell'art. 13 della l. n. 47/1985 (oggi, dell’art. 36, d.P.R. n. 380 del 2001) produce l'effetto di rendere improcedibile l'impugnazione dell'ordine di demolizione dell'opera edilizia ritenuta abusiva per sopravvenuta carenza di interesse, atteso che l'esercizio della facoltà di regolarizzare la propria posizione da parte del privato impedisce l'esercizio del potere repressivo dell'amministrazione, almeno fino a quando la stessa non si pronunci in senso negativo sull'istanza medesima, ed, inoltre, in quanto l'applicazione di detto principio, determina, sotto l'aspetto processuale, la sopravvenuta carenza di interesse all'annullamento dell'atto sanzionatorio in relazione al quale è stata prodotta la suddetta domanda di sanatoria e la traslazione e differimento dell'interesse ad impugnare verso il futuro provvedimento che, eventualmente, respinga la domanda medesima, disponendo nuovamente la demolizione dell'opera edilizia ritenuta abusiva (in terminis, da ultimo TAR Campania Salerno, sez. II, 24.04.2012, n. 802) (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 01.10.2012 n. 1776 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa mera presentazione dell'istanza di sanatoria successivamente all'impugnazione dell'ordinanza di demolizione produce di per sé l'effetto di rendere inefficace tale ultimo provvedimento (e, correlativamente, improcedibile l'impugnazione stessa per sopravvenuta carenza di interesse) e ciò in quanto il riesame dell'abusività dell'opera provocato da tale istanza, sia pure al fine di verificare l'eventuale sanabilità di quanto costruito, ex se comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento (di accoglimento o di rigetto) che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa, dal momento che, in caso di diniego del richiesto accertamento di conformità, l'Amministrazione Comunale dovrebbe emettere una nuova ordinanza di demolizione, con fissazione di nuovi termini per ottemperarvi.
CONSIDERATO che, per costante orientamento giurisprudenziale, la mera presentazione dell'istanza di sanatoria successivamente all'impugnazione dell'ordinanza di demolizione produce di per sé l'effetto di rendere inefficace tale ultimo provvedimento (e, correlativamente, improcedibile l'impugnazione stessa per sopravvenuta carenza di interesse) e ciò in quanto il riesame dell'abusività dell'opera provocato da tale istanza, sia pure al fine di verificare l'eventuale sanabilità di quanto costruito, ex se comporta la necessaria formazione di un nuovo provvedimento (di accoglimento o di rigetto) che vale comunque a superare il provvedimento sanzionatorio oggetto dell'impugnativa, dal momento che, in caso di diniego del richiesto accertamento di conformità, l'Amministrazione Comunale dovrebbe emettere una nuova ordinanza di demolizione, con fissazione di nuovi termini per ottemperarvi (in termini, da ultimo, Cons. Stato, sez. IV, 16.09.2011, n. 5228) (TAR Campania-Salerno, Sez. I, sentenza 01.10.2012 n. 1769 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

settembre 2012

EDILIZIA PRIVATA: M. Amitrano, Zingale, LA GIURISPRUDENZA SUI RAPPORTI TRA PROCEDIMENTI AMMINISTRATIVI DI VIGILANZA EDILIZIA E PROCEDIMENTI DI SANATORIA (Gazzetta Amministrativa n. 3/2012).
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La giurisprudenza ha chiarito che la definizione del procedimento sanzionatorio in materia edilizia è condizionata alla previa definizione del procedimento volto ad ottenere un permesso di costruire in sanatoria per le medesime opere abusive ...

EDILIZIA PRIVATA: M. Amitrano Zingale, L’ACQUISIZIONE GRATUITA AL PATRIMONIO DEL COMUNE NELLA RICOSTRUZIONE GIURISPRUDENZIALE (Gazzetta Amministrativa n. 3/2012).
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Gli strumenti repressivi che il legislatore ha approntato per contrastare il fenomeno dell’abusivismo edilizio e meglio tutelare il territorio risultano essere i più idonei a costituire un efficace deterrente per l’attività abusiva, proprio in ragione della sua incidenza sulla res abusiva ...

EDILIZIA PRIVATA: F. Valente, BREVI RIFLESSIONI IN ORDINE ALLA FORMAZIONE DEL SILENZIO-ACCOGLIMENTO IN TEMA DI CONDONO EDILIZIO (Gazzetta Amministrativa n. 3/2012).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATAIl soggetto che subisce un procedimento di controllo o ispettivo ha un interesse qualificato a conoscere integralmente tutti i documenti utilizzati dall’amministrazione nell’esercizio del potere di vigilanza, compresi gli esposti e le denunce che hanno determinato l’attivazione di tale potere, non ostandovi neppure il diritto alla riservatezza che non può essere invocato quando la richiesta di accesso ha ad oggetto il nome di coloro che hanno reso denunce o rapporti informativi nell’ambito di un procedimento ispettivo, giacché al predetto diritto alla riservatezza non può riconoscersi un’estensione tale da includere il diritto all’anonimato di colui che rende una dichiarazione a carico di terzi, tanto più che l’ordinamento non attribuisce valore giuridico positivo all’anonimato.
Non può pertanto seriamente dubitarsi che la conoscenza integrale dell’esposto rappresenti uno strumento indispensabile per la tutela degli interessi giuridici dell’appellato, essendo intuitivo che solo in questo modo egli potrebbe proporre eventualmente denuncia per calunnia a tutela della propria onorabilità: il che rende del tutto prive di qualsiasi fondamento giuridico i dubbi sull’uso asseritamente strumentale e ritorsivo della conoscenza dell’esposto che ha dato luogo al procedimento disciplinare in danno del ricorrente, non potendo ammettersi che pretese esigenze di riservatezza possano determinate un vulnus intollerabile ad un diritto fondamentale della persona, quale quello dell’onore.

Quanto al merito della questione la Sezione rileva che, secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale, dal quale non vi è motivo per discostarsi, il soggetto che subisce un procedimento di controllo o ispettivo ha un interesse qualificato a conoscere integralmente tutti i documenti utilizzati dall’amministrazione nell’esercizio del potere di vigilanza, compresi gli esposti e le denunce che hanno determinato l’attivazione di tale potere (C.d.S., sez. IV, 19.01.2012, n. 231; sez. V, 19.05.2009, n. 3081), non ostandovi neppure il diritto alla riservatezza che non può essere invocato quando la richiesta di accesso ha ad oggetto il nome di coloro che hanno reso denunce o rapporti informativi nell’ambito di un procedimento ispettivo, giacché al predetto diritto alla riservatezza non può riconoscersi un’estensione tale da includere il diritto all’anonimato di colui che rende una dichiarazione a carico di terzi, tanto più che l’ordinamento non attribuisce valore giuridico positivo all’anonimato (C.d.S., sez. VI, 25.06.2007, n. 3601).
Non può pertanto seriamente dubitarsi che la conoscenza integrale dell’esposto rappresenti uno strumento indispensabile per la tutela degli interessi giuridici dell’appellato, essendo intuitivo che solo in questo modo egli potrebbe proporre eventualmente denuncia per calunnia a tutela della propria onorabilità: il che rende del tutto prive di qualsiasi fondamento giuridico i dubbi sull’uso asseritamente strumentale e ritorsivo della conoscenza dell’esposto che ha dato luogo al procedimento disciplinare in danno del ricorrente, non potendo ammettersi che pretese esigenze di riservatezza possano determinate un vulnus intollerabile ad un diritto fondamentale della persona, quale quello dell’onore (Consiglio di Stato, Sez. V, sentenza 28.09.2012 n. 5132 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAA norma del combinato disposto degli artt. 32 l. 28.02.1985, n. 45, e 39 l. 23.12.1994, n. 724, il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria per opere eseguite su immobili sottoposti a vincolo è subordinato al parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela del vincolo.
In tale ambito l’amministrazione statale, sebbene non possa disporre l’annullamento dell’autorizzazione o del parere paesaggistico adottato in sede regionale (rispettivamente dall’ente subdelegato) per ragioni di merito e sovrapporre il proprio giudizio di compatibilità paesaggistica a quella dell’amministrazione competente, può vagliare l’autorizzazione o il parere sotto tutti i profili di legittimità, compreso il vizio di eccesso di potere, qualora l’autorità che ha emesso il nulla osta o il parere non abbia esternato una motivazione congrua dalla quale evincere le ragioni che la inducevano a concludere per la compatibilità dei manufatti realizzati con il vincolo paesaggistico.

Giova premettere, in linea di diritto, che a norma del combinato disposto degli artt. 32 l. 28.02.1985, n. 45, e 39 l. 23.12.1994, n. 724, il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria per opere eseguite su immobili sottoposti a vincolo è subordinato al parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela del vincolo, e che anche in tale ambito secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale, condiviso da questo Collegio, l’amministrazione statale, sebbene non possa disporre l’annullamento dell’autorizzazione o del parere paesaggistico adottato in sede regionale (rispettivamente dall’ente subdelegato) per ragioni di merito e sovrapporre il proprio giudizio di compatibilità paesaggistica a quella dell’amministrazione competente, può vagliare l’autorizzazione o il parere sotto tutti i profili di legittimità, compreso il vizio di eccesso di potere, qualora l’autorità che ha emesso il nulla osta o il parere non abbia esternato una motivazione congrua dalla quale evincere le ragioni che la inducevano a concludere per la compatibilità dei manufatti realizzati con il vincolo paesaggistico (v. in tal senso, ex plurimis, C.d.S., Sez. VI, 08.07.2011, n. 4103; C.d.S., Sez. IV, 04.05.2011, n. 2644) (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 28.09.2012 n. 5125 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Lottizzazione abusiva e piani di lottizzazione convenzionata.
E' configurabile il reato di lottizzazione abusiva nel caso in cui i permessi di costruire, destinati a creare nuovi insediamenti abitativi in una zona in cui il piano regolatore generale subordina l'attività edificatoria all'adozione dei piani di lottizzazione convenzionata, siano stati rilasciati in assenza dei prescritti strumenti attuativi e difetti la prova della preesistenza e sufficienza delle opere di urbanizzazione primaria che avrebbero reso questi ultimi superflui; né il reato può essere escluso sulla base della semplice preesistenza di opere di urbanizzazione secondaria (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 27.09.2012 n. 37399 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATAL'omessa corresponsione della seconda rata dell'oblazione computata con la domanda di condono edilizio, né nei termini stabiliti dall'art. 35 l. n. 47 del 1985, né in quelli fissati dall'art. 39, comma 6, l. n. 724 del 1994, rende improcedibile l'istanza di condono, a norma di quest'ultimo articolo, indipendentemente dal mancato versamento delle somme richieste a conguaglio con la determinazione, in via definitiva, dell'importo dell'oblazione, senza che all'uopo si richieda alcun provvedimento ulteriore (trattandosi di misura sanzionatoria fissata direttamente dalla legge) e senza che rilevi che l'Amministrazione abbia o meno richiesto il pagamento delle rate successive alla prima.
In considerazione di tanto, il Consiglio di Stato ha affermato che «l'omessa corresponsione della seconda rata dell'oblazione computata con la domanda di condono edilizio, né nei termini stabiliti dall'art. 35 l. n. 47 del 1985, né in quelli fissati dall'art. 39, comma 6, l. n. 724 del 1994, rende improcedibile l'istanza di condono, a norma di quest'ultimo articolo, indipendentemente dal mancato versamento delle somme richieste a conguaglio con la determinazione, in via definitiva, dell'importo dell'oblazione, senza che all'uopo si richieda alcun provvedimento ulteriore (trattandosi di misura sanzionatoria fissata direttamente dalla legge) e senza che rilevi che l'Amministrazione abbia o meno richiesto il pagamento delle rate successive alla prima» (Consiglio Stato, sez. V, 13.08.2007, n. 4441) (TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 27.09.2012 n. 4001 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATANella motivazione dell’ordine di demolizione è necessaria e sufficiente l’analitica descrizione delle opere abusivamente realizzate, in modo da consentire al destinatario della sanzione di rimuoverle spontaneamente, mentre non è necessaria la descrizione precisa della superficie occupata e dell’area di sedime destinata ad essere gratuitamente acquisita al patrimonio comunale in caso di inottemperanza all’ordine di demolizione, potendo la specificazione intervenire nella successiva fase dell’accertamento dell’eventuale inottemperanza all’ordine di demolizione.
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L'ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, costituisce atto vincolato, e che, quindi, non richiede alcuna previa specifica verifica circa la sussistenza di ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di quest’ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati: presupposto per la sua adozione è soltanto la constatata esecuzione dell’opera in totale difformità dal permesso di costruire o in assenza di questo, cosicché tale provvedimento –ricorrendo i predetti requisiti– è sufficientemente motivato con l’affermazione dell’accertata abusività dell’opera, essendo in re ipsa l’interesse pubblico alla sua rimozione.

Infatti, secondo una consolidata giurisprudenza (ex multis, TAR Toscana Firenze, Sez. III, 06.02.2008, n. 117; TAR Campania Napoli, Sez. III, 17.12.2007, n. 16311), nella motivazione dell’ordine di demolizione è necessaria e sufficiente l’analitica descrizione delle opere abusivamente realizzate, in modo da consentire al destinatario della sanzione di rimuoverle spontaneamente, mentre non è necessaria la descrizione precisa della superficie occupata e dell’area di sedime destinata ad essere gratuitamente acquisita al patrimonio comunale in caso di inottemperanza all’ordine di demolizione, potendo la specificazione intervenire nella successiva fase dell’accertamento dell’eventuale inottemperanza all’ordine di demolizione.
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Invero, va premesso che l’ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, costituisce atto vincolato, e che, quindi, non richiede alcuna previa specifica verifica circa la sussistenza di ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di quest’ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati: presupposto per la sua adozione è soltanto la constatata esecuzione dell’opera in totale difformità dal permesso di costruire o in assenza di questo, cosicché tale provvedimento –ricorrendo i predetti requisiti– è sufficientemente motivato con l’affermazione dell’accertata abusività dell’opera, essendo in re ipsa l’interesse pubblico alla sua rimozione (cfr. Cons. di Stato sez. IV, n. 2227 del 10.04.2009; Cons. di Stato sez. IV, n. 4659 del 26.09.2008; Cons. di Stato sez. V, n. 4530 del 19.09.2008; Cons. di Stato sez. IV, n. 2529 del 27.04.2004; TAR Piemonte n. 752 del 16.03.2009; TAR Campania-Napoli n. 1376 dell’11.03.2009; TAR Basilicata n. 44 del 06.02.2009; TAR Campania-Napoli n. 18085 del 02.12.2004)
(TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 27.09.2012 n. 4001 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAI provvedimenti sanzionatori in materia edilizia hanno carattere strettamente vincolato, onde l’omessa comunicazione di avviso di avvio del procedimento sanzionatorio non risulta rilevante nella specie, in quanto in presenza dell’abuso contestato l’esito del procedimento non avrebbe potuto essere diverso.
Il puntuale riferimento al rapporto ed alle opere ivi menzionate così come alla normativa sanzionatoria applicata integra una motivazione adeguata, sia in relazione all’istruttoria compiuta che all’esternazione dell’iter logico-giuridico seguito, tenuto conto della natura vincolata dell’atto adottato, nonché idonea ad evidenziare con la necessaria chiarezza le opere cui l’ingiunzione demolitoria, volta al ripristino della situazione preesistente, si riferisce.
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Il regime sanzionatorio applicabile agli abusi edilizi è quello vigente al momento dell’irrogazione della sanzione e non già quello in vigore all’epoca della realizzazione dell’abuso non avendo tali sanzioni natura afflittiva bensì ripristinatoria del corretto assetto del territorio.
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Spetta agli interessati dimostrare, ai fini dell’applicazione della sanzione pecuniaria alternativa, l’impossibilità di demolizione dell’abuso senza pregiudizio della parte conforme.

I provvedimenti sanzionatori in materia edilizia hanno carattere strettamente vincolato, onde l’omessa comunicazione di avviso di avvio del procedimento sanzionatorio non risulta rilevante nella specie, in quanto in presenza dell’abuso contestato l’esito del procedimento non avrebbe potuto essere diverso.
Il puntuale riferimento al rapporto ed alle opere ivi menzionate così come alla normativa sanzionatoria applicata integra una motivazione adeguata, sia in relazione all’istruttoria compiuta che all’esternazione dell’iter logico-giuridico seguito, tenuto conto della natura vincolata dell’atto adottato, nonché idonea ad evidenziare con la necessaria chiarezza le opere cui l’ingiunzione demolitoria, volta al ripristino della situazione preesistente, si riferisce.
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Va innanzi tutto premesso, che il regime sanzionatorio applicabile agli abusi edilizi è quello vigente al momento dell’irrogazione della sanzione e non già quello in vigore all’epoca della realizzazione dell’abuso (cfr., ex multis, TAR Liguria, sez. I, 21.04.2009, n. 779; TAR Piemonte, sez. I, 05.05.2004, n. 762) –nella specie, peraltro, non provata– non avendo tali sanzioni natura afflittiva bensì ripristinatoria del corretto assetto del territorio.
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Quanto, infine, all’ultimo motivo di ricorso, è sufficiente rilevare che spetta agli interessati dimostrare, ai fini dell’applicazione della sanzione pecuniaria alternativa, l’impossibilità di demolizione dell’abuso senza pregiudizio della parte conforme, dimostrazione non fornita, invece, nella specie
(TAR Toscana, Sez. III, sentenza 27.09.2012 n. 1568 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAPresupposto per l'adozione dell’ordine di demolizione di opere abusive è soltanto la constatata esecuzione di un intervento edilizio in assenza del prescritto titolo abilitativo, con la conseguenza che, essendo tale ordine un atto dovuto, esso è sufficientemente motivato con l'accertamento dell'abuso, e non necessita di una particolare motivazione in ordine all'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso stesso, che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell'assetto urbanistico violato, e alla possibilità di adottare provvedimenti alternativi.
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In sede di emanazione dell'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive su area vincolata non è necessario acquisire il parere della Commissione Edilizia Integrata dal momento che l'ordine di ripristino discende direttamente dall'applicazione della disciplina edilizia vigente e non costituisce affatto irrogazione di sanzioni discendenti dalla violazione di disposizioni a tutela del paesaggio.

Va pure respinto il profilo, con il quale il ricorrente ha lamentato la mancata enucleazione, nella motivazione dell’atto, dell’interesse pubblico alla rimozione dell’opera.
Infatti, come costantemente affermato in giurisprudenza “...presupposto per l'adozione dell’ordine di demolizione di opere abusive è soltanto la constatata esecuzione di un intervento edilizio in assenza del prescritto titolo abilitativo, con la conseguenza che, essendo tale ordine un atto dovuto, esso è sufficientemente motivato con l'accertamento dell'abuso, e non necessita di una particolare motivazione in ordine all'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso stesso, che è in re ipsa, consistendo nel ripristino dell'assetto urbanistico violato, e alla possibilità di adottare provvedimenti alternativi” (tra le molte, TAR Campania Napoli, sez. VII, 08.04.2011, n. 1999).
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Infatti, come costantemente affermato dalla giurisprudenza amministrativa, “... in sede di emanazione dell'ordinanza di demolizione di opere edilizie abusive su area vincolata non è necessario acquisire il parere della Commissione Edilizia Integrata dal momento che l'ordine di ripristino discende direttamente dall'applicazione della disciplina edilizia vigente e non costituisce affatto irrogazione di sanzioni discendenti dalla violazione di disposizioni a tutela del paesaggio” (così, da ultimo, TAR Liguria, Genova, sez. I, 21.09.2011, n. 1393, nello stesso senso vedi pure TAR Campania, Napoli sez. VI, 05.03.2012, secondo cui “... in sede di emanazione di ordinanza di demolizione delle opere edilizie abusive su area vincolata non è necessario acquisire il parere della Commissione Edilizia Integrata dal momento che l'ordine di ripristino discende direttamente dall'applicazione della disciplina edilizia vigente ...e in quanto non vi è alcun obbligo di far luogo ad accertamenti di danni ambientali, ovvero di applicazione di sanzioni pecuniarie alternative”) (TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 26.09.2012 n. 3951 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn presenza di un abuso edilizio, la vigente normativa urbanistica non pone alcun obbligo in capo all'autorità comunale, prima di emanare l'ordinanza di demolizione, di verificarne la sanabilità ai sensi dell'art. 36, d.P.R. n. 380 del 2001.
Tanto si evince chiaramente dagli artt. 27 e 31, d.P.R. n. 380 del 2001 che, in tal caso, obbligano il responsabile del competente ufficio comunale a reprimere l'abuso, senza alcuna valutazione di sanabilità, nonché dallo stesso art. 36, d.P.R. n. 380 del 2001, che rimette all'esclusiva iniziativa della parte interessata l'attivazione del procedimento di accertamento di conformità urbanistica ivi disciplinato.

Quanto alla carenza di motivazione in ordine alla sanabilità delle opere, come si è ripetutamente espressa la sezione (cfr. da ultimo sentenza n. 2962 del 21.06.2012) e come costantemente affermato in giurisprudenza, condivisa dal collegio “… in presenza di un abuso edilizio, la vigente normativa urbanistica non pone alcun obbligo in capo all'autorità comunale, prima di emanare l'ordinanza di demolizione, di verificarne la sanabilità ai sensi dell'art. 36, d.P.R. n. 380 del 2001. Tanto si evince chiaramente dagli artt. 27 e 31, d.P.R. n. 380 del 2001 che, in tal caso, obbligano il responsabile del competente ufficio comunale a reprimere l'abuso, senza alcuna valutazione di sanabilità, nonché dallo stesso art. 36, d.P.R. n. 380 del 2001, che rimette all'esclusiva iniziativa della parte interessata l'attivazione del procedimento di accertamento di conformità urbanistica ivi disciplinato” (cfr. TAR Campania Napoli, sez. IV, 06.07.2007, n. 6552)
(TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 26.09.2012 n. 3950 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl provvedimento di demolizione, in quanto atto vincolato -al pari di tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia- non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati.
La misura repressivo-ripristinatoria costituisce un atto dovuto e rigorosamente vincolato, affrancato dalla ponderazione discrezionale del configgente interesse al mantenimento in loco della res, dove l’interesse pubblico risiede in re ipsa nella riparazione (tramite ripristino dello stato dei luoghi) dell'illecito edilizio. Pertanto, essa è da ritenersi sorretta da adeguata e autosufficiente motivazione, allorquando come nel caso di specie sia rinvenibile la compiuta descrizione degli interventi abusivi contestati e l’individuazione della violazione commessa.

Né può essere accolta la censura di difetto di motivazione (quarto e quinto motivo), atteso che il provvedimento di demolizione, in quanto atto vincolato -al pari di tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia- non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati (tra le molte, TAR Campania, Napoli, sez. VIII, 29.01.2009, n. 501).
Ribadita la subordinazione delle opere al previo ottenimento di permesso di costruire, la cui omissione legittima l’adozione della sanzione ripristinatoria), deve rilevarsi come “... la misura repressivo-ripristinatoria costituisce un atto dovuto e rigorosamente vincolato, affrancato dalla ponderazione discrezionale del configgente interesse al mantenimento in loco della res, dove l’interesse pubblico risiede in re ipsa nella riparazione (tramite ripristino dello stato dei luoghi) dell'illecito edilizio. Pertanto, essa è da ritenersi sorretta da adeguata e autosufficiente motivazione, allorquando come nel caso di specie sia rinvenibile la compiuta descrizione degli interventi abusivi contestati e l’individuazione della violazione commessa” (tra le molte, TAR Campania, Napoli sez. VIII, 09.02.2012, n. 693, 09.02.2012, n. 696, sez. II, 06.02.2012, n. 580, sez. VI, 31.08.2011, n. 4253)
(TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 26.09.2012 n. 3950 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALa giurisprudenza ha riconosciuto non solo che il parere dell’autorità preposta alla tutela del vincolo è "pregiudiziale ad ogni altra valutazione", ma ha anche rilevato che il “parere” previsto dall'art. 32 cit. ai fini del rilascio della sanatoria ha natura e funzioni identiche all'”autorizzazione paesaggistica” ai sensi dell’art. 7 della legge n. 1497/1939, in quanto entrambi gli atti costituiscono il presupposto per l’assentimento del titolo che legittima la trasformazione urbanistico-edilizia dell’area protetta, il quale deve ritenersi realizzato, quindi, solo con la conclusione della procedura di regolarizzazione (dal momento che l’autorizzazione paesaggistica deve essere inviata alla Sovrintendenza per l’esercizio dei suoi poteri, per l’eventuale annullamento, entro 60 giorni).
Il procedimento di sanatoria, in particolare, si compone di due procedure, autonome e distinte, quanto all'ambito degli interessi sottesi (di carattere ambientale che coinvolgono anche l’autorità statale e cioè la Soprintendenza, e di carattere urbanistico-edilizio propri del Comune), ma che confluiscono nel provvedimento finale di rilascio della concessione edilizia in sanatoria. In quel momento sono da ritenersi accertati gli abusi commessi (sia edilizi che ambientali), essendo stata valutata la possibilità di rilasciare il titolo che legittima quanto sino a quel momento illegittimamente realizzato; in particolare, nella fattispecie ora in esame ed ai fini che interessano, è stata valutata la compatibilità ambientale dell’opera dallo stesso Comune, la cui determinazione positiva non è stata oggetto di annullamento da parte della Soprintendenza.
In proposito la giurisprudenza ha riconosciuto non solo che il parere dell’autorità preposta alla tutela del vincolo è "pregiudiziale ad ogni altra valutazione" (C.d.S., sez. V, n. 177/2000), ma ha anche rilevato che il “parere” previsto dall'art. 32 cit. ai fini del rilascio della sanatoria ha natura e funzioni identiche all'”autorizzazione paesaggistica” ai sensi dell’art. 7 della legge n. 1497/1939, in quanto entrambi gli atti costituiscono il presupposto per l’assentimento del titolo che legittima la trasformazione urbanistico-edilizia dell’area protetta (Cons. Stato, VI, n. 114/1998), il quale deve ritenersi realizzato, quindi, solo con la conclusione della procedura di regolarizzazione (dal momento che l’autorizzazione paesaggistica deve essere inviata alla Sovrintendenza per l’esercizio dei suoi poteri, per l’eventuale annullamento, entro 60 giorni).
In definitiva, il momento dell’accertamento dell’illecito deve individuarsi con quello del compiuto rilascio della sanatoria edilizia e che determina altresì il venir meno della sua permanenza; ragionando diversamente, si dovrebbe giungere ad affermare che, anche dopo il rilascio della concessione in sanatoria, l’immobile potrebbe essere demolito perché non compatibile con gli interessi ambientali, non decorrendo mai il termine della pubblica amministrazione per esercitare i poteri sanzionatori ai fini ambientali; ma ciò si porrebbe in contraddizione logica col rilascio del titolo a sanatoria che a sua volta presuppone la compatibilità “ambientale” dell’opera.
D’altro canto la giurisprudenza amministrativa (si veda Cons. di Stato, sez. VI, 3184/2000) ha anche affermato che in generale la “permanenza” dell’illecito amministrativo de quo viene meno “solo con il cessare della situazione di illiceità, vale a dire con il conseguimento delle prescritte autorizzazioni” (TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 26.09.2012 n. 3949 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn presenza dell'esercizio della facoltà straordinaria di sanatoria prevista dalla legge (condono edilizio), il provvedimento repressivo (e quindi quello di accertamento della non conformità) “perde efficacia in quanto deve essere sostituito o dal permesso di costruire in sanatoria o da un nuovo procedimento sanzionatorio, essendo l’Amministrazione tenuta, in quest'ultimo caso, in base a quanto previsto dall'art. 40, comma 1, l. n. 47 del 1985, al completo riesame della fattispecie”, con conseguente “traslazione e differimento dell'interesse ad impugnare verso il futuro provvedimento che, eventualmente, respinga la domanda medesima, disponendo nuovamente la demolizione dell'opera edilizia ritenuta abusiva.
Il ricorso è improcedibile in quanto in data 04.03.2001 la ricorrente ha depositato, unitamente all’istanza di fissazione dell’udienza, copia della richiesta di concessione edilizia in sanatoria ai sensi dell’art. 39 della legge 724/1994 s.m.i. presentata in data 28.02.1995 (prot. n. 2204), sulla quale il Comune non risulta ancora essersi pronunciato.
Invero, per giurisprudenza risalente e consolidata, a tale definizione in rito della causa deve pervenirsi ove, in sede di decisione di un ricorso proposto avverso ordini di demolizione risulti successivamente presentata domanda per conseguire il condono edilizio. Ciò in quanto in presenza dell'esercizio della facoltà straordinaria prevista dalla legge, il provvedimento repressivo (e quindi quello di accertamento della non conformità) “perde efficacia in quanto deve essere sostituito o dal permesso di costruire in sanatoria o da un nuovo procedimento sanzionatorio, essendo l’Amministrazione tenuta, in quest'ultimo caso, in base a quanto previsto dall'art. 40, comma 1, l. n. 47 del 1985, al completo riesame della fattispecie”, con conseguente “traslazione e differimento dell'interesse ad impugnare verso il futuro provvedimento che, eventualmente, respinga la domanda medesima, disponendo nuovamente la demolizione dell'opera edilizia ritenuta abusiva” (si vedano, fra le molte, Cons. Stato, sezione V, 06.07.2007 n. 3855, Cons. Stato, sezione VI, 07.05.2009, n. 2833; TAR Campania, Napoli, questa sesta sezione, sentenze n. 3933 del 20.07.2011, n. 1645 del 23.03.2011; n. 15979 del 23.06.2010; 25.02.2010, n. 1158 e 09.11.2009, n. 7051; sezione VII, 09.02.2009, n. 645; TAR Lazio, Roma, sezione I, 09.02.2010, n. 1780; TAR Emilia Romagna, Bologna, sezione II, 12.01.2010, n. 20) (TAR Campania-Napoli, Sez. VI, sentenza 26.09.2012 n. 3947 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIl Collegio richiama il portato giurisprudenziale che nega l'effetto invalidante dell'omissione della comunicazione di avvio del procedimento, ai sensi del suindicato art. 7, rispetto alle sanzioni ripristinatorie in materia urbanistica, trattandosi di procedimenti sanzionatori basati su meri accertamenti tecnici e scanditi da disposizioni che escludono qualsiasi valutazione discrezionale, che deve a maggior ragione applicarsi per le ipotesi di violazione di normativa antisismica.
Per quanto riguarda le restanti censure, infondata risulta la dedotta violazione dell’art. 7 della legge n. 241/1990, per omessa comunicazione di avvio del procedimento (primo motivo di ricorso), il Collegio richiama il portato giurisprudenziale che nega l'effetto invalidante dell'omissione della comunicazione di avvio del procedimento, ai sensi del suindicato art. 7, rispetto alle sanzioni ripristinatorie in materia urbanistica, trattandosi di procedimenti sanzionatori basati su meri accertamenti tecnici e scanditi da disposizioni che escludono qualsiasi valutazione discrezionale (TAR Campania Napoli, sez. IV, 17.01.2007, n. 357; TAR Lombardia Milano, sez. II, n. 2378/2003; TAR Lombardia Milano, sez. II, n. 1278/2008), che deve a maggior ragione applicarsi per le ipotesi di violazione di normativa antisismica.
In ogni caso il Collegio, in considerazione di quanto indicato nella presente parte motiva, ritiene applicabile all'ipotesi in esame il disposto dell'art. 21-octies della legge n. 241/1990, secondo cui non è annullabile il provvedimento adottato in violazione di norme sul procedimento o sulla forma degli atti, vertendosi in ambito provvedi mentale vincolato e risultando che il contenuto dispositivo del provvedimento non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato (TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 25.09.2012 n. 3939 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAE’ principio generale previsto dall’allora vigente art. 7 della legge n. 47/1985 (come interpretato dalla giurisprudenza), e oggi trasposto nell’art. 31 D.P.R. 380/2001, che l’ordine di demolizione possa essere adottato nei confronti del responsabile dell’abuso e del proprietario delle aree anche se non responsabile.
Inoltre, l’art. 14 della legge n. 47/1985, applicabile ratione temporis alla fattispecie de qua, prescriveva che “qualora sia accertata l'esecuzione di opere da parte di soggetti diversi da quelli di cui al precedente articolo 5 in assenza di concessione ad edificare, ovvero in totale o parziale difformità dalla medesima, su suoli del demanio o del patrimonio dello Stato o di enti pubblici, il sindaco ordina, dandone comunicazione all'ente proprietario del suolo, previa diffida non rinnovabile al responsabile dell'abuso, la demolizione ed il ripristino dello stato dei luoghi”.
L’ordinanza di cui all’art. 14 L. 47/1985 -a differenza di quella di cui all’art. 7 della medesima legge e oggi dell’art. 31 D.P.R. 380/2001 che può essere adottata anche nei confronti del proprietario non responsabile- è legittimamente adottata nei confronti del solo responsabile dell’abuso, ovvero di colui che ha realizzato le opere senza concessione edilizia.
La correttezza di siffatta interpretazione si evince anche dalla circostanza che il legislatore nel formulare l’art. 31 D.P.R. 380/2001, recependo gli indirizzi giurisprudenziali, ha fatto riferimento anche al proprietario dell’area come legittimato passivo dell’ingiunzione di demolizione e non solo al responsabile dell’abuso, mentre nel formulare l’art. 35 D.P.R. 380/2001 ha previsto come unico legittimato passivo il responsabile dell’abuso e non anche i soggetti che a qualunque titolo acquistino la disponibilità dell’area demaniale.
Illegittimo si presenta, pertanto, l’ordine di demolizione in quanto la mera circostanza della detenzione dell’area in forza di un contratto di locazione non era sufficiente a giustificare la legittimazione passiva del soggetto intimato rispetto alla ricevuta diffida di riduzione in pristino.

E’ principio generale previsto dall’allora vigente art. 7 della legge n. 47/1985 (come interpretato dalla giurisprudenza), e oggi trasposto nell’art. 31 D.P.R. 380/2001, che l’ordine di demolizione possa essere adottato nei confronti del responsabile dell’abuso e del proprietario delle aree anche se non responsabile.
Inoltre, l’art. 14 della legge n. 47/1985, applicabile ratione temporis alla fattispecie de qua, prescriveva che “qualora sia accertata l'esecuzione di opere da parte di soggetti diversi da quelli di cui al precedente articolo 5 in assenza di concessione ad edificare, ovvero in totale o parziale difformità dalla medesima, su suoli del demanio o del patrimonio dello Stato o di enti pubblici, il sindaco ordina, dandone comunicazione all'ente proprietario del suolo, previa diffida non rinnovabile al responsabile dell'abuso, la demolizione ed il ripristino dello stato dei luoghi”.
L’ordinanza di cui all’art. 14 L. 47/1985 -a differenza di quella di cui all’art. 7 della medesima legge e oggi dell’art. 31 D.P.R. 380/2001 che può essere adottata anche nei confronti del proprietario non responsabile- è legittimamente adottata nei confronti del solo responsabile dell’abuso, ovvero di colui che ha realizzato le opere senza concessione edilizia.
La correttezza di siffatta interpretazione si evince anche dalla circostanza che il legislatore nel formulare l’art. 31 D.P.R. 380/2001, recependo gli indirizzi giurisprudenziali, ha fatto riferimento anche al proprietario dell’area come legittimato passivo dell’ingiunzione di demolizione e non solo al responsabile dell’abuso, mentre nel formulare l’art. 35 D.P.R. 380/2001 ha previsto come unico legittimato passivo il responsabile dell’abuso e non anche i soggetti che a qualunque titolo acquistino la disponibilità dell’area demaniale (TAR Campania Napoli, Sez. VII, 22.03.2012, n. 1445).
Illegittimo si presenta, pertanto, l’ordine di demolizione in quanto la mera circostanza della detenzione dell’area in forza di un contratto di locazione non era sufficiente a giustificare la legittimazione passiva del soggetto intimato rispetto alla ricevuta diffida di riduzione in pristino
(TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 25.09.2012 n. 3935 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAI provvedimenti che irrogano sanzioni previste dalla legge in materia edilizia non necessitano di alcuna specifica motivazione in ordine all’interesse pubblico a disporre il ripristino della situazione conforme a legge, né il Comune ha discrezionalità nello stabilire le sanzioni derivanti dall’inosservanza della normativa urbanistica e di tutela ambientale.
Una volta accertata l'illecita esecuzione di opere abusive in mancanza di concessione (ora permesso di costruire), l’adozione dell'ordinanza di demolizione non necessita di alcuna specifica motivazione sull'interesse pubblico e ne deve essere disposta la demolizione indipendentemente dalla verifica della loro eventuale conformità allo strumento urbanistico e della loro sanabilità.
Infatti, l'abusività di un'opera edilizia costituisce già di per sé sola presupposto per l'applicazione della prescritta sanzione demolitoria.
Quanto al profilo del passaggio di un notevole lasso di tempo dalla commissione alla repressione dell’abuso, il Collegio ben conosce quel filone giurisprudenziale secondo cui la repressione dell'abuso edilizio, disposta a distanza di tempo ragguardevole, richiede una puntuale motivazione sull'interesse pubblico al ripristino dei luoghi.
Il Collegio ritiene però di non dover seguire l’indicato orientamento giurisprudenziale, a cui pure alcune volte questa sezione ha aderito, a fronte dell’orientamento giurisprudenziale prevalente, ormai anche di questa sezione, volto in senso contrario e della rilevanza delle argomentazioni che depongono in tal senso.
La giurisprudenza più recente si è espressa, difatti, nel senso che il provvedimento di demolizione di una costruzione abusiva, al pari di tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né, ancora, alcuna motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione, non potendo neppure ammettersi l'esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo non può giammai legittimare.
In ogni caso l’abuso edilizio rappresenta un illecito permanente integrato dalla violazione dell’obbligo, perdurante nel tempo, di ripristinare in conformità a diritto lo stato dei luoghi, di talché ogni provvedimento repressivo dell’Amministrazione non è emanato a distanza di tempo da un illecito ormai esaurito, bensì interviene su una situazione antigiuridica che perdura sino a quel momento.

Quanto all’assenza di valutazioni sulla sussistenza dell’interesse pubblico alla demolizione, il Collegio osserva come, in generale i provvedimenti che irrogano sanzioni previste dalla legge in materia edilizia non necessitano di alcuna specifica motivazione in ordine all’interesse pubblico a disporre il ripristino della situazione conforme a legge, né il Comune ha discrezionalità nello stabilire le sanzioni derivanti dall’inosservanza della normativa urbanistica e di tutela ambientale (Consiglio Stato, VI, 28.06.2004, n. 4743; Consiglio Stato, sez. V, 10.07.2003, n. 4107; TAR Campania Napoli, Sez. IV, 04.02.2003, n. 617; 15.07.2003, n. 8246).
Una volta accertata l'illecita esecuzione di opere abusive in mancanza di concessione (ora permesso di costruire), l’adozione dell'ordinanza di demolizione non necessita di alcuna specifica motivazione sull'interesse pubblico e ne deve essere disposta la demolizione indipendentemente dalla verifica della loro eventuale conformità allo strumento urbanistico e della loro sanabilità (Consiglio Stato, sez. V, 09.01.1996, n. 29).
Infatti, l'abusività di un'opera edilizia costituisce già di per sé sola presupposto per l'applicazione della prescritta sanzione demolitoria (Consiglio Stato, sez. V, 30.11.2000, n. 6357, nella specie, non è stata ritenuta necessaria una motivazione "ad hoc" sulla non sanabilità dell'opera stessa, se tale questione non è stata mai posta dal proprietario mercé la presentazione dell'istanza di sanatoria).
Quanto al profilo del passaggio di un notevole lasso di tempo dalla commissione alla repressione dell’abuso, il Collegio ben conosce quel filone giurisprudenziale secondo cui la repressione dell'abuso edilizio, disposta a distanza di tempo ragguardevole, richiede una puntuale motivazione sull'interesse pubblico al ripristino dei luoghi (per tutti Consiglio Stato, Sez. V, 29.05.2006, n. 3270; Consiglio Stato, Sez. V, 25.06.2002, n. 3443).
Il Collegio ritiene però di non dover seguire l’indicato orientamento giurisprudenziale, a cui pure alcune volte questa sezione ha aderito (cfr. TAR Campania–Napoli, Sez. IV, 28.12.2009, n. 9620 del; TAR Campania–Napoli, Sez. IV, 05.05.2009, n. 2357), a fronte dell’orientamento giurisprudenziale prevalente, ormai anche di questa sezione (TAR Campania–Napoli, Sez. IV, 14.06.2012, n. 2822), volto in senso contrario e della rilevanza delle argomentazioni che depongono in tal senso.
La giurisprudenza più recente si è espressa, difatti, nel senso che il provvedimento di demolizione di una costruzione abusiva, al pari di tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di quest'ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né, ancora, alcuna motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione, non potendo neppure ammettersi l'esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo non può giammai legittimare (Cons. Stato Sez. IV, 27.10.2011, n. 5758; Cons. Stato Sez. IV, 20.07.2011, n. 4403; Cons. Stato Sez. V, 27.04.2011, dalla n. 2497 alla n. 2527; Cons. Stato Sez. V, 11.01.2011, n. 79; TAR Lombardia Milano Sez. II, 08.09.2011, n. 2183; TAR Lazio Roma Sez. I-quater, 23.06.2011, n. 5582; TAR Campania Napoli Sez. III, 16.06.2011, n. 3211; TAR Campania Napoli Sez. VIII, 09.06.2011, n. 3029; Cons. Stato Sez. V, 09.02.2010, n. 628) e non potendo l'interessato dolersi del fatto che l'Amministrazione non abbia emanato in data antecedente i dovuti atti repressivi (Cons. Stato Sez. VI, 11.05.2011, n. 2781).
Inoltre, nel caso di specie, parte ricorrente non ha comprovato l’esistenza di un affidamento meritevole di tutela indotto da un comportamento dell’Amministrazione, in quanto non è stato dimostrato che l’immobile abusivo fosse stato menzionato quale oggetto di specifica locazione, ed anzi dal tenore della Delibera di G.M. n. 45 del 15.12.1972, che menziona solo il suolo, si evince il contrario, né è stato allegato agli atti alcun concreto elemento da cui dedurre che la situazione creatasi con la stipula del contratto fosse tale da consentire al medesimo ricorrente di confidare nella regolarità urbanistica del manufatto oggetto di demolizione.
In ogni caso l’abuso edilizio rappresenta un illecito permanente integrato dalla violazione dell’obbligo, perdurante nel tempo, di ripristinare in conformità a diritto lo stato dei luoghi, di talché ogni provvedimento repressivo dell’Amministrazione non è emanato a distanza di tempo da un illecito ormai esaurito, bensì interviene su una situazione antigiuridica che perdura sino a quel momento (TAR Brescia, Sez. I, 22.02.2010, n. 860)
(TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 25.09.2012 n. 3935 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Costituisce variante essenziale, rispetto al progetto approvato, la modifica della localizzazione dell'edificio tale da comportare lo spostamento del fabbricato su un'area totalmente o pressoché totalmente diversa da quella originariamente prevista, trattandosi di modifica che comporta una nuova valutazione del progetto da parte dell'amministrazione concedente, sotto il profilo della sua compatibilità con i parametri urbanistici e con le connotazioni dell'area.
E’, invece, ininfluente, rispetto all'obbligo di acquisizione da parte dell'interessato di un nuovo permesso di costruire, la circostanza che le altre caratteristiche dell'intervento (sagoma, volumi, altezze etc.) siano rimaste invariate rispetto all'originario permesso di costruire, e l'assenza di ogni incidenza della variante sul regime dei distacchi e delle distanze.
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La localizzazione dell’edificio può assurgere a livello di variazione essenziale soltanto quando si sia in presenza di una traslazione non parziale, ma tale da comportare lo spostamento del fabbricato su di un’area totalmente diversa da quella originariamente prevista.

Ai sensi dell'art. 32, lett. c), del d.P.R. 06.06.2001, n. 380, costituisce variante essenziale, rispetto al progetto approvato, la modifica della localizzazione dell'edificio tale da comportare lo spostamento del fabbricato su un'area totalmente o pressoché totalmente diversa da quella originariamente prevista, trattandosi di modifica che comporta una nuova valutazione del progetto da parte dell'amministrazione concedente, sotto il profilo della sua compatibilità con i parametri urbanistici e con le connotazioni dell'area.
E’, invece, ininfluente, rispetto all'obbligo di acquisizione da parte dell'interessato di un nuovo permesso di costruire, la circostanza che le altre caratteristiche dell'intervento (sagoma, volumi, altezze etc.) siano rimaste invariate rispetto all'originario permesso di costruire, e l'assenza di ogni incidenza della variante sul regime dei distacchi e delle distanze (Cd.S., sez. IV, 15.04.2010, n. 6878).
Al riguardo, il Collegio ritiene di condividere l’interpretazione della disposizione di cui all’art. 32, lettera c), del d.P.R. 06.06.2001, n. 380, secondo cui costituiscono “…variazioni essenziali...” rispetto al progetto approvato le “…modifiche sostanziali di parametri urbanistico-edilizi del progetto approvato, ovvero della localizzazione dell’edificio sull’area di pertinenza…”.
Tale disposizione é comunemente intesa nel senso che la modifica della “…localizzazione…” dell’edificio assurge al livello di “…variazione essenziale…” allorché si sia in presenza di una traslazione non parziale, ma tale da comportare lo spostamento del fabbricato su un’area totalmente o pressoché totalmente diversa da quella originariamente prevista. In particolare, ciò viene giustificato con la considerazione che tale modifica comporta una nuova valutazione del progetto da parte dell’Amministrazione concedente, sotto il profilo della sua compatibilità con i parametri urbanistici e con la considerazione dell’area (C.d.S., sez. IV, 20.11.2008, n. 5743).
Nel caso in esame, tali orientamenti possono ritenersi ancor più calzanti tenuto conto che, riguardando le opere per le quali è stata richiesta la contestata integrazione di contributo un fabbricato sperimentale bioclimatico ad energia alternativa, già precedentemente autorizzato e realizzato, esse maggiormente si evidenziano come opere di completamento (che peraltro non sarebbero state realizzate contemporaneamente all’edificazione dei manufatti principali soltanto per la temporanea sottoposizione delle opere a sequestro penale, poi revocato), tenuto conto che hanno riguardato o opere qualificate di completamento dalle stesse norme, come serramenti, vetri, pavimenti, rivestimenti ed altre opere di finitura, ovvero i locali tecnologici, e precisamente i volumi tecnici collocati tra i due corpi del fabbricato (già autorizzato) e completamente interrati, nonché le vasche di stoccaggio acque e di accumulo energetico, anch’esse interrate, cioè tutte opere necessarie per la corretta realizzazione di detto fabbricato sperimentale.
Dunque, a ben vedere, tutti interventi non riconducibili alla nozione di “…ristrutturazione edilizia…”, difettando quel quid novi rispetto all’opera precedentemente assentita, bensì qualificabili come “…opere di mero completamento funzionale…” di un intervento realizzato in virtù di legittimi titoli edilizi, quali la concessione edilizia n. 1973 del 24.04.1991 e la successiva avariante n. 1973/791 del 07.10.1992, che non hanno comportato alcun aggravio del carico urbanistico.
Conferma del convincimento espresso è rinvenibile, in particolare:
- per un verso, dalle disposizioni di legge, sia nazionali, quali l’art. 9, lettera e), della legge n. 10 del 1977 che concerne proprio i volumi indispensabili per impianti tecnologici necessari alle abitazioni, sia regionali, quali le norme della legge regionale Lombardia n. 19 del 09.05.1992 che disciplinano le c.d. varianti minime e gli oneri di urbanizzazione;
- per altro verso, dagli atti anche cartografici esibiti in giudizio che mostrano come le opere in questione non sono state di valenza e consistenza tale da provocare una concreta modifica del’edificio originariamente autorizzato per cui opinare, come ha fatto il primo Giudice, che si sia trattato di una vera e propria ristrutturazione edilizia non può non ritenersi contrastante con tali atti.
Né, infine, può avere alcuna incidenza nell’economia del presente giudizio la lieve traslazione di volumi verificatasi nella realizzazione delle (interrate) vasche di stoccaggio delle acque e di accumulo energetico, essendo giurisprudenza di questa Sezione, che il Collegio condivide, che la localizzazione dell’edificio può assurgere a livello di variazione essenziale soltanto quando si sia in presenza di una traslazione non parziale, ma tale da comportare lo spostamento del fabbricato su di un’area totalmente diversa da quella originariamente prevista (cfr. C.d.S., sez. IV, n. 6878 del 15.09.2010 e n. 5743 del 20.11.2008)
(Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 24.09.2012 n. 5080 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATALegittimità diniego di condono edilizio e ordinanza di demolizione di opere abusive su area demaniale.
E’ legittimo il diniego di condono edilizio e l’ordinanza sindacale di demolizione per opere realizzate nella zona portuale su suolo demaniale, consistenti in una struttura in ferro, alluminio e vetri, occupante una superficie di circa mq. 150 ed un'altezza di circa m. 3,00, poggiante su una pedana in cemento e piastrellata. La necessità dell'apposito titolo edilizio per le opere da eseguirsi dai privati su aree demaniali era ed è, infatti, espressamente prevista dall'art. 8, d.P.R. n. 380/2001, nonché implicitamente riconosciuta dall'art. 55, comma 4, codice della navigazione.
La mancanza di titolo edilizio del manufatto, progressivamente realizzato sulla base delle sole concessioni demaniali, ne comporta la sicura configurazione come abusivo, ai fini urbanistico-edilizi. Per la realizzazione di opere sul demanio marittimo occorre l'autorizzazione prevista dall'art. 54, cod. nav., anche dopo la delega alle regioni in materia di demanio marittimo ed il trasferimento ai comuni delle competenze per il rilascio di concessioni demaniali, atteso che tale trasferimento di competenze non ha fatto venir meno la necessità di apposita e specifica autorizzazione, che concorre con la concessione edilizia, sussistendo due diverse finalità di tutela: la riserva all'ente locale del governo e dello sviluppo del territorio in materia di edilizia relativamente alla concessione ad edificare, la salvaguardia degli interessi pubblici connessi al demanio marittimo per quanto attiene all’autorizzazione demaniale.
La sopravvenienza di una normativa vincolistica, rispetto alla data di esecuzione delle opere abusive (ed anche rispetto alla data di presentazione della domanda di condono edilizio), non ne escludeva l’applicabilità in sede di valutazione della domanda, sia in base ai principi generali (ratione temporis), sia in base al principio specifico desumibile dall’art. 32, comma 2, legge n. 47/1985. Trattandosi di zona vincolata paesisticamente, in virtù del p.t.p. dei Comuni Vesuviani (D.M. Beni culturali 04.07.2002), è senz’altro da escludere la formazione del silenzio-assenso, stante la mancanza del parere favorevole dell'autorità preposta alla tutela del vincolo sulla compatibilità paesistico-ambientale (tratto da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 24.09.2012 n. 5059 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Legittimità diniego condono e ordine di demolizione dell’ampliamento dell’autorimessa interrata.
E’ legittimo il diniego per il condono, l’ingiunzione di demolire la rimessione in pristino della parte di edificio realizzati abusivamente in ampliamento dell’autorimessa interrata, realizzata in violazione delle distanze minime dalla strada stabilite in m. 5,00.
La specifica previsione dell’esclusione della sanabilità delle opere lesive delle distanze stabilite dagli strumenti urbanistici locali, deve ritenersi del tutto coerente con la natura pubblicistica degli interessi coinvolti, in quanto secondo consolidato orientamento giurisprudenziale di legittimità le norme degli strumenti urbanistici locali, che impongono di mantenere le distanze fra fabbricati o di questi dai confini, a differenza dalle norme sulle distanze di cui all’art. 873 c.c., dettate a tutela di reciproci diritti soggettivi dei singoli e miranti unicamente ad evitare la creazione di intercapedini antigieniche e pericolose, come tali suscettibili di deroga mediante convenzione tra privati, non sono derogabili, perché dirette, più che alla tutela di interessi privati, a quella di interessi generali e pubblici in materia urbanistica.
A maggior ragione, l’interesse pubblicistico al rispetto delle distanze è ravvisabile nella disciplina dell’arretramento delle costruzioni in funzione dell’osservanza della fascia di rispetto stradale. Infatti, il vincolo di rispetto stradale ha carattere assoluto, in quanto persegue una serie concorrente di interessi pubblici fondamentali ed inderogabili, a prescindere da qualsiasi accertamento sulla effettiva pericolosità della costruzione realizzata in sua violazione per il traffico stradale (tratto da www.lexambiente.it - Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 24.09.2012 n. 5057 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Quanto alla collocazione temporale dell’opera abusiva, rilevante ai fini dell’individuazione della disciplina urbanistica dell’epoca e delle correlative eventuali ipotesi d’insanabilità, secondo i principi generali che presiedono alla determinazione del tempo di realizzazione delle opere ammesse a condono occorre aver riguardo alla data di ultimazione delle opere, da ancorare, per gli edifici, al momento di esecuzione del rustico e di completamento della copertura, e, per le opere interne agli edifici già esistenti ed a quelle non destinate alla residenza, al momento del loro completamento funzionale (v. artt. 1, comma 1, l. prov. n. 15 del 1995 e 25, comma 2, l. prov. n. 4 del 1987, corrispondenti alla previsione dell’art. 31, comma 2, l. n. 47 del 1985).
L’onere della prova dell’ultimazione dei lavori grava sul richiedente la sanatoria, in quanto, mentre l’amministrazione comunale non è normalmente in grado di accertare la situazione edilizia di tutto il proprio territorio alla data indicata dalla normativa sul condono, colui che lo richiede può, di regola, procurasi la documentazione da cui si possa desumere che l’abuso sia stato effettivamente realizzato entro la data rilevante (come ad es. fatture, ricevute, bolle di consegna, relative all’esecuzione dei lavori e/o all’acquisto dei materiali).
In tale contesto, la dichiarazione sostitutiva di notorietà dell’intervenuta ultimazione delle opere entro la data rilevante non ha alcuna valenza privilegiata e non preclude all’amministrazione, in sede di esame della pratica, la possibilità di raccogliere nel corso del procedimento elementi di segno contrario e di pervenire a risultanze diverse, senza che a ciò consegua, in sede processuale, l’inversione dell’onere della prova a carico dell’amministrazione medesima.

Quanto alla collocazione temporale dell’opera abusiva, rilevante ai fini dell’individuazione della disciplina urbanistica dell’epoca e delle correlative eventuali ipotesi d’insanabilità, secondo i principi generali che presiedono alla determinazione del tempo di realizzazione delle opere ammesse a condono occorre aver riguardo alla data di ultimazione delle opere, da ancorare, per gli edifici, al momento di esecuzione del rustico e di completamento della copertura, e, per le opere interne agli edifici già esistenti ed a quelle non destinate alla residenza, al momento del loro completamento funzionale (v. artt. 1, comma 1, l. prov. n. 15 del 1995 e 25, comma 2, l. prov. n. 4 del 1987, corrispondenti alla previsione dell’art. 31, comma 2, l. n. 47 del 1985).
Sotto il profilo processuale, secondo il criterio della vicinanza della fonte e dei mezzi di prova alla sfera delle rispettive parti processuali, l’onere della prova dell’ultimazione dei lavori grava sul richiedente la sanatoria (in termini, C.d.S., Sez. VI, 20.03.2012, n. 1563), in quanto, mentre l’amministrazione comunale non è normalmente in grado di accertare la situazione edilizia di tutto il proprio territorio alla data indicata dalla normativa sul condono, colui che lo richiede può, di regola, procurasi la documentazione da cui si possa desumere che l’abuso sia stato effettivamente realizzato entro la data rilevante (come ad es. fatture, ricevute, bolle di consegna, relative all’esecuzione dei lavori e/o all’acquisto dei materiali).
In tale contesto, la dichiarazione sostitutiva di notorietà dell’intervenuta ultimazione delle opere entro la data rilevante non ha alcuna valenza privilegiata e non preclude all’amministrazione, in sede di esame della pratica, la possibilità di raccogliere nel corso del procedimento elementi di segno contrario e di pervenire a risultanze diverse, senza che a ciò consegua, in sede processuale, l’inversione dell’onere della prova a carico dell’amministrazione medesima (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 24.09.2012 n. 5057 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAABUSIVO INIZIO LAVORI IN ZONA SISMICA E PERMANENZA DEL REATO.
La contravvenzione di cui agli artt. 94, comma 1, e 95 del D.P.R. n. 380 del 2001 (inizio dei lavori senza preventiva autorizzazione scritta del competente ufficio tecnico della Regione) permane sino a quando chi intraprende un lavoro edile in zona sismica termina il lavoro ovvero ottiene la relativa autorizzazione.
Il tema su cui la Corte viene chiamata a pronunciarsi nel caso in esame concerne l’individuazione della natura giuridica dei reati in materia antisismica e, più specificamente, del reato consistente nell’iniziare dei lavori in zona sismica senza preventiva autorizzazione scritta del competente ufficio tecnico della Regione.
La vicenda processuale vedeva imputato del reato di cui agli artt. 94, comma 1 e 95 del D.P.R. n. 380 del 2001 il proprietario di un immobile, cui era stato contestato di avere realizzato la sopraelevazione di un fabbricato e la costruzione di n. 3 piccoli manufatti, senza avere ottenuto la preventiva autorizzazione necessaria per le opere da eseguirsi in zona sismica. Avverso tale sentenza proponeva ricorso il difensore, il quale -per quanto qui di interesse- eccepiva la prescrizione del reato sul presupposto, in sostanza, che il reato fosse da considerarsi istantaneo e non permanente.
La prospettazione difensiva è stata però disattesa dai giudici di legittimità, che hanno dichiarato inammissibile il ricorso affermando il principio secondo cui la contravvenzione oggetto di contestazione ha natura di reato permanente, sicché la stessa permane sino a quando chi intraprende un lavoro edile in zona sismica termina il lavoro ovvero ottiene la relativa autorizzazione. Nelle more il contravventore, secondo gli Ermellini, esegue e prosegue lavori non autorizzati in relazione ai quali l’ufficio tecnico regionale non ha verificato la conformità alle norme tecniche di sicurezza stabilite per le zone sismiche.
La soluzione offerta dalla Cassazione non è però del tutto pacifica nella giurisprudenza di legittimità. Ed infatti, seppur autorevolmente sostenuta nel passato dalle Sezioni Unite (che, in particolare, sotto la vigenza dell’abrogata L. n. 64/1974 ritennero che i reati consistenti nell’omissione della presentazione della denuncia dei lavori, e dell’avviso di inizio dei lavori, avessero natura di reati istantanei: Cass. pen., Sez. Un., 14.07.1999, n. 18, in CED Cass., n. 213933), la stessa è stata convincentemente contrastata dalla più recente giurisprudenza di legittimità, secondo cui i reati previsti dagli artt. 93 e 94 del D.P.R. n. 380/2001, sanzionati dall’art. 95, avrebbero invece natura di reati permanenti, in quanto il primo (art. 93) permane sino a quando chi intraprende l’intervento edilizio in zona sismica non presenta la relativa denuncia con l’allegato progetto ovvero non termina l’intervento e, il secondo (art. 94), permane sino a quando chi intraprende l’intervento edilizio in zona sismica lo termina ovvero ottiene la relativa autorizzazione (Cass. pen., sez. 3, 05.12.2007, n. 3069/2008, in CED Cass., n. 238629).
Poiché la loro natura istantanea è sta anche di recente affermata dalla Suprema Corte (v., ad es.: Cass. pen., sez. III, 26.05.2001, n. 23656, in CED Cass., n. 250487), sarebbe auspicabile che su tale questione intervengano nuovamente le Sezioni Unite penali per fornire un contributo esegetico risolutivo, eliminando i dubbi sorti in giurisprudenza (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 20.09.2012 n. 36037 - tratto da Urbanistica e appalti n. 12/2012).

EDILIZIA PRIVATAVa riconosciuto come il Comune sia tenuto a rispondere espressamente alla domanda con la quale i proprietari di immobili terreni limitrofi a quello interessato da un supposto abuso edilizio chiedano l’adozione di provvedimenti repressivi e, ove sussistano le condizioni, anche ad assumere gli stessi ed, allo stesso modo, l’attività di verifica ed eventuale repressione deve essere posta in essere in presenza di una situazione complessa, come quella in questione, in cui vi è anche un aspetto relativo alla sicurezza e la necessità di uno specifico del parere Comitato Tecnico Regionale prevenzione incendi.
Ne deriva che il proprietario o detentore di un'area o di un fabbricato, nella cui sfera giuridica incida dannosamente il mancato esercizio dei poteri ripristinatori e repressivi da parte dell'organo preposto avverso abusi edilizi, è titolare di un interesse qualificato alla salvaguardia delle caratteristiche urbanistiche della zona, che si realizza non solo attraverso il potere di denuncia di cui al citato art. 27, ma anche attraverso la pretesa di una pronuncia, se non vengono adottate le misure richieste, e cioè di un provvedimento che ne spieghi esplicitamente le ragioni.
In conclusione, in materia edilizia, l’obbligo del Comune di provvedere sussiste non solo nei casi in cui i privati -che abbiano uno stabile collegamento con la zona interessata dall’abuso- chiedano un atto ampliativo a loro favore ma anche quando, come nel caso di specie, chiedano il rispetto dei titoli abilitativi rilasciati, degli strumenti urbanistici o della disciplina edilizia attraverso l’eliminazione di abusi (intendendo per tali gli interventi effettuati in violazione degli uni o dell’altra).

Viene in giurisprudenza generalmente riconosciuto come il Comune sia tenuto a rispondere espressamente alla domanda con la quale i proprietari di immobili terreni limitrofi a quello interessato da un supposto abuso edilizio chiedano l’adozione di provvedimenti repressivi e, ove sussistano le condizioni, anche ad assumere gli stessi (TAR Lazio-Latina, 24.10.2003, n. 876; Consiglio Stato, sez. V, 26.11.1994, n. 1381) ed, allo stesso modo, l’attività di verifica ed eventuale repressione deve essere posta in essere in presenza di una situazione complessa, come quella in questione, in cui vi è anche un aspetto relativo alla sicurezza e la necessità di uno specifico del parere Comitato Tecnico Regionale prevenzione incendi.
Ne deriva che il proprietario o detentore di un'area o di un fabbricato, nella cui sfera giuridica incida dannosamente il mancato esercizio dei poteri ripristinatori e repressivi da parte dell'organo preposto avverso abusi edilizi, è titolare di un interesse qualificato alla salvaguardia delle caratteristiche urbanistiche della zona, che si realizza non solo attraverso il potere di denuncia di cui al citato art. 27, ma anche attraverso la pretesa di una pronuncia, se non vengono adottate le misure richieste, e cioè di un provvedimento che ne spieghi esplicitamente le ragioni.
In conclusione, in materia edilizia, l’obbligo del Comune di provvedere sussiste non solo nei casi in cui i privati -che abbiano uno stabile collegamento con la zona interessata dall’abuso- chiedano un atto ampliativo a loro favore ma anche quando, come nel caso di specie, chiedano il rispetto dei titoli abilitativi rilasciati, degli strumenti urbanistici o della disciplina edilizia attraverso l’eliminazione di abusi (intendendo per tali gli interventi effettuati in violazione degli uni o dell’altra) (TAR Campania Napoli, Sez. IV, n. 2766/2012) (TAR Campania-Napoli, Sez. IV, sentenza 20.09.2012 n. 3901 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

ATTI AMMINISTRATIVI - EDILIZIA PRIVATA: Abusi edilizi senza accesso agli atti.
E' esclusa la possibilità di accedere agli atti amministrativi ai sensi della legge n. 241/1990 e s.m.i. in riferimento alla richiesta di acquisizione di copia degli atti riguardanti l'attività svolta dalla Polizia Municipale riguardanti l'accertamento di abuso edilizio.

Il TAR Sicilia ha negato l'accesso agli atti ad un contribuente che voleva verificare le modalità con cui erano state svolte le pratiche amministrativa per dichiarare l'abuso edilizio di un immobile di sua proprietà.
La vicenda nasce quando il Comune aveva negato ad un contribuente l’accesso agli atti amministrativi ex L. 241/1990.
Il contribuente aveva richiesto all’amministrazione comunale di acquisire copia degli atti concernenti l’attività di accesso e sopralluogo espletata dalla Polizia Municipale nel suo immobile a seguito di segnalazione di abuso edilizio fatta da terzi.
Il Comando dei vigili urbani aveva respinto l’istanza, affermando che gli accertamenti svolti riguardano l’attività di polizia giudiziaria i cui esiti sono stati trasmessi con comunicazione di notizia di reato del 25 novembre 2012 alla Procura della Repubblica presso il Tribunale , precisando che “la richiesta di accesso debba essere inoltrata direttamente all’Autorità Giudiziaria competente”.
Avverso tale atto il ricorrente è ricorso al Tribunale amministrativo regionale. In linea generale il testo della legge n. 241/1990, nel contemplare l’estensione e la legittimazione all’esercizio del diritto di accesso, sia pure con diverse sfumature, opera una limitazione di tale situazione giuridica richiedendo un interesse qualificato all’ostensione del documento e, di conseguenza, che le istanze siano motivate.
In altri termini, non è sufficiente un mero interesse di fatto teso semplicemente a controllare l’operato dell’azione amministrativa, ma si richiede che tale interesse sia corrispondente ad una situazione giuridica soggettiva riconosciuta e protetta dall’ordinamento generale.
Qualora tale collegamento non sia ritenuto sussistente dall’amministrazione destinataria della richiesta di accesso, quest’ultima potrà legittimamente negare la richiesta di accesso, atteso che la giurisprudenza amministrativa ha in più di un’occasione affermato il principio, secondo il quale le istanze di accesso, non possono essere volte ad effettuare un controllo generalizzato sull’attività amministrativa.
Tale principio, inoltre, ha trovato una sua positivizzazione nella legge n. 15/2005 di modifica della legge n. 241/1990, il cui articolo 16, comma 3, che ha sostituito l’art. 24 della legge del 1990, prevede testualmente: “Non sono ammissibili istanze di accesso preordinate ad un controllo generalizzato dell’operato delle pubbliche amministrazioni”.
La ratio di tale ultima disposizione è evidentemente quella di adattare l’esercizio del diritto di accesso con un altro bene-interesse, che altrimenti sarebbe oltremodo sacrificato, avente dignità costituzionale (art. 97) e meritevole di tutela: il buon andamento della pubblica amministrazione.
Con riferimento alla sentenza oggetto del presente commento per i giudici amministrativi regionali il ricorso è, in parte, infondato ed, in parte, inammissibile, e va pertanto respinto.
Per i giudici amministrativi non corrisponde al vero quanto asserito dal contribuente ricorrente in merito al fatto che vi sia stata violazione e falsa applicazione degli articoli 24 e 25 della legge 241/1990 in quanto il diritto di accesso agli atti amministrativi costituirebbe principio generale dell’attività amministrativa non comprimibile nemmeno a causa del segreto istruttorio, quando il richiedente vuole conoscere i documenti al fine di tutelare la propria sfera soggettiva; l’art. 24 della legge 241/1990, riferita all’esclusione dal diritto di accesso agli atti, riguarda il diritto di accesso ai documenti amministrativi e non risulta riferibile agli atti di polizia giudiziaria, ossia a quella attività che, a norma dell’art. 55 c.p.p., si sostanzia nel “prendere notizia dei reati, impedire che vengano portati a conseguenze ulteriori, ricercarne gli autori, compiere gli atti necessari per assicurare le fonti di prova e raccogliere quant'altro possa servire per l'applicazione della legge penale”.
Per il TAR se è vero che non ogni denuncia di reato presentata dalla pubblica amministrazione all’autorità giudiziaria costituisce atto coperto da segreto istruttorio penale, potendosi registrare casi in cui la denuncia è presentata dall’amministrazione nell’esercizio delle proprie istituzionali funzioni amministrative, è vero il contrario nei casi in cui la P.A. agisca nell'esercizio di funzioni di polizia giudiziaria specificamente attribuitele dall’ordinamento. In tali ultimi casi, gli atti redatti sono soggetti a segreto istruttorio ai sensi dell’art. 329 c.p.p. e conseguentemente sottratti all’accesso ai sensi dell’art. 24, Legge n. 241/1990.
Di fronte ad atti di polizia giudiziaria, coperti dal segreto istruttorio ex art. 329 c.p.p., vige il divieto di pubblicazione sancito dall’art. 114 c.p.p.
In sostanza per i giudici amministrativi vi è una netta differenza tra atti amministrativi, sui quali è ritenuta legittima la richiesta di accesso ex art. 241/1990, da quelli di polizia giudiziaria i quali , proprio per la loro natura e finalità, sano sottratti al diritto di accesso (commento tratto da www.ispoa.it - TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 20.09.2012 n. 2220 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAESCLUSIONE DELLA RESPONSABILITA' ‘‘DI POSIZIONE’’ DEL PROPRIETARIO PER I LAVORI ABUSIVI.
Il semplice fatto di essere proprietario o comproprietario del terreno (o comunque della superficie) sul quale vengono svolti lavori edili illeciti, pur potendo costituire un indizio grave, non è sufficiente da solo ad affermare la responsabilità penale, nemmeno qualora il soggetto che riveste tali qualità sia a conoscenza che altri eseguano opere abusive sul suo fondo, essendo necessario, a tal fine, rinvenire altri elementi in base ai quali possa ragionevolmente presumersi che egli abbia in qualche modo concorso, anche solo moralmente, con il committente o l’esecutore dei lavori abusivi.
La Corte Suprema ritorna con la sentenza in esame sul tema dell’individuazione degli elementi in presenza dei quali può ritenersi sussistere la responsabilità del proprietario di un manufatto su cui siano stati eseguiti lavori abusivi.
La vicenda processuale vedeva imputato il proprietario di un immobile cui era stato addebitato il reato di cui all’art. 44, lett. c), del D.P.R. n. 380 del 2001 per avere realizzato, in zona assoggettata a vincolo paesaggistico, in assenza del prescritto permesso di costruire, un fabbricato in duplice elevazione, ciascuna avente superficie di mt. 17 x 8,50 circa.
Contro la sentenza di condanna presentava ricorso per cassazione l’imputato sotto i profili della violazione di legge e della illogicità della motivazione, in particolare, per quanto di interesse in questa sede, eccependo la carenza assoluta di prova in ordine alla riconducibilità dell’attività di edificazione abusiva alla persona dell’imputato.
La tesi non è stata però accolta dalla Cassazione che ha, invece, dichiarato inammissibile il ricorso.
Riguardo alla ritenuta responsabilità per l’esecuzione della costruzione abusiva, la giurisprudenza ormai assolutamente prevalente è, invero, orientata nel senso che non può essere attribuito ad un soggetto, per il solo fatto di essere proprietario di un’area, un dovere di controllo dalla cui violazione derivi una responsabilità penale per costruzione abusiva.
Occorre considerare, in sostanza, la situazione concreta in cui si è svolta l’attività incriminata, tenendo conto non soltanto della piena disponibilità, giuridica e di fatto, della superficie edificata e dell’interesse specifico ad effettuare la nuova costruzione (principio del ‘‘cui prodest’’) bensì pure una serie di elementi sintomatici:
a) rapporti di parentela o di affinità tra l’esecutore dell’opera abusiva ed il proprietario;
b) l’eventuale presenza in loco di quest’ultimo durante l’effettuazione dei lavori;
c) lo svolgimento di attività di materiale vigilanza sull’esecuzione dei lavori;
d) la richiesta di provvedimenti abilitativi anche in sanatoria;
e) il regime patrimoniale fra coniugi o comproprietari;
f) in definitiva, tutte quelle situazioni e quei comportamenti, positivi o negativi, da cui possano trarsi elementi integrativi della colpa e prove circa la compartecipazione, anche morale, all’esecuzione delle opere, tenendo presente pure la destinazione finale della stessa.
Alla stregua di tali principi, nella fattispecie in esame, i giudici hanno ricondotto all’imputato l’attività di edificazione illecita in oggetto sui rilievi che egli era proprietario del fondo su cui sono state realizzate le opere abusive, ne aveva la disponibilità giuridica e di fatto, era presente in cantiere al momento dell’accertamento degli abusi e non ha prospettato né dimostrato che la costruzione sia avvenuta con il suo dissenso ovvero a sua insaputa (v., nello stesso senso: Cass. pen., sez. III, 25.10.2002, n. 35855, in CED Cass., n. 222511; difforme, però, da ultimo: Cass. pen., sez. IV, 08.05.2009, n. 19714, in questa Rivista 2009, 1390, con nota critica di Scarcella Obbligo giuridico di impedire l’evento e responsabilità del proprietario ex art. 41 Cost.) (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 19.09.2012 n. 35797 - tratto da Urbanistica e appalti n. 12/2012).

EDILIZIA PRIVATA: Beni ambientali. Violazione articolo 734 cod. pen..
La contravvenzione di cui all'art. 734 cod. pen. (distruzione o deturpamento di bellezze naturali) si configura come un reato di danno, e non di pericolo, richiedendo per la sua punibilità che si verifichi in concreto la distruzione o l'alterazione delle bellezze protette.
Non è sufficiente, pertanto, per integrare gli estremi del reato, la mera esecuzione di un'opera o la semplice alterazione dello stato naturale delle cose sottoposte a vincolo, ma occorre che tale alterazione abbia effettivamente determinato la distruzione o il deturpamento della bellezza naturale (Corte di Cassazione, Sez. III penale, sentenza 19.09.2012 n. 35792 - tratto da www.lexambiente.it).

EDILIZIA PRIVATAIl proprietario deve ritenersi passivamente legittimato rispetto al provvedimento di demolizione, indipendentemente dall'essere o meno estraneo alla realizzazione dell'abuso. Tuttavia, nel caso in cui il proprietario dimostri la sua assoluta estraneità all' abuso edilizio commesso da altri e manifesti il suo attivo interessamento, con i mezzi consentitigli dall'ordinamento, per la rimozione dell'opera abusiva, resta salva la sua tutela dagli effetti dell'inottemperanza all'ordine di demolizione che lo stesso sia stato impossibilitato ad eseguire.
L’estraneità del proprietario agli abusi edilizi commessi sul bene da un soggetto che ne abbia la piena ed esclusiva disponibilità non implica l'illegittimità dell'ordinanza di demolizione o di riduzione in pristino dello stato dei luoghi, emessa nei suoi confronti, ma solo l’inidoneità del provvedimento repressivo a costituire titolo per l'acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell'area di sedime sulla quale insiste il bene.
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L'acquisizione gratuita dell'area non è una misura strumentale, per consentire al Comune di eseguire la demolizione, né una sanzione accessoria di questa, ma costituisce una sanzione autonoma che consegue all'inottemperanza all'ingiunzione, abilitando l'Amministrazione ad una scelta fra la demolizione d'ufficio e la conservazione del bene, definitivamente già acquisito, in presenza di prevalenti interessi pubblici, vale a dire per la destinazione a fini pubblici, e sempre che l'opera non contrasti con rilevanti interessi urbanistici o ambientali.
Ne discende che, essendo l'acquisizione gratuita al patrimonio comunale una sanzione prevista per l'ipotesi di inottemperanza all'ingiunzione di demolizione, essa si riferisce esclusivamente al responsabile dell'abuso non potendo operare nella sfera giuridica di altri soggetti e, in particolare, nei confronti del proprietario dell'area quando risulti, in modo inequivocabile, la sua completa estraneità al compimento dell'opera abusiva o che, essendone egli venuto a conoscenza, si sia adoperato per impedirlo con gli strumenti offerti dall'ordinamento.
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Al fine di configurare la responsabilità del proprietario di un'area per la realizzazione di una costruzione abusiva è necessaria la sussistenza di elementi in base ai quali possa ragionevolmente presumersi che questi abbia concorso, anche solo moralmente, con il committente o l'esecutore dei lavori, tenendo conto della piena disponibilità giuridica e di fatto del suolo e dell'interesse specifico ad effettuare la nuova costruzione, così come dei rapporti di parentela o affinità tra responsabile e proprietario, della sua eventuale presenza in loco, dello svolgimento di attività di vigilanza dell'esecuzione dei lavori, del regime patrimoniale dei coniugi, ovvero di tutte quelle situazioni e comportamenti positivi o negativi dai quali possano trarsi elementi integrativi della colpa.

L'art. 31, commi 2 e 3 del D.P.R. n. 380/2001 prevede che "il dirigente o il responsabile del competente ufficio comunale, accertata l'esecuzione di interventi in assenza di permesso, in totale difformità dal medesimo, ovvero con variazioni essenziali, determinate ai sensi dell'articolo 32, ingiunge al proprietario e al responsabile dell'abuso la rimozione o la demolizione, indicando nel provvedimento l'area che viene acquisita di diritto, ai sensi del comma 3. Se il responsabile dell' abuso non provvede alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi nel termine di novanta giorni dall'ingiunzione, il bene e l'area di sedime, nonché quella necessaria, secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizzazione di opere analoghe a quelle abusive sono acquisiti di diritto gratuitamente al patrimonio del comune".
Dall'esame della disposizione richiamata emerge che il proprietario deve ritenersi passivamente legittimato rispetto al provvedimento di demolizione, indipendentemente dall'essere o meno estraneo alla realizzazione dell'abuso. Tuttavia, nel caso in cui il proprietario dimostri la sua assoluta estraneità all' abuso edilizio commesso da altri e manifesti il suo attivo interessamento, con i mezzi consentitigli dall'ordinamento, per la rimozione dell'opera abusiva, resta salva la sua tutela dagli effetti dell'inottemperanza all'ordine di demolizione che lo stesso sia stato impossibilitato ad eseguire (cfr. tra le tante Consiglio di Stato, IV, 03.05.2011, n. 2639; TAR Lazio, Roma, II, 14.02.2011, n. 1395; TAR Umbria, 25.11.2008, n. 787).
Secondo la consolidata giurisprudenza condivisa dal Collegio, l’estraneità del proprietario agli abusi edilizi commessi sul bene da un soggetto che ne abbia la piena ed esclusiva disponibilità non implica l'illegittimità dell'ordinanza di demolizione o di riduzione in pristino dello stato dei luoghi, emessa nei suoi confronti, ma solo l’inidoneità del provvedimento repressivo a costituire titolo per l'acquisizione gratuita al patrimonio comunale dell'area di sedime sulla quale insiste il bene (cfr. in termini Tar Lazio, Latina, 01.09.2008, n. 1026; Tar Campania, Napoli, II, 19.10.2006, n. 8673).
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Sul punto, la Corte Costituzionale (cfr. sentenza n. 345 del 15.07.1991) ha precisato che l'acquisizione gratuita dell'area non è una misura strumentale, per consentire al Comune di eseguire la demolizione, né una sanzione accessoria di questa, ma costituisce una sanzione autonoma che consegue all'inottemperanza all'ingiunzione, abilitando l'Amministrazione ad una scelta fra la demolizione d'ufficio e la conservazione del bene, definitivamente già acquisito, in presenza di prevalenti interessi pubblici, vale a dire per la destinazione a fini pubblici, e sempre che l'opera non contrasti con rilevanti interessi urbanistici o ambientali. Ne discende che, essendo l'acquisizione gratuita al patrimonio comunale una sanzione prevista per l'ipotesi di inottemperanza all'ingiunzione di demolizione, essa si riferisce esclusivamente al responsabile dell'abuso non potendo operare nella sfera giuridica di altri soggetti e, in particolare, nei confronti del proprietario dell'area quando risulti, in modo inequivocabile, la sua completa estraneità al compimento dell'opera abusiva o che, essendone egli venuto a conoscenza, si sia adoperato per impedirlo con gli strumenti offerti dall'ordinamento.
La Cassazione ha, inoltre, affermato che al fine di configurare la responsabilità del proprietario di un'area per la realizzazione di una costruzione abusiva è necessaria la sussistenza di elementi in base ai quali possa ragionevolmente presumersi che questi abbia concorso, anche solo moralmente, con il committente o l'esecutore dei lavori, tenendo conto della piena disponibilità giuridica e di fatto del suolo e dell'interesse specifico ad effettuare la nuova costruzione, così come dei rapporti di parentela o affinità tra responsabile e proprietario, della sua eventuale presenza in loco, dello svolgimento di attività di vigilanza dell'esecuzione dei lavori, del regime patrimoniale dei coniugi, ovvero di tutte quelle situazioni e comportamenti positivi o negativi dai quali possano trarsi elementi integrativi della colpa (cfr. Cassazione penale, sez. III, 12.04.2005, n. 26121)
(TAR Campania-Napoli, Sez. VII, sentenza 17.09.2012 n. 3879 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAA norma dell’art. 32, l. 28.02.1985 n. 47, il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria per opere eseguite su immobili sottoposti a vincolo è subordinato al parere favorevole delle Amministrazioni preposte alla tutela del vincolo e anche in tale ambito l’Amministrazione Statale, sebbene non possa disporre l’annullamento dell’autorizzazione o del parere paesaggistico adottato in sede regionale per ragioni di merito e sovrapporre il proprio giudizio di compatibilità paesaggistica a quello dell’Amministrazione competente, può vagliare l’autorizzazione o il parere sotto tutti i profili di legittimità, compreso il vizio di eccesso di potere qualora l’autorità che ha emesso il nulla osta o il parere non abbia esternato una motivazione congrua dalla quale evincere le ragioni che la inducevano a concludere per la compatibilità dei manufatti realizzati con il vincolo paesaggistico.
Rileva il Collegio che il provvedimento impugnato è consistito nell’annullamento del provvedimento n. 4 dell’08.01.2008, a firma del Responsabile dell’Ufficio Tecnico del Comune di Vibonati, che autorizzava, ai sensi dell’art. 159 del d. l.vo 42/2004, il rilascio della sanatoria per il cambio di destinazione d’uso di locali tecnologici e di manufatti realizzati abusivamente, presso il fabbricato di proprietà del ricorrente alla località “Le Ginestre” di quel Comune, in area vincolata giusta D.M. 07.06.1967; che il nucleo centrale della motivazione dello stesso provvedimento si ritrova nel considerato, secondo il quale la suddetta autorizzazione paesaggistica comunale “non giustifica esaustivamente la compatibilità delle opere eseguite abusivamente con la tutela paesistico–ambientale della zona”, limitandosi a dichiarare “parere favorevole trattandosi di tettoie e cambio d’uso di un locale destinato precedentemente a locale uso tecnologico e garage, che bene si inserisce nell’ambiente paesaggistico e tipologia ricorrente in zona”; nonché secondo il quale la prefata autorizzazione “non giustifica l’ammissibilità dell’istanza ai sensi delle previsioni di cui al comma 26, lett. a), dell’art. 32 della l. 326/2003”; e nel successivo rilievo, secondo cui “la tipologia dell’abuso non rientra tra quelle ammesse dall’allegato 1 della l. 326/2003”.
Osserva il Tribunale come in materia sia stato affermato il principio, secondo cui: “A norma dell’art. 32, l. 28.02.1985 n. 47, il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria per opere eseguite su immobili sottoposti a vincolo è subordinato al parere favorevole delle Amministrazioni preposte alla tutela del vincolo e anche in tale ambito l’Amministrazione Statale, sebbene non possa disporre l’annullamento dell’autorizzazione o del parere paesaggistico adottato in sede regionale per ragioni di merito e sovrapporre il proprio giudizio di compatibilità paesaggistica a quello dell’Amministrazione competente, può vagliare l’autorizzazione o il parere sotto tutti i profili di legittimità, compreso il vizio di eccesso di potere qualora l’autorità che ha emesso il nulla osta o il parere non abbia esternato una motivazione congrua dalla quale evincere le ragioni che la inducevano a concludere per la compatibilità dei manufatti realizzati con il vincolo paesaggistico” (Consiglio di Stato – Sez. VI – 08.07.2011, n. 4103).
Orbene, nella specie la Soprintendenza B.A.P.P.S.A.E. di Salerno ed Avellino ha ritenuto che la motivazione, con cui l’autorità comunale ha giustificato il rilascio del nulla osta, non fosse esaustiva: il rilievo va condiviso, trattandosi a ben vedere di un’affermazione, quella circa il “buon inserimento” del locale, trasformato da garage in abitazione, nell’ambiente paesaggistico e tipologico della zona, anodina, priva com’è di concreti riferimenti alle caratteristiche costruttive dell’immobile, con riferimento all’ambiente nel quale lo stesso andava a collocarsi, tale da non sostanziare, cioè, una compiuta esternazione delle ragioni, fondanti l’asserita assenza di contrasto rispetto ai valori ambientali, riassunti nel decreto ministeriale impositivo del vincolo paesaggistico.
Ma v’è di più, perché il provvedimento di annullamento, decretato dall’autorità tutoria statale, s’è basato anche sulla circostanza che la tipologia dell’abuso in questione non rientrava tra quelle ammesse ai sensi dell’all. 1 al D.L. 30.09.2003 n. 269 (“Disposizioni urgenti per favorire lo sviluppo e per la correzione dell’andamento dei conti pubblici”), convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1, L. 24.11.2003, n. 326; e che soprattutto il Comune, nell’autorizzazione paesaggistica, non aveva “giustificato l’ammissibilità dell’istanza” ai sensi dell’art. 32, comma 26, lett. a) del citato decreto legge (“Sono suscettibili di sanatoria edilizia le tipologie di illecito di cui all’allegato 1: a) numeri da 1 a 3, nell’ambito dell’intero territorio nazionale, fermo restando quanto previsto alla lettera e) del comma 27 del presente articolo, nonché 4, 5 e 6 nell’ambito degli immobili soggetti a vincolo di cui all’articolo 32 della legge 28.02.1985, n. 47”).
Il rilievo della Soprintendenza, in sostanza, si lega all’affermazione secondo la quale: “A mente dell’art. 32, comma 26, d.l. n. 269 del 2003, nelle aree sottoposte a vincoli imposti sulla base di leggi statali e regionali a tutela degli interessi idrogeologici, ambientali e paesistici è possibile ottenere la sanatoria soltanto ed esclusivamente per gli interventi edilizi di minore rilevanza (restauro, risanamento conservativo e manutenzione straordinaria), previo parere favorevole da parte dell’autorità preposta alla tutela del vincolo” (Tribunale Bari sez. I, 17.11.2010, n. 1736).
Ma di tale rilievo, che pure assume valenza centrale nella motivazione del gravato provvedimento di annullamento del nulla osta paesaggistico, non si ritrova, in ricorso, alcuna confutazione: anche sotto tale profilo, pertanto, risulta confermata la legittimità del medesimo, non scalfita dalle doglianze di parte ricorrente.
In giurisprudenza, cfr. la seguente massima: “Allorché un provvedimento si fondi su due o più autonome ragioni, la riconosciuta legittimità o la mancata contestazione di uno dei motivi addotti è sufficiente per la conservazione dell’atto nel mondo giuridico. Da ciò ne consegue, sul piano processuale, che di un tale provvedimento si può disporre l’annullamento unicamente dinanzi ad una fondata censura (o ad una serie di fondate censure) di tutti i suddetti motivi e che devono dichiararsi inammissibili per carenza di interesse le doglianze rivolte solo avverso alcune ragioni fondanti del provvedimento, ove le rimanenti ragioni restino inattaccate” (Consiglio Stato – Sez. IV – 11.02.2005, n. 400) (TAR Campania-Salerno, sentenza 17.09.2012 n. 1650 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn tema di condono edilizio il vincolo di inedificabilità in zona di rispetto stradale è considerato un vincolo di inedificabilità assoluta e, di conseguenza, allorché l’abuso edilizio sia stato compiuto dopo la sua imposizione, non si applica l’art. 32, comma 2, lett. c), l. 28.02.1985 n. 47 ma, in base al comma 3, il successivo art. 33 con conseguente insanabilità dell’abuso, a nulla rilevando la non pericolosità della porzione di manufatto per la sicurezza del traffico.
● Il vincolo d’inedificabilità sulle zone di rispetto stradale, imposto dall’art. 33 l. 28.02.1985 n. 47 ha carattere assoluto e pertanto –a differenza del vincolo di cui all’art. 32, d’inedificabilità relativa, che può essere rimosso a discrezione dell’autorità preposta alla cura dell’interesse tutelato– contiene un divieto di edificazione a carattere assoluto, che comporta la non sanabilità dell’opera realizzata dopo la sua imposizione, trattandosi di vincolo per sua natura incompatibile con ogni manufatto.
● Nell’ipotesi di sanatoria di un’opera edilizia realizzata abusivamente in prossimità della sede viaria di una strada, la valutazione della pericolosità o meno dell’opera spetta all’Anas, ora Ente Nazionale per le Strade, che deve esprimerlo non tanto in funzione del fatto oggettivo della distanza, quanto piuttosto della circostanza che la costruzione costituisca minaccia alla sicurezza del traffico. Tuttavia, i vincoli urbanistici sulle distanze minime a protezione del nastro stradale ex art. 33 l. n. 47 del 1985 comportano un divieto assoluto di edificazione, non rimuovibile a discrezione dell’autorità preposta alla cura dell’interesse tutelato, e come tale incompatibile con ogni manufatto, con conseguente non sanabilità dell’opera abusiva realizzata in sua violazione.

Entrambi i provvedimenti impugnati si sono fondati sui pareri negativi, espressi dall’A.N.A.S., secondo i quali gli abusi edilizi, oggetto delle domande di condono di parte ricorrente, erano “stati realizzati in zona di rispetto stradale e in data successiva al D.M. 01.04.1968” (parere del 27.04.1995) e “in area già sottoposta a vincolo di in edificabilità” (parere del 09.08.1995); di conseguenza, il Comune ha respinto tali domande, atteso che, ai sensi dell’art. 32 della l. 47/1985, il rilascio della sanatoria era necessariamente subordinato al parere favorevole dell’Amministrazione preposta alla tutela del vincolo, che nella specie –giusta quanto sopra osservato– invece mancava, rientrando quindi le opere in questione in quelle “non suscettibili di sanatoria”, ai sensi dell’art. 33 della l. 47/1985.
La soluzione adottata dal Comune di Campagna è conforme alla dominante giurisprudenza in materia, per la quale si leggano, ex multis, le seguenti massime:
- “In tema di condono edilizio il vincolo di inedificabilità in zona di rispetto stradale è considerato un vincolo di inedificabilità assoluta e, di conseguenza, allorché l’abuso edilizio sia stato compiuto dopo la sua imposizione, non si applica l’art. 32, comma 2, lett. c), l. 28.02.1985 n. 47 ma, in base al comma 3, il successivo art. 33 con conseguente insanabilità dell’abuso, a nulla rilevando la non pericolosità della porzione di manufatto per la sicurezza del traffico” (TAR Lazio–Latina – Sez. I – 17.11.2011, n. 923);
- “Il vincolo d’inedificabilità sulle zone di rispetto stradale, imposto dall’art. 33 l. 28.02.1985 n. 47 ha carattere assoluto e pertanto –a differenza del vincolo di cui all’art. 32, d’inedificabilità relativa, che può essere rimosso a discrezione dell’autorità preposta alla cura dell’interesse tutelato– contiene un divieto di edificazione a carattere assoluto, che comporta la non sanabilità dell’opera realizzata dopo la sua imposizione, trattandosi di vincolo per sua natura incompatibile con ogni manufatto” (Consiglio Stato – Sez. IV – 05.07.2000, n. 3731);
- “Nell’ipotesi di sanatoria di un’opera edilizia realizzata abusivamente in prossimità della sede viaria di una strada, la valutazione della pericolosità o meno dell’opera spetta all’Anas, ora Ente Nazionale per le Strade, che deve esprimerlo non tanto in funzione del fatto oggettivo della distanza, quanto piuttosto della circostanza che la costruzione costituisca minaccia alla sicurezza del traffico. Tuttavia, i vincoli urbanistici sulle distanze minime a protezione del nastro stradale ex art. 33 l. n. 47 del 1985 comportano un divieto assoluto di edificazione, non rimuovibile a discrezione dell’autorità preposta alla cura dell’interesse tutelato, e come tale incompatibile con ogni manufatto, con conseguente non sanabilità dell’opera abusiva realizzata in sua violazione” (TAR Valle d’Aosta – 14.04.2003, n. 53).
In presenza di tale granitico orientamento giurisprudenziale, non ha senso alcuno discettare –come fa il ricorrente– dell’ubicazione delle opere edilizie abusive in zona extraurbana ampiamente urbanizzata e quindi della possibile assimilazione della disciplina giuridica dettata per la stessa a quella, stabilita per le opere ricomprese all’interno del centro urbano, non incidendo minimamente tali osservazioni su quella fondamentale della preesistenza del vincolo di rispetto stradale e quindi dell’assoluta impossibilità di concedere la sanatoria, per le ragioni dianzi esposte (TAR Campania-Salerno, sentenza 17.09.2012 n. 1645 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATAIn mancanza di una disciplina speciale posta a tutela della…..”potenziale commutabilità della sanzione demolitoria in quella pecuniaria (art. 38 d.P.R. n. 380 del 2001), ovvero un regime di favore in sede di condono edilizio, come avvenuto con l'art. 39, l. n. 724 del 1994….la posizione di colui che abbia realizzato l'opera edilizia sulla base di un titolo annullato non si differenzia dagli altri soggetti che hanno invece realizzato l'opera abusiva senza titolo.
Risulta pertanto legittimo il riferimento e l’applicazione dell’art. 38 sopra citato.

Le stesse considerazioni devono ritenersi applicabili anche per quanto concerne i motivi a fondamento dell’impugnativa dell’ordinanza di demolizione del 06/06/2012 n. 4 nella parte in cui si sostiene la violazione dell’art. 38 del Dpr 380/2001 in cui l’Amministrazione sarebbe incorsa nel momento in cui avrebbe applicato “automaticamente” l’ordinanza di demolizione una volta posto in essere l’annullamento in autotutela del permesso di costruire. Si è avuto modo di evidenziare sul punto come l’Amministrazione abbia effettivamente posto in essere un distinto procedimento nel corso del quale ha verificato la mancanza della contiguità dei fondi e il carattere abusivo sopra ricordato. L’Amministrazione ha inoltre constatato l’applicabilità della sanzione della riduzione in pristino e, ciò, in considerazione del breve periodo di tempo trascorso, nell’ambito del quale erano stati realizzati i soli muri perimetrali.
Sul punto va ricordato che in mancanza di una disciplina speciale (non rinvenibile nel caso di specie) posta a tutela della…..”potenziale commutabilità della sanzione demolitoria in quella pecuniaria (art. 38 d.P.R. n. 380 del 2001), ovvero un regime di favore in sede di condono edilizio, come avvenuto con l'art. 39, l. n. 724 del 1994….la posizione di colui che abbia realizzato l'opera edilizia sulla base di un titolo annullato non si differenzia dagli altri soggetti che hanno invece realizzato l'opera abusiva senza titolo (Cons. Stato Sez. IV, 10.08.2011, n. 4770 riforma della sentenza del Tar Toscana-Firenze, sez. III, n. 6648/2010)”. Risulta pertanto legittimo il riferimento e l’applicazione dell’art. 38 sopra citato (TAR Veneto, Sez. II, sentenza 14.09.2012 n. 1181 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

URBANISTICA: Si ravvisa la lottizzazione abusiva di terreni a scopo edificatorio laddove vengano iniziate opere che comportino trasformazione urbanistica od edilizia dei terreni stessi in violazione delle prescrizioni degli strumenti urbanistici vigenti o adottati, o comunque dettate dalle leggi statali o regionali o senza la prescritta autorizzazione. Si ravvisa, inoltre, quando tale trasformazione sia predisposta attraverso il frazionamento e la vendita, o atti equivalenti, del terreno in lotti che, per le loro caratteristiche (quali la dimensione in relazione alla natura del terreno ed alla sua destinazione secondo gli strumenti urbanistici, il numero, l’ubicazione o la previsione di opere di urbanizzazione ed in rapporto ad elementi riferiti agli acquirenti), denuncino in modo non equivoco la destinazione a scopo edificatorio.
La definizione di cui all’art. 30 dpr 380/2001, in cui è stata trasfusa senza modificazioni quella contenuta nell’art. 18 della l. n. 47/1985, prevede, quindi, due distinte ipotesi di lottizzazione abusiva, l’una (cd. materiale) posta in essere attraverso l’esecuzione di opere che determinino una trasformazione edilizia od urbanistica del territorio, in violazione degli strumenti urbanistici vigenti od adottati o comunque di leggi statali o regionali, l’altra (cd. cartolare) mediante il compimento di attività negoziale che, tramite il frazionamento dei terreni, ne determini in maniera inequivocabile la destinazione d’uso a scopo edificatorio.
Per quanto riguarda la lottizzazione cd. materiale, si è precisato che questa sussiste in presenza di qualsivoglia tipo di opere concretamente idonee a stravolgere l’assetto del territorio preesistente, a realizzare un nuovo insediamento abitativo e, quindi, in definitiva, a determinare sia un concreto ostacolo alla futura attività di programmazione (che viene posta di fronte al fatto compiuto), sia un carico urbanistico necessitante un adeguamento degli standards; che essa non richiede la realizzazione di vere e proprie costruzioni abusive, essendo sufficiente la sussistenza di opere le quali, sebbene nella fase iniziale, denotino che è stato iniziato o è in corso un procedimento di trasformazione urbanistica ed edilizia del terreno, in contrasto con le norme vigenti; che per verificarne l’esistenza appare necessaria una visione d’insieme dei lavori, ossia una verifica nel suo complesso dell’attività edilizia realizzata, giacché potrebbero anche ricorrere modifiche rispetto all’attività assentita idonee a conferire un diverso assetto al territorio comunale oggetto di trasformazione.
Con riguardo, invece, alla lottizzazione cd. cartolare –comportante anch’essa la trasformazione urbanistica od edilizia dei terreni in violazione delle prescrizioni urbanistiche– si è sottolineato che essa si verifica quando la suddetta trasformazione venga predisposta mediante il frazionamento e la vendita, o atti equivalenti, del terreno in lotti i quali, per le loro caratteristiche, come la dimensione in relazione alla natura del terreno ed alla sua destinazione sulla base degli strumenti urbanistici, il numero, l’ubicazione o l’eventuale previsione di opere di urbanizzazione, denuncino in modo non equivoco la destinazione a scopo edificatorio; ne discende che l’elemento oggettivo della fattispecie è costituito dal frazionamento di mappali seguito necessariamente da atti di vendita, o da atti ad essi equiparati, sicché in mancanza di detti atti non è possibile contestare legittimamente la lottizzazione abusiva de qua. Infatti, l’attività negoziale è presa in considerazione dalla norma quale strumento di perseguimento dell’intento lottizzatorio e, quindi, come indice della sussistenza di siffatto intento, il quale deve però trovare conferma anche in altre circostanze, che rendano evidente la non equivocità della destinazione a scopo edificatorio sia del frazionamento, sia della vendita. Anche la più recente giurisprudenza ribadisce che l’accertamento della lottizzazione cd. negoziale, intesa quale effetto del frazionamento contrattuale di un vasto terreno, con la creazione di lotti sufficienti per la costruzione di un singolo edificio, richiede la sussistenza di indici di significato inequivoco, quali le dimensioni ed il numero dei lotti, la natura del terreno, l’eventuale revisione di opere di urbanizzazione, la loro destinazione a scopo edificatorio.
Relativamente all’elemento oggettivo della lottizzazione abusiva, si è sottolineato che si tratta di un illecito non solo di danno (rispetto alle opere già eseguite), ma anche di pericolo (rispetto alle urbanizzazioni ancora possibili), qualora, pur a fronte dell’avvenuta ultimazione degli edifici, strade od altri manufatti, vi sia la possibilità che l’urbanizzazione del comprensorio, ancora incompleta, sia condotta a termine per stati di avanzamento successivi. Quanto, poi, all’elemento soggettivo, la giurisprudenza più recente, in base all’affinità tra l’acquisizione delle aree da parte dell’autorità amministrativa ex art. 30 del d.P.R. n. 380/2001 e la confisca urbanistica disposta dall’autorità giudiziaria ai sensi dell’art. 44 del medesimo decreto, ha affermato la vigenza del principio della necessità, per l’applicazione delle sanzioni amministrative privative della proprietà del bene, le quali non si presentino come meramente ripristinatorie rispetto all’abuso perpetrato, di un elemento soggettivo di natura colposa da parte del soggetto che subisce la sanzione: ne deriva che l’acquirente di un lotto non può considerarsi, come tale, estraneo al reato di lottizzazione abusiva, essendo tenuto a dimostrare di aver agito in buona fede, senza cioè rendersi conto (pur avendo adoperato la necessaria diligenza nell’adempimento dei doveri di informazione e conoscenza) di partecipare ad un’opera di illecita lottizzazione.
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La giurisprudenza ha ritenuto idonee a comportare detta trasformazione anche opere in fase iniziale, denotanti l’inizio del procedimento di trasformazione e ciò, sia che si tratti di opere di urbanizzazione, sia che si tratti invece di opere edilizie, sempreché in grado di conferire alla zona un’articolazione apprezzabile in termini di trasformazione edilizia ed ai terreni l’attitudine ad accogliere insediamenti non consentiti o programmati. Si è già visto che la fattispecie lottizzatoria è integrata mediante l’esecuzione di ogni tipo di opere in concreto idonee a stravolgere l’assetto del territorio preesistente, a realizzare un nuovo insediamento abitativo ed, in definitiva, a determinare sia un concreto ostacolo alla futura attività di programmazione –che viene posta di fronte al cd. fatto compiuto–, sia un carico urbanistico, necessitante un adeguamento degli standards.
La giurisprudenza ha interpretato il concetto di opere che comportino una trasformazione urbanistica od edilizia dell’area in maniera funzionale rispetto alla ratio della norma in esame, il cui bene giuridico tutelato consiste nella necessità di preservare la potestà programmatoria della P.A., nonché l’effettivo controllo del territorio da parte del Comune, quale Ente titolare della funzione di pianificazione, al fine di garantire l’ordinata pianificazione urbanistica, il corretto uso del territorio ed uno sviluppo degli insediamenti abitativi e dei correlativi standards urbanistici compatibile con la finanza pubblica.

Va premesso che il quadro normativo di riferimento è dato dall’art. 30 del d.P.R. n. 380/2001, il quale, al comma 1, ravvisa la lottizzazione abusiva di terreni a scopo edificatorio laddove vengano iniziate opere che comportino trasformazione urbanistica od edilizia dei terreni stessi in violazione delle prescrizioni degli strumenti urbanistici vigenti o adottati, o comunque dettate dalle leggi statali o regionali o senza la prescritta autorizzazione. La ravvisa, inoltre, quando tale trasformazione sia predisposta attraverso il frazionamento e la vendita, o atti equivalenti, del terreno in lotti che, per le loro caratteristiche (quali la dimensione in relazione alla natura del terreno ed alla sua destinazione secondo gli strumenti urbanistici, il numero, l’ubicazione o la previsione di opere di urbanizzazione ed in rapporto ad elementi riferiti agli acquirenti), denuncino in modo non equivoco la destinazione a scopo edificatorio. La definizione di cui all’art. 30 cit., in cui è stata trasfusa senza modificazioni quella contenuta nell’art. 18 della l. n. 47/1985, prevede, quindi, due distinte ipotesi di lottizzazione abusiva, l’una (cd. materiale) posta in essere attraverso l’esecuzione di opere che determinino una trasformazione edilizia od urbanistica del territorio, in violazione degli strumenti urbanistici vigenti od adottati o comunque di leggi statali o regionali, l’altra (cd. cartolare) mediante il compimento di attività negoziale che, tramite il frazionamento dei terreni, ne determini in maniera inequivocabile la destinazione d’uso a scopo edificatorio (C.d.S., Sez. IV, 03.08.2010, n. 5170).
Per quanto riguarda la lottizzazione cd. materiale, si è precisato che questa sussiste in presenza di qualsivoglia tipo di opere concretamente idonee a stravolgere l’assetto del territorio preesistente, a realizzare un nuovo insediamento abitativo e, quindi, in definitiva, a determinare sia un concreto ostacolo alla futura attività di programmazione (che viene posta di fronte al fatto compiuto), sia un carico urbanistico necessitante un adeguamento degli standards (TAR Liguria, Sez. I, 20.01.2012, n. 161); che essa non richiede la realizzazione di vere e proprie costruzioni abusive, essendo sufficiente la sussistenza di opere le quali, sebbene nella fase iniziale, denotino che è stato iniziato o è in corso un procedimento di trasformazione urbanistica ed edilizia del terreno, in contrasto con le norme vigenti (TAR Lazio, Latina, Sez. I, 12.10.2011, n. 798); che per verificarne l’esistenza appare necessaria una visione d’insieme dei lavori, ossia una verifica nel suo complesso dell’attività edilizia realizzata, giacché potrebbero anche ricorrere modifiche rispetto all’attività assentita idonee a conferire un diverso assetto al territorio comunale oggetto di trasformazione (TAR Lazio, Roma, Sez. I, 09.10.2009, n. 9859).
Con riguardo, invece, alla lottizzazione cd. cartolare –comportante anch’essa la trasformazione urbanistica od edilizia dei terreni in violazione delle prescrizioni urbanistiche– si è sottolineato che essa si verifica quando la suddetta trasformazione venga predisposta mediante il frazionamento e la vendita, o atti equivalenti, del terreno in lotti i quali, per le loro caratteristiche, come la dimensione in relazione alla natura del terreno ed alla sua destinazione sulla base degli strumenti urbanistici, il numero, l’ubicazione o l’eventuale previsione di opere di urbanizzazione, denuncino in modo non equivoco la destinazione a scopo edificatorio; ne discende che l’elemento oggettivo della fattispecie è costituito dal frazionamento di mappali seguito necessariamente da atti di vendita, o da atti ad essi equiparati, sicché in mancanza di detti atti non è possibile contestare legittimamente la lottizzazione abusiva de qua. Infatti, l’attività negoziale è presa in considerazione dalla norma quale strumento di perseguimento dell’intento lottizzatorio e, quindi, come indice della sussistenza di siffatto intento, il quale deve però trovare conferma anche in altre circostanze, che rendano evidente la non equivocità della destinazione a scopo edificatorio sia del frazionamento, sia della vendita (C.d.S., Sez. IV, 20.07.2009, n. 4578). Anche la più recente giurisprudenza (C.d.S., Sez. V, 12.03.2012, n. 1374) ribadisce che l’accertamento della lottizzazione cd. negoziale, intesa quale effetto del frazionamento contrattuale di un vasto terreno, con la creazione di lotti sufficienti per la costruzione di un singolo edificio, richiede la sussistenza di indici di significato inequivoco, quali le dimensioni ed il numero dei lotti, la natura del terreno, l’eventuale revisione di opere di urbanizzazione, la loro destinazione a scopo edificatorio.
Relativamente all’elemento oggettivo della lottizzazione abusiva, si è sottolineato che si tratta di un illecito non solo di danno (rispetto alle opere già eseguite), ma anche di pericolo (rispetto alle urbanizzazioni ancora possibili), qualora, pur a fronte dell’avvenuta ultimazione degli edifici, strade od altri manufatti, vi sia la possibilità che l’urbanizzazione del comprensorio, ancora incompleta, sia condotta a termine per stati di avanzamento successivi (TAR Toscana, Sez. III, 28.02.2012, n. 392). Quanto, poi, all’elemento soggettivo, la giurisprudenza più recente, in base all’affinità tra l’acquisizione delle aree da parte dell’autorità amministrativa ex art. 30 del d.P.R. n. 380/2001 e la confisca urbanistica disposta dall’autorità giudiziaria ai sensi dell’art. 44 del medesimo decreto, ha affermato la vigenza del principio della necessità, per l’applicazione delle sanzioni amministrative privative della proprietà del bene, le quali non si presentino come meramente ripristinatorie rispetto all’abuso perpetrato, di un elemento soggettivo di natura colposa da parte del soggetto che subisce la sanzione: ne deriva che l’acquirente di un lotto non può considerarsi, come tale, estraneo al reato di lottizzazione abusiva, essendo tenuto a dimostrare di aver agito in buona fede, senza cioè rendersi conto (pur avendo adoperato la necessaria diligenza nell’adempimento dei doveri di informazione e conoscenza) di partecipare ad un’opera di illecita lottizzazione (TAR Campania, Napoli, Sez. IV, 04.08.2011, n. 4210).
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In ordine alla pretesa irrilevanza delle opere eseguite nell’area de qua, vista la loro modestia, ai fini della trasformazione urbanistica ed edilizia dell’area, è agevole replicare che la giurisprudenza ha ritenuto idonee a comportare detta trasformazione anche opere in fase iniziale, denotanti l’inizio del procedimento di trasformazione e ciò, sia che si tratti di opere di urbanizzazione, sia che si tratti invece di opere edilizie, sempreché in grado di conferire alla zona un’articolazione apprezzabile in termini di trasformazione edilizia ed ai terreni l’attitudine ad accogliere insediamenti non consentiti o programmati (TAR Campania, Napoli, Sez. IV, 10.11.2006, n. 9458). Si è già visto che la fattispecie lottizzatoria è integrata mediante l’esecuzione di ogni tipo di opere in concreto idonee a stravolgere l’assetto del territorio preesistente, a realizzare un nuovo insediamento abitativo ed, in definitiva, a determinare sia un concreto ostacolo alla futura attività di programmazione –che viene posta di fronte al cd. fatto compiuto–, sia un carico urbanistico, necessitante un adeguamento degli standards.
La giurisprudenza ha interpretato il concetto di opere che comportino una trasformazione urbanistica od edilizia dell’area in maniera funzionale rispetto alla ratio della norma in esame, il cui bene giuridico tutelato consiste nella necessità di preservare la potestà programmatoria della P.A., nonché l’effettivo controllo del territorio da parte del Comune, quale Ente titolare della funzione di pianificazione, al fine di garantire l’ordinata pianificazione urbanistica, il corretto uso del territorio ed uno sviluppo degli insediamenti abitativi e dei correlativi standards urbanistici compatibile con la finanza pubblica (C.d.S., Sez. IV, 06.10.2003, n. 5849): esigenze, queste, non rispettate dalla condotta serbata nel caso di specie dal sig. Maisto, che –si ripete– non poteva, né doveva ignorare l’assetto complessivo dell’area in cui l’intervento da lui realizzato (a prescindere dalla sua modestia o meno) si è andato ad inserire
(TAR Lazio-Latina, sentenza 14.09.2012 n. 647 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA - URBANISTICA: La comunicazione di avvio del procedimento di individuazione (e di repressione) della fattispecie di lottizzazione abusiva risulta superflua ove il contenuto dell’atto non possa essere diverso da quello in concreto adottato e, più precisamente, laddove la partecipazione del privato a detto procedimento sia inutile (ed egli non possa fornire alcun apporto conoscitivo e/o documentale rilevante), sussistendo la certezza assoluta della finalità edificatoria della lottizzazione.
I provvedimenti in materia di sanatoria edilizia operano nell’ambito di uno schema procedimentale che prevede interventi, adempimenti e termini specificamente modellati sulla fattispecie della singola costruzione sprovvista di titolo abilitativo, la quale non può essere pedissequamente trasposta alla diversa fattispecie delle costruzioni eseguite in comprensori abusivamente lottizzati, trattandosi di differenti tipologie di illecito edilizio, connotate da un differente grado di illiceità: la lottizzazione abusiva, infatti, incide sulla conservazione delle destinazioni impresse dallo strumento urbanistico ad un certo comprensorio, nonché sulla corretta urbanizzazione del territorio, ed è suscettibile di condizionare indebitamente le scelte pianificatorie future della P.A. e quindi appare ledere la prerogativa comunale della programmazione urbanistica, mentre il singolo abuso edilizio non assume una così estesa potenzialità lesiva. In questa ottica, si è perciò ritenuto che i manufatti abusivamente eseguiti nell’ambito dell'attività lottizzatoria possano essere recuperati alla legalità solo in presenza delle condizioni che legittimano l’approvazione di un piano di lottizzazione (artt. 29 e 35, comma 13, della l. n. 47/1985), dunque previa adozione di una variante allo strumento urbanistico generale.

Del pari infondato e da respingere è, poi, il primo motivo di ricorso, mosso avverso sia il diniego di condono edilizio, sia avverso l’accertamento della fattispecie lottizzatoria e riguardante la violazione dell’art. 7 della l. n. 241/1990, in quanto, come già osservato da questa Sezione in una fattispecie analoga (TAR Lazio, Latina, Sez. I, ord. 21.04.2011, n. 184), è applicabile il principio di cui all’art. 21-octies, comma 2, della l. n. 241/1990, atteso il carattere vincolato e non discrezionale dei provvedimenti repressivi di lottizzazioni edilizie.
Ciò, in accordo, altresì, con l’insegnamento della più recente giurisprudenza (cfr. TAR Campania, Napoli, Sez. II, 09.09.2011, n. 4363), secondo cui la comunicazione di avvio del procedimento di individuazione (e di repressione) della fattispecie di lottizzazione abusiva risulta superflua ove il contenuto dell’atto non possa essere diverso da quello in concreto adottato e, più precisamente, laddove la partecipazione del privato a detto procedimento sia inutile (ed egli non possa fornire alcun apporto conoscitivo e/o documentale rilevante), sussistendo la certezza assoluta della finalità edificatoria della lottizzazione.
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Più in particolare, la giurisprudenza ha sottolineato che i provvedimenti in materia di sanatoria edilizia operano nell’ambito di uno schema procedimentale che prevede interventi, adempimenti e termini specificamente modellati sulla fattispecie della singola costruzione sprovvista di titolo abilitativo, la quale non può essere pedissequamente trasposta alla diversa fattispecie delle costruzioni eseguite in comprensori abusivamente lottizzati, trattandosi di differenti tipologie di illecito edilizio, connotate da un differente grado di illiceità: la lottizzazione abusiva, infatti, incide sulla conservazione delle destinazioni impresse dallo strumento urbanistico ad un certo comprensorio, nonché sulla corretta urbanizzazione del territorio, ed è suscettibile di condizionare indebitamente le scelte pianificatorie future della P.A. e quindi appare ledere la prerogativa comunale della programmazione urbanistica, mentre il singolo abuso edilizio non assume una così estesa potenzialità lesiva. In questa ottica, si è perciò ritenuto che i manufatti abusivamente eseguiti nell’ambito dell'attività lottizzatoria possano essere recuperati alla legalità solo in presenza delle condizioni che legittimano l’approvazione di un piano di lottizzazione (artt. 29 e 35, comma 13, della l. n. 47/1985), dunque previa adozione di una variante allo strumento urbanistico generale (TAR Campania, Napoli, Sez. II, 09.09.2011, n. 4378)
(TAR Lazio-Latina, sentenza 14.09.2012 n. 647 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Sotto la vigenza dell'art. 10 della legge n. 47/1985, la sanzione della demolizione non opera nei riguardi di un'opera edilizia eseguita senza la necessaria autorizzazione ovvero in difformità da essa, dovendosi applicare esclusivamente la sanzione pecuniaria prevista dalla predetta disposizione legislativa.
Con l'unico motivo di censura, il ricorrente ha denunciato che per le opere abusivamente realizzate (tettoia costituita da intelaiatura metallica sormontata da onduline in plastica) non poteva essere ingiunta la demolizione, trattandosi di opere non soggette a concessione, bensì a mera autorizzazione. Invero, nella medesima ordinanza impugnata, l’amministrazione –senza fare menzione dell’esistenza di alcun vincolo paesaggistico- riconosce che le opere sono state realizzate “in assenza di autorizzazione edilizia”, per cui essa si palesa affetta dal denunciato vizio di violazione di legge.
Costituisce, infatti, indirizzo giurisprudenziale consolidato, che -sotto la vigenza dell'art. 10 della legge n. 47/1985- la sanzione della demolizione non opera nei riguardi di un'opera edilizia eseguita senza la necessaria autorizzazione ovvero in difformità da essa, dovendosi applicare esclusivamente la sanzione pecuniaria prevista dalla predetta disposizione legislativa (cfr. Cons. Stato, sez. V, 19.06.2003, n. 3652; TAR Campania Napoli, sez. IV, 08.11.2005, n. 18670) (TAR Sicilia-Catania, Sez. I, sentenza 13.09.2012 n. 2158 - link a www.giustizia-amministrativa.it).

EDILIZIA PRIVATA: Legittimità ordinanza demolizione per opere precarie temporanee non autorizzate.
Al fine di verificare se una determinata opera abbia carattere precario (condizione per l'accertamento della non necessarietà del rilascio della relativa concessione edilizia), occorre verificare la destinazione funzionale e l'interesse finale al cui soddisfacimento l'opera stessa è destinata; pertanto, solo le opere agevolmente rimuovibili, funzionali a soddisfare una esigenza oggettivamente temporanea -destinata a cessare dopo il tempo, normalmente non lungo, entro cui si realizza l'interesse finale- possono ritenersi prive di minima entità ovvero di carattere precario e, in quanto tali, non richiedenti la concessione edilizia. Infatti la precarietà o meno di un'opera edilizia va valutata con riferimento non già alle modalità costruttive, bensì alla funzione cui essa è destinata; in altri termini non sono manufatti destinati a soddisfare esigenze meramente temporanee quelli destinati ad una utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l'alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria o irrilevante.
È dunque da considerare legittima l'ordinanza di demolizione di opere che, pur difettando del requisito dell'immobilizzazione rispetto al suolo (cd. case mobili), consistano in una struttura destinata a dare un'utilità prolungata nel tempo, dovendo in tal caso escludersi la precarietà del manufatto, che ne giustificherebbe il non assoggettamento a concessione edilizia, posto che la stessa non dipende dai materiali utilizzati o dal suo sistema di ancoraggio al suolo, bensì dall'uso al quale il manufatto è destinato, e va quindi valutata alla luce della obiettiva ed intrinseca destinazione naturale dell'opera, a nulla rilevando la temporanea destinazione data alla stessa dai proprietari.

Come è noto al fine di verificare se una determinata opera abbia carattere precario (condizione per l'accertamento della non necessarietà del rilascio della relativa concessione edilizia), occorre verificare la destinazione funzionale e l'interesse finale al cui soddisfacimento l'opera stessa è destinata; pertanto, solo le opere agevolmente rimuovibili, funzionali a soddisfare una esigenza oggettivamente temporanea -destinata a cessare dopo il tempo, normalmente non lungo, entro cui si realizza l'interesse finale- possono ritenersi prive di minima entità ovvero di carattere precario e, in quanto tali, non richiedenti la concessione edilizia. Infatti la precarietà o meno di un'opera edilizia va valutata con riferimento non già alle modalità costruttive, bensì alla funzione cui essa è destinata (Cons. St., V, 04.02.1998 n. 131); in altri termini non sono manufatti destinati a soddisfare esigenze meramente temporanee quelli destinati ad una utilizzazione perdurante nel tempo, di talché l'alterazione del territorio non può essere considerata temporanea, precaria o irrilevante (Cons. St., VI, 16.02.2011 n. 986).
È dunque da considerare legittima l'ordinanza di demolizione di opere che, pur difettando del requisito dell'immobilizzazione rispetto al suolo (cd. case mobili), consistano in una struttura destinata a dare un'utilità prolungata nel tempo, dovendo in tal caso escludersi la precarietà del manufatto, che ne giustificherebbe il non assoggettamento a concessione edilizia, posto che la stessa non dipende dai materiali utilizzati o dal suo sistema di ancoraggio al suolo, bensì dall'uso al quale il manufatto è destinato, e va quindi valutata alla luce della obiettiva ed intrinseca destinazione naturale dell'opera, a nulla rilevando la temporanea destinazione data alla stessa dai proprietari (Cons. St., IV, 15.05.2009 n. 3029) (Consiglio di Stato, Sez. III, sentenza 12.09.2012 n. 4850 - link a www.giustizia-amministrativa.it).